Resoconto integrale del dibattito dell'aula. I documenti allegati sono reperibili nel link "iter atto".

Oggetto del Consiglio n. 4867 del 24 luglio 2025 - Resoconto

OGGETTO N. 4867/XVI - Continuazione della discussione generale sulla P.L. n. 135: "Procedure e tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019".

Bertin (Presidente) - 34 Consiglieri presenti, possiamo riprendere i lavori interrotti nella serata di ieri.

Prima di passare alla discussione generale della legge all'ordine del giorno, ci tengo a comunicare che in merito alla risoluzione votata a febbraio di quest'anno relativa al popolo curdo, causa alla quale sono anche molto legato, abbiamo avuto riscontro da parte di Kaja Kallas, alta rappresentante per l'UE di Affari Esteri, Vicepresidente della Commissione Europea, dal capo di Gabinetto di Antonio Costa, Presidente del Consiglio Europeo, e dal capo di Gabinetto dell'ufficio di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea; verranno trasmessi ai capigruppo i riscontri alla risoluzione approvata nel febbraio di quest'anno.

Ritornando ai lavori interrotti ieri, punto n. 12 dell'ordine del giorno: siamo alla discussione generale. La discussione generale è aperta, chi vuole intervenire si prenoti. Consigliera Minelli, ne ha facoltà.

Minelli (PCP) - Il tema che è alla base della proposta di legge che stiamo discutendo oggi, quello del fine vita, è un tema estremamente delicato e come tale credo che vada trattato.

Qui non si tratta di affrontare la tematica dal punto di vista dell'appartenenza o della formazione politica, perché è chiaro a tutti, credo, che entrano in gioco altri aspetti legati alle sensibilità personali, alla formazione etica, culturale e anche religiosa di ognuno di noi. É questione che riguarda i singoli individui e non i gruppi o i movimenti.

Anche il voto finale, secondo me, dovrebbe essere frutto di una riflessione personale e anche, a mio avviso, di una disposizione al confronto e al rispetto delle posizioni altrui.

Depositando quasi un anno e mezzo fa questa proposta di legge, che, in buona sostanza, è la stessa con piccole variazioni presentata in altre Regioni italiane, non abbiamo certo voluto assumerci una maternità o piantare una bandierina, perché sarebbe sciocco e sarebbe completamente fuori luogo, visto quello di cui tratta questa proposta di legge. Abbiamo però ritenuto opportuno prendere atto del fatto che, in assenza di una presa in carico a livello nazionale, in presenza di una sollecitazione da parte della Consulta, le Regioni più vicine ai cittadini non possono ignorare il tema del fine vita.

C'è infatti oggi una diffusa e crescente richiesta della cittadinanza ai rappresentanti delle istituzioni, anche locali, affinché si facciano interpreti di una necessità, nel caso specifico quella di colmare un vuoto che pesa e che lo Stato non ha ancora saputo o voluto affrontare.

La sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale ha segnato sul piano etico giuridico una svolta da cui non si torna più indietro. La possibilità di chiedere aiuto per il proprio fine vita in presenza di condizioni chiare e stringenti, verificate e certificate da organismi pubblici, deve avere una regolamentazione in termini di tempi e di modalità, ed è questa una responsabilità che non si può eludere.

Io capisco perfettamente che questo possa creare in molte persone - soprattutto in quelle che, a diversi livelli, hanno delle responsabilità politiche - un disagio e per qualcuno non solo un disagio, ma anche un travaglio che non è indifferente.

Io stessa, per la mia formazione, mi sono posta molti interrogativi e ho dovuto fare un attento percorso di analisi e comprensione della proposta formulata dall'Associazione prima di maturare la decisione di sottoscriverla e ho cercato di confrontarmi in questo percorso con persone che avevano fatto un cammino simile al mio, di leggere le riflessioni e le argomentazioni di medici, teologi, filosofi che da tempo si sono occupati del tema e che ne hanno approfondito vari aspetti da un punto di vista scientifico, etico e morale.

La mia non è stata una scelta semplice e soprattutto non è stata una scelta superficiale, anzi, questo perché resto fondamentalmente convinta che non si possa restare, nel caso di dubbio, immobili, in attesa di una assunzione di responsabilità del Parlamento che non arriva da troppo tempo.

Ci tengo a precisare che la proposta di legge - come è già stato detto dalla collega, ma io su questo credo che sia bene insistere - non riconosce un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compiere un atto che porti alla fine della vita a certe condizioni, quelle stabilite appunto dalla Corte costituzionale nel 2019.

Sono quattro queste condizioni e le voglio ripetere brevemente: la persona deve essere capace di intendere e di volere e in grado di avanzare la richiesta autonomamente; deve avere una patologia irreversibile; la patologia deve essere fonte di sofferenze insopportabili; la persona deve essere tenuta in vita da un sostegno vitale artificiale.

Tutte queste stringenti condizioni devono essere verificate da una struttura pubblica e dal Comitato etico territorialmente competente.

A mio avviso, nella valutazione di una legge dello Stato o delle sue articolazioni a livello regionale, come in questo caso, occorre porsi nell'ottica di un rapporto dialettico tra etica laica e etica ispirata da una visione religiosa del mondo e della vita e occorre sforzarsi di rendere praticabile il dialogo con la società civile e la politica, avendo ben chiaro che questi tipi di legge hanno lo scopo di garantire a chi ha posizioni e convinzioni diverse da quelle altrui, magari diverse dalle mie, di poterle esercitare e applicare. Per questo dico che la questione coinvolge non solo e non tanto la politica, ma soprattutto i singoli e rendersene conto sarebbe un'importante modalità per risolvere contrasti spinosi e inutili spaccature.

Questa legge, in parole semplici, vuole tenere in considerazione la libertà di decidere in caso di una malattia gravissima, dolorosissima, irreversibile, senza nessuna speranza di guarigione, di scegliere se continuare a vivere in quelle condizioni oppure no.

Scegliere significa che ciascuno decide, non che tutti devono decidere. Chi è contrario per motivi etici, religiosi o di altro tipo, non lo farà, chi invece vuole può farlo.

Quando ho preparato la settimana scorsa quest'intervento in cui ho impiegato parecchio tempo mi sono imbattuta in uno scritto di Mario Calabresi che, come sapete, ha una newsletter che s'intitola "Altre storie", una newsletter a cui sono iscritta e che ricevo. Avevo saltato la lettura di quella del 6 giugno, quindi è datata, è di tempo fa, e combinazione Calabresi aveva ospitato in quella newsletter Laura Santi, la giornalista che poi è morta lunedì mattina.

Laura Santi aveva 50 anni, ha vissuto per 25 anni in compagnia della sclerosi multipla, come sappiamo il suo corpo era quasi completamente paralizzato, muoveva solo la testa e tre dita della mano, non aveva nessuna autonomia, dipendeva per qualunque funzione da chi l'assisteva, in particolare da suo marito, e aveva terribili sofferenze fisiche, oltre che, immagino, psicologiche e morali.

Ha scritto Calabresi - perché era andato a trovarla - : "La sua giornata è scandita dalla sofferenza, dal dolore, da una serie di gesti necessari per tenerla in vita, da un'immensa fatica. Tre anni fa ha iniziato una battaglia legale per avere il diritto di accedere al suicidio medicalmente assistito, per avere la libertà di scegliere se restare in questo mondo. Alcune settimane fa - quando pensava ancora di essere costretta ad andare in Svizzera per il fine vita, nonostante abbia i requisiti previsti dalla Corte Costituzionale per morire in Italia - mi ha scritto. Ha immaginato che poi tutti avrebbero parlato della sua morte, invece lei non voleva parlare della sua morte, lei voleva raccontare la sua vita, lasciare una traccia del suo passaggio, del suo amore e della sua gratitudine per la vita, per il mondo e per le persone. Così sono andato a trovarla e proprio nel giorno in cui sono arrivato a Perugia lei ha ricevuto il protocollo sanitario di assistenza per il suicidio assistito dalla ASL della Regione Umbria. Era molto scossa: 'Mi sono messa a piangere quando l'ho saputo, ero in un misto tra malinconia, tristezza, liberazione e anche trionfo. Mi sono fatta un pianto a singhiozzo pensando a me che schiacciavo quel pulsante. É dura dirlo, però è così. Quel pensiero, credetemi, può anche essere vissuto come una grande liberazione'. Per più di due ore sono stato seduto di fronte a lei ad ascoltarla e nelle sue parole ho trovato tanta umanità e la capacità di spazzare via le banalizzazioni che caratterizzano il dibattito sul fine vita in Italia. Laura mi ha detto: 'La vita è una e soltanto una e me la tengo cara, me la sono sempre tenuta cara. Avere la libertà di morire è una cosa dirompente, non sapete quanto, ma vorrei far capire che non porta a nessun abuso. Ora sono libera di decidere della mia esistenza, sono libera di capire fino a che punto voglio affrontare la progressione di una malattia che non si sta fermando e che è dolorosissima'. Così Laura mi ha parlato del dilemma che vive ogni giorno, di quella vertigine che lei chiama il parapetto, che è figlio della possibilità di scegliere, di non essere obbligata a vivere a tutti i costi. 'È come se tu' - mi dice - 'ti sporgessi da un parapetto che si affaccia sul vuoto. Tu guardi di sotto e ti chiedi: vuoi morire domani? No, grazie, no, domani no e forse neanche dopodomani, e forse neanche tra una settimana. Questo è il mio parapetto, questa è la libertà e nonostante io mi senta intrappolata in questo corpo e sia piena di sofferenze, di dolori, di spasmi, di crisi epilettiche, nonostante io viva ogni giorno la solitudine e l'isolamento, ogni sera il mio corpo mi dice basta, ma la mia mente mi dice che vorrebbe andare avanti e per me è un dilemma terribile. Il dilemma è che se fosse per la mia mente, per il mio cuore, io andrei anche tranquillamente molto in là, perché c'è la vita. Ho cercato il cartellone di Umbria Jazz, è bellissimo, vorrei tanto andare a vederlo, non credo che lo farò, ma il solo fatto che io lo desideri è vitale, oppure vorrei essere alla manifestazione per Gaza, vorrei vedere la gente che si ammassa a Roma, voglio sapere come andrà a finire il referendum sul lavoro e allora mi si potrebbe dire: ma che cosa ti frega del referendum, di Gaza e del jazz se vai a morire? E invece mi frega, il problema è questo. La vita è bella e il mondo per me è e resterà sempre tremendamente interessante, il mondo con le sue atrocità, con le sue ingiustizie, con le sue bellezze, con la sua poesia. Questo è il dilemma, questo è il parapetto'".

Scriveva poi, per concludere, Calabresi: "Nessuno di noi sa quanto vivrà ancora Laura, ma io sento il privilegio di averla incontrata e di averla ascoltata e mi ha regalato un grande insegnamento sul valore della libertà e sul rispetto che si deve alle scelte degli altri".

Sappiamo che Laura è morta pochi giorni fa, nel suo percorso ha incontrato anche una nuova amicizia che è nata dall'incontro con l'Arcivescovo di Perugia che ha voluto conoscerla, che non l'ha mai giudicata, che l'ha accompagnata e che martedì mattina, apprendendo la notizia, ha detto: "Questo è il giorno del silenzio abitato dal dolore e dalla riconoscenza per il tratto di strada condiviso".

A me questa storia ha fatto tornare alla mente un'altra vicenda che mi aveva colpito qualche anno fa, quella del teologo Alberto Maggi, frate dell'Ordine dei Servi di Maria e fondatore di un centro di studi biblici a Macerata, che ho visitato.

Era intervenuto sul tema del fine vita in un colloquio con Repubblica, partendo da un episodio personale: "Ero ricoverato in Ospedale per dissezione aortica, non sapevo bene che malattia fosse. Accesi l'iPad e lessi che dava alta possibilità di morte. Parlai con i medici prima dell'operazione chirurgica che di lì a poco dovevo subire. Fui chiaro: se fossi rimasto paraplegico io volevo continuare a vivere ma se fossi incorso in danni cerebrali permanenti, come era altamente probabile, no, dovevano lasciarmi morire. Parlai anche con il mio confratello e gli dissi di far sì che le mie volontà fossero in tutto e per tutto esaudite. Per carità, gli dissi, se succede aiutami a staccare" e aggiunge questo teologo: "Il punto è: è sacra la vita o è sacro l'uomo? Se è sacra la vita, si deve difendere a oltranza, anche quando diviene accanimento, se invece è sacro l'uomo, gli si deve riconoscere la sua dignità e in alcuni casi circoscritti lo si può anche aiutare ad andarsene serenamente".

Qui a parlare è un uomo di chiesa, che sicuramente ha il conforto e il supporto della fede e che ciò nonostante esprime la sua paura, la sua fragilità; una cosa che poi magari non avrebbe mai fatto, ma chi non crede, chi non ha - come ho io - la possibilità di trovare nell'aiuto di Dio la forza per affrontare un calvario, io mi chiedo "Come fa? Come può farcela?" e io stessa, che pure sono credente, mi chiedo come reagirei di fronte a una quotidianità protratta per anni e anni e anni, una quotidianità fatta di sofferenza continua, di invalidità permanente, di degenerazione progressiva e inesorabile senza alcuna possibilità di guarigione, di percorso certo verso una morte certa, ma non con una data.

Io non lo so, io non so darmi una risposta, davvero non lo so, e credo che su questo dovremmo tutti interrogarci in maniera molto, molto seria e onesta.

Tornando alla nostra proposta di legge, essa s'inserisce nel dibattito generale, ma ha uno scopo preciso e circoscritto: definire esclusivamente delle procedure rigide e rigorose, con tempi certi per il suicidio medicalmente assistito, che non è - l'ha già detto ieri la collega, lo ripeto - l'eutanasia, su cui si aprirebbe tutto un altro discorso e che non voglio fare adesso, perché le mie posizioni hanno delle sfumature diverse su questo.

Noi abbiamo voluto raccogliere un'esigenza che è molto sentita e che deve essere ascoltata. Due giorni fa sulla stampa c'era un lungo articolo di Alessandra Ghisleri che riportava i dati di un sondaggio su quello che pensano gli Italiani riguardo a questo; vi invito ad andarlo a vedere.

Dicevo che vogliamo raccogliere un'esigenza che è molto sentita e che deve essere ascoltata perché non tutti vogliono o sono in grado di sopportare, di portare avanti certe malattie incurabili con tutto il dolore che comportano, sono persone che non sono in grado di vedere la sofferenza come un pezzo della vita, un pezzo di quel percorso che siamo tutti chiamati a fare, perché non ce la fanno.

A me dispiace che la discussione non abbia potuto compiersi pienamente in Commissione, purtroppo questa proposta di legge è rimasta ferma molto tempo, secondo me sarebbe stato importante avere un confronto più ampio e più articolato rispetto al dibattito odierno che si svolge in un momento particolare nell'ultimo Consiglio di legislatura, gravato da tanti provvedimenti e iniziative che hanno sicuramente un altro carattere, importante ma più pragmatico indubbiamente.

Mi scuso anche per essere andata lunga, ma personalmente credo che questo tema meriti di non essere liquidato frettolosamente, se non altro per rispetto a quegli ammalati che fanno volare alto il loro grido di aiuto.

Lo dico perché purtroppo - come immagino anche molti altri di voi - ho vissuto di riflesso il dramma di malattie degenerative, dolorose e invalidanti che hanno colpito persone a me molto, molto care e che in qualche modo io solo con la preghiera ho accompagnato.

Mi permetto, in conclusione, di rinnovare l'invito ai colleghi a valutare la proposta di legge con un atteggiamento che non sia quello delle barricate e degli steccati politici, ma a esprimersi sulla base di ragionamenti e di considerazioni personali che qui più che mai hanno la precedenza.

Presidente - Consigliere Distort, ne ha facoltà.

Distort (LEGA VDA) - Mi permetto di fare i complimenti alla collega Minelli, non tanto per i contenuti, ma per l'onestà intellettuale e il giusto equilibrio di tormento che viene dato a un tema così delicato.

Esprimo la mia posizione, la esprimo in punta di piedi, perché stiamo parlando di un tema, come è stato detto e come è del tutto evidente, assolutamente delicato, ma in punta di piedi di chi vuole essere una voce per esprimere una posizione, una posizione non politica, non ideologica, ma una posizione che discende dalla ragione, dal diritto naturale. Notate, non sto parlando di fede... Una legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, il cosiddetto testamento biologico, che si proporrebbe come antitesi all'accanimento terapeutico, a voler tenere ostinatamente in vita le persone. In realtà il confine è breve, purtroppo, verso una declinazione dell'eutanasia come soluzione alla sofferenza. È una questione di termini, è una disquisizione filologica, di parole; è una battaglia, questa sul fine vita, a mio parere, mascherata a favore della dignità contro la troppa solerzia clinica nel voler tenere in vita le persone.

Si tratta quindi di fare ricorso alla ragione, si tratta di fare ricorso al diritto naturale e si tratta di analizzare questa proposta di legge non tanto nei suoi contenuti relativi al caso specifico drammatico che - come ha detto la collega Minelli, così come ha detto ieri la collega Guichardaz - deve essere trattato singolarmente, ogni caso è un caso singolo specifico, non universalizzabile in un contesto di legge.

La norma, ad esempio, dice molto chiaramente che alimentazione e idratazione sono da considerarsi terapie che il paziente può decidere di rifiutare, questi sono i contenuti di questa visione, ossia che per legge il medico, dato che non è prevista l'obiezione di coscienza, sarebbe costretto a privare il paziente di acqua e di cibo, contribuendo alla sua morte.

Addio coscienza, addio codice deontologico. Se io, paziente, voglio che tu, medico, mi uccida, sarai obbligato a farlo!

Vedete, sto usando dei termini crudi, ma non dobbiamo stare a lavorare di fioretto sulle parole per evitare di creare turbamenti, bisogna dire le cose come stanno, perché - così come diceva Parmenide - "Non aver paura della ben rotonda verità, della completezza della verità", e se non sono io a volerlo (perché magari quelle disposizioni non le ho firmate, non ho fatto in tempo, non ci ho pensato, o sono incosciente) ci penseranno i parenti o, perché no, i medici stessi.

La collega Minelli ha riportato una frase interessante di un teologo, sappiamo benissimo che il fatto che sia un teologo cattolico non esprime automaticamente la posizione universale della Chiesa, esprime sempre la posizione personale.

