Oggetto del Consiglio n. 1270 del 10 febbraio 2022 - Resoconto
OGGETTO N. 1270/XVI - Commemorazione in occasione del Giorno del Ricordo.
Bertin (Presidente) - Alla presenza di 28 Consiglieri possiamo iniziare i lavori del Consiglio di oggi.
Oggi, giovedì 10 febbraio, ricorre il Giorno del Ricordo, data della firma del Trattato di pace di Parigi del 1947. Nel 2004, con legge, è stata istituita questa giornata per conservare alla memoria la tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe, l'Esodo Giuliano-Dalmata e la vicenda del confine orientale. Oggi facciamo memoria di un passato particolarmente cruento come quello della Seconda Guerra Mondiale, scatenata da regimi dittatoriali fondati su ideologie razziste, che hanno distrutto la vita di milioni di persone e che hanno oscurato la cultura europea.
Il ricordo non vuole strumentalizzazioni politiche, ma solo rispetto per il dramma vissuto nella complessità degli avvenimenti che si consumavano nel territorio di confine dell'Alto Adriatico e che ci porta a riflettere sui fenomeni degli esodi forzati delle popolazioni ancora oggi attuali.
Proprio per il nostro passato, per quanto è stato vissuto, dovremmo rafforzare il nostro senso di solidarietà e di rispetto per l'umanità, nelle molteplici diversità dei popoli, delle lingue e delle culture. Dal ricordo abbiamo il compito di costruire una memoria collettiva basata sui valori di libertà, civiltà e democrazia che prevalgano sul disinteresse, sull'indifferenza e sulla prevaricazione.
Come deciso dalla Conferenza dei Capigruppo di martedì, lascio ora la parola ai Consiglieri. Come deciso, per ogni gruppo ci saranno dieci minuti per intervento. Si è prenotato il consigliere Manfrin da remoto, ne ha facoltà.
Manfrin (LEGA VDA) - Norma Cossetto, una studentessa universitaria istriana, venne torturata, violentata e gettata in una delle tante foibe che caratterizzano il territorio della Venezia Giulia, assieme ad altri venticinque sventurati, nella notte fra il 4 e il 5 ottobre del 1943. La sua storia è stata spesso considerata emblematica per descrivere i drammi e le sofferenze dell'Istria e della Venezia Giulia. Norma Cossetto era una splendida ragazza di ventitré anni di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'Università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea che aveva per titolo "Istria Rossa", ovvero terra rossa per la bauxite. Il 25 settembre del 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa, entrarono perfino nelle camere sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma, venne condotta prima nell'ex Caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla promettendo la libertà e mansioni direttive se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese, al netto rifiuto la rinchiusero nell'ex Caserma della Guardia di finanza Parenzo assieme ad altri parenti e conoscenti.
A fine settembre del 1943 Giuseppe, il cugino, insieme a Licia Cossetto, va in bicicletta ogni giorno a Parenzo dove Norma viene tenuta prigioniera. "A prenderla è stato un Titino con la stella rossa sul berretto armato e con una motocicletta" scrive il cugino sul diario. "Abbiamo trovato un carceriere un po' più cosciente che ha fatto venire sulla porta Norma. È stato un momento commovente. Licia e la sorella prigioniera scoppiano a piangere". È l'ultima volta che Norma Cossetto viene vista viva dai familiari, così magra, stanca, mal vestita e spettinata. Per Giuseppe sono i segni che confermano le voci in giro delle violenze che subiva. Dopo una sosta di un paio di giorni, tutti i prigionieri vennero trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata a un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, quindi gettata nuda nella foiba poco distante sulla catasta degli altri cadaveri degli Istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo nel primo pomeriggio urla e lamenti, verso sera appena buio osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì distintamente invocare pietà. Nel diario il cugino ricostruisce l'infoibamento di Norma e degli altri Italiani. Un abitante di Villa Surani racconta della fila di condannati che arriva alle 4 del mattino del 5 ottobre e dei cani che cominciano ad abbaiare. La colonna scortata dai boia di Tito sparisce nel bosco verso la foiba. È l'ultimo atto rappresentato con cruda realtà anche dal film "Foiba rossa". Dopo dieci-quindici minuti si sentono una o due mitragliate e poi il silenzio.
