Objet du Conseil n. 743 du 16 juillet 1999 - Resoconto
SÉANCE DU 16 JUILLET 1999 (MATIN)
OGGETTO N. 743/XI Relazione preliminare alla redazione di un nuovo Statuto della Regione Autonoma Valle d'Aosta.
Président Il a été convenu que nous aurions débuté ce matin avec l'examen du point 29 à l'ordre du jour.
Vous rappelez tous que nous avons institué par délibération du 29 juillet 1998 une commission spéciale du Conseil, chargée des réformes institutionnelles, à laquelle nous avons confié le mandat d'élaborer avant le 31 décembre 2000 et sur la base des considérants énoncés dans la délibération elle-même, une proposition de révision du Statut spécial de la Vallée d'Aoste à soumettre au Conseil de la Vallée.
Cette commission était investie du pouvoir d'accomplir toutes activités utiles aux fins de la réussite de la tâche qui lui était confiée, en recourant le cas échéant à la collaboration d'experts en matière de constitution et de droit international.
Parmi les points de la délibération, en particulier au point n° 6, il était prévu d'engager la commission à relater semestriellement l'avancement des travaux. Je tiens d'abord à remercier la commission dans son ensemble; la commission a tenu 15 réunions depuis la première, où furent commencés les travaux de la commission elle-même et qui se tint le 2 octobre dernier. Elle a examiné 21 objets et a effectué 9 auditions.
Le Président de la Commission spéciale des réformes institutionnelles, M. Nicco, nous a transmis le 18 mai dernier un rapport préliminaire adopté dans les séances des 14 et 17 mai dernier. Je pense qu'il est opportun de lui donner la parole, pour illustrer à l'ensemble de l'Assemblée le rapport préliminaire à la rédaction d'un nouveau statut de la Région autonome de la Vallée d'Aoste.
La parole au Président de la commission, Conseiller Nicco.
Nicco (GV-DS-PSE) I colleghi hanno ricevuto con congruo anticipo copia della relazione preliminare redatta dalla commissione a conclusione della prima fase dei suoi lavori. Non starò quindi a rileggerla, ma mi limiterò ad una sua breve illustrazione, cercando di focalizzare alcune questioni di fondo, ed in seguito a qualche considerazione politica sullo "status quaestionis".
Inizio con il riaffermare la necessità di una revisione profonda, organica dello Statuto, o meglio di una sua riscrittura. Esigenza che, facendo riferimento anche ai dibattiti che si sono svolti in quest'aula ancora recentemente, mi pare sia largamente condivisa.
È una riscrittura che si impone per una serie di ragioni che richiamo in rapida sintesi. Intanto, rispetto agli anni 1945-1948 in cui lo Statuto venne elaborato, vi è stata sotto diversi profili una rivoluzione epocale.
Rivoluzione sotto il profilo economico generale: globalizzazione e interdipendenza non sono solo termini dotti per relazioni seminariali, certo servono anche a questo, ma si tratta di realtà sempre più concrete che condizionano in positivo o in negativo la nostra come ogni altra comunità. D'altronde basta scorrere l'elenco delle imprese che operano in Valle d'Aosta per toccare con mano cosa significa anche qui da noi la globalizzazione.
Secondo un elenco che è stato fornito alla commissione dal Presidente dell'Associazione valdostana industriali nel corso di un'audizione, vi è capitale finlandese nella Converter, inglese nella Viasystems, anglofrancese nella Sema, statunitense nella Lys Fusion e nella Enrietti, norvegese nella Meridian, inglese nella Valeco, francese nella Sorgenti Monte Bianco e nella Compagnie des Alpes, eccetera.
E rivoluzione anche sotto il profilo istituzionale: l'Europa era allora, negli anni 1945-1948, un sogno remoto di pochi, e fra quei pochi voglio, anche se per inciso, ricordare alcuni fra i più autorevoli esponenti politici valdostani. "Communauté européenne modelée sur l'exemple suisse", si legge nella "Causerie sur le rôle de la Suisse" di Chanoux; popoli europei fra i quali vi è "una storia comune, una vita comune, un comune avvenire" in "Federalismo e autonomie". "Europa come individualità storica e morale, che forma un quid a sé proprio per certe determinate caratteristiche del suo modo di pensare e di sentire, dei suoi sistemi filosofici e politici", così Federico Chabod nella "Storia dell'idea di Europa".
Oggi l'Europa è un gigante economico e commerciale, forse troppo economico e commerciale, forse con i piedi di argilla, come è stato scritto, per la mancanza di un analogo peso politico, ma comunque un gigante corposo, condizionante, in positivo e in negativo.
Un'Europa che è in rapido mutamento anche nell'ordinamento interno di alcuni stati. Un'Europa in cui pare anzi di cogliere globalmente una certa direzione di marcia verso la valorizzazione delle autonomie: processo di trasformazione da stato unitario a paese federale in Belgio, il cosiddetto "federalismo in corso d'opera" in Spagna, "devolution" in Gran Bretagna, ove, proprio da poco, si sono insediati l'Assemblea gallese e il Parlamento scozzese, quest'ultimo dopo un vuoto di quasi 300 anni.
Il mutamento è anche l'elemento che contraddistingue la recente storia della nostra regione, mutamento economico e mutamento sociale. Per coglierne la dimensione, fra i tanti indicatori è sufficiente ricordarne uno: il rovesciamento del rapporto fra i diversi settori, con l'agricoltura, che rappresentava il 38 percento della popolazione attiva nel 1951 e non ne rappresenta che il 7,4 percento nel 1998, mentre il terziario è passato nello stesso periodo dal 19 al 70 percento circa. E mutamento nella composizione stessa della popolazione valdostana: pensiamo solo ai movimenti migratori dal sud della penisola tra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60, che vanno a sommarsi a quelli di epoca fascista.
Tutto ciò ha generato oggettivamente, ma anche per scelta, una comunità regionale nuova, frutto dell'integrazione di diverse componenti, e sottolineo anche per scelta, perché l'esito della integrazione non era affatto un esito scontato. Altri, il Trentino Alto Adige per esempio, hanno seguito una via diversa, quella della separatezza, del mantenimento della divisione su basi etniche e linguistiche, della cristallizzazione delle posizioni.
Ebbene, io credo che il nostro modello, quello dell'integrazione in cui ognuno porta il suo contributo, rappresenti una scelta positiva e debba continuare ad essere tenacemente perseguito anche in futuro, disinnescando quelle mine che di tanto in tanto intralciano il cammino comune di tutta la comunità valdostana e rischiano di creare ed alimentare nuove tensioni.
Esiste oggi un'identità nuova ed in evoluzione, e non credo peraltro che esistano identità definite una volta per sempre, fissate nel tempo. Possono esistere in qualche ricostruzione museale, forse, ma nella realtà viva mai. Un'identità la nostra fondata sicuramente su quelle che nella "Pétition de la Ligue" del 1919 erano definite la "raison ethnique" e la "raison linguistique", ma un'identità che deve trovare oggi alimento in valori condivisi, in una consapevole e rinnovata manifestazione di volontà politica, in quel "plébiscite de tous les jours" di cui Ernest Renan, autore fra l'altro di "Qu'est-ce qu'une nation?" parla a proposito delle nazioni, ma che ben si adatta ad ogni comunità.
Infine abbiamo assistito in questi ultimi anni ad un ampio dibattito in tutto il Paese sulle riforme istituzionali, dibattito che, seppure non abbia ancora prodotto significative novità su un piano operativo - ma su questo tornerò in seguito -, ha comunque fatto crescere una sensibilità nuova su temi quali il federalismo che pure, come quello dell'Europa, erano fino a non molti anni addietro patrimonio di qualche ristretto cenacolo.
È dunque del tutto evidente che, a fronte di una realtà così strutturalmente diversa e in rapido mutamento, lo Statuto del 1948 risulta in molte sue parti superato, inadeguato, obsoleto, e che una sua organica revisione e riscrittura si impone, direi che è nell'ordine naturale delle cose. E ciò credo anche al di là del giudizio che ognuno di noi può dare su questi 50 anni di autonomia, sulla applicazione che dello Statuto del 1948 è stata fatta, e su cui peraltro già si era ampiamente soffermata la "Relazione sullo stato dell'autonomia" presentata nel 1990 dalla prima Commissione speciale presieduta da Louvin.
Se questa è la premessa, si tratta allora di stabilire quali debbano essere gli elementi fondamentali del nuovo Statuto, di carattere politico ancor prima che giuridico, e proprio questo è il taglio o l'impostazione che abbiamo voluto dare alla relazione preliminare. Va da sé che nella redazione di un nuovo statuto occorrerà mettere a frutto, utilizzare le migliori competenze giuridiche e dottrinarie, e tuttavia occorre non cadere nella trappola sempre tesa del "tecnicismo". Le competenze tecniche servono, specie in questa materia, a tradurre gli indirizzi politici in norme, non a condizionarli.
La dottrina rischia talvolta di essere prigioniera di sé stessa, di costruire un prodotto forse perfetto ma tutto interno al sistema esistente, alla gabbia giuridica vigente; in un'ottica di riforma invece è proprio tale gabbia che va ridefinita. E partiamo allora dagli elementi di fondo, politici.
Le prospettive generali nelle quali ognuno di noi si riconosce sono probabilmente diverse, anche molto diverse. Vi è nella comunità valdostana chi persegue l'indipendenza, alcuni esplicitamente, altri in cuor loro, una repubblica valdostana garantita internazionalmente; vi è chi pensa ad un'euroregione che si estenda attorno al Monte Bianco; chi - e il Consigliere Nicco fra questi - pensa ad una Regione Valle d'Aosta quale elemento costitutivo di una repubblica federale italiana; chi difende lo "status quo", altri progetti ancora.
Compito nostro credo sia quello d'individuare un obiettivo, di delineare una proposta in cui la parte più ampia possibile della comunità valdostana possa riconoscersi. Una proposta che, a giudizio della commissione, per non essere velleitaria, propagandistica, per non essere pura esercitazione retorica, ma perché abbia una qualche ragionevole possibilità di giungere a buon fine, deve intanto avere un forte ancoraggio alla storia politico-istituzionale di questa nostra regione, collocarsi in quell'alveo, rappresentare un'ulteriore tessitura di quel filo rosso - o bianco, non importa - che tutta l'attraversa. Ma deve, nel contempo, fare riferimento alle concrete condizioni storico-politiche attuali, particolari e generali, allo stato del dibattito in materia di riforme istituzionali in Italia, e a quelle esperienze di trasformazione istituzionale in atto in Europa a cui prima ho brevemente accennato.
Questi sono gli elementi su cui si sofferma la relazione, a partire, per sommi capi ovviamente, dai fondamenti storici dell'autonomia, con il percorso talvolta tortuoso, contraddittorio anche, ma mai interrotto dell'autonomia valdostana. Un percorso in cui si sono scontrate concezioni diverse, talvolta antitetiche sul modo stesso in cui l'autonomia doveva essere intesa. Emblematica sotto questo profilo - e voglio ricordarlo perché è sempre istruttiva - è la forte contrapposizione sviluppatasi a metà del secolo scorso fra coloro per i quali autonomia era sinonimo di conservazione, di difesa contro tutto ciò che sapeva di "progrès, droits de l'homme, raison", e chi, come il canonico Orsières, fortemente avversato allora dai tradizionalisti-clericali, da coloro la cui unica "lumière" era quella dei "bûchers de l'Inquisition", si schierava apertamente per il mantenimento della Valle d'Aosta in quanto entità politico-amministrativa a sé stante, ma nel contempo invitava i Valdostani a conoscere, a confrontarsi con ciò che avveniva fuori dalla Valle d'Aosta: "Voyagez et vous vous décrusterez, vous repousserez loin de vous cette rouille qui enveloppe votre intelligence, qui la fige, qui paralyse vos facultés intellectuelles et vous empêche de comprendre que l'esprit humain n'a pas été créé pour être stationnaire!". E criticava Orsières con una vis polemica di prim'ordine quegli avversari politici ai quali "l'intelligence myope et les esprits écourtés et arriérés" impedivano di guardare "au-delà de l'étroit horizon où vous végétez".
