Oggetto del Consiglio n. 179 del 28 gennaio 2026 - Resoconto
OBJECT N° 179/XVII - Communications du Président du Conseil.
Aggravi (Presidente) -Alla presenza di 34 colleghe e colleghi possiamo iniziare l'adunanza del 28 e del 29 gennaio.
In apertura di questa adunanza, desidero esprimere il cordoglio dell'Assemblea per la scomparsa di Domenico Parisi, già Consigliere regionale nella X Legislatura, dal 1993 al 1998.
Eletto nelle liste del Partito Socialista Italiano, fu tra i fondatori del gruppo Autonomisti-Autonomistes sul finire della legislatura. Nel corso del suo mandato ricoprì l'incarico di Presidente della Commissione "Assetto del territorio" e di Capogruppo.
Ha dedicato un lungo impegno anche all'amministrazione del Comune di Aosta, interpretando sempre la politica come un servizio alla comunità.
A nome del Consiglio regionale, porgo le più sentite condoglianze alla sua famiglia.
Chiedo ora ai colleghi se vogliano intervenire.
La parola al collega Viérin Marco.
Viérin M. (CA) -Desidero brevemente rendere omaggio alla memoria di Domenico Parisi, con il quale ho avuto la possibilità di condividere una fase significativa della politica valdostana, caratterizzata, come ha ben detto lei, da cambiamenti importanti e dalla costituzione del gruppo Autonomisti-Autonomistes.
Ricordo il suo sorriso per tutti, le sue battute scherzose, ma soprattutto il suo impegno costante nell'affrontare i problemi concreti della Valle d'Aosta, con attenzione all'economia, all'ambiente e al lavoro, sempre con spirito di lealtà e senso delle istituzioni.
La sua scelta di responsabilità e la sua visione concreta della politica restano un esempio per tutti noi e contribuiscono a definire una stagione della nostra regione in cui l'autonomia e l'attenzione alla comunità erano valori condivisi e vivi.
Alla famiglia, e in particolare alla moglie Emma e ai figli Antonella e Fabio, e a quanti gli sono stati vicini, soprattutto in questi delicati momenti, va il nostro cordoglio e il riconoscimento per il contributo che Domenico Parisi ha dato al nostro territorio e alle nostre istituzioni.
Presidente -Ha chiesto la parola il collega Marquis.
Marquis (FI) -Anche io, a nome personale e a nome del gruppo di Forza Italia, vorrei esprimere parole di cordoglio verso la scomparsa di Domenico Parisi, all'età di 88 anni.
Dipendente regionale, con la passione della politica, ha dato un importante contributo, prima al Comune di Aosta nella qualità di Assessore comunale, poi nella sua esperienza di Consigliere regionale, come è stato ricordato poc'anzi, nella decima legislatura, dal 1993 al 1998.
Vogliamo esprimere il cordoglio alla famiglia, alla moglie Emma, ai figli Fabio e Antonello, nostro compagno di partito.
Presidente -Se non ci sono altri interventi, invito l'Aula a osservare un minuto di raccoglimento in sua memoria.
L'Aula osserva un minuto di silenzio.
Presidente -Ieri, martedì 27 gennaio, ricorreva il Giorno della Memoria, istituito dal Parlamento italiano con la legge n. 211 del 2000, in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.
Il Consiglio Valle, per questa commemorazione, ha voluto ricordare un alpino valdostano, Giulio Giunta, deportato nei campi di prigionia tedeschi. Attraverso un video, la nipote Arianna Riccio ha raccontato la sua storia e il suo ritorno alla libertà.
Lo abbiamo fatto perché ricordare non significa ripetere un rito, ma condividere storie reali, capaci di avvicinare il passato e di trasmettere ai più giovani i valori della libertà e della responsabilità.
Chiedo ai colleghi se qualcuno vuole intervenire sul punto. La parola alla collega Minelli.
Minelli (AVS) -Il 27 gennaio è per me un giorno che richiede sobrietà e rigore, non è una ricorrenza simbolica come altre, riguarda le fondamenta morali dell'Europa e della nostra democrazia. Per questo io credo che vada sottratto tanto alla ritualità quanto all'uso improprio delle parole.