Il 13 ottobre del 1943 a San Domenico ritornano i Tedeschi, i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre del 1943 i vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma, era caduta supina, nuda con le braccia legate con il fil di ferro su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati. Aveva ambedue i seni pugnalati e altre parti del corpo sfregiate. "Mi ha raccontato tutto che io ero già adulta - ha raccontato Loredana, seconda cugina di Norma - papà soffriva molto per questa tragica vicenda vissuta in prima persona, ci portava sui luoghi del calvario di Norma e piangeva". "Quando i pompieri ci avvisarono del ritrovamento, mi dissero di prendere un tronchetto per tagliare il filo di ferro dalle mani legate - scrive sempre il cugino che assiste assieme a Licia, sorella di Norma, alla riesumazione del corpo dalla foiba di Villa Surani - la salma era nuda, coperta solo da una canottiera, anche quella strappata. Non c'erano segni di arma da fuoco, è probabile che Norma sia stata gettata viva nella foiba. Il corpo della studentessa colpevole di essere la figlia di un proprietario terriero è pieno di lividi, le gambe scomposte e con ferite da coltello ai seni. Dopo il recupero dei corpi dalla foiba le salme vengono spostate nella chiesa di Antignana dove alcune donne del posto portano Giuseppe alla scuola, tappa del calvario di Norma, stuprata da diciassette partigiani. Dalle finestre guardavano e sentivano la voce di una ragazza di ventitré anni che piangeva e chiamava "mamma aiutami" scrive il cugino della vittima. "Le testimoni del Paese raccontano lamenti di ogni genere provocati dalla brutale violenza dei carcerieri di Tito, aguzzini, violentatori e carnefici".
La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier e dei suoi diciassette torturatori sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma composta al centro e quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli con la vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri fucilati a colpi di mitra.
Norma è l'ultima a venir scaraventata nella foiba ma la sua storia rimane un tabù per mezzo secolo. Solo nel 2005 il presidente Ciampi la onora con la medaglia d'oro al merito civile. Oggi è custodita a Roma dal nipote Vittorio in ricordo del sacrificio di Norma, la martire istriana".
Questa storia non basta da sola a definire le sofferenze infinite, atroci, ingiustificate a cui vennero sottoposti una cifra ancora incerta di connazionali ma che gli storici individuano in circa diecimila unità. Persone cadute non perché stessero combattendo, non perché avevano in pugno un'arma o indossassero una divisa bensì semplicemente perché Italiani, rappresentanti di un'identità diversa di quella terra che i partigiani comunisti e sloveni volevano occupare. Così caddero professori, commercianti, funzionari e studenti, sotto l'odio cieco di chi per una causa politica ben precisa voleva liberarsi di quei testimoni scomodi, di quei rappresentanti di quella terra bellissima martoriata che un domani avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alla conquista territoriale politica dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Altrettanto pragmatica è la storia dell'esodo di trecentomila persone cacciate da quella terra che abitavano da secoli, con l'unica colpa di essere Italiani, persone che dovettero lasciare casa, mobili, averi e ricordi per finire in una terra sconosciuta e lontana e che non potevano certo chiamare casa. Per comprendere quel dramma, è utile leggere oggi ancora una volta le crude pagine scritte il 30 novembre del 1946 sulle colonne del democraticissimo "l'Unità" commentando proprio l'arrivo di queste persone che avevano perso tutto e che stavano transitando in diverse città. Scrive appunto "l'Unità": "Oggi ancora si parla di "profughi". Altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città non sotto la spinta del nemico incalzante ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva e coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. Nel novero di questi indesiderabili devono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi in veste di vittime essi che furono carnefici. Non possiamo coprire con il manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l'assassinio hanno scavato un solco profondo fra i due popoli". La sola lettura di queste parole ci spiega in maniera efficace quale fosse il clima dell'epoca verso queste persone, scacciate dalla casa da cui abitavano e rifiutate perché non avevano adorato i partigiani titini, gli stessi responsabili delle foibe. Ecco perché nasce questo giorno ed ecco perché è importante celebrarlo più che mai oggi, in questi giorni in cui fioriscono convegni negazionisti o giustificazionisti, alcuni sostenuti perfino da Assessori di questa Giunta. L'eccidio delle foibe, così come tutti gli eccidi, è stato frutto di una barbarie che nessun convegno potrà mai cancellare.
Presidente - Si è prenotato il consigliere Chatrian, ne ha facoltà.