Come vedete, dialettica politica assai aspra, che tuttavia non impediva nei momenti cruciali di confronto fra la Valle d'Aosta e lo stato, il ricomporsi di una larga unità della comunità valdostana. Così fu, per esempio, di fronte alle iniziative di Vegezzi-Ruscalla, di "scancellare ogni traccia di stranierume dalle scritture italiane", nel 1861; così fu contro la soppressione dell'uso e dell'insegnamento della lingua francese nelle scuole elementari nel 1884, e così fu a sostegno della "Pétition pour les revendications ethniques et linguistiques" promossa dalla Ligue nel 1919.
Soprattutto, abbiamo voluto richiamare in questa relazione una serie di questioni già emerse negli anni 1943-1948 e che allora, in quel contesto politico nazionale e internazionale non trovavano adeguata espressione.
Lo Statuto del 1948 non rappresentava affatto le aspirazioni della stragrande maggioranza della comunità valdostana, era un atto unilaterale dello Stato italiano; basta d'altronde confrontarne i contenuti non dico con la "Dichiarazione di Chivasso", da cui diverge radicalmente nei fondamenti, ma anche solo con gli "accordi", ripeto, con gli "accordi" stipulati il 15 maggio 1945 fra la Delegazione valdostana e il Comitato di Liberazione Piemontese.
Quegli accordi, quelli sì avevano carattere pattizio; erano il frutto di una trattativa durata mesi, sin dall'autunno 1944 ed erano stati redatti e presentati da figure rappresentative delle diverse componenti della società valdostana, Federico Chabod e il canonico Bovard, Ida Viglino e Alessandro Passerin d'Entrèves, e il CLN li aveva approvati. Accordi però poi largamente disattesi, così come trascurata fu la proposta di Statuto redatta dal Consiglio della Valle il 3 marzo 1947, che sin da allora attribuiva alla regione competenze generali e indicava quelle riservate allo Stato.
Abbiamo poi in secondo luogo in questa relazione ripercorso, anche qui per sommi capi, il dibattito sviluppatosi in Italia in materia di riforme istituzionali, a partire dalla I Commissione parlamentare (Commissione Bozzi). Dibattito che procede in modo incerto (mi confermava ancora poc'anzi il Senatore Dondeynaz il clima pesante che si respira a Roma in materia di riforme).
Dibattito condizionato da gruppi di pressione di varia natura, da coloro che recalcitrano di fronte alla trasformazione del Senato in Camera delle Regioni o delle autonomie, trasformazione che pure pare auspicata da un largo schieramento politico; alla lobby delle province e dei comuni, che ha imposto nel recente disegno di legge del Governo "Ordinamento federale della Repubblica" la formulazione di un articolo 2 che, a dispetto del titolo del disegno di legge, è assai lontano dal delineare un ordinamento federale.
Si dice: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato"; ci mancava solo che s'inserissero le Comunità montane e le circoscrizioni e poi il quadro era completo! Dibattito in cui tuttavia si possono individuare alcuni elementi ormai acquisiti, generalmente accolti e che rappresenterebbero, qualora attuati, un sensibile mutamento del quadro di riferimento.
In particolare mi riferisco al rovesciamento del principio di ripartizione delle funzioni legislative, già preconizzato come ricordavo dal Consiglio della Valle fin dal 1947, e alla sussidiarietà, quale principio informatore delle relazioni fra i diversi livelli di governo.
Ed infine, nella relazione, nella parte propositiva, abbiamo voluto inserire una prima serie di riferimenti, da sviluppare ulteriormente, alle citate trasformazioni in atto in altri paesi europei.
La commissione ritiene che, nell'elaborare la proposta di un nuovo Statuto, nel voler tracciare un nuovo e diverso quadro di riferimento nelle relazioni fra i diversi livelli di governo, sia opportuno ribadire preliminarmente alcuni elementi di fondo, alcuni cardini di ordine generale sui quali si basa la nostra azione politica, e cioè se è tuttora per noi punto di riferimento essenziale l'articolo 4 della "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino": "La liberté consiste à pouvoir faire tout ce qui ne nuit pas à autrui, ainsi, l'exercice des droits naturels de chaque homme n'a de bornes que celles qui assurent aux autres membres de la société la jouissance de ces mêmes droits", o, per dirla con John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese del secolo scorso, che "il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità contro la sua volontà è per evitare danno agli altri".
Se riteniamo quindi che ogni forma di organizzazione sociale, di Stato, comunque strutturato, serva unicamente a creare le condizioni ottimali affinché la persona, l'individuo, possa autonomamente svilupparsi nel massimo di libertà e che non debbano esistere istituzioni, quali che siano, in quanto entità a sé stanti, che finiscono per autoalimentarsi, per dare vita, forse anche inconsciamente, a quel "cercle vicieux", per usare ancora le parole di Chanoux, in cui "à réglementer la vie des peuples c'est le dieu papier".
E se, parimenti, riteniamo che lo stesso principio valga non solo per gli individui, ma anche per le comunità, per tutte le comunità, così come esse si sono storicamente determinate, se crediamo cioè che "l'unione delle parti in un tutto unico, per essere vera, feconda e forte" - secondo le affermazioni di un altro noto pensatore del secolo scorso (Bakunin) "deve essere assolutamente libera" e che quindi "ogni paese, ogni nazione, ogni popolo, piccolo o grande, debole o forte, ogni regione, ogni comune" - sono sempre parole sue - "ha il diritto assoluto di disporre delle proprie sorti, di determinare la propria esistenza, di unirsi e di separarsi, secondo la propria volontà ed i propri bisogni". In linea di principio ovviamente, principio da adattare poi di volta in volta alle concrete condizioni storico-politiche, ma a volte è bene anche richiamare i principi di ordine generale.
La Commissione speciale, sulla scia di quanto è stato già più volte affermato da questo Consiglio, ritiene che nuove relazioni fra i differenti livelli di governo non possano non essere improntate dal federalismo.
Federalismo a cui la Valle d'Aosta ha dato in tempi non sospetti un suo proprio contributo ideale e politico, da quel Consiglio della Valle con "potere sovrano per gli affari della Valle", evocato fin dal 1919 sulle colonne dell'Ordine Nuovo, all'invito rivolto ai Valdostani dal "Bulletin de la Ligue", nel luglio 1921, ad essere "arbitres conscients et directs de leur propre destinée", dalle intuizioni profetiche dell'Abbé Trèves sulla "république fédérative" nel 1931, alla Valle d'Aosta "Fédération des communes" di Chanoux, per giungere infine alla "Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine", che rivendicava il diritto per le vallate alpine a costituirsi in "comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale".
Federalismo che è diventato oggi uno dei termini più usati nel dibattito politico in Italia. Ripreso anche dal nuovo Capo dello Stato, Ciampi, nel messaggio al Parlamento del 18 maggio scorso. Diceva Ciampi: "Molto ci resta da fare per portare il nostro sistema politico alla modernità costituzionale europea, in numerosi suoi lineamenti: nell'istituzione di un federalismo che risponda al principio di sussidiarietà, a partire dalle autonomie comunali, e che già prima delle elezioni regionali del 2000 dovrebbe vedere attuate le sue premesse costituzionali". Un impegno forte, che viene direttamente dal Capo dello Stato.
Federalismo a cui si attribuiscono tuttavia troppi e non sempre univoci significati e che, per riprendere una recente affermazione dell'ex Ministro Tremonti nella Commissione Affari costituzionali della Camera, "circola da qualche tempo" - egli dice - "come una specie di metafora della modernità positiva, come una formula magica ed automatica per modernizzare il paese ed alla quale si attribuiscono effetti salvifici".
Federalismo che, d'altronde, non solo sul piano teorico, ma anche nelle concrete applicazioni storiche ha dato luogo ad esiti non solo differenti ma addirittura opposti. Basti ricordare che federalista è la costituzione degli Stati Uniti, a partire dagli "Articles de confédération et d'union perpétuelle" del 1777, e che federalista era anche la costituzione della Repubblica sovietica federativa socialista russa, genitrice dell'URSS, in cui il commissario alle nazionalità era un certo Josif Vissarionovic Dzugasvili, meglio conosciuto come Stalin, di cui alcuni popoli ricordano una assai particolare applicazione dei principi federalisti.
E basti ricordare che federaliste sono la costituzione tedesca e quella svizzera, ma federalista era anche la costituzione della Jugoslavia, una federazione che, nel 1991, spaziava dai confini con l'Austria a quelli con la Grecia, e di cui era presidente un certo Slobodan Milosevic, anch'egli interprete alquanto "sui generis" del federalismo.
E quindi anche dietro la bandiera del federalismo, come dietro tante altre, si è dunque nascosto di tutto. Pensiamo alla rivoluzione francese, dove il confronto non fu solo fra centralismo giacobino e federalismo pluralistico e libertario. I sostenitori del federalismo, come è stato autorevolmente scritto, "finirono con il confondersi con i difensori dei particolarismi feudali e dei privilegi dei ceti aristocratici". Parimenti, nel 1831, Buonarroti riteneva che "le idee federali germoglino nei cervelli italiani per opera della fazione nobilesca e signorile".
Ma senza andare troppo indietro nella storia, più recentemente, nel secondo dopoguerra, vi era chi temeva che un'Italia federale sarebbe stata un'Italia in cui avrebbero trionfato forze localistiche ed egoistiche, quando non precisi interessi economici: il latifondismo dei baroni in Sicilia, per esempio. E dunque anche una nobile idea, fosse anche la più nobile, può essere largamente stravolta, e d'altronde il federale per antonomasia in epoca fascista era il segretario di una federazione di fasci di combattimento!
Nel riproporre, e con forza, una trasformazione federalista si tratta perciò non di fare un atto di fede, ma di dire ciò che noi oggi intendiamo per federalismo. La relazione della commissione cerca di fornire alcune indicazioni in merito.
Il primo punto fermo è costituito dalla natura politica del federalismo; senza un nuovo "foedus" fra gli elementi costituenti di una nuova repubblica federale, elementi che a noi pare non possano che essere le Regioni, ognuna con le caratterizzazioni che vorrà individuare, la nostra, la Valle d'Aosta, con quegli elementi linguistico-culturali e politico-istituzionali richiamati nella relazione, geografico-territoriali anche, senza questo nuovo patto fondante non ha senso parlare di federalismo. Se non esiste questo elemento primo, basilare, non possono esistere neppure quel federalismo fiscale e amministrativo di cui molti oggi parlano, che è solo una conseguenza di quel primo passo. Passo che si fa evidentemente non per dividere.
Costruire nuovi steccati, pericoloso sempre, sarebbe particolarmente anacronistico oggi nel contesto europeo, nell'era dell'informatica e di Internet. Ma patto liberamente contratto seguendo un percorso concordato. Il che è evidentemente una strada diversa da quella che ieri indicava il premier D'Alema, il quale diceva: "Spero che si possa affrontare con determinazione la strada verso un federalismo non fondato sul principio di un foedus fra stati regionali, ma su quello della sussidiarietà".
Noi pensiamo invece che foedus e sussidiarietà non siano in contrasto, anzi pensiamo ad un federalismo che attraverso il principio di sussidiarietà - aiutare in maniera suppletiva - informi di sé l'assieme della società. Sussidiarietà che attiene sia alle relazioni fra il cittadino e lo Stato, nelle sue diverse espressioni, o, altrimenti detto, fra il privato e il pubblico, essendo il privato l'elemento primo che delega al pubblico quelle funzioni che non può opportunamente svolgere (sussidiarietà orizzontale) sia alle relazioni fra i diversi livelli di governo, tanto quelle Regione-Stato che quelle Regione-Comuni, essendo l'istituzione territorialmente più vicina al cittadino quella che detiene la sovranità e ne delega in parte l'esercizio al gradino superiore della struttura istituzionale (sussidiarietà verticale).