A questo teologo, puramente per un piccolo inciso, nella domanda tra "É sacra la vita o è sacro l'uomo? " io personalmente, sia dal punto di vista teologico che dal punto di vista filosofico esistenziale, mi chiederei: "A chi appartiene la vita?" Questa è una domanda importante.

I medici - abbiamo un medico qui in aula - di norma sono più propensi a lottare che ad arrendersi e ora, paradossalmente, temono di agire, perciò vogliono anche loro una legge che li renda dei meri esecutori, senza avere troppe grane, anche se significa abbandonare terapeuticamente il paziente o aiutare, come si dice in gergo orwelliano, il paziente a morire con dosi massicce di morfina o lasciandolo andare senza rianimarlo.

Vedete, questa espressione "Aiutarlo a morire lasciandolo andare" sono parole, ma sinceramente sono eufemismi. "Orwelliano" perché? Perché nell'eufemismo si nasconde tantissimo una strumentalizzazione della verità.

Il valore delle parole nel processo di manipolazione è fortissimo, come è fortissimo anche l'immagine evocativa che si crea, lo scenario. Questo è fondamentale, la parola è fondamentale nella cattura del consenso, la scelta della parola esatta nella cattura del consenso, così come lo scenario che viene definito: l'ha definito giustamente la collega Minelli, ha preso ad esempio un caso estremo, quello scenario che si declina come "Un giorno potresti trovarti a essere completamente incosciente o addirittura essere un vegetale umano o addirittura di soffrire profondamente senza nessuna speranza ma soprattutto ti troverai a pesare sugli altri e vorrai mica che i tuoi eredi passino anni ad assistere a questo strazio esistenziale?".

Se questa domanda fosse posta a ognuno di noi sono perfettamente sicuro che ognuno di noi, per un rigurgito di dignità, direbbe: "Assolutamente no, preferisco morire, preferisco una morte anticipata, preferisco essere accompagnato alla morte piuttosto che pesare sugli altri", ma è questa? É solo questa l'alternativa? É questa l'alternativa che una classe politica propone alla propria società? É questa l'alternativa che esiste dal punto di vista esistenziale? É questa l'alternativa che duemila anni di cultura cristiana, non parlo di confessionalità, parlo di cultura cristiana, e anche di diritto naturale, di 2.500 anni di storia della filosofia... Questa è l'unica alternativa?

L'utilizzo di questo caso estremo è un'immagine persuasiva indubbiamente, così come è persuasiva fondamentalmente la paura della sofferenza; la paura della sofferenza di questa condizione drammatica di fine vita terrorizza sia i pazienti sia i medici e una legge del fine vita è un calmante, un anestetico perfetto per il sistema sanitario.

Il sistema sanitario potrebbe quindi ergersi a giudice ottemperante di una sorta di mancanza di altre risposte alla sofferenza ed elargire una soluzione che ha un'unica controindicazione: la morte.

La sofferenza è la causa dell'ansia e del terrore. È chiaro che la sofferenza è una delle prove fisiche e spirituali esistenziali più grande nella vita di ogni uomo.

La sofferenza spaventa più della morte, io penso che tutti abbiamo paura di morire, ma, ancora di più, tutti abbiamo paura di soffrire, perciò in una civiltà normale si cerca di fare compagnia al sofferente e alleviare il più possibile le sue pene, com'è giusto che sia. Un compito assolutamente difficile, impegnativissimo, che richiede una preparazione, che richiede una sensibilità, che richiede un approfondimento. Queste sono le indicazioni della strada.

Un tempo non c'era altra via che questa, la sofferenza bisognava affrontarla. Un tempo non esistevano i macchinari e le condizioni che tenevano artificialmente in vita le persone, ma teniamo conto che abbiamo da un lato l'accompagnamento, la morte assistita, l'eutanasia, chiamiamola come vogliamo, e dall'altra parte abbiamo l'accanimento terapeutico.

È un caso estremo l'uno, è un caso estremo l'altro. Nello spazio - nel campo di esistenza, si dice in matematica - tra un estremo e l'altro c'è la vita, ci sono le relazioni umane, c'è la ricchezza di una società, c'è la consapevolezza di una società matura che ritorna, riflette sui contenuti delle idee, i contenuti spirituali.

Questa laicità non è confessionalità, è il laicista che cancella completamente i temi spirituali e l'ambito spirituale e che pensa che noi siamo semplicemente un fatto scientifico e biologico.

Oggi in qualche modo si rischia di mettere una pistola sul letto del malato che costringe il medico a utilizzarla.

Vedete, io vi ho detto che non voglio utilizzare parole che attraggano consenso, voglio dire la verità, a costo di trovarmi da solo, perché mi sembra molto più importante dire la verità, condividere la verità con voi, piuttosto che attrarre consensi.

Questa figura, questa soluzione, è una visione ideologica che sta dietro a questa legge sul fine vita e si fonda - attenzione - sul senso di colpa, una sorta di senso di colpa che si porta dentro, che nasce nella persona che soffre e genera sofferenza per gli altri. È un senso di colpa enfatizzato che mette il soggetto che si avvicina al fine vita a chiedere espressamente di porre fine alla sua vita qualora si realizzassero determinate condizioni d'insostenibilità ma ecco il clou di questa riflessione ed ecco il vulnus di una legge: pensare di uniformare, di omologare, di universalizzare un tema assolutamente delicato e assolutamente specifico caso per caso. Il clou di tutto è il confine di sostenibilità e insostenibilità di queste condizioni.

Chi decide il confine? E le decisioni sono libere? Ripeto, se a ognuno di noi venisse chiesto: "Ma tu ti trovassi con una patologia che ti conduce per anni a essere inattivo, a dipendere dagli altri, a generare impegno e sofferenza per gli altri... Sei d'accordo?", ognuno di noi (ma per un senso morale, per un senso di scrupolo che noi ci facciamo per gli altri) direbbe di no ma, attenzione, questo confine labile, il problema della legge, il problema di questa proposta di legge, come altre leggi già approvate in tal senso in altre Regioni è questo, il problema è il confine.

Genericamente si potrebbe ipotizzare: quando sarò esclusivamente un peso per la famiglia e per la società, quello è il momento in cui è bene che io mi faccia da parte.

Genericamente qual è il confine che regola questa condizione di peso? La persona non autosufficiente ha già passato questo confine, l'anziano o il malato quando potrebbe riconoscersi o essere riconosciuto da altri oltre a questo confine?

Il caso specifico, particolarmente drammatico, è una cosa ma, aperto il recinto, attraverso una legge che universalizza una posizione, un'attività, il recinto sparisce e sparisce il confine, il confine che potrebbe essere la sofferenza propria e quella degli altri.

Ma, ripeto, ma qual è la risposta alla sofferenza? Siccome la sofferenza è inevitabile, in questa vita abbiamo due possibilità: o la eliminiamo attraverso un edonismo, attraverso occhiali rosa per vedere la vita sotto un altro punto di vista, o ci escludiamo, prescindiamo dalla vita, troviamo degli strumenti che ci astraggano dalla vita, oppure poniamo fine a questa vita. Ma c'è la terza via: si tratta d'interrogarsi sul senso della vita, quindi sul senso della sofferenza. Se non si riconosce il senso della vita, rimane spazio, credetemi, solo alla cultura della morte.

Ha spiegato bene la questione il cardinale di Toronto Thomas Collins, nel suo paese l'eutanasia... So benissimo che una cosa è l'eutanasia, collega Guichardaz, perché vedo i suoi occhi eloquenti, il suo sguardo eloquente, so benissimo che una cosa è l'eutanasia e una cosa è il fine vita però, ribadisco, attenzione, attenzione, perché il discriminante è il confine, è la linea di confine, e lui l'ha capita molto bene, il cardinale. Adesso cito un cardinale cattolico, è vero, potrebbe essere una posizione personale, questo non è magistero, però lui dice: "Siamo rimasti scioccati di fronte al pensiero di ogni tipo di eutanasia" - là hanno superato questo confine, ampiamente - "Oggi siamo scioccati dal fatto che vogliano estenderla"; questa riflessione è interessante, , pensate che la vogliono estendere ai depressi anche minorenni, cosa che ci sciocca totalmente. Io penso che ognuno di noi oggi direbbe: "È assurdo, è assurdo", ma sapete come funziona il principio di Overton? Cominci con una piccola parte che è assolutamente condivisibile, il passaggio successivo è una parte un po' più grande, estende un attimo questo confine fino a che, passo dopo passo - la cosiddetta "Finestra di Overton" - arriviamo ad accettare quello che ieri o l'altro ieri ritenevamo assolutamente inaccettabile. È questa la delicatezza del confine.

Lui dice: "Oggi siamo scioccati, ma poi ci abitueremo anche a questo. Man mano che si va avanti sempre di più rimarremo scioccati per un momento ma poi accetteremo. Penso che si tratti di un indurimento della coscienza" e la coscienza appartiene a una società laica, non è un ambito religioso.

"Penso che si tratti di un indurimento della coscienza, proprio come a volte crescono i calli sul corpo fisico", così possono formarsi sulla coscienza umana. L'abitudine consente alle persone di accettare ciò che è inaccettabile.

Ora, al di là del fatto che io personalmente sia contrario all'imposizione, o comunque all'attuazione di un'interruzione volontaria della vita o comunque si chiami, resta il fatto che quest'argomento è un argomento assolutamente delicato e condivido pienamente con la collega Minelli quando ha detto: "Ci vorrebbero discussioni estremamente più profonde, ci vorrebbe tempo", mi pare di aver capito che ci vorrebbe tempo per far stratificare non un'abitudine, ma per risvegliare una coscienza capace di discernere.

È proprio in questo fattore di tempo, in un argomento così delicato e caratterizzato da un'infinità di variabili che fanno di ogni caso un caso esclusivamente unico... per questo è un argomento, un atto legislativo, che va costruito da un percorso molto più approfondito e molto più ad ampio raggio anche a livello di gerarchia.

Questo non è un ambito in cui noi possiamo esercitare la nostra bandierina di autonomia e dire: "Noi autonomamente ci esprimiamo", perché è qualcosa che va al di là della... Ribadisco, non voglio tirare per i capelli la collega Minelli, ma non è questione di bandiera, non è questione di esercizio del potere e di competenze, è questione di rispetto, di qualcosa che - piaccia o non piaccia - è sacro.

Devono esprimersi in quest'ambito tante professionalità, sicuramente medici, sicuramente psicologi, sicuramente sociologi, giuristi, ma anche filosofi, antropologi e convintamente teologi perché la filosofia si ferma a spiegare il perché di certe situazioni, mentre la scienza spiega come avvengono, la filosofia spiega e tratta perché avvengono, ma c'è un'altra scienza che appartiene alle scienze umane ed è la teologia, che risponde alla domanda: "Che senso ha?".

Quando si parla di vita o di morte si parla di qualcosa che è sacro, e persino la scienza, di fronte all'immensità del tema della vita, riconosce questa grandezza e questa sacralità.

Quanti e quali elementi abbiamo noi oggi, come Consiglio regionale della Valle d'Aosta, per legiferare su qualcosa di così profondo e delicato? Il Parlamento nazionale sta affrontando questo percorso di analisi e, tra l'altro, non è detto che neanche il Parlamento italiano abbia tutti gli strumenti, benché abbia, giustamente, delle risorse decisamente superiori alle risorse di un consiglio regionale.

Con questo non voglio sminuire il Consiglio, anzi, sentendomi parte del Consiglio, sento l'orgoglio di appartenere a quest'organismo, ma è indubbio che il Parlamento di uno Stato abbia argomenti, abbia strumenti, abbia risorse decisamente superiori anche dal punto di vista intellettuale, anche dal punto di vista filosofico, dal punto di vista di competenze professionali, di visioni.

Con tutte queste risorse accademiche, sinceramente, io mi sento di dire: lasciamo che il Parlamento lavori, lavori in questo senso, un percorso che è già avviato.

Noi siamo una realtà molto più piccola, con molti meno strumenti e con un percorso di Commissione assolutamente minuscolo. La proposta di legge voi l'avete depositata da più di un anno, giusto? Ma quale percorso, quali approfondimenti, quanti e quali approfondimenti sono avvenuti? Con questo non mi metto a fare polemica sul come è gestita la Commissione, quello che voglio dire è che comunque è indubbio che gli approfondimenti che sono avvenuti su un tema così estremamente delicato sono assolutamente modesti, estremamente limitati, quasi si è trattato di "Un'audizione a favore, un'audizione contro" e poco più.

Per quanto mi riguarda e per quanto riguarda la forza politica che rappresento, questo tema va trattato ad altri livelli e il nostro voto, se si andasse al voto, non sarà certo di approvazione.

Presidente - Consigliere Di Marco, ne ha facoltà.

Di Marco (PA) - Il suicidio medicalmente assistito è, prima di tutto, una questione di civiltà. Nel massimo rispetto della fede e dell'ideologia politica che ciascuno di noi professa e i cui principi ispirano la nostra coscienza e il nostro agire, non si può infatti negare a ogni individuo il diritto all'autodeterminazione in un ambito così delicato e fondamentale qual è la scelta di porre fine in maniera umana e dignitosa, alla propria esistenza, divenuta insostenibile a causa della malattia.

La nostra sempre attualissima Costituzione protegge il diritto all'autodeterminazione: all'articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; all'articolo 13 sancisce l'inviolabilità della libertà personale; e all'articolo 32 afferma che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge.

Allo stesso modo, la legge 219/17 "Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento", stabilisce che ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi trattamento sanitario, tra cui anche la nutrizione e l'idratazione artificiali, e che il medico, dopo aver prospettato al paziente le conseguenze della sua decisione e le possibili alternative, è tenuto a rispettarne la volontà.

Nonostante questi importanti riferimenti, la questione del suicidio medicalmente assistito resta ancora una materia non completamente determinata e tanto meno normata in modalità e tempistiche, per l'evidente difficoltà di affrontarla a livello nazionale e la troppa confusione che ancora permane tra questo concetto e quelli invece di eutanasia e trattamento eutanasico.

Per sgombrare il campo da equivoci o fraintendimenti va quindi chiarito che questi termini, anche se tutti espressione di una libera volontà individuale, non sono affatto sinonimi: l'eutanasia, nella sua forma attiva, è genericamente l'atto con cui si determina la morte di una persona consenziente allo scopo di alleviarne le sofferenze; il trattamento eutanasico, secondo la definizione riportata in diverse proposte normative, è l'atto con cui un medico del Servizio Sanitario Nazionale, nell'esercizio delle proprie funzioni, pone fine alla vita, in modo immediato e privo di sofferenza, di un paziente che, in modo consapevole, ne abbia fatto esplicita richiesta; mentre il suicidio medicalmente assistito, sempre in base alle predette proposte normative, è la procedura in base alla quale il personale medico del Servizio Sanitario Nazionale fornisce al paziente ogni supporto sanitario e amministrativo necessario per consentire al medesimo di porre fine alla propria vita in modo dignitoso, consapevole, autonomo e volontario.

Se nel caso dell'eutanasia e del trattamento eutanasico permangono fondate ragioni per non ammettere che la volontà di porre fine alla propria esistenza sia nei fatti resa operativa da un soggetto terzo, nel caso del suicidio medicalmente assistito tali ragioni si fanno più sfumate e inconsistenti, dato che colui che esprime la volontà è anche colui che viene messo nelle migliori condizioni per portare a termine l'azione.

Dopo anni di acceso dibattito sul tema del suicidio medicamento assistito, è stata la Corte Costituzionale, con la sentenza 242/19, a indicarci la strada, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 (istigazione o aiuto al suicidio) del Codice Penale, quindi la non punibilità per chi - e qui leggo testualmente - "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, previo parere del Comitato etico territorialmente".

In primo luogo l'istituzione di una Commissione medica multidisciplinare competente - perché composta da diverse figure professionali (palliativista, neurologo, psichiatra, anestesista, psicologo e infermiere) - che verifichi la sussistenza delle condizioni richieste per l'accesso della persona malata alla procedura e che definisca, previo parere del Comitato etico territorialmente competente, le modalità per garantire alle persone in possesso dei requisiti e interessate ad accedere al suicidio medicalmente assistito, una morte più rapida, indolore e dignitosa possibile;

In secondo luogo, la definizione delle tempistiche, pari a 20 giorni dalla presentazione dell'istanza da parte della persona interessata, per dar modo alla Commissione medica multidisciplinare di verificare il possesso delle condizioni per l'accesso alla procedura, al Comitato etico territoriale regionale di esprimere il proprio parere, e all'Azienda USL di comunicare alla persona le risultanze del procedimento; e a sette giorni dall'eventuale esito positivo per l'accesso al percorso finalizzato all'autosomministrazione, mantenendo ben saldo il principio che la persona interessata può decidere in qualsiasi momento di sospendere, posticipare o annullare la procedura.

In terzo luogo, la disposizione secondo cui è compito dell'Azienda USL fornire il supporto tecnico e farmacologico, nonché l'assistenza medica, che consentano alla persona di portare a compimento l'autosomministrazione presso una struttura ospedaliera, l'hospice o il proprio domicilio.

La proposta di legge che oggi viene presentata in quest'aula su un tema così sensibile e personale, va valutata io credo in una logica di rispetto che si deve agli individui che si trovano a confrontarsi con una malattia che non lascia loro nessuna prospettiva, se non quella di veder concludere la propria esistenza tra indicibili sofferenze.

Sono ben consapevole delle ragioni morali e di coscienza che portano alcuni a voler difendere la vita fino all'ultimo respiro, ma a queste ragioni mi sento di opporre quelle del diritto all'autodeterminazione, - caposaldo della nostra essenza di esseri umani - e del diritto inalienabile del nostro essere cittadini; e quelle dell'empatia, preziosa dote innata nella natura umana, che ci porta a comprendere lo stato d'animo dell'altro diverso da noi, condividendone le emozioni e immedesimandosi nella situazione che sta vivendo.

E in base a queste ragioni mi sento di affermare che, se la malattia è un evento che travalica la nostra volontà, permettere a un malato che versi in particolari condizioni di scegliere come e quando arrendersi dignitosamente a una vita che non può più considerarsi tale, assume il valore di un supremo atto di rispetto e solidarietà, nonché di riconoscimento di un principio personale assoluto di autodeterminazione che nessuna persona o istituzione può sentirsi in diritto di negargli.

Dopo aver valutato con attenzione ogni singolo articolo di questa proposta di legge regionale e averla trovata nel suo complesso equilibrata e coerente in ogni sua parte, esprimo il mio personale appoggio alla sua approvazione, nel convincimento che costituisca un passo importante di civiltà.