Chatrian (AV-VdA Unie) - Quelques réflexions et considérations. Il Giorno del Ricordo a été institué pour faire mémoire d'une tragédie qui a été oubliée pendant une longue période, mais qui, à partir de 2004, le 10 février, est rappelée officiellement par les institutions démocratiques grâce à une décision prise par le Parlement italien. Bien ainsi également à l'intérieur de notre petit Parlement valdôtain nous avons le devoir de nous pencher sur ces faits tragiques pour préserver la vérité historique d'un drame qui a coûté la vie à de nombreux innocents et provoqué l'exil forcé de tant de familles obligées à quitter leur terre, leur maison avec la charge de douleurs, d'hostilité, de rancunes, d'incompréhensions que ces situations portent avec elles. Ce sont ces sentiments de souffrance qui ont animé les exilés et leurs descendants et qui ont fait de sorte que le triste chapitre des foibe et de l'exode soit sorti de l'ombre. Nous voulons interpréter comme groupe Alliance et VdA Unie ce jour de mémoire partagée comme une sorte d'avertissement que l'histoire nous donne pour nous mettre en garde contre certains dangers, celui du totalitarisme bien sûr, de n'importe quelle couleur. Le danger de la discrimination ethnique et sociale certainement, mais peut-être avant tout nous sommes appelés à lutter contre le danger de l'indifférence qui très souvent semble affliger notre petite et grande société.
Pour terminer, pour ceux qui ne nous concerne, à travers ce moment de réflexion publique, nous voulons contribuer de manière simple et sincère à la construction d'une mémoire collective de plus en plus partagée, capable de surmonter les divisions, une mémoire qui soit basée sur les valeurs positives qui caractérisent la civilisation européenne et la tradition de démocratie auxquelles nous appartenons.
Presidente - Qualcun altro vuole intervenire? Ha chiesto la parola il consigliere Marguerettaz, ne ha facoltà.
Marguerettaz (UV) - Brevemente, credo che oggi nella Giornata del Ricordo possiamo riconfermare quanto abbiamo detto in precedenza nella Giornata della Memoria. La posizione dell'Union Valdôtaine è una posizione che condanna senza "se" e senza "ma" ogni forma di discriminazione, ogni forma di violenza, ogni forma di pulizia etnica proprio perché apparteniamo a una comunità che è fiera, che vuole mantenere la propria cultura, le proprie tradizioni. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle le violenze nazifasciste che hanno cercato di annientare la nostra piccola comunità, ma proprio per questo voglio solo condividere con voi questa piccola riflessione. Il nostro giudizio e la nostra condanna delle violenze a volte è un po' condizionata dal nostro passato, dalle cose che abbiamo vissuto e a volte abbiamo una visione un po' distorta, nel senso che condanniamo con maggiore forza - è comprensibile e umano - le cose che ci hanno colpito, le cose che abbiamo vissuto, le ferite che abbiamo sulla nostra pelle. Se è vero questo dal punto di vista personale umano, come istituzione dovremmo fare uno sforzo in più, quindi la condanna deve essere una condanna universale a prescindere dalla vicinanza e dal nostro vissuto. Non è che le violenze che vengono fatte più lontano da noi siano meno violenza, questo lo dobbiamo avere ben presente, per cui, per certi versi, le tragedie delle foibe - non voglio fare dei ragionamenti né di numero, né di teologia - devono essere condannate senza "se" e senza "ma" anche se erano lontane da noi. È chiaro che noi abbiamo vissuto con maggiore intensità la violenza nazifascista, abbiamo vissuto con maggiore intensità le persecuzioni degli Ebrei, però noi dobbiamo, come istituzioni, condannare la violenza. In questo momento la Giornata della Memoria, la Giornata del Ricordo forse ci dovrebbero aiutare a leggere questi fenomeni internazionali dove ci sono dei popoli che stanno soffrendo e che sono perseguitati, le immagini che anche l'altro giorno ha ricordato il Santo Padre di questi bambini scalzi, di questi bambini che stanno soffrendo dovrebbero veramente farci fare un passo avanti. È giusto che ci siano la Giornata della Memoria e la Giornata del Ricordo, ricordiamo le cose ma cerchiamo di ricordarle per ispirare le azioni che andremo a fare nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
Presidente - Qualcun altro intende intervenire? Vi invito a prenotarvi. Ha chiesto la parola la consigliera Erika Guichardaz, ne ha facoltà.