La mia formazione politica affonda le radici nell'opposizione al nazifascismo. La memoria della Shoah non è mai stata per me un atto formale, ma un riferimento essenziale. Ricordare significa assumersi una responsabilità storica, interrogare il presente alla luce di ciò che sappiamo essere accaduto e non limitarsi ad evocare il passato.
Oggi parlare di antisemitismo richiede particolare attenzione, è un fenomeno reale, persistente, esiste, non va né negato né relativizzato, ma è anche una parola che rischia di essere svuotata del suo significato quando viene piegata a logiche di contrapposizione politica, trasformata in uno strumento che chiude il confronto invece di aprirlo.
Difendere la memoria della Shoah significa anche difenderla da ogni banalizzazione e da ogni uso strumentale. Allo stesso tempo non possiamo ignorare ciò che è accaduto e sta accadendo anche a Gaza: la distruzione sistematica, l'altissimo numero di vittime civili, l'annientamento delle condizioni di vita di un intero popolo e la sospensione protratta del diritto umanitario internazionale pongono interrogativi che, a mio avviso, non possono essere elusi.
Esistono degli elementi che io ritengo sufficienti per parlare di un rischio concreto, se non già di una realtà, di un nuovo genocidio.
So che questa parola è pesante, l'ho già detto in quest'aula in occasione di altre discussioni, e lo è pesante perché viene dalla storia europea, perché è inseparabile dalla Shoah, perché porta con sé una responsabilità enorme, proprio per questo non può essere rimossa dal nostro vocabolario quando i fatti ci obbligano a interrogarci sul suo significato nel presente; nominarla non significa stabilire equivalenze, né cancellare delle differenze storiche, significa riconoscere dei segnali che la memoria ci ha insegnato a non ignorare, che oggi ritornano e che ci fanno tremare.
Ricordare la Shoah non implica la sospensione del pensiero critico, né l'accettazione di violenze giustificate nel nome della storia e della sicurezza; al contrario, una memoria autentica rifiuta ogni gerarchia del dolore e ogni idea che esistano delle vite sacrificabili.
Il 27 gennaio dovrebbe essere e restare anche nelle istituzioni un giorno di vigilanza sul linguaggio, sulle semplificazioni, sulle disumanizzazioni progressive, non un giorno per certificare delle appartenenze politiche, ma per misurare la distanza sempre più fragile tra civiltà e barbarie.
Presidente -Ha chiesto la parola la collega Forcellati, ne ha facoltà.
Forcellati (PD-FP) -Innanzitutto voglio ringraziare l'Ufficio di Presidenza per l'iniziativa del filmato che io ho apprezzato molto, forse perché ho condiviso un pezzo di strada con il nonno, i nipoti, la figlia e quindi grazie davvero per quest'iniziativa.
Celebrare il Giorno della Memoria in quest'aula è un atto che ci impone di andare oltre la commemorazione rituale per interrogarci sul senso profondo di esseri umani.
Quest'anno vorrei farlo attraverso le pagine di un libro, "Se solo il mio cuore fosse pietra", che racconta il difficile ritorno alla vita dei piccoli reduci dai campi, accolti nella Villa di Lingfield da Alice Goldberger che, con l'aiuto e il sostegno di Anna Freud, ha cercato di riportare alla vita bambini e bambine che avevano visto e subìto i peggiori orrori che un essere umano possa concepire.
Questo testo non ci parla solo dell'orrore, ma ci racconta il dopo, il ritorno alla vita di 25 bambini sopravvissuti ai campi di sterminio, accolti in una dimora inglese da una donna straordinaria.
Mi ha colpito profondamente il titolo, il desiderio di avere un cuore di pietra per non sentire il dolore, per non ricordare l'assenza delle madri, per non soccombere al trauma di una fiducia tradita dal mondo degli adulti.