In terzo luogo, il federalismo non può essere disgiunto dal principio di responsabilità, specie nella gestione delle risorse finanziarie, con l'attenta commisurazione delle possibilità di spesa alla ricchezza che ogni comunità effettivamente è in grado di produrre e conseguentemente con la necessità di evitare sprechi e di selezionare e qualificare gli interventi. E che non è difesa palese o mascherata di privilegi, esaltazione di egoismi o localismi, ma strumento attraverso cui promuovere in piena consapevolezza politiche di solidarietà e di cooperazione, all'interno dell'elemento costitutivo e cioè la Regione, e fra le parti che compongono lo Stato. E ancora, che impone di mettere a frutto pienamente tutte le risorse e le competenze di una comunità, sollecitandole e indirizzandole nei settori strategici.
Il nuovo Statuto dovrebbe svilupparsi da partire da queste indicazioni di principio. Uno Statuto che, secondo quei criteri che già sono stati richiamati in una recente discussione consiliare (ovvero che "la loi ne doit pas être comme ces grandes codes minutieux qui réglementent jusqu'aux petits détails de la vie d'un peuple…"), dovrebbe caratterizzarsi anch'esso, anzi soprattutto esso per essenzialità e semplicità.
Uno Statuto che dunque contenga solamente i principi ispiratori e definisca la struttura portante delle nuove relazioni fra i diversi livelli di governo, demandando alla legge regionale la regolamentazione di quegli aspetti che non hanno valenza costituzionale.
È lo Statuto, per esempio, che sancisce quali sono gli organi della Regione, oggi l'articolo 15, ma è la legge regionale a stabilire i casi di incompatibilità (articolo 17), le procedure per l'indizione delle elezioni (commi 2 e 3 dell'articolo 18), gli adempimenti procedurali (articoli 19, 20, 21 e 22), e così via. Una legge regionale che, laddove si tratti di questioni rilevanti, debba evidentemente essere approvata con maggioranza rafforzata.
Questione nodale è certamente l'indicazione delle materie sulle quali in un'ottica federalista la competenza è delegata allo Stato. In merito, nella discussione alla Camera dell'articolo 58 della proposta di revisione della parte II della Costituzione, formulata dalla Bicamerale, era stato raggiunto già un largo consenso. È un'elencazione, quella, di materie che consideriamo ancora largamente inadeguata, ovviamente per eccesso. E tuttavia essendo quello un elemento acquisito, riteniamo che possa essere la base sulla quale lavorare per formulare una nostra proposta.
Rinvio direttamente alla relazione e agli approfondimenti che saranno in seguito svolti da altri commissari per parecchie questioni delineate nel paragrafo 4 della relazione:
- le relazioni con l'Europa, in particolare la necessità che la Valle d'Aosta sia direttamente rappresentata al Parlamento europeo;
- la "vexata quaestio" della zona franca, integrale o di impresa, alla sua compatibilità con l'ordinamento comunitario;
- le questioni fiscali-finanziarie, con una Regione che diventi titolare del gettito complessivo dei tributi e a cui facciano capo gli apparati di controllo del settore;
- il ruolo dei Comuni e del Consiglio permanente degli enti locali (da inserire quest'ultimo, o meno, fra gli organi della Regione; consiglio a cui mantenere funzioni eminentemente consultive o a cui attribuire funzioni deliberative in determinate materie);
- la lingua e l'ordinamento scolastico.
Mi limito da parte mia a porre l'accento su alcuni temi:
a. La rivendicazione della piena titolarità alla Regione in materia di beni culturali e ambientali. Piena titolarità che vuol dire, su questa come su altre materie, competenza non subordinata a non meglio precisati "interessi nazionali" o alle cosiddette e non meglio precisate "norme fondamentali delle riforme economico-sociali". È paradossale che lo Statuto, quello attuale, assegni competenza primaria alla Regione nella tutela del paesaggio - articolo 2, lettera q) - e che poi la Corte costituzionale abbia dichiarato incostituzionale l'articolo 1 della legge regionale urbanistica e per la tutela del paesaggio dell'aprile 1960, con gravi ed irreversibili danni in un settore strategico per la Valle d'Aosta, o che, a seguito della sentenza della stessa Corte costituzionale, la n. 151/86, che attribuisce alla tutela paesaggistica il carattere di grande riforma economico-sociale, questo Consiglio si trovi oggi nelle condizioni di dover approvare - è il punto successivo all'ordine del giorno - una norma di attuazione che, di fatto, riattribuisce allo Stato importanti competenze in materia di tutela del paesaggio. Ecco la necessità concreta di procedere alla revisione dello Statuto.
b. La rivendicazione parimenti di determinate competenze in alcuni settori tradizionalmente riservati allo Stato: politica "estera", ordine pubblico e sicurezza, giustizia.
C'è in tutte queste materie un ambito generale, sempre più a dimensione europea, spesso a dimensione globale, ma c'è anche un ambito regionale che non può non essere di competenza di questo Consiglio.
b/1. In materia di "politica estera" già si sta delineando un quadro di riferimento positivo nell'ottica indicata. Dalla convenzione quadro sulla cooperazione transfrontaliera, approvata dal Consiglio d'Europa nel 1980, al protocollo n. 2 a questa stessa convenzione del 1998, il cui preambolo indica espressamente la possibilità per le Regioni di stabilire accordi anche bilaterali con "les collectivités étrangères non contiguës, qui présentent une communauté d'intérêts", protocollo ancora non firmato, non ratificato dall'Italia, ma che indica comunque come ci si muova in una certa direzione a livello europeo. Ed anche con riferimento al citato disegno di legge governativo "Ordinamento federale della Repubblica" che, all'articolo 8, seppure con una serie di limitazioni, sancisce la possibilità per le Regioni, nelle materie di loro competenza, di "concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato".
b/2. Ma anche in materia di sicurezza e di giustizia stanno maturando orientamenti nuovi in settori diversi dello schieramento politico. Il neosindaco di Bologna, Guazzaloca, dando attuazione ad un impegno assunto in campagna elettorale, sta proprio ora definendo i compiti e le funzioni di un istituendo assessorato alla sicurezza, mentre il diessino Di Bisceglie, membro della Commissione Affari costituzionali della Camera, ha recentemente affermato in sede di commissione che "le Regioni a statuto speciale possono essere considerate un valido esempio per la realizzazione dell'ordinamento federale; in esse sarebbe utile sperimentare un coinvolgimento delle amministrazioni locali in materie riservate alla competenza statale, come ad esempio l'ordine pubblico, la sicurezza e la politica estera".
Lo stesso testé citato disegno di legge del Governo affronta, seppure assai timidamente, la questione della giustizia, proponendo l'istituzione di un Consiglio regionale di giustizia. Dico assai timidamente, perché a questo Consiglio si attribuiscono funzioni limitate ai giudici di pace. Ben più ampia era una precedente formulazione di quel testo, in cui si legge, tra l'altro, che "la Regione determina il numero, la dislocazione e la circoscrizione delle sedi giudiziarie e può destinare risorse proprie al funzionamento degli uffici giudiziari". Il che indica, comunque, come anche in quell'autorevole sede la discussione in merito sia aperta.
Ora, siamo ben consapevoli che certo non è sufficiente una diversa distribuzione delle competenze tra Regione e Stato per affrontare positivamente situazioni quali quella della giustizia, incancrenitasi nel tempo ed oggi in uno stato a dir poco comatoso, se è vero quanto recentemente affermato dallo stesso Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ovvero che "l'attuale sistema è costituito in maniera tale che la prescrizione dei reati è una quasi certezza".
Sistema, possiamo aggiungere, eminentemente formalistico in cui trionfano i cavilli e gli azzeccagarbugli, … con tutto il rispetto per i colleghi consiglieri che esercitano la professione forense. Nessuna illusione salvifica di quel tipo, dunque, per riprendere l'espressione di Tremonti. Ma, certamente, la volontà, la determinazione nostra a non assistere impotenti allo sfascio, a volerci assumere in prima persona la responsabilità d'intervenire intanto sul funzionamento della macchina giudiziaria, per quanto concerne le strutture, gli organici. Per far sì che almeno i tempi della giustizia siano tempi "europei", e già sarebbe molto. Volontà di assumerci delle responsabilità, di saper dare, di provare a dare delle risposte alla comunità valdostana anche in materia di sicurezza, settore che certo non presenta qui il quadro drammatico di altre parti d'Italia.
E tuttavia anche qui ognuno di noi è stato testimone di situazioni o ha raccolto testimonianze di situazioni indegne di un paese civile, senza avere strumenti adeguati per intervenire. Penso soprattutto alla cosiddetta microcriminalità, che per chi la subisce non è affatto micro e di cui sono spesso vittime le categorie più deboli e indifese dalla società, a partire dagli anziani, specie nei villaggi dei comuni di montagna, vittime di truffe, raggiri, violenze anche, a volte devastanti sul piano psicologico.
È un fenomeno purtroppo molto più esteso di quanto appaia dai dati ufficiali, che tanta è la sfiducia nella struttura di controllo del territorio da non meritare talvolta neppure una denuncia.
Gli apparati che dovrebbero assicurare il controllo del territorio, la sicurezza, sono oggi strutturati in modo tale, burocratico, senza una relazione viva, capillare e organica con il territorio, da non essere sentiti come parte della comunità, ma come un corpo estraneo, sovrapposto. Ecco allora la necessità di operare per integrarli pienamente in quello che è il sistema di governo di questa comunità, affinché ad indicare le direttive politiche d'intervento in materia sia non qualche circolare ministeriale, che pretende d'imporre linee comuni da Palermo a Bolzano, a realtà radicalmente diverse, ma sia invece, per quel che ci concerne, questo Consiglio, sulla base dell'analisi di questa specifica realtà.
Riteniamo che, senza effettive competenze in questi come in altri settori fondamentali non solo non vi sia federalismo, ma sia monca la stessa autonomia. Riteniamo che sia un diritto-dovere di questo Consiglio, in quanto espressione la più diretta e democratica della comunità valdostana, esercitare un'azione di governo la più ampia sulla Valle d'Aosta.
Su quei banchi del Governo regionale deve poter sedere un responsabile politico anche in queste materie, un responsabile a cui ognuno di noi e ogni cittadino valdostano possa chiedere conto dell'azione condotta.
È del tutto evidente, cari colleghi, che affinché l'iniziativa di revisione e riscrittura dello Statuto possa avere qualche ragionevole possibilità di successo, occorre che si realizzi un assieme di condizioni. La soluzione di nodi fondamentali e in primo luogo la struttura federale dello Stato - per stipulare un patto occorre che siano concordi entrambi i contraenti -, la conseguente e già ricordata Camera delle Regioni o delle autonomie, e parimenti la revisione della composizione della Corte costituzionale, tutto ciò dipende dall'evoluzione complessiva del dibattito a livello nazionale, a cui dobbiamo certamente concorrere in quanto Regione singola e in quanto Regioni a statuto speciale e nel loro assieme, ma essendo ben consapevoli di quelli che possono essere il nostro ruolo e il nostro peso.
C'è però un altro elemento non meno fondamentale che dipende solo da noi: l'unità che sapremo o non sapremo costruire attorno al progetto del nuovo Statuto, in quest'aula e nella società valdostana.
In quest'aula l'avvio del confronto, all'atto della costituzione della Commissione speciale, non è stato certo dei più sereni e proficui. Altri, qualche storico magari fra qualche decennio, rileggendo gli atti del Consiglio, potrà esprimere un giudizio obiettivo in merito. Se mai, allora, quella vicenda avrà qualche interesse.