Presidente - Consigliere Padovani, ne ha facoltà.

Padovani (FP-PD) - Prendo la parola con l'emozione di chi sente sulle proprie spalle il peso di una scelta che segna la vita delle persone e, al tempo stesso, la responsabilità di un legislatore che non può sottrarsi all'urgenza del dolore altrui.

Albert Camus ci ammoniva: "Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è l'unico problema filosofico veramente serio" e che tutto il resto veniva dopo.

Oggi, quello che per Camus era un interrogativo esistenziale bussa alle porte di quest'Aula sotto forma di una domanda concreta, espressa da donne e uomini che, logorati da sofferenze irreversibili, chiedono un congedo dalla vita sereno e dignitoso.

Il tema quindi non è il diritto in astratto di morire, ma il diritto di non essere costretti a vivere in condizioni che la persona stessa definisce intollerabili.

Il nostro compito non è stabilire quanto valga la vita altrui, bensì garantire che la legge non si trasformi in uno strumento di tortura burocratica quando la medicina non basta più.

La proposta che oggi esaminiamo non inventa alcun diritto nuovo. Due sentenze della Corte costituzionale - la 242/2019 e quella più recente, la 135/2024 - hanno già chiaramente tracciato i confini entro i quali l'accompagnamento alla fine della vita è legittimo.

Non siamo qui a spalancare porte proibite, la Consulta le ha già aperte, stabilendo che la dignità della persona può, in circostanze ben precise, includere la libertà di dire "Basta". Il nostro compito è rendere quel diritto effettivo, tradurlo in procedure chiare, tempi certi e garanzie solide.

Senza una cornice normativa la persona che ne ha titolo resta intrappolata in un labirinto di pareri discordanti. Un diritto ritardato diventa un diritto negato, ogni settimana in più di attesa diventa un'estensione inutile della sofferenza.

Nessuno può arrogarsi il potere di sindacare la soglia di dolore che un altro essere umano può sopportare. La valutazione sulla tollerabilità o sull'intollerabilità di una sofferenza appartiene solo a chi la vive nella propria carne e nella propria psiche.

Questa è la cifra democratica più profonda della proposta: non impone a nessuno di scegliere la morte, non priva nessuno delle cure palliative, non sostituisce la libertà con un obbligo ma, al contrario, amplia la possibilità di autodeterminazione, perché la libertà autentica include anche la libertà di rifiutare un'esistenza che non corrisponde più alla propria idea di dignità.

Qualcuno paventa derive eutanasiche, teme che la vita venga svalutata o che i medici siano trasformati in esecutori di una volontà di morte.

Rispondo con i fatti: i requisiti restano severissimi: malattia irreversibile, sofferenza percepita come intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di intendere e di volere, parere favorevole di un'équipe multidisciplinare del Comitato etico.

L'esperienza internazionale, dai Paesi Bassi al Canada, dimostra che là dove esiste una regolamentazione rigorosa non c'è alcuna corsa collettiva verso la morte, c'è piuttosto un rafforzamento simultaneo delle cure palliative (peraltro la nostra Regione ha un servizio molto avanzato su questo tipo di cure) perché l'attenzione al dolore terminale cresce insieme alla consapevolezza del suo significato.

La nostra Valle ha una tradizione antica di solidarietà alpina, sappiamo che in alta quota nessuno si salva da solo. Quando il sentiero si fa ripido, si tende una corda, non si fanno ramanzine. Così deve essere anche nella fase terminale della vita.

Questa legge è la corda che tendiamo a chi, arrivato all'ultimo tratto della salita, non vuole essere trascinato ancora più in alto contro la propria volontà. Non imporrà mai una scelta di morte a chi non la desidera, non sottrarrà cure a chi preferisce prolungare la vita, non sostituirà la pietà con un gesto freddo di disinteresse. Si tratta piuttosto di restituire dignità e rispetto alla persona, alla sua storia, al suo modo unico e irripetibile di abitare il mondo.

Ci si chiede se regolamentando l'accompagnamento alla fine della vita rischiamo di indebolire la cultura della cura.

Io credo che accada l'esatto contrario, una società che riconosce tutte le opzioni sul tavolo - dalla terapia del dolore alla sedazione profonda, dall'hospice, fino all'aiuto al congedo della vita - mostra di prendere sul serio la sofferenza, di non edulcorarla, di non farne una narrazione consolatoria.

In quest'aula nessuno di noi sarebbe disposto a tollerare torture fisiche ai danni di un altro essere umano, allora perché tollerare il prolungamento forzoso della tortura che una malattia terminale può infliggere se la persona non lo desidera? Dare la possibilità di un congedo mite significa alzare l'asticella della cura, non abbassarla.

Chi richiama il principio d'indisponibilità della vita lo utilizza spesso come argomento conclusivo, la vita avrebbe un valore intrinseco. Io penso che il valore della vita non sia solo nel suo perdurare biologico, ma nella qualità con cui può essere vissuta.

Quando una persona lucida, affetta da sofferenze irreversibili, dichiara che quell'esistenza non corrisponde più alla propria idea di dignità, il rispetto non sta nell'imporle la sopravvivenza, ma nel riconoscerne l'autodeterminazione entro condizioni rigorose e controllate.

Sul piano pratico la proposta di legge garantisce tempi certi, chiarezza nei ruoli e soprattutto la cornice del servizio sanitario nazionale, affinché nessuna famiglia debba sopportare aggravi economici.

Non lasciamo solo chi soffre, anzi, lo riportiamo dentro la rete sanitaria pubblica, lo proteggiamo da viaggi estenuanti, per esempio in Svizzera, da soluzioni clandestine, dall'angoscia di dover scegliere tra la propria dignità e la legalità.

Vorrei affrontare un'ultima obiezione, la più sottile: l'idea che riconoscere la libertà di morire significhi scivolare in una cultura dello scarto, della quale parlava già Papa Francesco, dove i fragili vengono invitati a togliersi di mezzo.

Abbiamo il dovere di vigilare su questa deriva, ma con lucidità, essa non nasce dalla legge che regolamenta un diritto esistente, nasce piuttosto dalla carenza di reti sociali, dall'insufficienza delle risorse, per esempio, per le persone con disabilità o per gli anziani, dall'indifferenza verso la solitudine, tutte cose che la nostra Regione in questi cinque anni ha provato a fare.

È aumentando la qualità dei servizi, non vietando una scelta estrema, che si perviene allo scarto e noi sulla qualità dei servizi abbiamo lavorato in questi cinque anni, io penso anche molto bene, o almeno abbiamo provato a lavorare; è esattamente ciò che questa proposta fa: pone sotto i riflettori le situazioni di massimo bisogno e costringe il sistema a farsene carico fino all'ultimo.

Colleghe e colleghi, non abbiamo il compito di risolvere il mistero dell'esistenza, né di pronunciarci sul senso ultimo del dolore. La filosofia e la fede continueranno a interrogarsi, come è giusto che sia.

Abbiamo invece il compito, molto concreto, di evitare che l'Amministrazione pubblica diventi complice di sofferenze inutili. Se la legge può fare qualcosa per trasformare un'agonia in un congedo pacifico, allora non intervenire equivale a infliggere sofferenze. In etica si chiamerebbe peccato di omissione, in termini laici io lo definisco violazione di dignità.

In quest'aula portiamo le storie di tante e tanti, di chi ha lottato per anni contro la malattia, di chi ha perso l'autonomia ma non la lucidità, di chi teme di non riuscire più a riconoscersi nel proprio riflesso allo specchio.

A loro dobbiamo una risposta. Dirò di più, dobbiamo una risposta anche a chi non ricorrerà mai a questa legge, perché quando lo Stato o la Regione tutelano la libertà ultima di scegliere, ribadiscono il valore della dignità individuale lungo tutto l'arco della vita.

È un messaggio che rafforza, non indebolisce il senso di appartenenza alla comunità.

Mi avvio alla conclusione consapevole che, come ogni legge che tocca le corde profonde dell'umano, anche questa non accontenterà tutti, ma una decisione va presa e va presa ora, perché la sofferenza non aspetta le nostre incertezze.

Allora voterò convintamente a favore di questa proposta, non lo faccio per ideologia, non per partito preso, ma per il principio che nessuno debba essere prigioniero di un corpo che tradisce, di una burocrazia che rallenta, di una legge che tace quando dovrebbe parlare.

Lo faccio perché credo che riconoscere la libertà di congedarsi con dignità significhi, in ultima analisi, riconoscere la dignità della vita stessa, fatta di scelte, di libertà, di dignità fino all'ultimo respiro.

Presidente - Consigliere Jordan, ne ha facoltà.

Jordan (UV) - La discussion sur les lois relatives à la fin de vie au niveau de Conseils régionaux reflète une attention significative entre les compétences de l'État et celles des Régions, entre l'éthique publique et les droits individuels, dans un domaine qui touche profondément à la dignité de la personne, au droit de l'autodétermination mais aussi, et c'est important, au rôle des institutions dans la gestion de la fin de vie.

Ces dernières années, vous l'avez déjà dit, collègues, plusieurs Régions italiennes ont entamé un processus législatif visant à encadrer l'accès au suicide médicalement assisté dans le sillon de l'arrêt de 2019, qui a été déjà mentionné, concernant l'affaire Cappato.

Ces initiatives régionales visent souvent à combler un vide législatif au niveau national en cherchant - avec des limites et des erreurs évidentes, à mon avis - à garantir la mise en œuvre concrète du droit à l'aide au suicide dans des conditions spécifiques. Cependant, ces propositions régionales sont souvent limitées dans leur contenu car elles ne peuvent pas instituer directement un droit qui n'est pas déjà prévu au niveau national ; elles peuvent uniquement réglementer des modalités organisationnelles et procédurales, par exemple la prise en charge des patients, les délais d'évaluation, les équipes médicales dédiées, les structures de santé impliquées et cela soulève plusieurs points critiques, qui sont bien évidents : l'inégalité territoriale (il existe un risque concret d'une création d'une géographie des droits où l'accès à la fin de vie serait possible seulement dans certaines régions) et, encore, une incompétence législative : la définition des niveaux essentiels d'assistance, les LEA, et le droit pénal et les grands principes bioéthiques relèvent de la compétence de l'État et pas des Régions.

Capisco che con questa proposta si vuole coprire anche uno spazio politico, è successo anche nelle altre Regioni ed è in questa fase che la cosa interessa a più persone, ma credo che proprio per la delicatezza del tema la questione vada affrontata in modo ideologico, in modo giuridicamente corretto.

Allora lo si faccia non approvando una norma che non avrà nessuna efficacia giuridica, una norma che è un ballon d'essai, fine a se stesso. La norma, lo sappiamo, sarà impugnata, così come è successo per le altre Regioni, e finirà il suo percorso in quanto non corrispondente, e questo è evidente a tutti, al dettame costituzionale.

Invece di dividersi su questa proposta di legge, si decida in modo unitario per lasciarne una traccia, un atto consiliare, un impegno verso il Parlamento, un impegno verso i nostri Parlamentari, un impegno verso i gruppi politici nazionali che anche qui sono rappresentati. Si manifesti un impegno giuridico forte, all'unanimità - e lo dovrebbero fare tutti i Consigli regionali - perché non si lasci un vuoto giuridico, perché lo Stato non lasci un vuoto giuridico così forte, perché la politica non può essere indifferente a un tema che così tanto impatta la nostra società, che così tanto impatta con i nostri cittadini.

Lo sottolineo: è lo Stato che ha un ruolo centrale e non delegabile sul tema del fine vita, è lo Stato che deve legiferare, serve una legge organica che dia attuazione alla sentenza del 2019 e che disciplini chiaramente procedure e tutele.

Lo sappiamo, lo Stato deve garantire l'uniformità dei diritti, tutti i cittadini devono poter accedere alle stesse tutele, indipendentemente dalla regione in cui risiedono.

Lo Stato ancora deve tutelare i valori costituzionali, la Corte costituzionale ha indicato un equilibrio tra il diritto all'autodeterminazione e la protezione della vita, indicando limiti e condizioni molto specifici.

Ma ancora, bisogna promuovere un dibattito laico e pluralista, il fine vita non può essere trattato solo come una questione medica o amministrativa, ma coinvolge aspetti - e l'avete già detto, colleghi - etici, religiosi e sociali.

Personalmente mi è difficile, in questo contesto, esprimere un giudizio netto su un tema così complesso, e poco importa adesso, in quest'intervento, la mia posizione personale.

Per approfondire il tema e farmi un'opinione nel modo più razionale possibile, ho voluto evidenziare quali siano gli elementi che trovano il favore o la contrarietà su questo tema.

A favore troviamo:

il diritto all'autodeterminazione, cioè che ogni persona avrebbe il diritto di scegliere come e quando porre fine alla propria vita, naturalmente in condizione di sofferenze irreversibili;

la tutela della dignità, cioè il permettere il fine vita evita l'accanimento terapeutico e garantisce una morte dignitosa secondo i propri valori, secondo i valori individuali;

la riduzione della sofferenza: in casi particolari di malattie terminali, dove il dolore non è gestibile, l'accesso al fine vita potrebbe essere l'unica vera forma di sollievo;

la chiarezza giuridica e la conformità, ma l'ho già detto prima, alla giurisprudenza costituzionale.

Al contrario, e faccio alcune considerazioni su aspetti che ritengo critici, è importante evidenziare il rischio di deriva culturale: si teme che legalizzare l'aiuto a morire possa banalizzare il valore della vita o portare a pressioni su persone vulnerabili.

Non è da sottovalutare il conflitto con valori etici, religiosi, per molte tradizioni religiose, e lo è già stato detto, la vita è inviolabile.

Capite bene anche che ci potrebbero essere delle difficoltà di controllo, è complesso stabilire criteri chiari e verificabili, si rischiano abusi o interpretazioni troppo estensive o riduttive della legge.

Fortunatamente ci sono anche alternative disponibili: cure palliative e sedazione profonda, possono garantire un accompagnamento sereno.

Il est évident, et je vais vers la conclusion, que la question de la fin de vie, dans sa dimension plus profonde et authentique, est avant tout une affaire humaine, personnelle, intime. Il l'a bien dit avant la collègue Minelli : ce thème concerne la manière dont chacun de nous souhaiterait vivre la dernière phase de son existence, dans le respect de sa dignité, dans le respect de ses convictions et des limites.

Avant même d'être un sujet de loi ou de débat politique, c'est une confrontation avec la souffrance, la peur, la perte d'autonomie, l'amour de soi et l'amour vers l'autre. Parler de la fin de vie en manière non politique, sans préjugé, signifie écouter les histoires, les expériences de ceux qui ont accompagné quelqu'un dans la maladie, de ceux qui ont vu s'éteindre lentement un proche ou de ceux qui vivent eux-mêmes une situation irréversible. Cela signifie reconnaître qu'il n'existe pas des réponses valables pour tous mais seulement des choix individuels qui méritent d'être écoutés, qui méritent respect et protection. C'est une réflexion sur la valeur de la vie mais aussi sur celle de la liberté, de la compassion, des limites, sur l'importance de ne pas se sentir seul même dans les moments plus difficiles.

Presidente - Consigliere Aggravi, ne ha facoltà.

Aggravi (RV) - Nel prendere la parola su una tematica tanto delicata come quella del suicidio medicalmente assistito, sento anzitutto il dovere di richiamare una premessa fondamentale. Il nostro gruppo, in linea con i propri principi ispiratori e con una visione rispettosa della pluralità delle coscienze, ha scelto di dare libertà di voto ai propri Consiglieri. Una scelta che non equivale al disimpegno, ma che nasce dalla profonda consapevolezza della natura etica, personale e non ideologica di questa materia.

Avremmo sicuramente potuto tacere anche per comodità politica, siamo in un momento sicuramente complesso, avremmo potuto non parlarne, avremmo potuto aspettare gli eventi e vedere nel voto finale cosa fare.

Abbiamo invece voluto fare un ragionamento diverso, ci abbiamo ragionato come movimento e come gruppo e il sottoscritto ha presentato degli emendamenti che cercherà di meglio declinare nel prosieguo dell'intervento.

Io credo che su un principio fondamentale - credo molto nell'equilibrio delle cose e anche in un equilibrio difficile, gli interventi sia della collega Minelli che del collega Distort lo hanno un po' dimostrato - sicuramente avremmo avuto bisogno di più tempo, di altri modi di discussione, ma c'è un equilibrio molto delicato, che è quello della volontà umana e quello della necessità giuridica, della necessità di un'autorità comunque di regolare qualcosa, per evitare di finire nell'anarchia totale, come di finire anche nel totalitarismo, quindi al contrario è molto complesso, estremamente complesso e purtroppo o per fortuna questa è anche una scelta che tocca direttamente la coscienza del singolo più che dell'insieme.

Quindi abbiamo fatto, soprattutto il sottoscritto, un altro tipo di scelta e ho voluto comunque presentare un contributo e cercherò di spiegare il perché, anche se devo dirlo, sono estremamente combattuto tra la mia coscienza liberale e la mia coscienza di conservatore.

La vita è un valore irrinunciabile, è un bene primario che la Costituzione stessa tutela, ma altrettanto importante è il principio della dignità della persona e della sua libertà di scelta, nei limiti in cui tale scelta si compia in piena coscienza, in condizioni definite dalla legge e all'interno di un perimetro costituzionalmente compatibile.

Non mi sono tanto piaciute alcune affermazioni che ho sentito del "Giuridicamente corretto" di un intervento normativo non utile. Stiamo attenti, la battaglia che fanno alcune parti politiche e comitati nasce da una necessità che viene comunque dalla società e se la Corte costituzionale si è dovuta pronunciare è perché c'è una necessità, c'è un problema giuridico prima di tutto che va regolato, quindi anche una legge fatta da un Consiglio regionale è utile se giuridicamente sostenibile, perché io non penso che il vaglio degli uffici del Consiglio non sia stato approfondito. Sicuramente se la legge è stata presentata, se verrà votata e quello che sarà, c'è una sostanza giuridica corretta, poi che venga impugnata è tutto un altro percorso.