Questi bambini avevano dimenticato come si gioca, come si sorride, alcuni non conoscevano neanche il proprio nome, cancellato da un numero tatuato o dal terrore.
Il libro ci insegna che la guarigione non è un percorso automatico, ma possibile. Ricordare il trauma è un percorso faticosissimo e molte persone deportate e che sono rientrate dai campi di concentramento per anni, come la nostra Ida Desandré, non hanno voluto e potuto raccontare, perché raccontare significava far riemergere i fantasmi spaventosi che animavano le notti di coloro che si erano salvati, richiede pazienza, ascolto, e soprattutto una comunità educante e curante, capace di farsi carico delle ferite invisibili.
Alice e le sue collaboratrici non offrirono solo cibo e riparo, ma restituirono a quei piccoli la loro identità e il diritto di sentire di nuovo.
Le istituzioni hanno il dovere di essere quel luogo sicuro dove la fragilità non è una colpa ma una responsabilità collettiva.
Oggi, mentre la cronaca ci restituisce immagini d'infanzie ancora violate dai conflitti e dall'indifferenza, ricordare la Shoah attraverso gli occhi di quei bambini di Lingfield significa ribadire un impegno politico solenne, lottare contro ogni forma di disumanizzazione, contrastare l'indifferenza che permette al male di radicarsi, garantire che nessun bambino debba più augurarsi di avere un cuore di pietra per sopravvivere alla realtà che noi adulti stiamo costruendo.
La memoria non è un archivio del passato, ma un cantiere aperto, non possiamo piangere i morti del passato se non riusciamo a salvare i vivi del presente e il compito di ognuno di noi è fare il possibile per salvarli.
Termino con le parole della senatrice a vita Liliana Segre che dice: "Il giorno della memoria non è per gli Ebrei, ma serve per ricordare la nostra storia, quello che fecero l'Italia fascista di allora e la Germania nazista, e per fare in modo che quegli orrori non accadano mai più.
Presidente -Ha chiesto la parola la collega Trione, ne ha facoltà.
Trione (CA) -Nel giorno della memoria non siamo chiamati soltanto a ricordare un evento storico, ma siamo chiamati ad assumerci una responsabilità civile e morale.
La Shoah non appartiene solo al passato, è una ferita che interroga al presente e soprattutto il futuro delle nostre comunità.
Ricordare significa impedire che l'indifferenza, l'odio, la violenza e la disumanizzazione trovino spazio nelle nostre società e significa impegnarsi per evitare che anche ogni piccola avvisaglia prenda corpo, ma la memoria, se resta un rito formale, rischia di indebolirsi.
Per questo il suo valore più profondo si realizza quando diventa educazione, quando si traduce in strumenti di comprensione per le giovani generazioni, di nuovo approfondimento e in alcuni casi, ahimè, scoperta per le vecchie generazioni, per quelli che chiamiamo adulti.
È vero che i giovani di oggi non hanno testimoni diretti di quell'orrore, ne sono rimasti pochissimi, non possono affidarsi al racconto di chi c'era, ma alla qualità di ciò che noi scegliamo di trasmettere loro.
È nostro compito fare in modo che la memoria non sia percepita come qualcosa di lontano, astratto o, peggio ancora, come una brutta favola, bensì come una chiave per leggere il presente, per riconoscere i segnali dell'intolleranza, del razzismo, della discriminazione prima che diventino sistema.
Educare alla memoria significa educare al rispetto della dignità umana, al valore delle differenze, alla responsabilità delle scelte individuali.
Significa insegnare che le grandi tragedie della storia non nascono all'improvviso, ma crescono nel silenzio, nella normalizzazione dell'odio, nella rinuncia a pensare criticamente.
Come istituzione, abbiamo il dovere di sostenere la scuola, le associazioni, i luoghi della cultura affinché il Giorno della Memoria non sia un momento isolato, ma parte di un percorso continuo di formazione civica e democratica.