E apro una parentesi per dire che contrapposizioni radicali, apparentemente insanabili, discussioni furibonde, scambi di invettive, che caratterizzano talvolta lo svolgimento dei lavori di questa, come di ogni altra sede del dibattito politico a tutti i livelli, lasciano spesso poche tracce oltre la situazione contingente, a volte poche tracce addirittura fuori dall'aula in cui si sviluppano, se non per qualche eco sui media, spesso anch'esso fuggevole ed effimero.
Ora, siccome stiamo invece trattando una materia tutt'altro che contingente, fuggevole ed effimera, deleterio sarebbe certamente non compiere oggi il massimo sforzo, da parte di tutti, per favorire la ripresa di un dibattito il più franco e schietto possibile, magari aspro nel merito delle diverse questioni, dato che le posizioni possono essere anche molto distanti, ma mai un dibattito frutto di posizioni preconcette, da parte di nessuno.
Su questo tema, ancor più che su altri, soprattutto su questo tema, nel voler delineare un nuovo comune quadro di riferimento, occorre uscire da una logica di schieramenti precostituiti, e io direi perfino occorre uscire da una logica partitica. Ogni consigliere eserciti liberamente il proprio mandato, fuori dalle logiche e dagli schemi partitici, che sono talvolta deformanti e fuorvianti.
La relazione della commissione è un contributo, un primo contributo al progetto di un nuovo Statuto. Ognuno dei temi in essa trattati dovrà essere ripreso e sviluppato. A volte ci siamo limitati ad indicare poco più che dei titoli da porre in agenda, per esempio la complessa e fondamentale questione dei servizi di comunicazione. Altre questioni ancora dovranno essere prese in considerazione ex novo.
Ma oggi, ancor più che entrare puntualmente nel merito delle differenti questioni, credo che fondamentale sia soprattutto individuare con il concorso di tutti un cammino comune affinché la Commissione speciale, quella attuale, integrata dai rappresentanti delle altre forze politiche, o una nuova commissione speciale concordemente ridisegnata da parte di tutte le componenti di questo Consiglio, ridefinita nella sua composizione, nelle responsabilità anche, se lo si ritiene necessario, con uno specifico passaggio consiliare, possa passare alla seconda fase del lavoro, ovvero alla traduzione degli indirizzi di fondo in un disegno di legge sulla base sia di questa relazione, sia degli approfondimenti, arricchimenti, critiche generali e particolari, che verranno dal dibattito consiliare, ma anche da altre istituzioni e componenti della società valdostana.
Credo che i cittadini, che coloro che ci hanno eletti questo si aspettino da tutti noi: che si realizzi una forte convergenza di volontà per tracciare le linee di un progetto che dovrà poi vedere il coinvolgimento diretto della comunità valdostana, nelle forme e nei modi che si riterranno più opportuni e proficui, affinché si possa infine giungere ad una proposta che, nell'essere la più unitaria e condivisa, trovi la forza necessaria per compiere il successivo certo né facile né breve percorso. La proposta di una comunità, quella valdostana, che si presenti non come "des pétitionnaires implorant une grâce", ma come chi vuole esercitare il proprio inalienabile diritto-dovere di governo della propria terra.
Président Nous remercions le Président Nicco pour le rapport qu'il vient de nous tenir et qui a touché une large gamme de problèmes de nature idéologique, constitutionnelle, sociale, économique; un rapport de remarquable envergure qui trahit cependant les marques de la formation et de l'expérience de l'historien, ce qui rajoute de l'ampleur à la perspective qu'il a présentée. Je remercie avec le Président Nicco toute la commission, qui a fourni la matière et les réflexions pour présenter ce même rapport.
Je saisis également l'occasion avant d'ouvrir le débat, pour signaler la présence parmi nous du Sénateur Dondeynaz, qui a fait part de la Commission bicamérale pour les réformes institutionnelles, ainsi que la présence de deux de nos anciens collègues, le Président Joseph César Perrin, qui a présidé la Commission des Affaires institutionnelles pendant longtemps, ainsi que de l'ancien Président du Conseil, M. François Stévenin.
Le débat est ouvert.
La parole au Conseiller Cottino.
Cottino (UV) Avant d'entrer dans le mérite de la relation préliminaire que la Commission spéciale pour les réformes institutionnelles a rédigée et qui vient d'être illustrée par le Président de la commission, je voudrais faire quelques réflexions de caractère plus général.
Je crois qu'il est nécessaire de souligner de nouveau la validité voire même la nécessité de l'existence de la commission, qui n'est absolument pas en contraste avec la Ière Commission car la réécriture du Statut d'autonomie de la Vallée d'Aoste doit aller bien au-delà d'une simple révision ou des modifications nécessaires dans l'immédiat, choses qui font partie des tâches de la Ière Commission.
La Commission spéciale a pour but la réécriture complète du Statut, qui pourrait prévoir comme devrait être la Vallée d'Aoste dans un état organisé de façon complètement différente, voire d'une façon fédérale. Ce but politique a toujours été très cher à l'Union Valdôtaine, qui revendique une certaine primauté sur ce principe, soit sous l'aspect idéologique de base que de l'action politique.
En effet, dans le temps, quand on parlait de fédéralisme, surtout si on parlait de fédéralisme un peu poussé, on a souvent été âprement critiqués. Et pour ceux qui ont la mémoire un peu courte, ou bien pour ceux qui ne s'occupaient pas encore de politique, il suffit de rappeler l'écho que la proposition de loi constitutionnelle présentée par le Député Caveri en 1991 a eu en Vallée d'Aoste et même en dehors.
Aujourd'hui, quand tout le monde se déclare fédéraliste, cela n'arrive plus. Evidemment à propos de fédéralisme on devrait avoir une confrontation plus approfondie, pour voir si au mot "fédéralisme" on donne tous la même validité et la même signification.
Je crois devoir faire ces précisions, parce que contrairement aux déclarations d'intention et je dirais même contrairement à ce qui se passe dans d'autres pays d'Europe, dont la relation a cité plusieurs exemples, on assiste en Italie à un retour du centralisme de la part de l'Etat.
Je veux aussi souligner que la commission, bien qu'incomplète, a beaucoup travaillé et je dirais même elle a bien travaillé. Je ne fais pas cette affirmation pour revendiquer des mérites ou pour en revendiquer au nom de mes collègues unionistes commissaires au sein de la commission. Je le fais surtout car je veux reconnaître le rôle positif qui a eu et sûrement continuera à avoir le Président Nicco, soit pour son grand et difficile travail de coordination des travaux de la commission, que pour sa disponibilité.
J'ai affirmé que la commission est incomplète; j'estime opportun de souligner que dans la délibération qui l'instituait, la commission était prévue en nombre de 9 commissaires, cela pour garantir d'un côté la participation à toutes les forces politiques, fait qui, à mon avis, aurait dû être bien valorisé et qui malheureusement n'a pas été ainsi. Mais en même temps je veux souligner les responsabilités que chaque force politique devait avoir à ce sujet. Certaines forces politiques ont cru bien, pour des raisons que je définirais formelles, de ne pas en faire partie. Elles ont été sourdes aussi à tous nouveaux appels relancés en plusieurs occasions. J'espère qu'à cet état des travaux pourra y avoir une réflexion à ce propos. Nous avons toujours cru et nous en sommes encore convaincus que ce serait bien que toutes les forces politiques donnent leur apport à ce projet, dans l'intérêt du projet même et donc de la Vallée d'Aoste tout entière.
J'attends avec intérêt et avec curiosité de connaître la position des forces politiques de minorité à ce propos et peut-être qu'une deuxième intervention s'avérera nécessaire de ma part, selon les positions qui seront prises.
Pour ce qui est de la relation, je ne toucherai que quelques points, pour éviter de répéter des choses déjà dites par M. Nicco et pour permettre aux collègues qui interviendront à la suite de développer certains points, sans être obligés à des répétitions inutiles.
Cette relation veut mettre en relief dans les prémisses certains éléments historiques qui n'ont pu trouver leur juste place au moment où on a développé le débat sur le Statut spécial de la Vallée d'Aoste, ou mieux encore qui n'ont pas à la suite trouvé application. Il s'agit d'une relation qui est soucieuse d'apporter des éléments nouveaux qui regardent l'avenir, sans pour autant en oublier les racines qui nous ont permis d'arriver à la situation actuelle, donc la mise en relief aussi du parcours qui nous a apportés au Statut d'autonomie, avec tous les points de repère nécessaires pour sa compréhension et aussi la mise en relief de toute une série de personnes qui ont dédié une partie non indifférente de leur vie à cette cause.
Sur la question de la langue française en Vallée d'Aoste je crois que la relation est presque exhaustive et d'autres collègues interviendront sûrement à ce propos. Donc je ne veux pas trop entrer dans les détails si ce n'est que pour souligner encore une fois que nous ne pouvons pas regarder à la langue française, comme trop souvent on fait, comme à une opportunité en oubliant carrément qu'elle est un, si pas peut-être le pilier principal de notre autonomie.
Il n'est pas acceptable non plus la dichotomie que quelqu'un prétend mettre en cause entre le français et le patois. A ce propos je voudrais rappeler qu'encore avant l'édit d'Emmanuel Philibert en 1561 remplaçant le latin avec le français en tant que langue officielle de notre pays, dans le Conseil des Commis, pour mieux se comprendre les trois Etats qui le composaient avaient choisi de s'exprimer en français. Il faut souligner aussi qu'un des états représentés était bien le peuple, qui avec le clergé et la noblesse composait ledit conseil.
Un débat important avait été entamé à propos de la garantie internationale et du droit d'exception; ni l'un ni l'autre de ces deux problèmes ont vu le jour en Vallée d'Aoste, tandis qu'au moins pour ce qui est de la garantie internationale le Trentin Haut Adige en a bénéficié pas mal.
E mi chiedo se ha ancora un senso parlare, oggi, di garanzia internazionale e di "droit d'exception". Io credo di sì, credo perlomeno che sia importante e interessante parlarne fino a quando lo Stato attuale sarà organizzato nel modo attuale, fino a quando cioè lo Stato italiano non sarà organizzato in senso veramente e totalmente federalista, fino a quando cioè lo Stato non sarà a tutti gli effetti una federazione di altri stati sovrani, uno dei quali dovrebbe essere la Valle d'Aosta.
A questo proposito vorrei invitare tutti a riflettere a fondo sui passi che sono stati fatti in questa direzione da molti stati europei in netta controtendenza con l'Italia. Certo, se la garanzia internazionale ricercata a suo tempo è stata per quanto ci riguarda con la Francia, come per il Trentino è stata con l'Austria, oggi i soggetti devono essere sicuramente diversi, come sicuramente dovrà essere diverso il percorso. Il punto di riferimento oggi non può che essere l'Unione Europea.
Per quanto riguarda il "droit d'exception", ovvero la possibilità di non applicazione o di applicazione in modo diverso di certe leggi statali nella nostra regione, evidentemente anche questo è strettamente legato al percorso, ma soprattutto alla sostanza che le riforme dello Stato italiano avranno nel prossimo futuro.
C'è ancora un punto che vorrei affrontare prima di concludere, ed è il concetto di sussidiarietà, che è l'esatto opposto del concetto di sovranità, molto caro a qualcuno, ed infatti non è così raro sentire parlare di sovranità dello Stato e soprattutto non è così raro sentirne parlare con tanta enfasi.
Noi non siamo d'accordo su questo tipo di concetto, non siamo d'accordo sul piano ideologico ed è a dimostrazione diventata ormai celeberrima e nota a tutti, in passato lo era sicuramente molto di meno, la frase di Chanoux che voglio comunque citare, malgrado sia molto nota. Infatti diceva Chanoux: "Toute fonction sociale qui peut être exercée par un organe inférieur, plus proche de l'individu ne doit pas être exercée par un organe supérieur plus éloigné de celui-ci, plus complexe".