Così come anche ritengo che bisogni avere equilibrio laddove si dice: è lo Stato che deve regolamentare. É giusto, lo Stato deve regolamentare e deve finalmente fare un atto di coraggio - e lo dico a tutte le forze politiche, che votino a favore o contro - ma se oggi siamo in questa situazione è perché proprio lo Stato non ha ancora fatto nulla, quindi giusto fare pushing sullo Stato perché si faccia qualcosa, ma non soltanto da autonomista, anche da cittadino e da rappresentante comunque di una parte dei cittadini dello Stato qualcosa bisogna fare, qualcosa bisogna dire, non laviamoci le mani e passiamo la palla ad altri.

Poi magari la legge non passerà, la legge va migliorata, lo Stato farà la sua legge, ma se oggi siamo a discutere di questo problema, al di là delle giuste battaglie politiche di ognuno, forse è perché abbiamo una questione da risolvere.

Questo passaggio io non lo condivido, come anche il fatto di ridurre tutto l'impegno ai Parlamentari e ai referenti politici. Noi ieri abbiamo presentato due ordini del giorno che impegnavano i nostri Parlamentari a fare qualcosa, non possiamo dire che possiamo impegnarli quando ci fa comodo oppure no; anche loro hanno la libertà d'azione e anche i referenti politici delle varie forze.

Decidiamoci, o lo facciamo ogni volta, oppure lo facciamo soltanto con beneficio d'inventario.

Lo dico solo perché voglio nuovamente entrare su un punto, non possiamo pensare di lavarcene le mani, siamo stati votati da una parte di cittadini, ognuno di noi, nel bene o nel male, rappresenta una parte della società valdostana che ha scelto di votare ma anche di chi non ha scelto di votare perché ha delegato ad altri la scelta, quindi abbiamo un dovere di affrontare i problemi, altrimenti possiamo starcene tranquillamente, o forse meno tranquillamente, a casa.

È in questa prospettiva di equilibrio tra i valori in gioco che s'inserisce il contributo che ho cercato di dare a questa legge. Come avete visto, ho firmato io gli emendamenti - i componenti del nostro gruppo faranno la loro scelta - perché l'ho voluta davvero personalizzare, senza rendere questa scelta una scelta di partito o di gruppo, e ci tengo molto a dirlo, perché è uno dei principi fondamentali di Rassemblement Valdôtain.

Con spirito costruttivo ho quindi depositato una serie di emendamenti che mirano a integrare la proposta di legge alla luce della più recente giurisprudenza costituzionale, in particolare la sentenza 135/2024, che ha chiarito e precisato il significato e i limiti applicativi della più nota sentenza 242.

Per quello che mi riguarda, le due sentenze non si possono scindere e in questo senso vanno gli emendamenti.

Il primo emendamento si propone di aggiornare il titolo della legge, includendo espressamente anche la 135, al fine di ancorare formalmente il testo a tutto il quadro giurisprudenziale vigente. Stessa cosa gli emendamenti 2 e 3.

L'emendamento più importante è l'emendamento 4, quello in cui s'interviene sulla lettera B del comma 1 dell'articolo 2, riformulando la definizione di trattamenti di sostegno vitale per chiarire, proprio come ha fatto la Corte con la sentenza 135, che non basta il semplice riferimento generico alla dipendenza da cure, ma è necessario che i trattamenti si rivelino in concreto necessari ad assicurare l'espletamento di funzioni vitali del paziente in quanto, se omessi o interrotti, determinerebbero prevedibilmente la morte del paziente in un breve lasso di tempo.

Questo chiarimento non è formale ma è sostanziale, serve a delimitare... Io vi ho ascoltato colleghi, scusate... Questo chiarimento non è formale, è sostanziale, serve a delimitare l'ambito di applicazione della legge, evitando un'estensione impropria a situazioni non contemplate dalla giurisprudenza costituzionale.

Come evidenziato nella relazione che accompagna gli emendamenti, la Corte costituzionale ha ribadito che non esiste a oggi un diritto generalizzato al suicidio medicalmente assistito, accessibile in qualunque situazione di sofferenza.

Il diritto riconosciuto dalla 242, e meglio circoscritto dalla 135, si applica esclusivamente a persone che soffrono di patologie irreversibili e intollerabili, sono mantenute in vita da trattamenti di sostegno vitale, conservano piene capacità decisionali e abbiano formato un proposito di suicidio in modo libero e consapevole.

Come ha già detto qualche collega, i termini sono crudi, ma purtroppo il tema è crudo.

Al di fuori di questi presupposti, il nostro ordinamento non prevede né può prevedere - senza una legge statale, per carità - alcun automatismo che conduca all'erogazione di un trattamento letale, pena la violazione del principio di tutela della vita e il rischio di derive culturali e sociali pericolose.

La stessa Corte ha segnalato il pericolo di una pressione sociale indiretta su persone fragili, sole, anziane, che, in mancanza di garanzie, potrebbero sentirsi un peso per la famiglia o per la collettività, finendo per chiedere la morte non per libera scelta, ma per senso di colpa o solitudine.

È soprattutto per evitare queste distorsioni che con spirito di responsabilità istituzionale auspichiamo anche un intervento legislativo dello Stato che faccia chiarezza su un tema così sensibile e concordiamo su questo principio; non concordiamo sul dire "Lo deve fare lo Stato, noi ce ne laviamo le mani", questo no, perché altrimenti non dovremmo stare qua.

Il nostro auspicio è che la direzione nazionale sia quella di un equilibrio autentico tra la tutela della vita e la dignità della scelta individuale, è una missione assolutamente complessa, non quella di una liberalizzazione incondizionata della pratica, come purtroppo già avviene in alcune esperienze estere, che non consideriamo compatibili con i principi costituzionali italiani, ma direi anche con i valori della stessa nostra civiltà occidentale, se civiltà possiamo definirla e se esiste ancora.

Concludo dunque rinnovando il senso di quest'approccio costruttivo, assolutamente prudente e profondamente umano, quanto possibile, perché spesso il diritto umano non è. I miei emendamenti non sono positivi ma migliorativi, rispettano le finalità dichiarative della proposta e le accompagnano con le cautele giuridiche e con le garanzie che ci sono state dettate dalla Corte.

Io insisto sulla 135 perché, purtroppo o per fortuna, qua di perimetro e di equilibrio si devono definire, perché altrimenti c'è il rischio che effettivamente qualcosa sfugga.

È vero, sicuramente in filosofia il collega Distort è molto più bravo, non mi ricordo se fosse il processo di Overton o il principio di Overton... ecco, la finestra di Overton che lei citava, io conosco la finestra di Bastiat ma è un principio economico.

Detto questo lei giustamente dice: "Stiamo attenti perché poi se iniziamo piano piano ad aprire la porta la spalanchiamo".

Stiamo attenti che vale anche al contrario, perché se io cerco di chiudere la porta alla fine la sbarro. In medio stat virtus, è estremamente difficile ed estremamente complesso trovare un equilibrio, però è necessario, perché altrimenti butteremmo via tutto il lavoro fatto nel tempo dai nostri padri costituzionali e da chi ha costruito il diritto sul quale si basa la nostra società, che parte anche da prima della Costituzione e del nostro Statuto.

Questo è quanto. Il contributo che si propone è sicuramente un contributo imperfetto, è sicuramente un contributo limitato, è sicuramente un contributo che limita ma necessariamente l'applicazione di questa legge e, sottolineo, la volontà è stata proprio questa, perché altrimenti non ci saremmo trovati sulla stessa linea d'onda delle colleghe.

Detto questo specifico e ribadisco la mia posizione di voto, nel momento in cui gli emendamenti presentati non dovessero passare, ovviamente io il testo di legge non lo voterò.

Nel momento in cui gli emendamenti invece dovessero passare e quindi potenzialmente modificare il testo di legge presentato, il mio voto sarà a favore, proprio perché ritengo che il tema dell'equilibrio, della prudenza e comunque dell'espressione di una volontà chiamiamola legislativa - poi lo Stato e la Corte faranno il loro - è necessario darlo.

Presidente - Consigliere Malacrinò, ne ha facoltà.

Malacrinò (FP-PD) - La pronuncia della Consulta che ha dichiarato la non punibilità dell'aiuto al suicidio in casi particolari e specifici, chiedendo al Parlamento di legiferare, sottolinea la complessità del tema e la necessità di un immediato intervento legislativo in merito.

Essa riconosce che la vita è un valore supremo, ma al contempo afferma la necessità di tutelare il diritto del paziente a trovare modi e forme per porre fine a una sofferenza insopportabile e irreversibile.

Questo non è un invito alla leggerezza, ma a un riconoscimento della drammaticità di certe condizioni e della necessaria responsabilità della società e della politica di fronte a questi temi.

La necessità della cura nel fine vita va ben oltre la somministrazione di farmaci e cure palliative, essa abbraccia l'accompagnamento psicologico, spirituale e umano, riconoscendo che dietro a ogni malattia c'è una persona con la sua storia, i suoi affetti, le sue paure e le sue speranze.

Il diritto a una vita dignitosa fino all'ultimo respiro implica non solo l'assenza di dolore fisico, ma anche la presenza di un contesto che preservi l'integrità della persona, il suo valore e la sua autonomia, per quanto possibile.

Questo tema tocca corde intime, universali e profondamente personali per essere ridotto a un mero campo di battaglia ideologico, buon test di appartenenza partitica.

Le persone che stanno soffrendo e i loro cari chiedono con forza di superare le contrapposizioni sterili e di costruire un terreno comune basato sull'ascolto e sulla comprensione. Si può essere laici e difendere con convinzione il diritto a una morte accompagnata e degna, così come si può essere credenti e dialogare con rispetto e apertura con chi ha opinioni diverse, senza rinunciare ai propri principi ma cercando punti di convergenza.

Ciò che serve è riconoscere che ci sono temi che richiedono sensibilità, silenzio, attenzione, ascolto profondo e consapevolezza. È dunque indispensabile un confronto serio, condiviso, rispettoso e ampio, che non sia ideologico, ma che tenga conto simultaneamente della scienza, della sensibilità sociale, delle implicazioni etiche e spirituali. Solo così si potrà giungere a una legge giusta, capace di non lasciare indietro nessuno, in particolare, come in questo caso, i più fragili e i bisognosi.

La realtà attuale - in cui le persone possono già accedere alla morte medicalmente assistita, ma si confrontano con tempi incerti e percorsi spesso lunghi e dolorosi dove ogni giorno sprecato è un giorno di sofferenza in più - rende dunque evidente l'urgenza di una normativa chiara, carica di umanità e sensibilità.

È fondamentale garantire a tutti la possibilità di agire con totale libertà di coscienza, poiché le posizioni personali su questioni così intime dipendono dalla sensibilità individuale, dal proprio vissuto e dal proprio momento esistenziale.

La polarizzazione politica può e deve essere superata partendo dalle storie concrete delle persone che soffrono, dal loro dolore autentico e dai bisogni più profondi e urgenti.

La vicenda della giornalista Laura Santi e la sua lettera rappresentano un testamento potente e un forte monito, la sua scelta, il suo desiderio di dignità fino all'ultimo indicano una strada che la politica non può continuare a ignorare.

A differenza di altri non parlo di verità, sono stato molto combattuto sul mio voto, sul nostro ruolo, se effettivamente siamo legittimati a legiferare su un tema così complesso e delicato, se abbiamo veramente le competenze e le conoscenze.

A mio avviso è necessario, nonostante i rischi evocati, dare un segnale seguendo la linea tracciata da altre Regioni, in un'epoca in cui i diritti sono messi in discussione è più che mai necessario garantire che la scelta sul proprio fine vita sia espressione autentica di autodeterminazione e dignità.

Il mio sarà dunque un voto favorevole. Invito tutti i colleghi a leggere la commovente lettera-testamento della giornalista Laura Sarti e le testimonianze di familiari e amici.

Presidente - Consigliere Ganis, ne ha facoltà.

Ganis (FI) - Innanzitutto mi scuso per il brusio che ho fatto ieri durante l'ultimo discorso del collega Chatrian e ringrazio il collega Mauro Baccega per il suo contributo e per le osservazioni per la stesura di questa relazione.

Oggi siamo chiamati a esprimere un voto sulla proposta di legge regionale n. 135 concernente le procedure e i tempi per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, ai sensi e per effetto della sentenza della Corte costituzionale m. 242/2019.

Come gruppo riconosciamo l'importanza e la delicatezza del tema che questa proposta di legge affronta; essa si prefigge di dare applicazione sul territorio regionale a quanto stabilito dalla Corte con la sentenza 242 del 19, definendo ruoli, procedure e tempi per garantire l'accesso al suicidio medicalmente assistito per coloro che si trovano nelle condizioni previste.

Comprendiamo la necessità di superare le incertezze e i ritardi che hanno caratterizzato finora l'attuazione di questo diritto, come evidenziato anche nelle vicende di persone come Federico Carboni; tuttavia, come gruppo, pur condividendo le esigenze di dare risposte concrete e dignità ai malati in condizioni di sofferenza intollerabile, riteniamo che la materia richieda un intervento legislativo nazionale più organico e completo, lo hanno ricordato in tanti in questo Consiglio.

Siamo convinti che una legge quadro statale sarebbe il contesto più appropriato per affrontare una questione di così vasta portata etica e sociale, garantendo uniformità e certezze su tutto il territorio nazionale.

Un tema estremamente delicato, centrato sulla sensibilità etica, religiosa e culturale.

Il tremendo dilemma tra libertà di vivere e libertà di morire ci mette fortemente in difficoltà.

A nostro avviso non si è obbligati a proseguire le cure e adottare tutti i mezzi di cura quando il loro impiego non corrisponde al criterio appropriato delle cure.

Pertanto vogliamo sottolineare che nella nostra regione, al Beauregard, il percorso di cure palliative è certamente all'avanguardia nazionale, a dimostrazione della grande attenzione che la nostra regione dedica a questo delicato tema.

Per queste ragioni, quindi, pur non volendo ostacolare un percorso che cerchi di dare attuazione a un diritto riconosciuto dalla Corte, ma ritenendo che il quadro normativo debba essere definito a livello nazionale, il nostro gruppo ha deciso di astenersi dal voto su questa proposta di legge.

Presidente - Assessore Caveri, ne ha facoltà.

Caveri (UV) - Cari colleghi, il tema è sicuramente molto delicato, ognuno ha avuto un approccio: chi si è emozionato, chi si è infilato in filoni di tipo giuridico, talvolta anche un po' confessionale.

Io devo dire che il dato di partenza sono i diritti civili, quindi ritengo che la discussione che oggi facciamo sia dedicata a questo tema, cioè la libertà e l'autonomia dei cittadini.

Negli Stati etici - che nella storia del 900 sono diventati dittature - è lo Stato che decide per i cittadini. Io credo invece che laddove esiste una democrazia esista anche uno Stato che non sia confessionale, che poi sfocia in quel caso nei rischi di una teocrazia, si debba parlare degli argomenti come quello di oggi in maniera molto libera facendolo, sulla base della sensibilità che ciascuno di noi ha su temi che, come è stato giustamente detto, non sono solo giuridici ma anche etici.

Personalmente ricordo, per anzianità, la grandissima polemica che nacque negli anni '90 attorno al cosiddetto "Caso Englaro", questa ragazza che poi, dopo anni di attesa alla ricerca di una soluzione giuridica al suo caso, morì di stenti perché vennero sospese l'alimentazione e l'idratazione e morì così.

In quegli anni iniziò una discussione seria sul fine vita. Devo dire che in quegli stessi anni ebbi la possibilità di seguire un'iniziativa che nacque con l'Associazione donatori degli organi in Valle d'Aosta su un tema che si trova sempre sul crinale tra vita e morte, vale a dire la donazione degli organi. Ci fu una grande aggressione quando venne approvata questa legge verso tutti i promotori, me compreso, da parte di un'associazione che si chiamava Associazione contro i predatori di organi, perché si riteneva che in qualche maniera quella legge potesse favorire chissà quale scempio, quando io invece credo che quando le leggi su temi di questo genere vengono scritte bene e ci si fida naturalmente dell'etica e della professionalità soprattutto dei medici con argomenti che entrano nella sfera delle logiche di cospirazione ci inoltriamo su un terreno che personalmente ritengo del tutto inutile.

Mi colpì molto, in termini personali, una valutazione che fece mio papà (che era un veterinario) negli ultimi anni della sua vita, anzi, devo dire nelle ultime settimane della sua vita; era profondamente cattolico, ma anche un po' volterriano per chi l'ha conosciuto, e un giorno mi disse: "Non dirlo alla mamma, ma io non capisco perché io come veterinario potevo decidere la morte di un animale quando non c'era più nulla da fare e io sono qui che soffro e patisco e non c'è nulla che mi possa dare conforto".

Naturalmente giustificava la morte dei suoi amici, la morte di tutti i suoi fratelli e sorelle; una sofferenza fisica, chiuso come era nel suo letto.

Si aggiunse a questo una cosa che mi colpì molto, eravamo nel 2009, e nel 2011, invece, lessi sul giornale della morte di un mio collega deputato che qualcuno ricorderà, Lucio Magri, che scelse di andare in Svizzera dopo aver spiegato di non aver trovato alcuna soluzione logica in Italia rispetto - so che il tema farà forse tremare qualcuno - a una forma di depressione terribile dalla quale non si riusciva a riprendere.

In Svizzera gli venne data la possibilità di morire come scelta cosciente, perché quando si va in questa associazione, che credo si chiami Exit, naturalmente l'ultimo atto non è eutanasia, cioè non c'è qualcuno che ti sottopone la morte, ma sei tu che o bevi un liquido oppure ti inietti volontariamente una sostanza mortale.

Oggi noi ci troviamo a discutere però di un'iniziativa dell'Associazione Luca Coscioni.

Io ho avuto sempre una viva simpatia per i Radicali, quando ero giovane studente a Ivrea, non avendo come riferimento la Jeunesse Valdôtaine, ho anche partecipato, come immagino molti di voi in quegli anni, a battaglie su temi importanti come il divorzio, l'aborto, i diritti civili, e devo dire che proprio in quegli anni ho capito, frequentando anche quella personalità straordinaria, molto amico della Valle d'Aosta, che fu Pannella, come il termine politico di riferimento è sempre stato anche di aspetti di provocazione, di trovare delle modalità per far saltare delle cose incancrenite del sistema.

Credo che questa sia in sostanza la logica con la quale è stata presentata questa legge, a fronte di una situazione di paralisi da parte del Parlamento.

Credo però che su questo qualche ragionamento debba essere fatto.

Questa stessa legge, come voi sapete, è stata approvata fra gli altri, dalla Regione Toscana che se l'è vista impugnare con la giustificazione che spetta al Parlamento esprimersi sulla fine vita, anche per evitare una legislazione "Arlecchino".