Investire nella memoria è investire in cittadini consapevoli, capaci di difendere la libertà, la giustizia e la pace. Ricordare oggi è un atto di responsabilità verso i giovani e, in generale, verso la nostra società, è dire loro che il passato non si può cambiare, ma il presente e il futuro sì, e questo dipende anche dalla capacità di non dimenticare e di impedire che certi orrori possano realizzarsi ancora.
Presidente -La parola al collega Marquis.
Marquis (FI) -Colleghi Consiglieri, ieri, 27 gennaio, è stata celebrata la Giornata della Memoria, un momento che ci chiama non solo al ricordo ma alla responsabilità. Non è questa una ricorrenza come le altre, è una data che ci impone di fermarci, riflettere e interrogarci sul passato, per difendere il nostro presente e il nostro futuro, anche alla luce di episodi di violenza sempre più frequenti in un numero crescente di realtà del pianeta.
Ricordiamo la Shoah, lo sterminio di sei milioni di Ebrei insieme ai Rom, oppositori politici, persone con disabilità, omosessuali, minoranze religiose, un orrore pianificato, reso possibile da un'ideologia totalitaria che ha negato la dignità umana della persona, trasformando la diversità in una colpa.
La memoria non è solo dovere morale verso le vittime, è un fondamento della nostra democrazia. Le libertà di cui noi oggi godiamo, la libertà di pensiero, di parola, di fede, non sono per niente scontate. Le libertà sono nate anche dalle macerie di quella tragedia, dalla consapevolezza che lo Stato, quando smette di tutelare la persona, può diventare anche uno strumento di oppressione.
Come Forza Italia, forza politica che affonda le proprie radici nei valori del Liberalismo, dell'Atlantismo e dell'Europeismo, sentiamo forte il dovere di ribadire che ogni forma di antisemitismo, razzismo e odio ideologico va contrastata senza ambiguità, non esistono giustificazioni culturali, politiche o storiche per chi nega, minimizza o relativizza ciò che è accaduto nel passato.
La memoria però non deve essere retorica, deve tradursi in un impegno concreto soprattutto verso le nuove generazioni. I testimoni diretti, ahimè, stanno scomparendo e proprio per questo cresce la nostra responsabilità di trasmettere la verità storica, sostenere la scuola, la cultura e il dialogo.
Viviamo sicuramente tempi complessi, in cui tornano linguaggi violenti, semplificazioni pericolose, tentazioni autoritarie. La lezione della Shoah ci insegna che tutto inizia con parole che dividono, con l'indifferenza, con il voltarsi dall'altra parte, ecco perché la memoria riguarda tutti noi oggi.
Quest'anno si celebrano gli 80 anni della Repubblica, questo è stato un evento decisivo della nostra storia e , così come ha ricordato ieri il Presidente della Repubblica, è dalla riflessione di quegli orrori che erano stati vissuti in quel periodo, tra il '42 e il '45, che si è avviato un percorso che ha portato alla fondazione di una nuova forma di società italiana, che ha dato luogo a una nuova forma di sovranità: si è passati dalla monarchia alla Repubblica, con il referendum del 2 e 3 giugno del 1946, in cui hanno dato in quell'occasione un contributo significativo per la prima volta le donne che hanno potuto esercitare il diritto del voto.
Ricordare oggi quei momenti significa difendere lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, il rispetto reciproco. Significa affermare che nessuna maggioranza può calpestare i diritti delle minoranze, che nessuna ideologia può valere più della vita umana, più della persona.
Concludo con un pensiero semplice ma essenziale: la memoria non serve a guardare indietro con paura, ma avanti con grande senso di responsabilità. Sta a noi fare in modo che il "Mai più" non resti uno slogan, ma diventi una scelta quotidiana nelle parole e nelle azioni che poniamo in essere.
Presidente -Ha chiesto la parola il collega Guichardaz, ne ha facoltà.
Guichardaz (PD-FP) -Il 27 gennaio non è una data simbolica in senso generico, la Repubblica italiana, con la legge 211 del 2000, approvata all'unanimità dal Parlamento, ha voluto istituire il Giorno della Memoria con un obiettivo preciso: ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, la deportazione, la prigionia e la morte nei campi, ma anche ricordare coloro che, a rischio della propria vita, si opposero al progetto di sterminio e salvarono altri esseri umani.