Dunque questa frase, che spicca anche nella relazione della legge sulle autonomie locali e con cui abbiamo in tutti i modi cercato di avere coerenza, ci indica una strada molto precisa da percorrere, una strada che è irta di difficoltà, che rischia o può rischiare di aumentare e complicare l'iter burocratico di certi provvedimenti, però ritengo che possa essere un giusto prezzo da pagare a certi principi a quella che potrei definire nuova forma di "democrazia partecipata". Su certi principi evidentemente non possiamo derogare.
Certo però ci dovrà essere nell'applicazione di questi principi anche quel discernimento che impedisce di fare di ogni erba un fascio, cioè dovremmo evitare di mettere troppi lacci e laccioli sia nei provvedimenti di decentramento globali, sia quando penseremo e studieremo quei provvedimenti che ho chiamato di "democrazia partecipata", che rimarranno sì in capo alla Regione, ma che devono permettere alle entità locali di esprimere il loro parere, e che sia un parere che può contare. È quello d'altronde che pretendiamo dallo Stato nei confronti della Regione.
Ritengo giusto anche sottolineare che comunque, soprattutto negli ultimi tempi, la Regione si è già mossa in questa direzione, approvando molte leggi e provvedimenti che vanno in questa direzione.
Leggi di decentramento finanziario, leggi di accesso al credito, che permettono dunque una certa autonomia nelle scelte amministrative, cosa che è estremamente importante e di cui qualsiasi persona che abbia fatto l'amministratore dei comuni si rende conto. Ma anche tutta una serie di leggi che vanno nella direzione di semplificare organizzativamente i compiti degli enti locali. D'altronde la legge sul sistema delle autonomie in Valle d'Aosta è stata approvata - o riapprovata se preferite - proprio in questa legislatura. E questo non è certo meno importante rispetto al primo punto.
Così come non sono mancati e non sono meno importanti i provvedimenti di tipo esclusivamente politico, vedi la legge sull'elezione del sindaco e del vicesindaco, tendenti ad armonizzare e modernizzare certe istituzioni.
Avviandomi alla conclusione, non posso sottacere le difficoltà che incontreremo nel portare avanti questo progetto di riscrittura dello Statuto, difficoltà anche interne a questo Consiglio con posizioni ideologiche differenziate da parte delle forze politiche, difficoltà che mi auguro però possano trovare nell'interesse generale dei punti d'incontro. Questo proprio nell'interesse della popolazione della Valle d'Aosta. Difficoltà nei rapporti con lo Stato, sia in assenza di nuove riforme sia con l'avviamento delle riforme stesse. Difficoltà queste che avranno maggiori possibilità di essere superate quanto più sarà coesa la posizione delle forze politiche, cioè quanto sarà più coesa la posizione di questo Consiglio. Difficoltà nei rapporti con l'Unione europea, che vanno dal confronto con nuove realtà a cui non siamo abituati, a difficoltà per rimanere al passo con la continua evoluzione di quest'organismo.
Concludendo, voglio sottolineare che la relazione che la commissione ha presentato oggi a questo consesso non ha sicuramente la pretesa di avere affrontato tutti i problemi, meno ancora di averli affrontati tutti in modo esaustivo. Perciò lungi dal pensare a questo documento, seppure di grande importanza, e lungi dal pensare a un documento blindato non aperto a possibili e auspicabili apporti costruttivi.
Credo che sia con questo spirito che non pensiamo di chiedervi l'approvazione della relazione stessa, ma che un ordine del giorno, che tenga conto e della relazione e del dibattito che avverrà in quest'aula, possa essere la giusta conclusione di questa prima parte di dibattito di questo progetto, per avere in futuro un solco tracciato in modo abbastanza preciso, aperto a tutti gli apporti costruttivi che vorranno essere portati e che sicuramente da noi saranno bene accolti.
Président La parole à la Conseillère Charles Teresa.
Charles (UV) Le Président de notre commission a affirmé que nous nous étions partagés en quelque manière la tâche pour ne pas nous répéter et donc de traiter certains arguments, et on m'a confié de parler de la langue et de l'organisation scolaire, invitation que j'accepte de bon gré.
A un certain point de notre rapport sur les réformes institutionnelles, dans les dernières pages, nous nous trouvons à parler de la langue française, sans trop insister, à vrai dire, pour des raisons d'espace, sur notre langue maternelle.
D'abord et pendant des siècles, la langue fut notre seule langue de culture, puis avec l'unité italienne ce fut une langue un peu à la fois mise à l'écart. Souvenons-nous qu'en 1884 un nombre d'heures égal était consacré en Vallée d'Aoste à l'enseignement du français et à celui de l'italien, j'ai dit bien 1884. Et j'appellerais cela une sorte de "legge" en application "della legge del contrappasso".
Ce fut une langue bannie du Tribunal d'Aoste en 1880; je rappelle par exemple que pendant la troisième insurrection des Socques on a tenu le procès au Tribunal de Turin et que les paysans valdôtains qui devaient répondre à ce tribunal avaient besoin d'un interprète. Ce fut ensuite une langue proscrite et supprimée même au Collège Saint-Bénin en 1889, et ce fut persécutée pendant la période fasciste; une langue qui a retrouvé petit à petit, avec le Statut d'autonomie, sans combler les v?ux de tous les Valdôtains, sa dignité et sa place, non sans quelques problèmes.
Cependant la langue ne s'était pas éteinte pendant la plus triste période et l'intérêt et l'amour pour la langue maternelle et historique couvaient, comme l'on dit, sous la cendre.
Même pendant l'époque fasciste la toponymie et les patronymes, malgré quelques risques, ont été sauvegardés et dans quelques cercles restreints on a continué à parler le français, parce qu'on ne connaissait pas une autre langue, ou parce qu'on voulait le faire simplement par engagement d'identité.
Dans le premier cas, se sont produits des situations curieuses ou "intéressantes", comme pour certaines personnes de la génération qui a aujourd'hui 70 ou 80 ans, qui n'apprenant le français ni à l'école ni en famille, où l'on parlait par exemple le patois surtout dans le monde paysan et dans le monde rural, on pouvait apprendre le français à l'église pendant les sermons ou à catéchisme, non parce que le curé était nécessairement un rebelle, mais simplement parce qu'il ne connaissait pas d'autres langues que celle-là.
Je veux rappeler ici un épisode qu'on connaît bien dans la basse Vallée et qui a été toujours raconté avec un fort sens de l'humour mais aussi avec un sens historique très fort par l'Abbé Perrenchio, qui racontait que dans les années '30 un "gerarca" fasciste s'était approché à la fin de la messe d'un curé, qui avait fait son sermon en français, et il faisait toujours son sermon en français parce qu'il n'aurait pas su le faire autrement. Ce personnage lui a dit: "Mais nous sommes en Italie, pourquoi ne parlez-vous pas en italien"? Ce curé a répondu: "Ce n'est pas notre faute si en France on parle comme nous". Mais cela c'est justement pour amuser, c'est raconté même dans le livre que l'Abbé Perrenchio a publié.
Lorsque j'étais enseignante, je faisais mon possible pour faire aimer la matière que j'enseignais et j'ai traité très souvent le problème du bilinguisme, j'ai posé souvent ce problème aux élèves: "Le bilinguisme signifie deux langues, mais laquelle des deux est la première"? Souvent si on n'avait pas suivi les données historiques, on répondait: "D'abord il y avait l'italien et ensuite on a rajouté le français". Alors que c'est exactement le contraire et je crois que je peux me permettre même parfois de le rappeler à certaines collègues.
De ce discours découle et découleront beaucoup de problèmes liés à l'école et à toute l'organisation scolaire. Déjà avant le Statut actuel de 1948 nous retrouvons des dispositions et des actes avec le but de redonner à notre langue sa juste position.
Un décret du 11 novembre 1946 affirme qu'il faut ouvrir des concours pour nommer des enseignants dans les écoles élémentaires et moyennes et pour nommer des directeurs et des inspecteurs qui doivent démontrer leur connaissance du français; c'est, celui-là, l'acte le plus ancien dans ce sens, qui précède les articles 39 et 40 de notre Statut.
Dans l'après-guerre la Vallée d'Aoste a fait des pas de géant pour créer un réseau d'écoles diffusé sur tout le territoire, et à ce point-là on ne peut que penser au pamphlet de l'Abbé Trèves, qui avait pour titre "Une injustice qui crie vengeance", qui condamnait la suppression des écoles de hameau qui avait eu lieu en 1921, et qui avait supprimé bon nombre d'écoles valdôtaines dans les hameaux les plus hauts. Ces écoles qui avaient été créées par nos ancêtres qui avaient toujours eu une conception admirable de l'instruction publique!
Dans ces dernières cinquante années on n'a pas créé seulement des écoles, on a travaillé surtout pour favoriser l'étude en général, nous avons donné aux élèves des livres gratuits à tous les niveaux scolaires, jusqu'aux écoles secondaires de IIème degré, les communes ont par exemple assuré les transports par un impeccable service de bus, desservant toutes les localités, même les plus éloignées, on a créé des cantines scolaires et le Conseil régional a pourvu à produire une législation répondant à nos caractéristiques propres, pour le renforcement de l'autonomie et pour la sauvegarde de notre spécialité.
Je rappelle très rapidement seulement quelques étapes, les plus importantes de cette législation. Il y a jusqu'à 1997 une cinquantaine de lois, mais j'en choisirais une dizaine qui sont les plus représentatives:
- loi régionale 17 novembre 1960 n° 8, "Institution d'un institut professionnel régional pour l'industrie, l'artisanat et le commerce";
- loi régionale 3 août 1972 n° 22, "Intégration à la loi de l'Etat pour l'institution des écoles maternelles dans la Région autonome Vallée d'Aoste";
- loi régionale 24 août 1979 n° 60, "Diplômes et bulletins scolaires bilingues pour toutes les écoles de la Région";
- loi régionale 25 août 1981 n° 43, "Institution de l'IRRSAE";
- loi régionale 22 novembre 1988 n° 63, "Discipline réglementant l'attribution de la prime de bilinguisme au personnel de l'école";
- loi régionale 14 juin 1989 n° 30, "Intervention de la Région pour l'exécution du droit à l'étude dans le domaine universitaire";
- loi régionale 17 mars 1992 n° 8, "Intervention en faveur d'une fondation pour la mise en valeur du patrimoine musical et pour le développement de la culture musicale au Val d'Aoste";
- loi régionale 17 juin 1992 n° 28, "Institution du système bibliothécaire régional";
- loi régionale 20 août 1993 n° 68, "Intervention pour le droit à l'étude", c'est-à-dire la loi sur les bourses d'études;
- loi régionale 22 août 1994 n° 53, "Dispositions d'application des articles 39 et 40 du Statut spécial dans les écoles secondaires de Ier degré".
Ensuite, une délibération du Gouvernement régional du 2 février 1998, relative à l'approbation d'une convention entre la Région autonome, les Universités de Turin, Grenoble et Liège, pour l'institution de la maîtrise en sciences de la formation primaire.
Enfin, loi régionale 26 mai 1998 n° 40, "Institution de l'Université libre de la Vallée d'Aoste".
Rappelons encore simplement que le mois d'octobre dernier ce Conseil a voté, suite à la "Bassanini ter" qui avait modifié la loi relative aux examens d'Etat, la nouvelle loi régionale sur l'examen d'Etat de fin d'études secondaires, avec l'introduction de la IVème épreuve de français qui a pour but de tester la maîtrise de la langue et qui marque, qu'on le veuille ou non, la spécificité de l'organisation scolaire régionale.