Ora la Consulta dirà chi ha ragione, abbiamo sentito un collega che ritiene che non ci sia una riserva di legge dello Stato, cioè che ci siano degli spazi anche per la legislazione regionale.

Io devo dire che su questo forse una qualche riflessione giuridica andrebbe fatta e dovrebbe farlo qualcuno sicuramente più competente di me, però devo dire che oggi ci sono state 11 autorizzazioni sul fine vita persone. Sei persone hanno realizzato il suicidio assistito, anzi, sette calcolando la giornalista Laura Santi di poche ore fa; decine di autorizzazioni sono in stato di attesa, altre sono state rifiutate, due persone hanno ottenuto il via libera ma non hanno poi proceduto, quattro casi sono ancora in verifica.

Lo hanno fatto in assenza di legge, cioè non hanno applicato nessuna legge regionale come quella che qui è in discussione. Lo hanno fatto sulla base della scelta della Corte costituzionale di avere delle sentenze (parlo al plurale perché ci sono state diverse sentenze rispetto alla prima del 2019) nelle quali in maniera molto dettagliata la Corte ha fissato dei principi che, secondo me, sono inderogabili, quindi se anche il Parlamento (e questo sta accadendo al Senato) decidesse, rispetto al contenuto della sentenza principale del 2019, di tornare indietro, io credo che questa legge eventualmente sarebbe incostituzionale.

Lo diceva bene Laura Santi, che è morta con il suicidio assistito: "Quello sul fine vita è un D.L. veramente infausto (quello che stanno discutendo al Senato in questo momento, e tra l'altro è stato rinviato in autunno) da essere umani" - si rivolge ai Senatori - "vi chiedo di bocciarlo. Non è un intento di regolamentare il fine vita ma di escluderlo. Non abbiate paura, non porterà nessun abuso questo diritto, vi chiedo buon senso da esseri umani".

Io credo che il compito del nostro Consiglio Valle sia in questo momento dare un segnale e lo si potrà fare, ad esempio, con uno strumento sul quale stiamo lavorando, e lo presenteremo prima della fine della discussione, con una risoluzione che dia un chiarissimo segno da parte del nostro piccolo Parlamento a beneficio di una spinta reale, perché quello che è veramente imbarazzante è che, ovviamente, la Corte costituzionale non può legiferare. Di fatto nei contenuti delle diverse sentenze, vedremo quella sulla legge della Toscana, ma ce n'è un'altra che dovrebbe essere discussa a giorni che riguarda una persona che non ha la possibilità fisica di azionare essa stessa il veleno con cui morire, quindi si domanda se in qualche maniera può essere supportata da qualcuno, pur a fronte di una sua totale volontà di farla finita.

So che sono temi difficili, temi che ci colpiscono, però bisogna anche guardare a che cosa capita in paesi civili nel resto d'Europa.

In Francia il tema è stato di recente affrontato dal Parlamento, il Presidente Macron aveva preso un impegno solenne di evitare questa situazione del turismo della morte, cioè quelli che sono obbligati ad andare a cercare dei Paesi che consentano questo atto finale, ed è un atto finale (io ci tengo a dirlo) che è un segno di civiltà, perché tutti i meccanismi legislativi in Europa, anche quelli più difficili da capire - penso alla legislazione belga che si è spinta fino a domandarsi come era possibile che questo valesse solo per gli adulti e non per i bambini sofferenti, ed è stato creato un meccanismo di consenso dei genitori che possa consentire di evitare ulteriori sofferenze a bambini in fase terminale. E credo che su questo non ci siano dubbi, perché io quando sento parlare delle cure palliative concordo pienamente sulla necessità di evitare sofferenze

Ma esiste un punto nel quale a un certo momento la persona deve essere in grado di potersi autodeterminare. Chi è che te lo deve impedire? Devi veramente buttarti da un ponte? Devi tagliarti le vene? Devi im-piccarti? O esiste un modo civile per decidere in propria coscienza di smettere di vivere?

Da questo punto di vista le testimonianze che noi abbiamo avuto... io credo che le interviste di questa collega giornalista che nelle scorse ore ha deciso di spegnere la sua vita siano esemplari, perché il suo è un afflato vitale, cioè non è una morte grigia e tetra, è una sorta di liberazione dal dolore e dalla disperazione di una vita che finisce per non avere più senso.

L'astensione su questa legge non significa affatto una lettura di una mancanza di volontà finalmente di legiferare, ma dà il senso che in questo momento risulta essere qualche cosa di inutile. È uno sforzo comprensibile, ma guardiamo l'articolo 117 della Costituzione, guardiamo il contenuto del nostro Statuto: bisogna essere realisti e allora sì che i Consigli regionali di tutta Italia - laddove ci credono, perché sappiamo che ci sono dei Consigli regionali che non ci credono - devono in qualche maniera avere degli atti politici che spingano a una soluzione finale, direi a una soluzione di civiltà perché, ripeto, i diritti civili sono un fatto fondamentale e bisogna sentirsi liberi anche in quel momento drammatico che c'è fra la vita e la morte.

Presidente - Chiedo ai colleghi che si sono prenotati di mantenere la prenotazione.

Sospendiamo brevemente il Consiglio per arieggiare il locale.

La seduta è sospesa dalle ore 11:03 alle ore 11:27.

Bertin (Presidente) - Riprendiamo dopo la pausa. Vi invito a prendere posto.

Si è prenotato l'assessore Guichardaz, ne ha facoltà.

Guichardaz J. (FP-PD) - Intervengo con rispetto, con cautela, ma anche con convinzione su un tema che - l'abbiamo potuto verificare anche questa mattina - tocca corde profonde della coscienza individuale, del nostro ruolo, anche di legislatori, e del senso stesso della vita e della morte nella nostra società.

Quella che stiamo discutendo oggi è una proposta di legge complessa, delicata, sicuramente divisiva, è una proposta che interroga ciascuno di noi nel proprio intimo, nelle proprie convinzioni culturali, morali, spirituali e, allo stesso tempo, ci chiede di assumerci una responsabilità pubblica, istituzionale, che va oltre, credo, le nostre storie personali.

Io non mi nascondo, ho una formazione culturale che viene da un mondo in cui la vita è considerata sacra ma non per questo intoccabile in senso assoluto.

Proprio in virtù di quel rispetto profondo per la vita, sono arrivato nel tempo a comprendere che esistono situazioni umane in cui lasciare andare qualcuno che soffre in modo irreversibile, con piena consapevolezza, con dignità, non è un atto contro la vita. È paradossalmente un atto d'amore verso la vita stessa, una vita che ha diritto a non essere ridotta a pura sopravvivenza biologica, priva di speranza, priva di voce, priva di senso.

In questi giorni, come è stato evocato durante il dibattito, molte e molti di noi hanno letto la testimonianza di Stefano Massoli che ha accompagnato la moglie, Laura Santi, nel percorso di suicidio medicalmente assistito, dopo due anni e otto mesi di battaglie legali, sanitarie e morali.

Le sue parole, che sono state già evocate da alcuni colleghi che sono intervenuti prima di me, che si possono riassumere in quelle "Vai amore, sei libera", sono un testamento d'amore, di umanità che difficilmente dimenticherò e credo che difficilmente dimenticheremo, così come le ultime parole pronunciate da Laura prima dell'iniezione letale: "Hai visto quanta strada abbiamo fatto?" dice al marito, "non è stata inutile".

Uno scambio straziante e lucido, che racconta meglio di ogni teoria il senso profondo di questa battaglia: non c'è odio per la vita, ma rispetto per ciò che non è più vita.

Laura ha dovuto percorrere un iter lungo, oneroso e travagliato, per veder riconosciuto un diritto che le spettava e anche questo credo che sia un tema. Non possiamo più tollerare un paese dove il fine vita è un privilegio di chi ha più risorse, più cultura, più contatti.

Laura Santi non ha chiesto l'eutanasia - lo hanno spiegato bene i colleghi intervenuti prima di me - ma (come prevede la sentenza più volte citata, la 242/2019, la sentenza Dj Fabo, che tanto ha fatto parlare di sé, la Corte costituzionale, o la 50/2024, la sentenza cosiddetta "Mario,", usando lo pseudonimo di questa persona che aveva ricorso anch'essa) Laura Santi ha chiesto di poter essere aiutata a morire, nel rispetto della legge, della sua malattia e della sua volontà consapevole.

La Corte - lo ha detto chiaramente, io non sono un giurista, mi limito a leggere e magari anche a interpretare con le mie sensibilità - ha detto chiaramente: "In presenza di condizioni ben precise (patologia irreversibile, sofferenze insopportabili, capacità di autodeterminazione e trattamento salvavita), il divieto assoluto di aiuto al suicidio è incostituzionale". Non so se vi ricordate tutta la vicenda di Dj Fabo.

Da allora sono passati quasi sei anni, eppure lo Stato italiano non ha ancora dato seguito a quella sentenza. Diversi Governi si sono succeduti e nessuno ha dato seguito a quella sentenza, nessuna legge organica, nessuna risposta vera, solo omissioni, rinvii, silenzi, una lacuna che ha costretto le Regioni - come la Toscana per esempio, è stato citato più di una volta - a intervenire per definire almeno i percorsi di valutazione e autorizzazione dei casi, nel rispetto della giurisprudenza costituzionale.

Anche noi oggi ci troviamo in questo spazio vuoto e a questo vuoto possiamo decidere di rispondere.

Io ho scelto di votare questa legge, ho firmato e voterò la risoluzione a cui ha accennato il collega Caveri, strumenti diversi ma convergenti che, secondo me, si rafforzano e rafforzano reciprocamente.

La legge tenta di costruire un quadro applicativo concreto, la risoluzione richiama il dovere, non più rinviabile, del Parlamento italiano di legiferare, come la Consulta ha chiesto da anni.

Chi ci accusa di invadere il campo dello Stato dovrebbe interrogarsi piuttosto sul motivo per cui lo Stato, quel campo, continua a lasciarlo deserto. Dovrebbe interrogarsi sul perché il Parlamento, di fronte a casi sempre più strazianti e frequenti, si rifugi nel non decidere, mentre le persone continuano a soffrire, a migrare all'estero, a cercare risposte nei Tribunali invece che nella legge.

Non è accettabile che lo stesso Governo che impugna le leggi regionali sul suicidio medicalmente assistito - come ha fatto con la Toscana, e verosimilmente farà con noi se approveremo la legge - sia poi incapace di proporre una norma nazionale.

Non è accettabile che quel Governo che dice di difendere la vita rimanga sordo di fronte a chi chiede di morire con dignità. Non è accettabile che mentre si nega il diritto all'autodeterminazione in nome della sacralità della vita, si approvino poi leggi come il Decreto Sicurezza, la norma sui centri di detenzione in Albania o si tollerino atteggiamenti ambigui verso regimi autoritari e leader liberticidi.

Non è accettabile, infine, che, mentre si colpiscono le Regioni che cercano di colmare un vuoto normativo, un esponente del Governo si spinga a proporre persino l'abolizione del reato di tortura, come se la dignità delle persone fosse una merce regolabile in base al colore politico di chi governa, come se i diritti fondamentali potessero essere piegati al vento dell'ideologia e della propaganda.

Lo dico con ancora maggiore convinzione - anche se il collega Manfrin ride, ridacchia, probabilmente si è sentito toccato nell'intimo, avrà poi modo di replicare - pensando all'impugnativa di pochi giorni fa con cui questo stesso Governo ha attaccato una nostra legge regionale, approvata, se ben ricordo, all'unanimità e che garantiva aiuti ai cittadini valdostani colpiti dagli effetti dell'alluvione. Una legge concreta, giusta, sociale, eppure impugnata.

Questo per dire che la coerenza istituzionale non è sempre di casa a Palazzo Chigi e che l'impugnativa non è la verità, non è un atto indifferente, è un atto politico, spesso ideologico, non può essere usata come pretesto - e lo dico a quei colleghi che si sono rassegnati e che si rassegnano al fatto che questa legge verrà probabilmente impugnata - non può essere usata come pretesto per fermare ogni tentativo di fare ciò che lo Stato non ha il coraggio di fare.

Un dubbio profondo che non nascondo: il dubbio che in una società malata di efficienza, di individualismo, di disuguaglianza, una legge sul fine vita possa essere distorta o usata male.

Ho paura che alcune persone fragili, sole, anziane, possano sentirsi di peso o che qualcun altro glielo faccia sentire.

Ne parlava il collega Aggravi nella relazione ai suoi emendamenti, rappresentando anche questo dubbio, ma proprio per questo credo che serva una legge chiara, garantista, costruita su percorsi rigorosi, trasparenti, condivisi, non per accelerare, ma per vigilare, non per sdoganare, ma per accompagnare con umanità.

Per questo non voterò l'emendamento proposto dal consigliere Aggravi che, a mio parere, introduce elementi restrittivi, in contrasto con l'impianto costituzionale e giurisprudenziale su cui questa legge si fonda, però lo ringrazio sinceramente, davvero, per il contributo che ha dato in questo dibattito ma credo che quell'emendamento non protegga davvero i più fragili: rischia piuttosto di trasformare una legge di garanzie in una legge di sospetti e questo, con serenità ma con fermezza, non posso condividerlo.

So che questa legge non è perfetta, so che avrà bisogno di essere monitorata, valutata ed eventualmente corretta, ma io penso che sia un primo passo, un passo nella direzione del rispetto della responsabilità, della libertà, e voglio compierlo, come ho detto prima, con libertà, senza ideologie e senza dogmi, rispettando naturalmente - questo lasciatemelo dire - anche le posizioni di quei colleghi che la pensano diversamente.

Sui temi etici credo ci sia libertà di espressione. Ho apprezzato molto anche il collega Aggravi quando ha detto: "Il nostro gruppo sarà libero di decidere e di votare come ritiene", io penso che questi temi - e l'ho sempre detto nel corso di questa legislatura e della legislatura a cui ho partecipato prima - sono qualcosa su cui non si può in qualche modo esercitare disciplina di maggioranza, ed è il motivo per cui voterò questa legge, voterò anche la risoluzione.

Rispetto anche le posizioni di quei colleghi che la pensano diversamente, perché anche chi non condivide questa legge, ma sceglie di confrontarsi, di proporre, di emendare o di sostenere la risoluzione e non la legge, dimostra di non essere indifferente, di assumersi a sua volta una responsabilità.

Per questo oggi, più che votare una legge, io scelgo di fare la mia parte in una comunità che deve anche saper ascoltare, vi assicuro che per me non è facile, anche le parole scomode, i silenzi forse più pesanti, le richieste anche più difficili, perché una politica che non sa farsi carico delle fragilità ma anche delle differenze non è più politica, è solo amministrazione, e penso che noi a questo non dobbiamo rassegnarci.

Presidente - Consigliere Distort, ne ha facoltà.

Distort (LEGA VDA) - Ascoltando gli interventi sin qui esposti ho avuto la soddisfazione di apprezzare anche diverse posizioni, benché la maggioranza delle posizioni, senza volermi ergere minimamente a giudice, riflettono una visione della vita, una visione della realtà che disegna perfettamente la nostra civiltà occidentale.

Tra l'altro, noto e osservo, viene in questo modo ribadita la debolezza di una civiltà che ha perso il proprio patrimonio culturale, con il quale confrontarsi per affrontare temi etici; è il risultato di aver perso per strada le risposte al senso della vita.

Parola chiave che è stata nominata più volte, proprio intesa come la chiave di apertura di una porta, la porta della persuasione e del convincimento, è "Diritto all'autodeterminazione", questo leitmotiv, questo che porta con sé una sorta di fascino prometeico, ma questo diritto alla determinazione, senza il collegamento con strumenti culturali adeguati, non è altro che un vagabondare nei luoghi comuni.

È come se noi andassimo in piazza con un tavolino e cominciamo a raccogliere il consenso della gente.

Ecco, questo porta un percorso di democrazia che è completamente slegato dai valori.

Ed è questo che io vorrei riaffermare oggi, ma non per affermare i miei valori, non sono miei valori, sono i valori che appartengono a una civiltà che si è costruita su 25 secoli di storia, di filosofia, su 20 secoli di cultura cristiana e che ha portato a costruire una società che ha dato luogo al logos e ha vissuto in continuazione, per millenni, il suo rapporto con il logos, con la ragione, con il diritto naturale.

Invece questo ricorso allo scudo dell'autodeterminazione è il classico manifesto del laicismo, ripeto, il laicismo è la posizione nella quale si crede che la laicità di un'assemblea legislativa, che deve essere giustamente laica, debba assolutamente cancellare ogni riferimento ai valori e al patrimonio culturale basato su una visione della vita che è raccontata anche dalla religione.

Quando si bandisce questo in nome della laicità non si fa della laicità, si cade nel laicismo e ci è riuscito molto bene l'Illuminismo che, attraverso una sorta di declinazione della ragione, è arrivato poi nell'obbrobrio della rivoluzione francese il cui simbolo non è la libertà - come ce l'hanno raccontata generazioni di insegnanti o di programmi di insegnamento (non voglio demonizzare gli insegnanti), programmi di insegnamento - il simbolo della rivoluzione francese è la ghigliottina, è il Terrore, questo è il simbolo della rivoluzione francese, ed è questo l'effetto di quel percorso illuministico che ha pensato di dire: "Sono grande ormai, taglio il mio cordone ombelicale rispetto a una cultura gigantesca che mi ha preceduto in nome di nuovo di un'autodeterminazione prometeica". Questo è quello che succede.

L'assessore Guichardaz era partito molto bene con un incipit di riferimento ai propri valori, poi, è chiaro, ha prevalso la dinamica del trovare un'occasione, un pretesto per condannare il Decreto Sicurezza e quindi la forza del suo pensiero è un po' svanita.

L'assessore Caveri parlava invece di Stato etico, che è alla base delle dittature. Io direi che nell'analisi della storia - per quanto non mi metta a competere con il suo livello culturale, ma una sana dialettica... - la prima dittatura vera, in chiave moderna, è venuta appunto dall'applicazione dell'Illuminismo con il Terrore che ha seguito la rivoluzione francese, mentre tutto il Medioevo, mille anni di storia, che ha costruito una politica e un Governo intriso di dimensione etica legata ai valori cristiani - per quanto ce lo dipingano in maniera obbrobriosa, romanzi, film e pseudostorici - è stato invece una ricchezza culturale gigantesca, che è riuscita in un progetto gigantesco che è quello di costruire l'Europa cristiana.