Guichardaz E. (PCP) - Riteniamo importante intervenire in questo dibattito perché spesso viene usata questa ricorrenza in modo divisivo, precisando che il Giorno del Ricordo è stato istituito al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Sottolineo "della più complessa vicenda" perché è necessario ribadire l'importanza della comprensione dei fenomeni storici nella loro complessità affinché questi risuonino come un monito sulle degenerazioni e sulle atrocità che gli estremismi ideologici e i totalitarismi possono produrre verso l'umanità. Spesso viene raccontata una versione parziale e distorta di quel che accadde a Trieste, in Istria e in tutta quanta la Venezia Giulia nella prima parte del ventesimo secolo. La legge che nel 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo, allude en passant alla complessa vicenda del confine orientale, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato, una vulgata italo-centrica a dispetto della multiculturalità di quelle Regioni. L'inquadratura strettissima e al tempo stesso sgranata si concentra sugli episodi di violenza chiamati foibe e sull'esodo, ovvero l'abbandono di Istria e Dalmazia a cominciare dal 1945 da parte della maggioranza della popolazione italofona di quelle Regioni.
Nel discorso pubblico italiano infatti, dagli anni Novanta e seguendo una precisa agenda politica, due argomenti diversi sono stati collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il Giorno del Ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma dell'ufficialità e oggi le foibe sono presentate come causa immediata dell'esodo. È un nodo che va districato con pazienza, quando si parla di foibe sul confine orientale, la storia sembra cominciare a Trieste nell'aprile del 1945, retrocedendo, al massimo si arriva in Istria all'indomani della caduta del Fascismo il 25 luglio 1943. A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo violento spostamento a est del confine orientale dell'Italia con conseguente italianizzazione forzata delle popolazioni slavofone, un processo cominciato con la Prima Guerra Mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l'invasione italo-tedesca della Jugoslavia. I crimini commessi dalle Autorità italiane durante la guerra nei Balcani: stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi, anche per la nostra penisola, sono un enorme non detto. La rimozione alimenta la falsa credenza negli Italiani brava gente e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano, il "non detto" pesa e condiziona tutte le ricostruzioni. Molti si stupirebbero nell'apprendere che nella resistenza jugoslava presero parte numerosi Italiani civili, civili, italofoni di quelle zone, ma anche disertori e sbandati del Regio esercito e anche dei Valdostani. Nei territori oggi indicati come Friuli Venezia Giulia, Repubblica di Slovenia, Repubblica di Croazia l'opposizione armata al nazifascismo fu multietnica irriducibile a qualsiasi "angiografia" nazionale. Se si scostano i pesanti drappeggi scenici di una propaganda che separa le culture, descrive appartenenze nazionali certissime e indiscutibili, alimenta le passioni triste del rancore e del revanscismo, il confine orientale si rileva un modo di metamorfosi etniche, identità multiple e continui spostamenti di popolazioni dove i confini tra le identità sono instabili e indeterminati. Anche la frontiera post-bellica tra Italia e Jugoslavia, oggi è descritta come un solco invalicabile, in realtà rimase sempre porosa permeabile e mutevole. Ecco quindi che, quando parliamo di confine orientale, parliamo di un'ampia fascia di territorio che va pressappoco da Gorizia a Trieste fino a Fiume e Pola. Un'area oggi divisa, come dicevo, in tre Stati che include regioni diverse da un punto di vista morfologico, economico e culturale, che hanno però diviso nella prima metà del Novecento un destino comune a causa di un ripetuto e violento mutamento dei confini statali, portando avanti politiche di italianizzazione negando e moltiplicando le aggressioni contro le minoranze che rifiutavano di adeguarsi.
Noi Valdostani - lo ha detto anche il collega Chatrian - sappiamo bene cosa vuol dire tutto questo e da sempre ci battiamo per il nostro particolarismo e non solo per il nostro. Ecco che questa giornata diventa di nuovo un momento importante per condannare ogni forma di odio che genera violenza e tutti noi, Valdostani, Italiani, Europei, cittadini del mondo, dobbiamo restare custodi attenti, attivi e determinati, perché le nostre libertà e università continuino a essere tenacemente difese ed essere anche un valore aggiunto. Non abbassiamo la guardia e restiamo uniti per condannare tutte le violenze.
Presidente - Ha chiesto la parola il consigliere Distort, ne ha facoltà.