Le français pourra donc jouer un rôle important avec l'Université libre de la Vallée d'Aoste, dont je viens de parler, et la réalisation prochaine de cet objectif, avec les autres formules universitaires, en particulier celle de la maîtrise en sciences de la formation primaire mise en place à l'intention des futurs enseignants des écoles maternelles et élémentaires, pourra être le lien pour nous permettre de communiquer avec les circuits scientifiques internationaux et pour donner à la population valdôtaine une chance en plus pour s'ouvrir vers le monde, peut-être aussi contre la rouille dont parlait Roberto Nicco en citant Orsières. Je veux rappeler aussi, même s'il s'agit de son ennemi historique, le Chanoine Gérard, qui était bien un conservateur, qui n'avait point le cerveau rouillé. Ce discours s'introduit naturellement dans la polémique de l'époque.
Que pourrait prévoir le nouveau Statut dans le domaine de l'organisation scolaire, ce nouveau Statut que nous nous préparons à écrire et qui sera un Statut, comme il a déjà été expliqué, un Statut qui prévoit une organisation fédéraliste de l'Etat?
Notre nouvelle Constitution pourrait prendre en considération, comme dans le Haut-Adige, un état juridique régional pour les enseignants. Ce n'est qu'une idée, ce n'est qu'une proposition. L'on pourrait prévoir chez nous de primer la qualité en ligne avec la tendance du monde de l'emploi privé, nous pourrions donc nous donner des instruments pour payer davantage qui sait donné plus aux étudiants. Et pas nécessairement les dispositions nationales s'adaptent à notre territoire et on pourrait proposer des adaptations opportunes aux nécessités locales. Tous des arguments à mettre sur la table de discussion, en partageant la réflexion avec le monde de l'école, les organisations syndicales et toute la population valdôtaine. Cela pour l'organisation scolaire.
Je voudrais encore faire très rapidement deux réflexions avant de conclure.
La première sur la fonction et la position statutaire de la Région à propos de culture et de biens culturels. Sauvegarder une culture, si nous aspirons à une renaissance de notre Région, ne signifie pas seulement maintenir et sauvegarder les "marques" historiques du paysage, de la langue, des toponymes, des monuments, des us et coutumes, ce n'est pas seulement conserver les objets auxquels d'ailleurs je tiens tant, mais surtout signifie sauvegarder la capacité d'une culture à continuer à s'enrichir, à produire de nouveaux signes, en définitive à être vitale.
Il est donc indispensable de faire des choix culturels qui se rapportent à la situation sociale, à l'état réel de la culture traditionnelle, en évitant de mythiser - mais cela a déjà été dit - et surtout en évitant de resserrer la vue "intra montes", en acceptant en même temps de nous poser des problèmes au sein de la nouvelle dimension européenne et surtout d'une nouvelle conscience européenne, que nous devons apprendre à nous former. Cela d'ailleurs je le disais déjà l'année passée dans mon rapport à propos de la loi "52".
Dans la nouvelle rédaction de notre nouveau Statut il faudra donc tenir compte des rapports entre Etat italien et Vallée d'Aoste dans le domaine des biens culturels, pour rétablir la certitude d'interprétation dans ses contenus et dans sa terminologie, et en faisant notre possible pour conduire la matière dans les compétences primaires de notre pays d'Aoste, afin d'esquisser une action régionale claire, sur la base des contenus culturels qui répondent à notre histoire, à notre identité et à nos v?ux.
La seconde et dernière réflexion va dans la direction d'une réorganisation de l'Etat sur une base fédérale. Dans le rapport de notre commission il me semble parfois que nous n'avons pas eu le courage de voler très haut, il me semble que nous avons été parfois un peu mornes et sans fantaisie, sans ce quid et c'est quelque chose qui ne ferait pas défaut non plus au législateur. Ou je me trompe? Je ne sais pas, c'est possible que je me trompe! Je ne sais pas si Roberto Nicco voulait parler de cela quand il parlait de "gabbie giuridiche".
De toute façon parmi le très nombreux matériel qui nous a été mis à la disposition, je veux bien vous lire le texte d'une résolution qui m'a frappée sur les réformes institutionnelles approuvée à Trento le 4 février 1997 par les Présidents des Assemblées, des Conseils et des Gouvernements des Régions et des Provinces autonomes. La résolution dit:
"I Presidenti ribadiscono la natura pattizia e anche precostituzionale degli statuti speciali, che garantiscono le peculiarità, il carattere storico, etnico, linguistico, culturale, socioeconomico, geografico e insulare, nonché quelli derivanti da specifici accordi internazionali che, in considerazione di questi ultimi, riconoscono specificità di organizzazione territoriale diverse dalle attuali".
Ces concepts, même s'ils sont exprimés en italien, sont vraiment de la musique pour mes oreilles!
Président La parole au Conseiller Ottoz.
Ottoz (UV) Notre histoire, notre héritage politique, ethnique, linguistique et culturel et géographique, confient à ce Conseil, majorité et opposition, la mission de rédiger un nouveau Statut spécial d'autonomie, un véritable pacte de fédération entre la Vallée d'Aoste et l'Etat italien, tel qu'il est envisagé à notre idée dans la proposition constitutionnelle de M. Caveri.
Un pacte librement souscrit et qui pour l'être doit se fonder sur notre droit à l'autodétermination en raison de notre spécificité et de notre histoire.
Le fédéralisme ne peut exister qu'en présence d'un "foedus", d'un pacte souscrit entre sujets politiques libres de le souscrire; sans un pacte libre il n'y a pas de fédéralisme.
Cette liberté n'existe que chez un peuple souverain, tout le reste n'est que simple décentralisation - plus souvent fausse décentralisation, telle celle à laquelle nous assistons en ce moment en Italie - et qui n'a rien à voir avec le fédéralisme. Le fédéralisme est un choix et seul qui est libre et souverain peut choisir. Et ce pacte fédéral doit traduire notre spécificité dans le principe de spécialité et fixer le droit d'exception vers l'Italie, mais non seulement, surtout aujourd'hui plus nécessairement vers l'Europe, à laquelle nous demandons à haute voix cette garantie qui nous fut niée à Paris après la guerre.
Un droit d'exception autant plus important aujourd'hui, où un nouveau vent - ou une nouvelle bise, dirais-je mieux - centraliste souffle à Rome, et nous le percevons bien dans les déclarations de plusieurs membres du Gouvernement central lors des différentes conférences des Régions autonomes.
Aucune merveille donc que le séminariste Josip Vissarionovic Djugashvili, dit "tête de fer", et M. Slobodan Milosevic aient conçu un fédéralisme sans un "libre" pacte. Ce qui est drôle c'est que M. D'Alema soit encore de la même opinion, comme M. Nicco nous vient d'apprendre, lors que nous savions qu'il avait fait un grand chemin depuis, parce que sans foedus la subsidiarité - M. D'Alema dit: subsidiarité oui, mais foedus non - devrait agir dans les deux directions: elle signifie soit "ubi minor maior cessat", et c'est la subsidiarité d'Emile Chanoux que nous partageons, soit "ubi maior minor cessat" et c'est la subsidiarité que je pense le centraliste M. D'Alema envisage et que nous ne partageons pas du tout.
En même temps Bruxelles et Strasbourg, en subissant la poussée des intérêts des grandes concentrations industrielles et bancaires, piétinent les particularités des petites communautés de montagne telles que la nôtre. Les Pays Basques, la Catalogne, le Pays de Galles, l'Ecosse, les Wallons, les Flamands, la liste est longue, ont tout récemment obtenu de modifier leurs régimes, en force d'une spécialité qu'ils ont et qu'ils démontrent, leurs régimes politiques et gouvernementaux grâce à des fortes poussées populaires.
L'Europe en formation en ce moment bouleverse tous les schémas et offre de grandes opportunités de changement, mais il ne suffit plus de parler de spécialité, de spécificité, de droit d'exception, d'autonomie, de fédéralisme. Il ne suffit plus d'en parler seulement, il faut y croire et le moment est venu de lutter pour.
Un nouveau pacte donc avec Rome et avec Bruxelles, mais un nouveau pacte entre Valdôtains aussi, un pacte qui fixe et qui règle notre autonomie gouvernementale, qui fixe toutes nos compétences exclusives, celles que nous exerçons aujourd'hui et surtout toutes celles qu'un Etat fédéral doit nous reconnaître. Un pacte qui respecte les droits de l'homme et l'esprit des lois, donc le principe de séparation des pouvoirs, qui fixe les différents rapports et niveaux de gouvernement à l'intérieur de notre communauté, qui ne fasse enfin aucune confusion entre aspects administratifs et aspects politiques. Un pacte qui permette à la Vallée d'Aoste de ne subir plus à son intérieur l'expropriation de son rôle législatif de la part d'institutions atypiques non prévues par la Constitution, qui agissent hors du contrôle du Parlement, mais cependant aujourd'hui si populaires, telles que certaines agences, "authorities", garants de toute sorte. Un pacte enfin qui ne permette pas la dilution jusqu'à l'atomisation des sujets participant à un faux fédéralisme, tel que M. Amato l'a tout récemment proposé.
C'est pour nous la Région le sujet qui souscrit son pacte avec l'Etat italien et avec l'Europe. A son intérieur tout rapport doit revenir au libre choix démocratique des Valdôtains.
Mais l'autonomie politique ne peut trouver son fondement que dans une autonomie économique et financière. La répartition des impôts entre la Région et l'Etat, l'exploitation des eaux et la zone franche sont donc des thèmes primaires, qui devront faire l'objet de grande attention dans le nouveau Statut.
Aujourd'hui l'Etat italien contrôle notre liquidité d'une façon très stricte, il perçoit nos impôts aux échéances dues et il nous rend le 90 pour cent lorsque cela lui convient, nous tenant en conditions d'asphyxie. Il subit bien sûr à son tour des contraintes communautaires à cause de Maastricht et du pacte de stabilité, qu'il a dû souscrire à cause de l'énorme dette publique. Il utilise le mécanisme de la trésorerie unique de la même façon que, par exemple, une grande entreprise, la FIAT, avec ses petits fournisseurs; quand sa liquidité est insuffisante, il retarde les paiements.
Cela doit être renversé; nous devrions percevoir le 100 pour cent des impôts et transférer à Rome le 10 pour cent, même immédiatement à peine perçus. Cela dans le cadre de ce qu'on aime appeler le fédéralisme fiscal, nous apporterait bien évidemment des avantages et aussi des nouvelles responsabilités vers nos électeurs, parce qu'aujourd'hui Rome impose, Rome taxe, Rome vexe, Rome perçoit, Rome contrôle, Rome lutte contre l'évasion et après elle paie en retard enfin.
Nous reprenons les droits concernant nos eaux ces jours-ci; elles ne sont peut-être pas si intéressantes qu'elles étaient quand on nous les a enlevées à l'époque de la nationalisation de l'énergie électrique. On apprend que leur contribution aux coûts de production et donc aux prix du courant hydroélectrique est limitée aujourd'hui par rapport à un temps, à cause de l'obsolescence de quelques centrales, mais surtout à cause de la concurrence des producteurs qui utilisent les centrales nucléaires. Cela est probablement vrai, mais qu'elle serait la perte de l'Enel si l'eau lui venait coupée demain matin? Il s'agit là d'un paradoxe, mais un paradoxe suggestif quand même!
Sur la zone franche on a dit tout et le contraire de tout. Permettez-moi de vous lire une petite liste: Pays d'Andorre, Campione, Gex & Haute Savoie, Gorizia, Jersey et Guernesey, Jungholz & Mittenberg, l'Ile de Man, la Cité du Vatican, Monaco et Montecarlo, les départements français d'outremer, les Iles Canaries, Livigno, Madeira & Funchal, San Marino, Trieste. Il s'agit de zones franches qui sont actives de façon différente; pour quelques-unes il s'agit de situations pas toujours comparables, quelques-unes sont dans des Etats indépendants qui ne font pas partie de la communauté, j'ai choisi simplement celles qui sont des enclaves dans la communauté, sans bloc de douane physique, et donc qui engendrent le même problème pour la libre concurrence dans le Marché commun. Et cependant elles existent, il y en a même de toutes récentes.