È una legge importante non solo per ciò che ricorda, ma per come concepisce la memoria: non riduce la memoria a una semplice commemorazione formale, ma affida alle istituzioni, alle scuole in particolare, il compito di promuovere cerimonie, incontri, momenti di narrazione condivisa, in altre parole la trasforma in un esercizio pubblico di consapevolezza civile.
Questo è il punto decisivo: la memoria, se la prendiamo sul serio, non è un oggetto da celebrare una volta all'anno, ma è proprio un criterio, serve a misurare la qualità della nostra democrazia, la nostra capacità di riconoscere i segnali di disumanizzazione, il nostro rapporto con l'idea stessa di dignità umana.
La Shoah non è stata, colleghi, un evento improvviso, è stata l'esito di un processo lungo, fatto di parole che diventano categorie, categorie che diventano leggi e leggi che diventano persecuzione. La legge ci invita proprio a ricordare questo percorso, non solo l'esito finale.
In Valle d'Aosta questa riflessione non è astratta, anche la nostra terra, la nostra regione, è stata attraversata da quella storia: ci sono stati rastrellamenti e arresti, detenzioni, deportazione, ma anche gesti di solidarietà, di protezione, di coraggio civile e i cippi, le lapidi, i monumenti disseminati nelle nostre vallate non sono segni retorici, sono la traccia concreta di una storia che ha riguardato famiglie, comunità, persone reali, persone vere.
Un dato spesso poco conosciuto è che durante la guerra numerosi Ebrei furono internati anche nella provincia di Aosta e che con l'occupazione tedesca si aprì per molti di loro la fase più pericolosa: la clandestinità, gli arresti, i trasferimenti verso i campi di concentramento.
Anche qui, quindi, la persecuzione non fu un concetto astratto, ma una realtà concreta, e questa persecuzione non fu soltanto il frutto dell'occupazione nazista, ma si innestò su responsabilità italiane ben precise, sulle leggi razziali del 1938, sull'apparato repressivo del regime fascista, su una macchina amministrativa e poliziesca che collaborò attivamente alla cattura e alla consegna dei perseguitati, ma la legge ci chiede anche di ricordare chi scelse di non voltarsi dall'altra parte, come dicevo prima.
Anche nella nostra regione esistono storie di Valdostani che hanno aiutato, protetto, nascosto i perseguitati, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari.
Ricordarle non serve a costruire una retorica consolatoria, ma a ribadire un punto essenziale: nei momenti più bui la differenza non la fa l'appartenenza, la fa la scelta individuale di responsabilità e il coraggio, colleghi, delle proprie azioni, anche quando mettono a rischio la propria sicurezza, la sicurezza della propria famiglia, dei propri amici, dei propri vicini.
Ecco perché in quest'aula il Giorno della Memoria non dovrebbe mai ridursi a una formula, la memoria è credibile solo se resta intera, se ricorda la Shoah, le leggi razziali, se riconosce le responsabilità del regime fascista che non fu solo complice, ma parte attiva della macchina repressiva, se valorizza chi si è opposto, se non separa mai le parole dai comportamenti, perché un regime non si giudica per qualche presunta cosa buona che ha fatto, ma per il suo rapporto con la libertà, con il dissenso, con la dignità della persona e con il limite del potere.
Président -A demandé la parole le collègue Jordan.
Jordan (UV) -Comme Union Valdôtaine nous voulons, nous aussi, rendre hommage à cette commémoration si importante.
Le 27 janvier est consacré à la Journée de la mémoire, comme il a été déjà dit, non seulement la condamnation de la Shoah mais également des lois raciales adoptées sous le fascisme et la commémoration de tous - Juifs et non Juifs - ceux qui ont été tués, déportés ou emprisonnés ainsi que tous ceux, les justes, qui se sont opposés, souvent au péril de leurs vies.