In sintesi, io ribadisco questo: quando si recide il cordone ombelicale con il senso della vita, con i valori razionali e naturali - parlo del logos, del diritto naturale, di ciò che è la regola di madre natura - rimangono in piedi solo soluzioni efficientistiche.

Questa è una politica debole se si basa su questo, se perde il legame con un patrimonio millenario, rimane una politica debole, e allora di fronte a quanto ha detto il collega Aggravi ("Dobbiamo avere il coraggio di esprimerci su queste cose, altrimenti a cosa serviamo"), sono perfettamente d'accordo con lui, ma il problema è questo: se noi ci esprimiamo con questa debolezza alla base, rischiamo di fare più danni di quanto possiamo portare come beneficio.

Se la politica non è in grado di far ricorso al patrimonio valoriale di 2.500 anni di storia della filosofia e di 2.000 anni di cultura cristiana, non sarà mai in grado di trattare temi etici ma soprattutto di trattare qualcosa che è ultra delicato, che sfugge in ogni legge, l'abbiamo detto, in ogni legge, tanto più in questa: è la linea di confine, è una sorta di modalità di applicazione.

La linea di confine è determinante e, guardate, vi faccio un esempio molto concreto: noi abbiamo deliberato, abbiamo legiferato su vari strumenti, su varie iniziative e su tanti strumenti ci siamo detti, per esempio, sul piano energetico - adesso passiamo da fine vita a piano energetico, è un esempio che voglio condividere con voi perché ci permette di capire molto bene - certe scelte a livello energetico, a livello di soluzioni, sostenibilità, di norme, di pianificazioni, senza un piano industriale a monte finiscono per essere i fiumi nel deserto. E questo mi sembra che l'abbiamo tutti capito, tutti; allora dico: se non mettiamo in moto innanzitutto - questo lo possiamo fare come Consiglio regionale - una politica di recupero della coscienza basata sul patrimonio culturale prima di mettere in moto uno strumento di suicidio assistito, noi diamo delle armi in mano alle persone nel momento più debole della loro vita, nel momento in cui si ha più bisogno, nel momento in cui sono più vulnerabili, sono a contatto con la sofferenza. Noi mettiamo in mano loro delle armi senza che siano in possesso di tutti i requisiti di coscienza sul senso della vita e sul senso della realtà.

Si finisce per rimanere in una sorta di povertà spirituale, povertà esistenziale, povertà valoriale che si apre o all'arbitrarietà della scelta o addirittura al condizionamento di una scelta, perché il criterio di confronto non è più il senso della vita, la sacralità della vita, ma il criterio di confronto sarà la capacità di essere efficienti oppure no.

Questo è il grande rischio, è questo che voglio dire a piena voce in quest'aula oggi, non è un manifesto della posizione cristiano-conservatrice, questa è la posizione di una persona che vuole mettere a disposizione una visione della realtà che ha permesso la costruzione di una società che ha la fortuna di fondare le sue radici su 25 secoli di storia del pensiero.

Nel momento in cui si perde per strada questo legame, si apre un altro legame, che è un legame che subiamo per davvero, è un legame che umilia la vita per davvero, è il legame di un totalitarismo del diritto personale, che diventa non più, non solo affermazione della propria libertà di scelta, ma luogo in cui si celebra una scelta condizionata da un pensiero comune, fragile, che, di fronte alla difficoltà di gestire la sofferenza, preferisce la rapidità e l'efficienza con cui si può gestire un accompagnamento verso la morte.

Presidente - Consigliere Manfrin, ne ha facoltà.

Manfrin (LEGA VDA) - Intervengo e in principio voglio chiedere scusa alla collega Guichardaz che aveva chiesto - e credo che sia corretto e che abbia avuto ragione di farlo - il rispetto di questo dibattito. Io non sarei neanche intervenuto se un suo collega, che purtroppo ha avuto la sfortuna di far parte della sua lista, non avesse rotto questo patto che mi pare invece tutti in quest'aula abbiano rispettato finora.

Non sarei intervenuto perché ritengo che ognuno, al netto delle posizioni personali, abbia correttamente rappresentato la propria visione su questo tema e credo che chiunque, a prescindere da quello che abbia detto, sia meritevole di rispetto, ma a fronte di quello che ho sentito sinceramente non mi sono potuto trattenere dal prorompere in una fragorosa risata. Confermo quella risata, e se potessi gliene farei un'altra in diretta, caro assessore Guichardaz, perché lei ha atteso ben cinque anni seduto su quella poltroncina lì in fondo per esprimere una posizione politica.

È cinque anni che lei si confonde con il resto della tappezzeria da quella parte lì, che gestisce l'esistente, che non prende una minima posizione politica all'interno di quest'Aula e che si limita a leggere i fogliettini che le passano, è cinque anni che fa questo e lei arriva all'ultimo giorno di Consiglio, su una proposta di legge che tocca dei valori su cui obiettivamente noi tutti abbiamo una sensibilità, per fare della politica, per dire che lei è quello di sinistra e per dire che lei è quello che si oppone al Governo nazionale.

Lei obiettivamente ha fatto un intervento completamente fuori controllo ed è un intervento osceno, perché tira in ballo fuori tutto tranne quello di cui dovremmo parlare.

Lei fa un intervento politico senza rispettare, come ha detto la collega Guichardaz, tirando fuori questioni come il reato di tortura, il Governo nazionale cattivo e tutte questioni che non c'entrano nulla con il tema che stiamo discutendo.

Addirittura tira fuori la questione del rispetto dell'articolo 32 della Costituzione; Assessore, Assessore, ma si risparmi delle brutte figure!

Io le ricordo, non soltanto a lei ovviamente, che, quando si parla di trattamenti sanitari che si vogliono rifiutare, c'era qualcuno che era in prima linea, e lei lo era assieme ad altri, nel dire che una persona o si vaccinava oppure non poteva lavorare.

Lei era in prima linea a dire che una persona entrava qui dentro con il fogliettino o con il green pass, altrimenti qui non poteva rappresentare la democrazia, quindi non ci parli dell'articolo 32 della Costituzione, lei non ha diritto di parlare del rispetto dell'articolo 32 della Costituzione, perché quello dovrebbe garantire il rispetto di tutti i diritti, di tutti quanti, a prescindere da quel trattamento che hanno fatto oppure no.

E lei parla di coerenza del Governo. Assessore, ma lei era nel Partito Democratico quando Matteo Renzi era Segretario e scriveva sul suo libro "Stil Novo" che bisognava cancellare le autonomie speciali. E lei ci viene a parlare di coerenza e fa parte di un Governo che si definisce autonomista? Allora dovrebbe cancellarsi da solo, dovrebbe cancellare l'autonomia di questa Valle d'Aosta, dovrebbe essere coerente con questa.

Per lo meno la collega Pulz che l'ha preceduta e rappresentava la sinistra in questo Consiglio l'ha detto più volte in maniera molto chiara, "Sono contro l'autonomia, la voglio cancellare, dobbiamo essere uguali a tutti gli altri". Ha avuto il coraggio di dirlo, lei non ce l'ha, per mantenersi quel trapuntino mentre si confonde con la tappezzeria che sta dietro di lei.

Io le faccio un grosso augurio, spero che quest'appello che lei fa in chiusura di legislatura le possa servire a prendere un "Sacchissimo" di voti e di poter riconfermare la sua posizione lì.

Io non credo, io non credo, lei avrebbe dovuto fare politica in questi anni, avrebbe dovuto prendere le posizioni, avrebbe dovuto rivendicare, esattamente come avete fatto una volta all'interno di quest'aula, e devo riconoscere la coerenza delle due colleghe che mi stanno di fronte, la collega Guichardaz e la collega Minelli.

Quella posizione che avete preso voi sette contro la legge anti Dpcm che noi tutti abbiamo votato tranne voi, quello fu un vero atto di ribellione verso il Governo centrale che, a prescindere da quello che poteva succedere sul territorio, applicava alla Valle d'Aosta quello che poteva applicare in un territorio dove c'erano milioni di abitanti e, se una famiglia si contagiava a Rhêmes, allora l'algoritmo ci diceva che bisognava chiudere la Valle d'Aosta e che era in zona rossa.

Noi contro questo ci siamo schierati e abbiamo votato una legge che ha ribadito l'autonomia della Valle d'Aosta e lei si è schierato contro. Quello era il momento per ribadire l'autonomia della nostra Regione, non una legge che, per quanto abbiamo detto, ovviamente non fa altro che prendere una posizione, contro cui probabilmente ci sarà anche un ricorso da parte dello Stato; è un tema su cui si sta già legiferando e c'è un lavoro importante a livello nazionale.

Lei quindi mi ha fatto davvero ridere, glielo ribadisco, le faccio un grosso in bocca al lupo per il suo futuro. Credo che questo suo modo di far politica andrà poco lontano, però mi permetto di dirlo. Ovviamente ribadisco il voto di astensione del gruppo Lega sia sul provvedimento legislativo, sia sulla risoluzione.

Presidente - Consigliera Erika Guichardaz, ne ha facoltà.

Guichardaz E. (PCP) - Come ha giustamente fatto notare il collega Manfrin, e sicuramente capirà, a me il suo ultimo intervento non è piaciuto per nulla, ma perché effettivamente stiamo, e lo ripeto, parlando di persone malate che chiedono un diritto, a mio modo di vedere, sacrosanto.

Questa, e lo ribadisco, è una proposta di legge che è ferma dal febbraio 2024, quindi non accetto il fatto di dire "Non abbiamo potuto approfondirla in Commissione" perché c'era tutto il tempo di approfondirla. Noi, giustamente, abbiamo chiesto le audizioni che per noi erano importanti, quindi abbiamo privilegiato l'aspetto giuridico della proposta di legge e abbiamo voluto sentire la USL e il Comitato Etico che sono i due soggetti che in qualche modo intervengono in maniera importante per l'applicazione di questa proposta di legge.

Quello che ci dispiace, e l'ho già detto ieri durante la relazione, è che venga affrontata nell'ultimo Consiglio, questo sì, perché molto probabilmente avremmo anche avuto tempi e modi diversi.

Come ho già anticipato al collega Aggravi, abbiamo fatto vedere gli emendamenti ai legali dell'Associazione Coscioni, che hanno condiviso la bontà degli emendamenti e quindi noi voteremo quegli emendamenti proprio perché inseriscono dei passaggi che sono avvenuti successivamente al deposito della nostra proposta di legge, quindi la sentenza di cui parlava il collega.

Vorrei però rispondere ad alcune persone che sono intervenute durante il dibattito. Il consigliere Distort, proprio in premessa, dice: "La mia è una posizione non politica".

Io ricordo che noi in quest'aula siamo chiamati invece a prendere delle posizioni politiche e lo dico perché sono anche stanca di sentir parlare delle varie sensibilità.

Io in quest'aula ho votato degli atti su cui non ero assolutamente d'accordo, ma visto che a livello politico invece la posizione era una, li ho votati, quindi sotto questo punto di vista io dico che quando siamo in quest'aula, siamo in quest'aula per prendere delle posizioni politiche.

Rispetto al tema in oggetto, forse io, essendo atea, ho in qualche modo più facilità a esprimermi su alcuni temi, però evidenzio che, anche da atea, sono una persona, sono diventata madre molto giovane, quindi avrei potuto fare, ad esempio, comunque un test per vedere se il mio bambino era disabile o meno e decidere quindi di abortire o meno, invece io non l'ho fatto, perché non sarei mai stata in grado di fare una cosa di quel tipo, però io rispetto e condivido che vi siano altre persone, magari per altre ragioni, che abbiano fatto quelle scelte e che possano fare quelle scelte, perché stiamo parlando comunque della libertà di ogni persona.

Contesto anche il fatto di "Chi di noi non ha paura di morire": io non ho assolutamente paura di morire, è l'unica certezza che ho in questa vita. Sicuramente io, come tutti noi, so che prima o poi la nostra vita finirà. Ho paura invece della morte dei miei cari, questo sì, e quando ho presentato questa proposta di legge ne ho ampiamente discusso all'interno della mia famiglia, perché mi sono messa nei panni di una madre che magari deve subire la scelta della propria figlia in questo senso e proprio perché anche mia madre mi ha detto: "Hai sbagliato a depositare quella proposta di legge, perché sarebbe una sofferenza per me pensare di lasciarti andare", lì invece ho apprezzato la maturità di mia figlia che in qualche modo mi ha aperto gli occhi, facendo anche esempi di persone che nella nostra vita purtroppo hanno deciso di togliersi la vita, ma potendolo fare, perché erano in grado di potersi buttare da un ponte, perché erano in grado di mettersi un sacchetto intorno alla testa e di uccidersi.

In quel caso lei mi ha fatto notare: "Perché, se io posso, non mi giudicheresti, mi capiresti e invece in questo caso non lo faresti?" e questo mi ha effettivamente aperto gli occhi e mi ha aperto gli occhi rispetto al giudizio anche di merito che spesso viene dato a chi magari passa dei momenti veramente difficili della propria vita e decide di compiere questi atti.

Quelle armi quindi le abbiamo tutti in mano, tutti noi, a differenza proprio delle persone invece che sono tutelate in questa legge, che purtroppo quelle armi non ce le hanno e che chiedono disperatamente di poter mettere fine alle loro sofferenze, magari proprio perché la loro vita non è più così piacevole, non è più sopportabile, perché anche nelle parole che ha riportato la consigliera Minelli si intuiva la voglia di vivere di quelle persone, dall'altra parte, però, la grande disperazione per quello che stavano vivendo.

Io non entrerò nel tema giuridico perché, secondo me, su una battaglia di diritti come questa il tema deve essere un tema diverso.

La sentenza della Corte costituzionale - qualcuno lo ha detto, tant'è che ci sono già esempi di persone che lo hanno applicato - lo dice, lo permette. Quello che viene chiesto in questa legge è che vengano date procedure e tempi certi e io dico: c'è diversità fra la Valle d'Aosta e la Sicilia a livello sanitario? Forse sì, forse in Valle d'Aosta, in tempi ben diversi, abbiamo deciso di istituire un Comitato etico, molto probabilmente perché credevamo in alcune cose; in altre Regioni il Comitato etico non esiste e anche qui il Comitato etico non è fatto da cittadini presi a caso, ma è istituito da una delibera di Giunta e con persone che hanno chiesto di essere indicate, sapendo bene qual è il loro compito.

Come dicevo, quindi, è una questione di diritti e di parità di trattamenti, perché - l'ha detto l'assessore Caveri - se io ho i soldi addirittura posso decidere anche verso l'eutanasia, nessuno me lo impedisce. Se io ho, come vi dicevo, la salute... (Interruzione fuori microfono... Sì, però in altri luoghi c'è, quindi se io ho i soldi, posso benissimo farlo.

Se io ho la salute e la forza posso benissimo decidere di togliermi la vita in altro modo, queste persone invece non possono.

Mi dispiace che parlo sempre di lei, ma era piuttosto evidente che poi ci sarebbe stato un confronto soprattutto con il collega Distort, che ho imparato a conoscere in questi anni. Viviamo in uno Stato laico e in questo senso io credo che in qualche modo dobbiamo rendercene conto, soprattutto noi che siamo in quest'aula, perché, ribadisco, quello che ognuno di noi farebbe non è quello che in qualche modo dobbiamo votare in quest'aula. In quest'aula dobbiamo dare la possibilità ai cittadini di fare quello che chiedono da tempo e quello che è previsto dalla legge.

Noi quindi naturalmente porteremo in votazione - come dicevo accoglieremo anche gli emendamenti del collega Aggravi, che ringraziamo perché ha comunque, fin da subito, dato un segnale di interesse rispetto a questa tematica e ha dimostrato anche, avendo forse posizioni molto diverse dalle mie, comunque di voler anche migliorare il testo di legge - quindi, come dicevo, lo porteremo in votazione mentre sulla risoluzione appena arrivata avremo modo di sentire l'illustrazione e poi decidere cosa fare.

Presidente - Assessore Guichardaz, ne ha facoltà, secondo intervento.

Guichardaz J. (FP-PD) - Io credo che il tema, al di là poi delle linee di condotta dei singoli Consiglieri o Assessori, che il collega Manfrin vorrebbe imporre alla discussione sia un tema... Sì, lei ha detto: "Io mi sono mantenuto... abbiamo mantenuto una discussione", non potevo non intervenire visto che lei sostanzialmente ha esondato rispetto evidentemente a una questione su cui c'era stato un accordo... non ho capito, probabilmente con le colleghe.

Io penso che la discussione politica debba essere accolta a prescindere dalle critiche, io non penso che nel momento in cui io venga criticato giustamente, l'ho detto in questi 5 anni, discutendo tra l'altro di molti temi sui quali io ho preso posizioni alle volte anche non dico in contrasto con la maggioranza, ma magari in maniera del tutto personale... il collega Perron lo sa benissimo, mi ha accusato più volte anche lui di uscire fuori da discussioni magari che invece avrebbero dovuto rimanere più limitate all'aspetto procedurale e amministrativo.

Io credo che questo tema sia un tema politico, adesso al di là che si approvi o non si approvi la legge, al di là poi della decisione della Corte costituzionale, se dirà o meno che le Regioni hanno supplito a una carenza del Governo; è politico perché dal 2019 la Corte costituzionale - e nel 2024 lo ha ribadito - ha dichiarato che manca una regolamentazione sul fine vita che, per motivi vari, e io sono convinto anche per motivi ideologici ...ed è il motivo per cui ho fatto questo raffronto tra un Governo molto attivo sul fronte del mettere a freno la protesta civile con tutte le considerazioni che si possono fare, che io ho scritto peraltro sul Decreto sicurezza, di cui non approvo una sola virgola e non approvo assolutamente né l'impostazione né lo spirito con cui è stato fatto che trovo, permettetemi, osceno, lo trovo veramente osceno, ma per quello che c'è dietro, non tanto per quello che c'è scritto, che poi dopo è l'esplicitazione comunque di un'ideologia.

Io credo che non dobbiate vergognarvi di dire che il ministro Salvini ha richiesto o ha proposto un dibattito relativamente alla derubricazione del reato di tortura per la Polizia penitenziaria o per la Polizia con tutti i distinguo che ha fatto.