Les experts nous disent que certaines hypothèses de zone franche seraient moins impossibles que d'autres. Alors on parle de zone franche intégrale, de zone franche d'entreprise, de zone franche par points francs, et cetera. Souvent évidemment les adjectifs, comme disait Nicola Bagnano à propos de la démocratie, ils ne font que nier le mot qu'ils voudraient illustrer, donc nous ne parlerons pas de République populaire ou République démocratique, ou République capitaliste; République c'est une chose, la liberté et la zone franche une autre.
On nous dit que la possibilité dépend aussi de l'ampleur, de la dimension de la zone franche, étant la dimension un des paramètres des possibilités d'endurance de la part de la communauté européenne, parce qu'elle définit le seuil de dérangement du libre marché. Alors la Gex et la Haute Savoie sont un cinquième de la Vallée d'Aoste.
Mais un autre paramètre est important, la position géographique, étant considérée plus acceptable une zone franche dans les régions de frontière. Et c'est dans cette optique que la frontière suisse, vu qu'il est fort peu probable aujourd'hui, beaucoup moins que dans le passé, que la Suisse entre à faire part de la Communauté européenne, nous donne quelques chances en plus, de pouvoir finalement arriver à sa réalisation.
Il nous faut réfléchir sur la zone franche comme instrument capable d'influencer lourdement le modèle de développement de notre région. Une zone franche d'entreprise ou par points francs favoriserait les grands sujets économiques, industries, banques, qui peuvent s'y installer.
La zone franche ainsi dite "intégrale" (peut-être plus difficile à atteindre, que sais-je?) porte des avantages à tous ceux qui vivent, travaillent, transitent, passent leurs vacances à l'intérieur du territoire franc. La zone franche d'entreprise et les points francs s'adaptent bien à une économie dirigée, industrielle, de production de biens, parce que c'est sur les biens qu'on paie de douane. La zone franche intégrale produit au contraire un essor distribué sur le territoire et elle réaliserait une vocation touristique de notre Vallée.
Le Saint-Père Jean Paul II dimanche à l'Angélus, à Introd, nous a parlé de tourisme, de bonne gestion de notre précieux territoire; il a oublié de parler des banques et des industries. Cela peut-être mérite quelques petites réflexions.
Je conclus avec un rappel. Ce n'est pas en demandant à des experts leur interprétation des lois que nous obtiendrons le respect de nos droits. Les experts interprètent les lois, les juges appliquent les lois, mais c'est la politique qui fait les lois, il s'agit donc pour nous d'une lutte politique. Trop souvent nous oublions l'article 14 de la loi constitutionnelle, qui est notre Statut: "Il territorio della Valle d'Aosta è posto fuori dalla linea doganale". Merci.
Président La parole au Conseiller Martin.
Martin (FA) Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi consiglieri, il dibattito odierno, centrato sulla relazione che la Commissione speciale per le riforme istituzionali ha predisposto in merito ad un progetto di riforma dello Statuto speciale della Valle d'Aosta deve essere l'occasione per una riflessione approfondita da parte di tutte le forze politiche, su un aspetto fondamentale per la vita di una comunità autonoma come quella valdostana.
Dispiace, e lo dico con profondo rammarico e con grande convinzione, che nella fase preliminare a questo dibattito e cioè durante i lavori di commissione, una parte importante di questo Consiglio abbia ritenuto di non apportare il suo contributo alla stesura della relazione che quest'oggi è in discussione in quest'aula. Ho avuto modo di sottolinearlo in altre occasioni e lo voglio ribadire quest'oggi in quest'aula.
Noi della Fédération siamo convinti che un argomento come quello della riforma dello Statuto valdostano non possa essere etichettato come un argomento di maggioranza o di opposizione, ma debba essere l'argomento della comunità valdostana e quindi dibattuto da tutti coloro che in quest'aula la rappresentano, e soprattutto da quelle forze che dell'autonomia fanno la loro bandiera e dall'autonomia traggono la loro denominazione.
Non ci pare giusto svilire un tema così importante con piccole "querelles" procedurali, e ci dispiace francamente di non essere riusciti con gli altri componenti della commissione a far capire alle forze di minoranza l'importanza del momento e l'utilità della loro presenza in commissione.
E proprio per superare questo momento di difficoltà fra maggioranza ed opposizione noi della Fédération riteniamo utile percorrere la strada indicata dal Presidente della Commissione speciale per una ridefinizione della stessa commissione, che possa rappresentare l'intero Consiglio e proseguire con maggiore serenità e con contributi diversificati, ma certamente importanti, il dibattito iniziato in quest'aula.
Un dibattito che oggi, anche a livello nazionale, è molto articolato e si protrae da più di quindici anni, senza per il momento approdare verso la presentazione di un progetto conclusivo per incapacità delle forze politiche di trovare i necessari punti di convergenza per riscrivere un testo snello e attuale della Costituzione del 1948. Infatti i documenti elaborati dalle varie Commissioni bicamerali succedutesi nel tempo - vedi le Commissioni Bozzi, De Mita, Jotti ed in ultimo quella D'Alema - sono dei documenti che seppure criticabili per molti aspetti, contengono idee e proposte che però si sono rivelate alla prova dei fatti di difficile concretizzazione, perché in Parlamento sono prevalse le logiche partitiche e politiche a scapito della necessità di riforme dello Stato italiano, motivo per cui tutto il grande discutere di riforme si è tradotto in un mero esercizio accademico da parte dei costituzionalisti presenti nei diversi schieramenti politici.
A fronte di questo clima stagnante, che non contribuisce certo, a mano a mano che passano gli anni, ad effettuare quella tanto necessaria iniezione di credibilità ad un sistema politico unanimemente riconosciuto come obsoleto, riteniamo estremamente positivo il fatto che la nostra regione, all'indomani della consultazione elettorale del 30 maggio 1998, abbia deciso di mettere ad uno dei primi punti dell'agenda dei lavori del Consiglio regionale l'elaborazione di un progetto di nuovo Statuto di autonomia, che dovrebbe sostituire, una volta terminate le procedure, l'attuale Statuto votato dall'Assemblea costituente nel lontano 1947.
La relazione preliminare, portata oggi alla nostra attenzione, che è il frutto e la sintesi della prima fase del lavoro svolto dalla Commissione per le riforme istituzionali, istituita appunto nel mese di luglio 1998, rappresenta una prima e significativa tappa di quel lungo processo di riforma dei contenuti del nostro ordinamento autonomistico, che dovrebbe costituire l'aspetto più qualificante di questa XI legislatura, non a caso definita nell'elaborazione delle linee programmatiche del quinquennio "Legislatura costituente".
È una relazione che presenta nella sua ampia articolazione un buon punto di partenza per gettare le basi per un'innovativa riscrittura dello Statuto.
È una relazione sostanzialmente condivisibile in tutti i suoi punti, alcuni dei quali non sono stati affrontati in profondità ma direi quasi solamente enunciati, per poter essere meglio dibattuti quest'oggi e per poter dare la possibilità a tutti i Consiglieri di portare il proprio contributo in un clima di sereno confronto.
È condivisibile il richiamo alla necessità di recuperare una serie di elementi che erano stati oggetti di dibattito nel quinquennio 1943-1948 e che in quel contesto nazionale ed internazionale non avevano potuto trovare adeguata espressione, per cui ci fu il ripiego verso la soluzione adottata dall'Assemblea costituente che, pur con tutti i suoi limiti, ha permesso un ordinato sviluppo delle nostre istituzioni in questo primo cinquantennio di vita politica e amministrativa, con conseguente e importante crescita morale e civile della comunità valdostana nella sua interezza.
Oggi, in un clima politico diverso, caratterizzato dal maturarsi progressivo nel corso di questi ultimi anni di una mentalità politica molto più aperta all'idea di decentramento, è opportuno, come ha fatto la commissione, ripescare gli aspetti più innovativi e qualificanti ed i documenti prodotti nel sopracitato quinquennio, documenti come la Dichiarazione di Chivasso delle popolazioni alpine del 19 dicembre 1943, i cui lavori preparatori, come ricorda il prof. Giorgio Peyronel, uno dei partecipanti alla riunione, formano un "corpus" dottrinale di grande interesse per cogliere la prospettiva politica che lo stesso Peyronel riassume efficacemente, affermando che "le autonomie locali e soprattutto quelle delle minoranze etnico-linguistiche non saranno possibili, se non nel quadro di un'Europa federale, la quale a sua volta non sarà realizzabile se non attraverso un radicale decentramento degli Stati nazionali" e concludendo che "il movimento delle autonomie locali e quello federalistico sono perciò interdipendenti e complementari".
Questo commento è di bruciante attualità anche oggi, più di mezzo secolo dopo, essendo stato steso nel 1944 quando era soltanto in fase embrionale l'idea che ha preso corpo nei primi anni del dopoguerra, di un'Europa su basi federali, per impulso dell'azione di europeisti convinti quali Jean Monnet, Robert Schuman, Altiero Spinelli ed altri, e che non è attuata nemmeno oggi, anche dopo l'introduzione della moneta unica, perdurando forti contrasti all'interno dei singoli Stati d'Europa tra i fautori della creazione di un modello d'Europa federale e coloro che invece vogliono mantenere fermo il principio della sovranità nazionale, dimostrando così sostanziale incapacità a superare il concetto di Stato nazionale modellatosi a fine '800.
Lo stesso trattato di Maastricht, che è l'ossatura dell'Unione, ha intonazioni federaliste per quanto concerne l'unione monetaria, ma è poco federalista in altre materie.
La Dichiarazione di Chivasso è dunque un documento proiettato nel tempo, che rappresenta un forte segnale da parte di una regione alpina, da sempre cultrice dell'idea federalista europea, la cui attualità oggi appare non scalfita, ma anzi rafforzata a mano a mano che prende corpo, fra molteplici difficoltà, l'idea di Stati uniti d'Europa.
Non meno pregnanti sono i contenuti di altri documenti susseguitisi in quegli anni, fra i quali il progetto di Monsignor Stévenin, che percorre in modo coerente il principio di sussidiarietà che è oggi fra i principi ispiratori del processo d'integrazione europea; così come il progetto varato dal Consiglio Valle, che merita ancora menzione, mezzo secolo dopo, in quanto frutto di una visione prettamente autonomista e al tempo stesso autenticamente federalista dell'assetto globale dell'ordinamento delle Regioni in Italia.
Proposte queste, come sopra ricordato, non applicate, per cui è quanto mai utile ripescarle oggi nel momento in cui ci apprestiamo ad elaborare un nuovo progetto di Statuto, che deve significare un forte passo in avanti nella direzione della costruzione di un armonico sistema di autonomia, nel contesto di un'Europa autenticamente federale.
Da anni, in sintonia con quanto avviene nel resto del Paese, è ormai avvertita anche in Valle la necessità di procedere a sostanziali modifiche allo Statuto speciale, riconosciutoci come è noto con legge costituzionale del 1948. Uno Statuto, dunque, che alla pari della Costituzione della Repubblica italiana, ha più di mezzo secolo di vita; è quindi normale che necessiti di modifiche, anche perché le condizioni attuali sono diverse da quelle di ieri.
Profondi cambiamenti sono avvenuti in tanti settori, per cui anche il più perfetto ed equilibrato sistema costituzionale necessita di ritocchi e di adeguamenti che non significano stravolgimenti, perché sostanzialmente il nostro istituzionale impianto ha dimostrato di funzionare.