Distort (LEGA VDA) - Nel mio recente intervento, in occasione della Giornata della Memoria, ho parlato di mysterium iniquitatis: ecco che, in linea con quanto detto dal collega Marguerettaz, voglio trattare la storia per storia con lo stesso metro di analisi ed è proprio lì l'analisi del mysterium iniquitatis, di quel male che non riesce ad agire di per sé ma ha sempre bisogno di un soggetto che lo ospiti e di complici che lo assistano. In questo processo maligno i complici non sono solo gli attori del crimine o i servi esterni che hanno permesso le azioni di contorno al crimine o gli omertosi che non hanno denunciato ma - e lo voglio ricordare in particolare oggi - anche quei macchinatori che si impegnano nel tempo a negare il crimine commesso, a diminuirne la gravità, a sviarne la verità. Ancora oggi leggiamo messaggi complici di questa regia maligna che collocano la celebrazione del Giorno del ricordo delle foibe come revanscismo fascista. Succede sempre così: quando non riesci a sostenere lo sguardo sulla verità, la cambi, la confondi, la tradisci o addirittura la neghi. Noi, come istituzione, abbiamo il dovere di consegnare alle nuove generazioni il vigile e attento ricordo di quanto l'uomo può diventare diabolico soprattutto quando un'ideologia diabolica ne giustifica gli atti e soprattutto quando una macchinazione condotta per decenni e decenni da parte degli interpreti e degli eredi di quella stessa ideologia hanno cercato e cercano ora di minimizzarne l'orrore.
Collega Guichardaz, la nazionalizzazione di un territorio non giustifica nulla di quello che è successo, vada a leggersi la storia dell'annessione forzata della Savoia alla Francia. Vada a leggersi: lì capisce che cosa succede in una nazionalizzazione. I popoli - sono d'accordo con Marguerettaz - devono emergere per la loro identità e l'l'identità di un popolo non va soffocata, ma questa è storia e la storia va trattata da storia, con coraggio, con rispetto e con rigore, soprattutto quando la storia è scritta con un inchiostro particolare che si chiama "sangue" e ricordiamoci che una società che ignora la storia non ha passato ma soprattutto non ha futuro.
Presidente - Ha chiesto la parola il consigliere Ganis.
Ganis (LEGA VDA) - Nel 2005 gli Italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il Giorno del Ricordo, in memoria di tutti gli Italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le vittime dell'eccidio e delle foibe furono tra 5 mila e 10 mila circa". A essere uccisi non furono solo Fascisti e avversari politici, ma anche e soprattutto civili, donne, bambini, persone anziane e tutti coloro che decisero di opporsi alla violenza dei partigiani di Tito. Quella della strage delle foibe è una storia tragica e disumana a lungo rimasta nel silenzio e non solo negli anni portati alla luce. La memoria delle vittime delle foibe e degli Italiani costretti all'esodo dalle ex province italiane, della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide, ma questo non deve distogliere dal fatto che tutte queste persone meritano, esigono di essere ricordate, perché ricordare è un'espressione di umanità, ricordare è un segno di civiltà, ricordare è una condizione per un futuro migliore affinché queste crudeltà nei giorni nostri non accadano più.
Presidente - Si è prenotato il consigliere Padovani, ne ha facoltà.
Padovani (FP-PD) - La ricorrenza del 10 febbraio, istituita in nome della pacificazione della memoria condivisa, ha invece prodotto l'effetto opposto. La modalità con la quale certa politica affronta ogni anno questo giorno rischia di far passare i Fascisti per vittime e quel che è peggio tutte le vittime per Fascisti. Siamo chiari, ogni singola vittima innocente merita rispetto, ogni sofferenza, anche individuale, ha un valore in sé; tuttavia, usare questa ricorrenza gonfiando il numero dei morti per fare propaganda anti-antifascista e cattiva memoria strumentale e non rispetta le vittime vere.