È il vostro leader, potete benissimo evidenziare le ragioni di una cosa che io non condivido per nulla, così come non condivido il decreto sui centri di detenzione in Albania. Qual è il problema? Cioè qual è il problema, collega Manfrin, se io cito il fatto che voi facciate l'occhiolino... (Interruzione fuori microfono)... Io parlo di quello che voglio, non è che lei mi deve dire di che cosa devo parlare, abbia pazienza, sennò faccio la tappezzeria. Non l'ho fatta per cinque anni, sono intervenuto sempre tenendo conto anche del mio ruolo, che è un ruolo di amministratore, e quando esondavo non c'è stata una volta che voi strategicamente non abbiate detto: "Ma lei sta uscendo dal suo ruolo".

Io sono anche una persona e, se permettete, sono anche un Consigliere, ho una mia vita politica, ho una mia formazione anche di tipo ideale, non dico ideologico, non mi piace questo termine, quindi intervengo come mi pare e non penso che sia lei che mi può dire fin dove posso essere pertinente o darmi le valutazioni, perché se dovessi tutte le volte fare discorsi sulla strategia e sulla tattica magari di qualcuno che ti porta in un senso per dire un'altra cosa, allora qua apriamo un dibattito, ma oramai siamo a fine legislatura. Non l'ho mai fatto, malgrado la strategia in cinque anni fosse sempre puntualmente quella, cioè di sollecitarti in un modo e poi di risponderti in un altro, quindi mi si permetta di dire quello che penso, così come penso che non sia un problema dire che voi siete dei sostenitori agguerriti della politica trumpiana. Lei è venuto qua con il suo bel berretto rosso, "America free" eccetera eccetera, tutto contento perché Trump è stato votato e oggi lo vediamo: una politica trumpiana che sta mettendo in difficoltà completamente il mondo, sta creando dei problemi credo all'universo tutto, a milioni se non miliardi di persone, per certe prese di posizione che sono totalmente liberticide.

Questo per dire che probabilmente tutta questa ideologia che ammanta il Governo nazionale poi alla fine impedisce... su una questione come questa, che tocca i diritti civili, che tocca anche i diritti sociali e i diritti individuali delle persone, questa non è una questione di autodeterminazione, di chissà che cosa, di voler fare Dio a tutti i costi, l'abbiamo detto, e io ho detto anche che ho una formazione ed un credo religioso che mi impedisce di concepire la vita come qualcosa che può essere nella piena disponibilità delle persone, proprio per cercare di mettere dei punti nella discussione che non siano di banalizzazione di un argomento importante come quello della vita.

Quando io cito un Governo o un Parlamento che probabilmente non vuole regolamentare una materia come questa - tra l'altro io onestamente ho fatto riferimento al fatto che la sentenza Dj Fabo è del 2019, evidentemente anche nel Governo precedente c'erano delle difficoltà a conciliare delle posizioni, io non dico di no - io dico che oggi esiste una richiesta specifica da parte della Corte costituzionale ma anche da parte di migliaia di persone che ritengono che in casi specifici limitati (dove la vita diventa impossibile perché mal si concilia o non si concilia assolutamente con le sofferenze, con l'alienazione, con la frustrazione, con la depressione, con tutto quello che è stato detto oggi) possano, ad un certo momento, autodeterminarsi, ma autodeterminarsi non vuol dire suicidarsi, vuol dire fare un percorso di consapevolezza che è individuale.

Dopodiché si parla di stato etico, io non voglio entrare nella questione, tra l'altro, collega, lei era talmente probabilmente preso a scrivere i suoi foglietti... io non mi faccio far foglietti da nessuno, guardi, questo glielo posso assicurare, per cui a un certo punto ha citato il fatto che io abbia parlato dell'articolo 32 della Costituzione.

Io non ho accennato assolutamente alla Costituzione, si vada a rileggere o a riascoltare il mio intervento: io non ho parlato della Costituzione, quindi se lei trova poi dei pretesti per agganciare il suo pensiero, almeno li trovi corretti e almeno ascolti.

Dopodiché questa discussione è una discussione che non ha nulla assolutamente credo di inopportuno e di inadeguato, ognuno può esprimere la propria posizione, lei in cinque anni mi sembra che abbia sempre espresso la sua in maniera assolutamente libera, qualcuno gliel'ha impedito? Qualcuno gliel'ha impedito? Ecco, non io, non io, quindi mi si permetta, dopodiché lei può fare le sue repliche, può dire quello che vuole ma dettare proprio anche l'agenda della discussione io credo che sia qualcosa... Continui, allora lei può continuare, dopodiché magari chieda al Presidente di fermarsi perché qualcuno fa un sospiro, fa un sorrisino. Lei può fare quello che vuole, le ripeto.

Rispetto al tema, io continuo a dire che questa legge.... No no no, ma faccia pure, se vuole andar via, vada via, se vuole rimanere, rimanga, non mi interessa, era per rispondere alle sue considerazioni.

Io continuo a ripetere: questo è un tema di cui qualcuno si dovrà fare carico. Non si fa carico lo Stato? Lo Stato ritiene di non farsi carico? Se ne faranno carico le Regioni? Ci sarà un'impugnativa se passerà questa legge? Mi pare di capire che non ci sia una grossa intesa, proprio perché questo è un tema sensibile sul quale ognuno poi risponderà, non credo, su indicazioni specifiche dei singoli gruppi o delle maggioranze o delle opposizioni a cui appartengono, si vedrà.

Io sono convinto che la Corte costituzionale, e ne sono sempre più convinto, alla fine non avrà un'opposizione rispetto a una legislazione delle Regioni che va nella direzione assolutamente di perseguire le indicazioni che la Corte costituzionale ha dato circa quegli ambiti che non sono ancora regolamentati.

La composizione delle Commissioni, tempi certi... perché non si può tollerare, non si può aspettare, soprattutto in casi estremi, che ci sia un percorso che possa durare tre-quattro-cinque anni, percorsi che, come ho detto prima, tra l'altro possono essere intrapresi magari da persone che sono attrezzate culturalmente ed economicamente, lasciando poi le persone meno attrezzate a dover magari rassegnarsi al fatto che lo Stato in questo caso è insipiente e non va avanti rispetto a delle indicazioni che sono state date chiaramente dalla Corte costituzionale.

Presidente - Consigliere Cretier, ne ha facoltà.

Cretier (FP-PD) - Intanto chiedo scusa al collega Manfrin, volevo semplicemente esprimere il fatto che se c'era un accordo tra di voi poteva essere condiviso nella Capigruppo come abbiamo sempre fatto tante altre volte e il tono sarebbe stato opportuno.

Vorrei esprimere il mio pensiero meno profondo dei tanti interventi dei colleghi, ma necessario, se non altro per partecipare alla discussione ed esprimere la mia personale posizione.

Una proposta di legge di fine legislatura, un tema serio usato per creare chiaramente dei posizionamenti politici, ma ognuno di noi può, con la propria sensibilità, approcciarsi in modo del tutto personale, nella propria coscienza, con le proprie esperienze e con le proprie conoscenze.

Chiedo scusa perché mi ripeterò spesso richiamando l'aspetto personale qui necessario, ma ogni decisione passa da un'attenta valutazione e bisogna tenere in evidenza i due livelli, politico e personale: diventa molto complicato decidere e quindi mi chiedo come sia possibile scindere decisioni che toccano la sensibilità umana, l'etica e il proprio pensiero.

Posso solo esprimere il mio pensiero personale, come su altri temi etici, non vorrei mai arrogarmi il diritto di scegliere per altri fini ideologici, culturali - o religiosi, per chi è credente - ma mai per fini politici, su questo tema - questo deve essere chiaro, o per lo meno è chiaro per me - la politica deve scrivere e votare le norme.

Un tema altamente delicato e importante ma che necessita di tempi certi dopo l'espressione delle proprie volontà, questo sicuramente è utile per chi vive in queste condizioni.

Lo Stato ha impugnato la norma evidenziando, al fine di renderla omogenea in tutte le Regioni, la necessità di un intervento del legislatore nazionale, però non convergono le posizioni, che sono totalmente diverse per ovvi motivi politici, etici e personali.

Mi ha colpito la storia e la scelta di "L.T." che avete già tutti menzionato ma io reputo semplicemente di dire L.T.; pensare che sono passati oltre due anni e mezzo dalla scelta, attraverso un collegio di esperti, di un Comitato etico, un protocollo farmacologico, le modalità di assunzione e i ricorsi, gli iter giudiziari, civili e penali, complessi e mortificanti, che non fanno altro che allungare la sofferenza...

Riporto le parole di L.T.: "La vita è degna di essere vissuta ma solo noi possiamo decidere, ma non decidiamo mai sulle tempistiche e anche il termine suicidio potrebbe creare confusione e creare un impatto distorto nell'opinione pubblica".

Se il tema è fare un appello, forse l'ennesimo, facciamolo al legislatore nazionale per una decisione politica e legislativa e per definire il percorso e i tempi.

In questo caso non possiamo legiferare noi, ma lo Stato, per una legge che armonizzi tutte le scelte regionali, per dare dignità anche al passaggio finale, per cui non voterò la legge, e come ha detto il collega Distort, una capacità di essere efficienti io e noi la chiederemo al Governo nazionale.

Presidente - Consigliera Minelli, ne ha facoltà.

Minelli (PCP) - In apertura di questo secondo intervento, spendo solo due brevissime parole per specificare che non c'è stato nessun accordo di nessun tipo con nessuno, ma semplicemente sia la collega Guichardaz ieri quando ha presentato la proposta di legge, quando ha fatto la relazione introduttiva, sia io questa mattina, quando sono intervenuta per prima, abbiamo semplicemente detto che il nostro auspicio era che non ci fossero in questo dibattito delle considerazioni che andassero al di fuori del tema di questa legge e abbiamo detto che era chiaro che ci fossero dei posizionamenti a seconda della convinzione personale, chiamiamola sensibilità o chiamatela come volete.

Io ho ascoltato con molto interesse tutto quello che è stato detto questa mattina e al netto di qualche sbavatura o di qualche considerazione che forse è un po' uscita da quello che era il solco che avevamo chiesto di poter percorrere, per il resto il dibattito credo che sia stato molto sincero e sia stato corretto, questo vorrei dire nel rispetto delle posizioni di tutti.

È chiaro che sono state anche formulate delle considerazioni che mi vedono contraria o comunque non completamente allineata, altre invece le condivido.

Vorrei però, soprattutto a beneficio di chi ci ascolta, sgombrare ancora una volta il campo da quella che, a tratti, mi è sembrata, in alcune esposizioni, essere un po' una trattazione poco corretta, pertanto definiamo bene che questa proposta di legge riguarda la questione del suicidio assistito e non l'eutanasia e la differenza fondamentale tra le due questioni, tra le due procedure, risiede nell'azione che causa la morte: nell'eutanasia è un medico o un altro professionista sanitario che somministra direttamente il farmaco, nel suicidio medicalmente assistito è il paziente stesso che si autosomministra il farmaco, con l'assistenza di un medico che fornisce la sostanza e le istruzioni, e qui si aprirebbe anche tutta un'altra questione, perché ci sono persone che per la patologia che hanno non potrebbero nemmeno essere in grado di compierlo quell'atto, secondo quella che è adesso la procedura che noi prevediamo in questa legge, che poi è in tutto e per tutto simile a quella che è stata votata anche in Toscana e che è in discussione in altre Regioni, e quella della Toscana, lo sappiamo, è stata impugnata.

Ci sono delle considerazioni che ha espresso il collega Distort che io condivido: l'importanza che ha nei confronti di tutte le persone che soffrono, che hanno una malattia appunto giudicata irreversibile e degenerativa, l'accompagnamento con le cure palliative, che sono assolutamente necessarie e che devono essere garantite sempre e comunque.

Noi sappiamo che dal punto di vista della nostra Regione, per quello che riguarda le cure palliative, esistono dei protocolli, c'è tutto un sistema che funziona, che potrebbe anche essere implementato, ma che per fortuna adesso c'è anche a livello territoriale e non solo della città e nella cintura, quindi in questo credo che come Regione abbiamo fatto dei passi avanti e ne potremmo fare altri per garantire davvero a tutte le zone periferiche un'assistenza come si deve, però ci siamo, su questo si stanno facendo delle cose.

Questo accompagnamento dal punto di vista medico è estremamente importante, così come lo è l'accompagnamento da parte dei famigliari, di figure che sono specializzate, penso a degli psicologi, per esempio, ma anche - e io qui questa cosa la condivido con il collega Distort - l'assistenza spirituale che può essere data alle persone e che, per chi deve compiere un percorso così difficile, è sicuramente molto importante.

Su questo quindi io condivido che ci sia una necessità, però poi bisogna confrontarsi con la realtà di persone che, di fronte a una loro personale situazione di estrema difficoltà, di sofferenza, non sono in grado o anche non vogliono portare avanti quel percorso.

Ha detto il collega Distort: "La sofferenza nella vita è inevitabile, o la eliminiamo per una sorta di edonismo o ci facciamo i conti, ci interroghiamo sul senso della vita e sul senso della sofferenza"; può avere, lo ha, sicuramente, un senso la sofferenza, soprattutto per chi ha una certa impostazione, per chi ha una certa formazione. Lei ha una formazione chiaramente cattolica, ha fatto un percorso molto più articolato immagino del mio, ma io con lei quest'aspetto della sofferenza che è anche un modo per vivere la vita posso anche condividerlo. Per la chiesa la sofferenza delle persone va in qualche modo nel solco della sofferenza di Cristo per una redenzione dell'umanità, ma ci può stare, possiamo crederci, collega Distort, ma dobbiamo fare i conti con il fatto che ci sono persone che hanno un'impostazione completamente diversa, che il sostegno spirituale non lo possono avere o non lo vogliono avere, questa è un'altra questione assolutamente che riguarda la libertà delle persone, quindi non credo che possiamo fare quel discorso di fronte a quelle - leggevo ieri o oggi, non ricordo - duemila domande che arrivano ogni anno all'Associazione Coscioni per sostegno. Sono tante, sono tante, ma sono comunque sempre una minoranza.

L'assessore Caveri parlava questa mattina di undici casi che sono stati in qualche modo vagliati per la procedura del suicidio assistito. Siamo quanti milioni in questo Paese? Vuol dire che stiamo parlando di situazioni limite, non stiamo parlando di procedure che potrebbero aprire le porte a una situazione in cui, come ha detto lei, addirittura si potrebbe arrivare al paradosso di una pistola sul letto del malato che costringe il medico a usarla. No, non è così! Non stiamo parlando, innanzitutto, di una legge sull'eutanasia, stiamo parlando di un'altra cosa, ma poi qui non c'è nessun medico che deve essere costretto a fare nulla.

Stiamo parlando di una situazione che ha già, per quello che ha detto la Consulta, delle regole estremamente stringenti. Ci devono essere procedure che sono anche molto lunghe ed è per questo che la legge chiede invece di avere delle procedure più brevi, una volta appurato che esistono i requisiti.

Il caso di cui abbiamo parlato in tanti questa mattina ha richiesto due anni e mezzo di procedure: io posso solo immaginare che cosa significhi per queste persone passare due anni e mezzo prima di avere una risposta in mezzo a mille sofferenze; quindi io rispetto, collega Distort, tutto quanto lei ha detto, alcune cose le posso condividere, altre assolutamente no, eppure credo di avere una parte, per lo meno, di quella che è la mia formazione simile a quella che può avere avuto lei.

Sulla questione che invece hanno portato altri colleghi: ho ascoltato con interesse l'intervento del collega Aggravi che ha presentato anche degli emendamenti sulla proposta di legge - che, come ha già detto la collega, accogliamo, li votiamo - e ho apprezzato il passaggio in cui il collega ha sottolineato l'importanza di non sottrarsi a un preciso compito che è quello di chi, in questo momento, qui rappresenta dei cittadini, è stato eletto; abbiamo delle responsabilità, quindi non concordo con quanto ha detto il collega Jordan, che ha sostanzialmente definito la proposta di legge un ballon d'essai, che finirà il suo corso, che sarà impugnata come quella della Regione Toscana e che quindi questo vuoto giuridico che c'è deve essere colmato dallo Stato; lo sappiamo bene che deve essere colmato dallo Stato, ma noi riteniamo che ci debba essere un impegno da parte delle Regioni e a quest'osservazione del collega rispondo con le parole del Presidente della Regione Toscana, Giani, che di fronte all'impugnazione della legge ha detto - ma è la stessa cosa che mi sentirei di dire di fronte a una più che probabile impugnazione di questa legge, qualora passasse - "È paradossale che invece di lavorare su una legge attesa da anni, il Governo nazionale scelga di ostacolare chi si è impegnato per attuare quanto stabilito dalla Consulta" e ha aggiunto, e credo che abbia assolutamente ragione il Presidente Giani: "Difenderemo con determinazione la nostra legge, certi di aver agito nel rispetto della legalità, della Costituzione e soprattutto" - ed è questo che mi interessa di più -"delle persone".

Non so poi alla fine che cosa succederà, lo posso immaginare, però io credo che impegnarsi a livello regionale per una declinazione di quella che sarà una legge nazionale ( e chissà quando arriverà) sia doveroso, non solo, aggiungo - adesso io non ho letto ancora per esteso la risoluzione - che mi sembra di aver compreso che in sostanza (è quanto avevano detto sia il collega Jordan che il collega Caveri) si chieda allo Stato d'impegnarsi, finalmente, nella predisposizione di un testo.

Sappiamo tutti che in questo momento c'è una bozza di testo che, per quello che ho potuto vedere, non va nella direzione di quanto era stato chiesto dall'Associazione Luca Coscioni e dalle persone che fanno riferimento a essa, perché poi secondo me bisogna sempre tenere presente che anche dietro a chi si fa portavoce di istanze di cittadini ci sono i cittadini stessi ed è a questi che bisogna pensare nel momento in cui si decide responsabilmente, da persone che stanno nelle istituzioni, di legiferare in modo da dare una possibilità; torno a dire che è una possibilità estremamente condizionata, perché le procedure sono stringenti - i requisiti per poter accedere al suicidio medicalmente assistito sono quelli in questo momento e non altri - e non è assolutamente una sorta di liberalizzazione di questa pratica.