En cette journée, alors comme aujourd'hui, l'intolérance, la haine, l'agressivité à l'égard des personnes et des communautés, une agressivité fondée sur les différences religieuses ou ethniques, doivent être condamnées sans réserve.
Commémorer les victimes de la Shoah ne signifie pas, en aucun cas, désavouer d'autres génocides, ni établir des priorités inutiles entre les exterminations et les souffrances d'un peuple plutôt qu'un autre. L'objectif de cette commémoration est de ne jamais oublier ce moment dramatique de notre passé, afin que de tels évènements ne puissent jamais se reproduire, de veiller à ce que le temps n'en efface pas la mémoire et de ne permettre à personne, en aucune manière, de nier ce qu'il s'est passé.
Concludo citando un pensiero di Primo Levi che ritengo sia assolutamente significativo: "Non iniziò con le camere a gas, non iniziò con i forni crematori, non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio, iniziò con i politici che dividevano le persone tra noi e loro, iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. Iniziò quando la gente smise di preoccuparsene, quando la gente divenne insensibile, obbediente e cieca, con la convinzione che tutto questo fosse normale".
Président -A demandé la parole le président Testolin.
Testolin (UV) -Sarei intervenuto nelle mie comunicazioni ma, visto l'argomento, credo che sia più opportuno intervenire in questo contesto.
Ieri abbiamo, anche a livello di Presidenza della Regione, celebrato la Giornata della Memoria.
Il 27 gennaio, come tutti sappiamo, è il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche aprirono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Molti anni dopo, la comunità internazionale ha deciso di dedicare questa giornata al ricordo e alla memoria dei tragici fatti avvenuti in quegli anni, e ciò non solo per ricordare la Shoah e le vittime del nazismo, ma anche per assumere un impegno collettivo: un impegno che non riguarda il passato, bensì il futuro, con il coinvolgimento essenziale e indispensabile delle giovani generazioni.
Proprio ieri, con questa finalità, grazie principalmente all'impegno dell'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea, si è tenuto, presso Palazzo regionale, un convegno rivolto alle scuole, che ha trattato una particolare forma di discriminazione e di odio: l'antisemitismo in Sudafrica negli anni dell'apartheid.
Allargando gli orizzonti e mutuando in parte la prospettiva al di fuori del contesto europeo, è stata così affrontata una vicenda poco nota ma significativa, che ha caratterizzato il Sudafrica tra gli anni '30 e '40.
Alla mattinata hanno partecipato, in presenza o a distanza, circa 100 ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, che hanno potuto ascoltare l'interessante intervento del professor Paolo Gheda dell'Università della Valle d'Aosta, poi replicato in serata in una conferenza tenutasi in Biblioteca regionale.
All'incontro del mattino erano presenti anche i ragazzi che lo scorso anno hanno partecipato al viaggio della memoria, recandosi a Mauthausen e ad Auschwitz, quali vincitori del concorso in memoria di Cesare Dujany. Nell'occasione è stato proiettato il video realizzato nell'ambito di questo viaggio.
L'iniziativa - che ha coinvolto complessivamente oltre 150 studenti delle classi quarta e quinta della scuola secondaria di secondo grado, ed è stata organizzata dall'Assessorato alla cultura, unitamente alla Presidenza della Regione - rientra nell'ambito delle attività di conoscenza e di promozione, rivolte alle giovani generazioni, degli ideali di libertà, democrazia e del valore della memoria, che vanno valorizzati, così come hanno sottolineato anche i colleghi che mi hanno preceduto, durante tutto l'anno e non solo nel giorno della commemorazione.
Presidente -Nella giornata di ieri la Conferenza dei Capigruppo ha deciso la discussione congiunta delle interpellanze n. 29 e n. 32, quelle relative al riscaldamento nelle scuole.
Ricordo anche che la scadenza termini per la presentazione degli atti ispettivi per il prossimo Consiglio, prevista per venerdì 30 gennaio, è differita a lunedì 2 febbraio.
Infine, comunico che a fine mattinata mi assenterò dall'aula per partecipare da remoto alla plenaria della Conferenza delle Assemblee legislative dell'Unione europea.