È necessario, perché non lo si fa quasi mai, ricordare i contesti, senza non possiamo comprendere lo svolgimento della storia. La data del 10 febbraio è stata scelta perché coincide con quella della firma del Trattato di pace del 1947 che decise il passaggio di molti territori alla Jugoslavia, come a dire che quei territori sono stati strappati all'Italia, ma non è così. Parliamo di un'area multiculturale dove cultura germanica, slava e latina vivevano insieme, a Fiume e in Istria ancora di più c'erano Slavi, Tedeschi, Ebrei, Armeni, Greci, Magiari tutti insieme, territori passati all'Italia in parte dopo la Prima Guerra Mondiale e in parte dopo l'invasione da parte dell'Italia fascista del Montenegro, della Dalmazia e della Slovenia. Con il regime fascista le popolazioni slave furono sottoposte a un'italianizzazione forzata e a soprusi come l'imposizione della lingua italiana nei luoghi pubblici, l'italianizzazione dei cognomi e dei toponimi, tutte pratiche utilizzate anche nella nostra regione e la privazione per tutto il ventennio di ogni diritto. Questo è il contesto. Il Governo fascista anticipò le leggi razziali antiebraiche contro, come li chiamavano loro, questi stranieri in Italia, ordinò la chiusura di scuole e associazioni e venne promulgata la famigerata "circolare 3C" del generale Mario Roatta nelle cui premesse si legge: "il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula: dente per dente ma bensì da quella: testa per dente" e che imponeva la distruzione di interi villaggi per legge, la requisizione del bestiame e le fucilazioni di massa. L'Italia fascista creò campi di concentramento in cui vengono rinchiusi più di centomila Jugoslavi, a migliaia morirono di fame e malattie ed erano soprattutto donne e bambini. A Podhum, vicino a Fiume, il 12 luglio del 1942 le truppe italiane fasciste rasero al suolo il villaggio e fucilarono novantuno persone, chi sopravvisse venne portato al campo di concentramento di Arbe e così in tanti altri villaggi. Questo è il contesto.
Sia chiaro, ogni violenza gratuita è condannabile e nella Resistenza all'occupazione fascista vi furono anche episodi deprecabili ma furono episodi appunto e bollare la reazione a tutto questo come l'Auschwitz italiana, come provano a fare alcune forze politiche, è una provocazione meschina perché nessun accostamento storico è possibile fra le due vicende, non solo nei numeri, ma anche nella metodologia e negli scopi. Il paragone storico con la Shoah non regge perché non è stata una rappresaglia contro gli Italiani in quanto Italiani, ma contro gli Italiani in quanto Fascisti. Con i partigiani jugoslavi combatterono anche tra i ventimila e i trentamila Italiani. All'interno di questa caccia al Fascista finirono uccisi anche innocenti? Sì. È giustificabile? No. Come ogni violenza perpetrata deliberatamente contro ogni essere umano innocente.
Quando Mussolini venne arrestato nel settembre del 1943, vennero svolti processi sommari, vennero fucilate persone e i corpi gettati nella foiba di Pisino. Le vittime sono state circa duecento. È un fatto anche che l'esercito tedesco un mese dopo occupò l'intera Istria e in meno di sette giorni uccise duemilacinquecento persone tra Italiani e Jugoslavi contrari al regime, mentre fino all'aprile del 1945 continuarono a operare come oppressori anche soldati italiani volontari agli ordini dei Nazisti come La Decima Mas comandata da Borghese e la Banda Collotti. Questi uccisero Jugoslavi e Italiani, uno degli esempi più famosi è a Lippa, alla risiera di San Sabba a Trieste si costituì l'unico campo in Italia con pratiche di sterminio. Furono le autorità naziste a dirigere il campo ma contribuirono a riempirlo le delazioni e gli arresti compiuti dai Fascisti italiani. Non voglio certo dimenticare tutta la vicenda dell'esodo Istriano-Dalmata, che per via di una forte strumentalizzazione politica protratta nel tempo è diventato oggetto di polemiche. La verità storica, frutto dei risultati raggiunti da tanti anni di ricerca, è però molto distante dal discorso pubblico sul tema. Quella stessa verità storica non ci parla della pratica di espulsione della popolazione italiana in quanto italiana, di una pulizia etnica quindi, o di esuli che fuggono dal pericolo dell'infoibamento. L'esodo è un fenomeno di lunga durata che comincia già nel corso della guerra e termina a metà degli anni Cinquanta ed è scollegato dai due momenti di violenza che colpiscono soprattutto le popolazioni italiane nel 1943 e nel 1945 comunemente ricordati con il termine di "foibe". Le popolazioni che lasciano questi territori lo fanno per una molteplicità di ragioni di tipo sociale, economico e politico. Da parte jugoslava non ci fu quindi la volontà di allontanare un'intera popolazione in quanto tale, ma furono allontanate le persone apertamente contrarie al nuovo corso politico, compresi migliaia di Sloveni e Croati.