Ovviamente noi - e non credo che ci sia neanche bisogno di sottolinearlo - porteremo al voto questa proposta di legge. Io ringrazio anche per il fatto che in tanti abbiate voluto esprimere il vostro pensiero, io lo chiedevo all'inizio del mio intervento e così è stato nella stragrande maggioranza dei casi, però davvero penso che non si possa sfuggire da una responsabilità che io sento tantissimo, come immagino sentano anche altri, la responsabilità del dire: noi siamo qui adesso e abbiamo un compito da legislatore, che certamente non è lo stesso che c'è a livello parlamentare, ma proprio in assenza da troppo tempo di un'azione a livello parlamentare, io credo che le Regioni debbano dare un segnale, anche se consapevoli in partenza di una possibile cassazione di questa norma, perché se la Regione Toscana, la Regione Valle d'Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e via via tutte le Regioni d'Italia prendessero una posizione in questo senso, la pressione, chiamiamola così, sul Governo nazionale, sul Parlamento, sarebbe a mio avviso più forte, certamente molto più forte di quello che può fare una risoluzione di un Consiglio regionale che può avere un suo valore ma, me lo insegnate voi, una proposta di legge, una legge approvata ha un valore del tutto diverso

Presidente - Collega Lavevaz, ne ha facoltà, a lei la parola.

Lavevaz (UV) - Il mio sarà un intervento molto veloce, ma credo che sia giusto intervenire in questo dibattito di questa mattina. Ho ascoltato con molta attenzione tutti gli interventi che sono stati fatti, interventi devo dire in molti casi molto carichi anche a livello emotivo, quindi anche l'ascolto non è stato fatto a cuor leggero.

Credo che, come è stato fatto da tutti i colleghi, intervenire sul tema del fine vita richieda una grande sensibilità, un grande rispetto e un senso di responsabilità ma soprattutto, come dicevo, rispetto anche per posizioni e sensibilità che sono ovviamente molto diverse.

Partiamo da un fatto, cioè dal fatto che stiamo trattando una questione che in qualche modo tocca tutte le nostre coscienze, se non altro per il fatto che tutti, chi più chi meno, hanno già avuto occasione di dover affrontare un passaggio difficile all'interno della propria vita, con i propri cari, con qualcuno che è stato accompagnato verso l'ultimo passaggio terreno, quindi un po' tutti abbiamo nella nostra mente e nel nostro cuore questi passaggi che sono ovviamente molto intimi e sono sicuramente fra i momenti più difficili che ognuno di noi deve affrontare nella propria vita.

Questo è un dibattito che sappiamo essere aperto, complesso e che ha degli aspetti e delle sfumature che spesso sono anche quasi drammatiche e proprio per questo su un tema così complesso non possiamo permetterci scorciatoie ideologiche o approcci che, in qualche modo, siano semplificati.

Come rappresentanti delle istituzioni è stato già richiamato più volte alla nostra responsabilità, lo diceva ancora adesso in chiusura la collega Minelli, ma credo che la nostra responsabilità sia innanzitutto quella di difendere la dignità della persona, la dignità umana in ogni momento della sua esistenza e soprattutto quando la fragilità fisica o psichica rischia di ridurre queste stesse persone al silenzio o all'isolamento.

In questo momento in particolare credo che le istituzioni, lo Stato, le Regioni, la società intera debbano farsi presenti in qualche modo non per offrire la via più rapida alla fine, alla morte, ma piuttosto per garantire cure adeguate, vicinanza umana e un sistema di protezione che sia efficace.

È stato anche questo più volte ricordato, il sistema delle cure palliative rappresenta una risposta concreta già oggi, lo sono a livello nazionale con un sistema sanitario nazionale che pur con delle piccole disparità a livello regionale ha compiuto negli ultimi anni dei progressi assolutamente importanti nell'offerta dei percorsi assistenziali palliativi, ma su questo, veramente, la nostra Regione in particolare è un modello da esportare, un modello di assistenza che integra in qualche modo le competenze più specialistiche con un approccio più multidisciplinare, che mette al centro la persona e la sua qualità di vita. Si tratta veramente di un esempio virtuoso che dobbiamo valorizzare e rafforzare.

Mi viene in mente in questo senso, parlando di quest'aspetto, il lavoro svolto dall'amica compianta Ivana Meynet, alla quale è intitolato oggi l'Hospice dell'Ospedale Beauregard, ma anche dell'eccellenza del servizio che oggi, anche a livello territoriale domiciliare, esiste ed è veramente un'eccellenza. Ho avuto purtroppo modo di constatarlo anch'io pochi mesi fa con un parente molto prossimo.

La vera sfida quindi, secondo me, non è quella di anticipare la morte, anche se è brutto dirlo così, ma veramente di proseguire il percorso per alleviare il dolore e accompagnare la persona nel rispetto della sua dignità, senza mai lasciarla sola.

In questo senso voglio farmi portatore di una voce di un Valdostano, uno dei pochi valdostani, che ha offerto un contributo prezioso a questo dibattito dal punto di vista etico, culturale a livello nazionale ed è Don Isidoro Giovinazzo, che oltre ad essere il cappellano dell'Ospedale Parini e parroco di Charvensod e Pollein, è anche Presidente nazionale dell'Associazione Italiana di Pastorale Sanitaria, quindi è diventato veramente un punto di riferimento anche a livello nazionale nel dibattito sul fine vita, intervenendo in convegni, riviste, tavole rotonde, audizioni parlamentari, portando sempre una visione lucida, direi radicata nei valori umani e ovviamente cristiani.

Cito le sue parole che dice: "Non si cura il dolore eliminando chi soffre".

Questa credo che sia una frase molto pesante, molto importante, ma credo che sia centrale - io la condivido - e che ci ponga sulla questione di interrogarci veramente su cosa significhi oggi davvero prendersi cura di qualcuno.

Ovviamente non si tratta di voler imporre in nessun modo una morale religiosa, o nulla di questo tipo, ma di costruire o di provare a costruire un orizzonte che sia condiviso, in cui la libertà individuale non diventi una forma di abbandono sociale.

Allo stesso tempo è innegabile che lo Stato debba legiferare con chiarezza, su questo non c'è alcun dubbio, non possiamo veramente permettere che sia la Magistratura a supplire costantemente al vuoto normativo, non possiamo continuare a lasciare che casi personali diventino l'unico strumento per stabilire dei precedenti, con il rischio poi di generare contenziosi in situazioni che sono ovviamente già drammatiche a livello personale e, soprattutto, di permettere che ci siano anche disuguaglianze e decisioni incoerenti tra territorio e territorio.

Serve veramente una legge chiara che faccia chiarezza (scusate la ripetizione) su un aspetto così importante.

Credo che la vera sfida non sia quella di dare il diritto a morire, ma di non lasciare nessuno solo mentre muore. É una sfida di civiltà anche questa, è stata più volte evocata questa sfida di civiltà, io la vedo in maniera un poco diversa; è una sfida anche di cultura e di comunità in senso lato.

Come legislatori io credo che il nostro compito non sia quello di facilitare la rinuncia, ma di offrire alternative, sostegno e dignità.

Per sintetizzare il mio pensiero, ma credo che sia chiaro, volendo anche fare una forma di dichiarazione di voto, ritengo che questa proposta di legge, per quanto è la mia sensibilità, non sia condivisibile per due motivi: in primis perché non ne abbiamo competenza, perché al di là delle questioni che sono state giustamente evocate, del giusto tentativo di essere da pungolo al Governo centrale, che questo lo capisco, e anche al di là degli aspetti costituzionali e delle competenze previste dall'articolo 117 della Costituzione, che sono molto chiari, al di là di tutto questo io credo che sia una questione anche molto logica, che è quella della difficoltà d'immaginare di avere su degli aspetti così sensibili e delicati delle regole diverse da Regione a Regione.

L'altro aspetto, invece, è quello più di merito e più personale, per le cose che ho detto sopra, veramente in punta di piedi, perché qua ognuno ha la propria sensibilità, ma la mia sensibilità mi fa pensare che la vita sia un dono e quindi, in quanto tale, non possa essere oggetto di autodeterminazione né per se stessi né tantomeno per conto terzi.

Presidente - Consigliere Barmasse, ne ha facoltà.

Barmasse (UV) - Io intanto volevo tranquillizzare i miei colleghi, il mio intervento sarà molto breve, vista anche l'ora, ma anche perché non vuole essere diversamente.

Sono state dette delle cose veramente molto importanti, interessanti dal punto di vista etico, morale, ognuno di noi ha il suo punto di vista, ma tutti noi sappiamo quanto i valori, come la vita e la morte, siano dei valori universali.

Tutti noi sappiamo quanto la vita non sia così facile e molte volte ci mette davanti a delle prove veramente difficili, le parole di Laura Santi che sono state lette dalla consigliera Minelli sono state delle parole veramente toccanti e ci fanno capire come in certe situazioni, in certe patologie, proprio quando la vita incomincia a sfuggire, invece ci siano delle dichiarazioni di amore verso la vita, questa è una cosa che tutte le volte mi fa pensare profondamente a queste situazioni, a quello che la mente umana può elaborare, può pensare, può creare.

Il mio intervento è legato anche al fatto che mi sono posto tante domande, anzi, io adesso esporrò tanti dubbi e pochissime certezze, e sono dovute anche a due elementi, forse casuali o forse no. Ieri il presidente Testolin, quando ci siamo trovati per parlare di questa proposta di legge, si è rivolto subito a me dicendo: "Beh, Roberto, tu intervieni" ma io mi sono un poco difeso dicendo: "Ma questo non è un problema tecnico, io sono un tecnico, è un problema etico, morale, religioso e forse di altra natura", però questo mi ha fatto pensare, perché c'è stato un dibattito, quindi per tutti noi su questi argomenti sicuramente c'è un pensiero, dei punti di vista piuttosto travaglianti che ci fanno pensare a degli argomenti, a delle motivazioni, al nostro vissuto, a quello che ci è successo nella vita, alle persone care che abbiamo anche perso e a quelli che nella mia professione abbiamo seguito.

Poi oggi di nuovo il consigliere Luca Distort - ogni tanto mi tira in mezzo, ma Luca è un amico e quindi glielo dico con affetto - ovviamente sono l'unico medico in questo Consiglio e quindi oggi mi ha ritirato di nuovo in mezzo, e allora questo mi ha fatto pensare dicendo: "Io sono un medico, quindi forse magari qualcosa devo dire, magari effettivamente la mia professione dovrebbe dire o avere magari delle competenze in una tematica di questo tipo".

Allora partendo da quello che vuol dire medico - ma lo sapete benissimo, deriva dal latino medicus, che deriva dal verbo mederi, che vuol dire curare, guarire - ho detto: "Mah, forse la missione del medico... effettivamente con la morte ha poco a che fare".

Il nostro mestiere, il nostro lavoro - la nostra missione per qualcuno, non per tutti, per carità, perché a volte si parla di missionari, ma a volte non si è così tanto missionari e si guarda magari altri aspetti - è quello comunque di guarire e la morte per un medico è la sconfitta, la sconfitta del suo lavoro, della sua professione, quindi dico: "Mah, magari forse non siamo proprio le persone più adatte a parlare di quest'argomento".

Poi io ho pensato anche che proprio la nostra professione, per il fatto che comunque inevitabilmente con la morte di tante persone - oltre a quella ovviamente dei tuoi cari, che purtroppo quando hai i capelli bianchi ne hai viste tante - è anche un problema legato proprio alla tua professione, cioè vedi tante persone purtroppo che mancano, (pensate ai medici palliativisti che hanno a che fare con questi argomenti tutti i giorni) e magari un poco di corazza te la devi creare.

Io vi racconto un piccolissimo aneddoto: quando ero studente di medicina al quinto anno, ho frequentato l'oncoematologia all'Università di Pavia, seguivo un medico che per me era veramente molto, molto bravo, ed era anche molto emotivamente coinvolto dai pazienti, perché purtroppo questo tipo di patologia coinvolge molte volte ragazzi o ragazze giovani, e un giorno, quando lui non c'era, ho sentito il primario che parlava con altri medici parlando appunto di questo medico, dicendo: "Non è il suo mestiere perché non può farsi coinvolgere così da tutti i casi, perché poi non riesce a fare bene il suo lavoro".

Questo - a distanza di tanti anni, sia allora che un po' in tutta la mia professione - a volte mi ha fatto pensare, quindi noi medici ci creiamo forse un poco di corazza e quindi anche questo è un dubbio, dal mio punto di vista, per capire se siamo effettivamente noi degli "Esperti" in questo ambito.

Poi mi piacerebbe partire un po' dalla situazione attuale, si è parlato delle cure palliative, sicuramente la legislazione italiana, dal punto di vista delle cure palliative, è una legislazione che ritengo comunque all'avanguardia, che mette al centro il paziente, la famiglia, ma, quando parliamo di cure palliative, il paziente, voi sapete benissimo, può rinunciare comunque alle cure e si applica una sedazione profonda. Cosa vuol dire sedazione profonda? Vuol dire dosi crescenti di morfina fino all'incoscienza e poi all'exitus, allora io mi chiedo: "Ma qui, qual è il confine tra palliazione, tra suicidio assistito e forse fino all'eutanasia?". Quello che noi stiamo facendo adesso forse va in pratica, a volte - ma questo è un mio dubbio personale - al di là di quella discussione che noi stiamo facendo in questo momento.

Pensiamo anche al cosiddetto accanimento terapeutico, cioè quand'è che ti devi fermare? Quand'è che è accanimento terapeutico e quando non lo è? Dopo un giorno, due giorni, dopo una settimana, un mese? Cos'è che dice cos'è l'accanimento terapeutico?

Io vi sto esponendo tutta una serie di dubbi e ho preso anche uno spunto da quello che diceva prima il consigliere Luca Distort, sì, forse una legge aiuterebbe anche i medici perché c'è un carico di responsabilità, non solamente legali (perché purtroppo abbiamo a che fare anche con questo tipo di responsabilità) ma sicuramente di tipo psicologico, emotivo, morale, e forse magari una legge potrebbe togliere un po' di responsabilità e di carico ai medici.

Io vi ho esposto tutta una serie di dubbi che mi sono sorti in questi giorni, proprio stimolati anche dal dibattito di stamattina, perché ho pensato: "Ma noi in realtà cosa stiamo facendo?" e l'unica certezza che ho però è che io credo in uno Stato laico in cui il cittadino abbia comunque il diritto di decidere e in questo ci credo fermamente, ovviamente con dei limiti - come ha detto Martin Luther King, la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri - ma io credo in questo tipo di Stato dove, come dicevo, noi siamo liberi di scegliere, anche perché le condizioni cliniche che possono portare a una scelta di questo tipo sono talmente varie e variegate che è anche molto, molto difficile far rientrare tutto in una legge quale, per esempio, quella per le cure palliative, perché effettivamente la situazione per cui ci avviciniamo alla morte, non voglio parlare di fine vita perché mi viene in mente la battuta di un amico cieco che mi diceva: "Mah, fino ad ieri ero cieco, adesso mi chiamano non vedente ma non ci vedo lo stesso", quindi direi che parliamo della morte perché, come dicevo, è essa stessa un valore universale, quindi credo nella libertà e penso che questa proposta di legge possa essere, e lo dico da cittadino, una buona proposta di legge.

Dirò, e farò anche una dichiarazione di voto: io mi asterrò su questa proposta di legge, ma solo perché credo che questo tipo di leggi debbano essere fatte a livello statale, perché una cosa che vorrei veramente evitare, anche sapendo che questa legge probabilmente verrebbe comunque impugnata, ma in linea teorica, se non fosse impugnata, questo vorrebbe dire avere una specie di possibilità di spostarsi fra le Regioni per andare nelle Regioni in cui ti permettono di applicare questa legge e quindi di potersi suicidare e di avere un suicidio assistito, quindi sicuramente ritengo che sia necessaria una legislazione su quest'argomento, questo è indispensabile visti i numeri e vista l'importanza dell'argomento che ci tocca tutti nel profondo.

Ho firmato un ordine del giorno che ci impegna ovviamente a fare tutto quanto possibile presso il Governo nazionale, affinché questo Parlamento, che forse non ha ca-ito - e parlo di tutti, da destra a sinistra - l'importanza di questa tematica, si debba arrivare comunque a una legge che definisca - poi tutte le leggi sono perfettibili - quali sono i modi e i metodi per i quali si possa arrivare, purtroppo, al suicidio assistito, quindi il mio voto sarà di questo tipo.

Io spero che in questo tipo di argomenti, me lo auguro tanto, non la politica.... quella bella, quella buona, non si faccia mai dei valori assoluti, come la vita e la morte, una bandiera politica perché questo è deleterio, perché non si ottengono assolutamente dei risultati, anzi, ritengo assolutamente negativo esporre delle bandiere dicendo: "Io sono di qua o sono di là", secondo me non serve assolutamente a nulla.

Ricordiamo la strage di Gaza in cui il Papa ha detto che bisogna piantarla lì di ammazzare le persone, e questo non può avere nessun colore.

Se noi gli diamo sempre una connotazione politica, invece di ottenere dei risultati positivi, a mio avviso, otteniamo esclusivamente dei risultati negativi.

Presidente - Si è prenotato il consigliere Perron, mi ha garantito per un breve intervento, lo dico soltanto perché sono le ore 13:00.

Perron (LEGA VDA) - Ringrazio i colleghi per la pazienza, veramente neanche tre minuti userò. Semplicemente la posizione all'interno del nostro partito è decisamente variegata, abbiamo sentito ben più che motivata la posizione del collega Distort, su questo tema, in questo caso, riteniamo che sia lo Stato a dover legiferare, quindi questa sarà la nostra posizione, però siccome qui ognuno ha detto la sua, aggiungerò la mia in maniera telegrafica.

Per quel che riguarda me, non sono tra l'altro un cattolico, non mi definisco nemmeno un cristiano, mi rifaccio a un mondo ancora più antico di quello che è il cristianesimo, dove ad esempio il suicidio era accettato, era visto anche come un atto supremo di volontà, quindi in questo caso io ritengo che l'individuo abbia la sovranità assoluta, come la sua volontà, se non è la sua, debba essere quella dei suoi familiari.

Nessuno in questi casi, a mio avviso, può dire agli altri cosa fare, nessuno, né un politico, né un medico, né un burocrate, né un'autorità religiosa.

Questa è la mia posizione, ovviamente mi adeguo e seguo quello che è parte del mio partito, starò molto attento al dibattito a livello nazionale, ma per esplicitare anche telegraficamente una mia posizione.

Presidente - Chiedo se ci sono altri interventi in discussione generale. Allora interrompiamo i lavori che riprenderanno questo pomeriggio alle ore 15:00.

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La seduta si conclude alle ore 13:02.