Nei paesi più evoluti dal punto di vista della democrazia, impianti costituzionali costituiti nel corso degli anni non sono riusciti a reggere per più di un determinato periodo ed hanno pertanto richiesto cambiamenti in certi casi anche radicali, come è successo in Francia, ove la Costituzione tutt'oggi vigente ha segnato una profonda rottura per la qualità delle innovazioni in essa presenti rispetto alle precedenti, susseguitesi dal 1870 al 1958. Infatti la Costituzione francese vigente, ritenuta a giusta ragione uno strumento che ha garantito stabilità al paese, oggi, a giudizio di molti costituzionalisti e delle stesse forze politiche necessita di aggiustamenti anche significativi, nonostante la stessa sia in vigore da poco più di 40 anni.
Un'esigenza dunque generale, avvertita anche in Valle nel corso degli ultimi anni e di cui si è fatto portavoce il Consiglio regionale sin dai primi anni '90, allorquando fu creata una commissione presieduta dall'attuale Presidente del Consiglio Louvin, che ha presentato una significativa relazione sullo stato dell'autonomia.
Lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi - lo ricordava prima il Presidente Nicco - nel suo discorso di insediamento pronunciato nel maggio scorso si è fatto interprete dell'esigenza di una revisione dei meccanismi istituzionali, quando ha detto testualmente:
"Nel mio giuramento che è prima di tutto impegno solenne ed incondizionato di osservare il dettato della Costituzione, c'è anche la consapevolezza dell'esigenza di un naturale sviluppo ed aggiornamento costituzionale. Vi è una costituzione europea che con i principi democratici generali della tutela dei diritti fondamentali nelle fonti del diritto fa già corpo unico con la Costituzione del 1948." Ed ha aggiunto ancora:
"Molto ci resta da fare, per portare il nostro sistema politico alla modernità costituzionale europea in numerosi suoi lineamenti:
- nelle procedure elettorali che devono costituire l'equilibrio fra la primaria esigenza di esprimere un governo di legislatura e la rappresentatività politica del Paese;
- nella forma di governo e nei modelli di pubblica amministrazione che devono garantire requisiti europei di stabilità, di trasparenza, di efficacia e di efficienza;
- nell'organizzazione della politica, in cui i partiti si confermino in forme moderne strumenti indispensabili per esprimere la volontà dei cittadini e far corrispondere l'agire politico al sentire comune".
Concetti quelli espressi dal Presidente della Repubblica certamente condivisibili. Un impegno quello di Ciampi che è garanzia per l'avvio finalmente di un serio processo riformatore delle istituzioni. La speranza è che il Parlamento, che ha dimostrato di accogliere positivamente il messaggio del Presidente, sappia mettersi concretamente al lavoro per concretizzare un serio processo riformatore delle istituzioni.
Una delle ragioni di fondo che postulano la necessità di una revisione del nostro ordinamento statutario risiede innanzitutto nel fattore Europa. Gli ultimi 50 anni sono stati costellati infatti da un progressivo seppure lento cammino verso la costruzione dell'Unione europea, che con il traguardo raggiunto il 1° gennaio 1999 dell'introduzione della moneta unica, ha fatto un grande salto di qualità, anche se molto resta ancora da fare per raggiungere dopo l'unione monetaria anche quella politica.
Comunque il cammino tracciato è ormai irreversibile e nei prossimi anni dovrà essere ridisegnata la nuova architettura dell'istituzione europea, compito questo che spetterà al Parlamento europeo uscito dalla consultazione popolare del 13 giugno ultimo scorso. Una legislatura europea, quella apertasi il 13 giugno, che può essere definita senz'altro "costituente", perché chiamata ad effettuare scelte determinanti circa il futuro dell'Unione stessa. Insomma un Parlamento chiamato a decidere su quale modello d'Europa costruire, per andare oltre il pur storico raggiungimento dell'obiettivo di una moneta unica, di per sé ragguardevole, ma non sufficiente.
E le Regioni, soprattutto quelle ad autonomia speciale, devono essere in prima fila nel sostenere questo lungo ma necessario processo di costruzione di un modello europeo, la cui architrave deve essere il sistema delle autonomie nel suo complesso.
Nelle indicazioni programmatiche contenute nella lista "Federalismo in Europa" si erano giustamente indicate le seguenti priorità:
- l'integrazione del sistema di autonomia della Valle d'Aosta e del suo Statuto speciale nella nuova politica dell'Unione europea;
- una reale applicazione del principio di sussidiarietà finalizzato a rafforzare il sistema di autogoverno della Valle d'Aosta;
- l'elaborazione di una costituzione europea che definisca il funzionamento a diversi livelli delle istituzioni democratiche dando pieno riconoscimento a quei popoli di piccole dimensioni, attraverso la tutela delle minoranze linguistiche, nella piena valorizzazione del principio della comune "nazionalità europea";
- l'ottenimento di una garanzia europea dei diritti di tutte le minoranze nazionali in Europa.
Obiettivi ambiziosi, che sarà più difficile oggi conseguire a causa della mancanza di un rappresentante della Valle d'Aosta nel consesso europeo. Grave mancanza questa, che dovrà essere sanata con l'inserimento nel nuovo Statuto di una norma che tuteli la Valle d'Aosta con un parlamentare europeo così come avviene per il Parlamento italiano.
Il nuovo Statuto in fase di elaborazione dovrà essere scritto, alla luce di quanto sopra, in un'ottica non più nazionale ma sovranazionale e cioè europea.
L'affermarsi preponderante del nuovo scenario europeo è una delle ragioni fondamentali che sostengono la necessità della revisione dello Statuto del 1948. Uno Statuto frutto del pensare in termini europei che si è ormai profondamente radicato nella coscienza della comunità valdostana.
Lo Statuto in ottica europea che andremo a riscrivere dovrà essere di chiara impronta federalista, semplice ma completo, così come era nei progetti di Chanoux l'amministrazione che doveva nascere dopo la guerra: con poche leggi ma ben fatte; uno Statuto che rivendichi in modo forte e chiaro il principio della proprietà di tutte le acque pubbliche alla Regione Valle d'Aosta, così come è necessario rivedere il sistema di riparto di tutte le tasse ed imposte versate in Valle d'Aosta; non più un versamento allo Stato e un ritorno successivo alla Regione, bensì un introito diretto della Regione e un successivo ristorno a favore dello Stato per coprire le spese inerenti i servizi di sua competenza.
E così pure dovrà essere garantita alla Regione una copertura finanziaria per tutte quelle competenze che d'ora innanzi le verranno delegate.
Solo così potremo essere certi della nostra autonomia finanziaria che, parafrasando Chanoux, significa anche autonomia politica. Così come sarà necessario cogliere l'occasione della riscrittura dello Statuto per definire la questione della zona franca: se e come, ossia la richiesta - o meno - di quanto previsto all'articolo 14 dell'attuale Statuto e che tipo di zona franca.
A proposito degli organi della Regione, dovrà essere ribadita con forza la competenza del Consiglio regionale, così come avviene oggi con l'articolo 16 dello Statuto nel regolamentare l'elezione dello stesso Consiglio con una propria legge elettorale, per vanificare quei progetti che in tal senso stanno avanzando a livello centrale.
Lo Statuto che andremo a riscrivere dovrà riconoscere ed accettare come valore fondante del diritto all'autonomia e all'autogoverno la storia passata e recente di quegli uomini ed istituti, che hanno consentito alla Valle d'Aosta di esistere come realtà a sé stante, che oggi si presenta come entità bilingue e multietnica in una sola comunità di eguali. Una concezione dinamica dunque del nostro particolarismo e della nostra identità, che vogliamo difendere sulla scia degli insegnamenti dei padri fondatori dell'autonomia.
Identità, parola questa a volte carica di ambiguità ma ricca di significati. L'importante è certamente - a nostro parere - di averla e soprattutto di saperla usare. Una forte identità infatti deve essere sempre aperta, perché non teme il confronto e l'apertura verso gli altri, deve aprirsi al mondo perché non lo teme e deve conoscere perché sa di non perdersi, ma anzi di arricchirsi conoscendolo, in quanto se le nostre radici sono forti, cosa di cui non dubitiamo, non si deve aver paura di aprirsi e di confrontarsi.
L'identità dei Valdostani, se è durata millenni ed ha saputo sopravvivere a momenti difficili, vuol dire che è costruita su basi di grande solidità. L'essere riusciti a conservarla nei secoli passati, quando erano predominanti a tutti i livelli i nazionalismi, deve essere di più forte incentivo per riaffermarla oggi nel momento in cui c'è un significativo impulso della nostra società alla sovranazionalità.
Questo è l'appuntamento "storico" che le regioni, che la nostra Regione non deve mancare e questo storico appuntamento richiede l'avvio di un concreto processo di adeguamento istituzionale.
Noi della Fédération abbiamo cercato, con umiltà ma con convinzione, di dare il nostro contributo ai lavori della Commissione speciale, abbiamo cercato con le stesse intenzioni di partecipare al dibattito odierno, siamo pronti a proseguire con lo stesso intendimento alla seconda e più impegnativa fase dei lavori di questa commissione e vorremmo poter vedere partecipare a questo importante appuntamento l'intero Consiglio regionale.
Président En discussion générale qui demande la parole?
La parole au Conseiller Martin pour motion d'ordre.
Martin (FA) Se non ci sono più interventi, prima di chiudere la discussione generale penso ci sia la necessità di presentare un documento e credo che questo debba essere presentato prima della chiusura della discussione generale.
Se non ci sono più interventi, a nome delle forze di maggioranza chiedo un minuto di sospensione.
Président La séance est suspendue pendant dix minutes.
Si dà atto che la seduta è sospesa dalle ore 11,37 alle ore 12,51.
Président Nous reprenons les travaux du Conseil.
Un document a été élaboré par les forces de la majorité et il sera présenté tout à l'heure, par conséquent nous attendons d'avoir le texte afin de pouvoir le distribuer aux collègues et d'en faire une illustration au Conseil.
La parole au Conseiller Fiou.
Fiou (GV-DS-PSE) Adesso arriverà una risoluzione che mi permetterò d'illustrare un attimo, però ritengo che ci sia l'esigenza di riprendere il dibattito generale oggi pomeriggio per permettere a chi non è ancora intervenuto di farlo, tenendo conto che finora gli interventi sono stati dei soli membri di commissione. Penso che ci sia l'esigenza di prolungare il dibattito nel primo pomeriggio.
Président Sur la proposition du Conseiller Fiou? Les Autonomistes favorables au report, l'Union Valdôtaine?
La parole au Conseiller Fiou.
Fiou (GV-DS-PSE) Intendo a nome della maggioranza presentare questa risoluzione che ha lo scopo di valorizzare quello che è stato il lavoro della Commissione speciale, che fin qui ha svolto. Era il compito di una fase intermedia che il mandato del Consiglio aveva dato alla commissione stessa.
Il significato interessante della risoluzione è quello di demandare alla commissione dei capigruppo di verificare se ci sono le condizioni politiche per reintegrare tutte le forze politiche presenti in Consiglio in seno alla commissione stessa, in modo da dare un respiro diverso al dibattito su un tema così importante nella prosecuzione dei lavori della commissione.
Presidente Stiamo aspettando, collega Beneforti, che venga distribuito il testo. Se sospendo la seduta prima che sia distribuito, ho la certezza che non possa essere messo a mani di tutti i consiglieri prima della pausa del pranzo. La prego di pazientare ancora qualche secondo.
La proposition que je formule, sur la base de l'indication du Conseiller Fiou, est celle de reprendre nos travaux à 15 heures au lieu qu'à 16 heures, étant donné que nous avons un programme très chargé. Je demande si cela rencontre l'objection de quelques collègues. La mezz'ora non è che risolva molto… 15 e 30?
S'il n'y a point de requêtes d'intervention sur la résolution qui a été distribuée avant la suspension des travaux, les travaux sont suspendus et reprendront à 15 heures 30.
La séance est levée.