Mettere al centro la verità storica serve a evitare che continui nel tempo il racconto distorto e strumentale degli eventi, costruito per tentare di distruggere i valori fondanti della nostra Repubblica che sono quelli dell'antifascismo e della Resistenza. Quel discorso che ogni anno offre visibilità a quelle organizzazioni neofasciste che vorrebbero condannare l'intero fronte antifascista, i valori che incarnava, capovolgere la storia, presentare i Fascisti come vittime innocenti e questo, si badi bene, non significa negare la sofferenza delle vittime innocenti e delle loro famiglie, anzi, significa dargli valore proprio perché viene spiegata nelle sue reali motivazioni. È giusto e doveroso ricordare foibe ed esodo, le vittime innocenti e il dolore delle loro famiglie, ma non si devono dimenticare il contesto storico e le colpe del Fascismo, non si devono tacere o volutamente ignorare le vittime delle popolazioni slave oppresse, martoriate e decimate nel ventennio fascista e soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale insieme ai Nazisti e agli Ustascia croati. Non sono uguali i carnefici e le vittime, non sono uguali gli oppressori fascisti e chi resisteva all'occupazione fascista. Questo va detto perché la confusione non la meritano, soprattutto le vittime innocenti. Buon ricordo.
Presidente - Ha chiesto la parola il presidente della Regione Lavevaz, ne ha facoltà.
Lavevaz (UV) - La legge del 2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo ha uno scopo chiaro: conservare la memoria di una tragedia. La data individuata è stata il 10 febbraio, è già stato ricordato, giorno in cui nel 1947 furono firmati i Trattati di pace di Parigi; quegli accordi assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, annullando in parte quanto era stato stabilito nel 1920 dal Trattato di Rapallo dopo la Prima Guerra Mondiale. Sono passati quasi vent'anni dalla prima celebrazione del Giorno del Ricordo. Credo sia ormai tempo di lasciare da parte le strumentalizzazioni politiche, che, purtroppo, ancora caratterizzano questa commemorazione. Noi Valdostani sappiamo quanto possa essere articolato e complesso il sentimento di appartenenza, così come il legame a una terra. Il Giorno del Ricordo ci invita ad abbracciare questa complessità senza cedere a semplificazioni e rispettando le storie del nostro passato. Le vicende del confine orientale d'Italia sono articolate e segnate da contese e sofferenze, sono dinamiche iniziate ben prima dei drammatici fatti avvenuti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi commemoriamo un momento doloroso della storia italiana, per le popolazioni, per le singole vittime e per le loro famiglie. Per questo è indispensabile evitare dibattiti che sono fuori dal tempo e fanno torto proprio alle persone uccise e gettate nelle foibe e ai profughi giuliano-dalmati che non furono di destra o di sinistra ma purtroppo le ennesime vittime di nazionalismi che hanno dilaniato il mondo nel secolo scorso.
Trovo rivoltante ogni tentativo di equiparare Shoah e foibe a cui assistiamo ancora oggi, come se un orrore possa essere paragonato a un altro. Come ha scritto recentemente Gianni Oliva sulla Stampa a proposito del Giorno del Ricordo "Non si tratta di negare, né ridurre, né ridimensionare ciò che è accaduto. Significa storicizzarlo e lo scopo della giornata del 10 febbraio è quello di far comprendere, di far riflettere, di far capire, non di polemizzare mettendo bandierine". Questo dobbiamo fare oggi, ricordare e far capire, soprattutto alle giovani generazioni, in un momento in cui, non così lontano da noi, si alzano ancora venti di guerra e di invasioni che credevamo di avere lasciato al passato. Come ha scritto ancora Gianni Oliva: "la Shoah, la resistenza e le foibe non sono pagine contrapposte, sono pagine diverse della storia italiana che non solo dobbiamo commemorare, ma dobbiamo ancora studiare e comprendere con serietà scientifica".
L'esempio da seguire è quello del presidente Mattarella e del presidente sloveno Pahor che nel 2020 si sono recati insieme sulla foiba di Basovizza e alla lapide che ricorda gli antifascisti sloveni fucilati negli anni Trenta. Dobbiamo evitare l'oblio e la strumentalizzazione e diffondere la conoscenza, unico antidoto contro il negazionismo.
Presidente - Non vedo altre richieste di intervento.
