Oggetto del Consiglio n. 20 del 3 febbraio 1956 - Verbale

OGGETTO N. 20/56 - PROVVEDIMENTI PER LA SALVAGUARDIA E PROTEZIONE DELLA FAUNA ERBIVORA LOCALE. (Interpellanza del Consigliere regionale Signor Barmasse Michele)

Il Presidente, PAREYSON, dichiara aperta la discussione sulla seguente interpellanza, concernente l'oggetto: "Provvedimenti per la salvaguardia e protezione della fauna erbivora locale", interpellanza trasmessa in copia ai Signori Consiglieri, unitamente al l'ordine del giorno dell'adunanza:

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Illustrissimo Signor PRESIDENTE del Consiglio regionale

AOSTA

Prego V.S. di voler cortesemente includere nell'ordine del giorno della prossima adunanza del Consiglio regionale la seguente interpellanza.

Con vivi ossequi e ringraziamenti. Valtournanche, 28 novembre 1955.

F.to: Michele Barmasse".

"Spettabile GIUNTA regionale

AOSTA

È a tutti noto che la fauna erbivora dei nostri monti è ormai ridotta ad un'entità, che ne prelude la prossima completa distruzione.

Preoccupato per la scomparsa di una ricchezza che ha sempre costituito una ragione del nostro attaccamento alla montagna e un grande richiamo per il forestiero, e considerando che il parco che si vuole creare sul versante francese delle Graie potrebbe costituire uno spazio destinato a popolarsi con migrazioni di fauna dal Parco del Gran Paradiso, col quale, se non erro, confinerebbe, chiedo a cotesta Spett. Giunta se non sia il caso di reagire allargando i confini del nostro Parco o stabilendo un divieto di caccia in tutta la Regione, di durata sufficiente per la reintegrazione di quello che, soltanto cinquant'anni or sono, costituiva un cospicuo e prezioso patrimonio delle nostre valli.

Con deferenti ossequi.

F.to: Michele Barmasse"

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Il Consigliere BARMASSE dichiara quanto segue:

"Soltanto alcuni decenni or sono, le nostre montagne erano densamente popolate di camosci, di marmotte e di lepri. Oggi, invece, chi percorre tutta la Regione può scrutare i piani ed i monti senza vedere, se non per puro caso, l'ombra di un camoscio.

In effetti, si possono trascorrere giornate intere in alta montagna senza sentire il fischio di una marmotta. Ormai la selvaggina erbivora di alta montagna è ridotta a qualche lepre, a qualche "bianchino" o lepre bianca, che deve la sua salvezza al colore del suo mantello.

Ognuno di noi dovrebbe rendersi conto del grave danno che deriva alla Regione dalla distruzione della fauna pregiata, che un tempo animava la solitudine dei nostri monti e costituiva non soltanto un prezioso patrimonio ma anche un grande richiamo per i forestieri.

Tutti ricordano come fosse cosa piacevole osservare, col cannocchiale, queste bestiole nell'intimità del loro ambiente, nei momenti in cui erano tranquille.

Specialmente si osservava con interesse del tutto particolare il camoscio, capra dei monti, dalla vita quasi misteriosa che, pur di non abbandonare l'eccelsa sua dimora, sfidava gli abissi, il gelo, la bufera e viveva di spazio e di luce, rimirando dall'alto, come un nume tutelare, l'esistenza febbrile e rumorosa dell'uomo, l'immeritato e crudele suo nemico.

Il camoscio, nelle sue fattezze eleganti e snelle, era espressione vivente di forza, di equilibrio e di libertà.

Dico sinceramente che ammiro questo animale e che, se dipendesse da me, ne proibirei la caccia, almeno sino a quando non si sia constatato l'avvenuto ripopolamento delle nostre montagne di tale preziosa specie.

Se oggi chiedo alla Regione, e per essa al Consiglio ed alla Giunta regionali, se non sia il caso di adottare urgenti ed efficaci provvedimenti per ricostituire questo patrimonio zoologico, non lo faccio certamente per rendere un servizio ai cacciatori, specialmente a quelli di mestiere, che un tempo si vantavano di abbattere chi 20, chi 30 e chi anche 50 camosci all'anno.

Non mi prenderei di certo questa briga se sapessi che detto patrimonio, appena ricostituito, dovesse essere lasciato alla mercè di quei cacciatori, che sarebbero oltremodo felici di ricominciare, con la loro opera incosciente, la sua sistematica distruzione.

Intendo parlare dei provvedimenti che urge adottare per la reintegrazione di quello che, anni or sono, costituiva un cospicuo e prezioso patrimonio della nostra Valle.

Proporrei, per le zone situate al di sopra dei 2000 metri, un divieto di caccia esteso a tutta la Regione e della durata sufficiente per garantire un effettivo e sicuro ripopolamento della fauna erbivora locale.

Sotto i 2000 metri vieterei la battuta e cioè la caccia a rastrellamento con l'azione combinata di molti cacciatori e di molti cani per i suoi effetti troppo micidiali, troppo distruttivi, eccezione fatta, naturalmente, per gli animali nocivi.

Se noi riuscissimo ad adottare queste misure, - che a tutta prima possono sembrare draconiane, ma che sono appena sufficienti per raggiungere lo scopo che dobbiamo prefiggerci, - non avremo più ragione di temere che il progettato Parco che si vuole creare sul versante francese delle Graie possa essere popolato a spese e a danno del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Ammetto che questo mio timore possa essere anche infondato ed assurdo, in quanto, non conoscendo la località, non so se la zona destinata a nuovo Parco sul versante francese sia fornita o meno di fauna e se sia possibile impedire l'emigrazione della nostra fauna dal Parco Nazionale del Gran Paradiso oltre il confine italiano.

Di una cosa, però, sono certo, e, cioè, se noi riuscissimo a ripopolare i nostri monti della fauna pregiata di una volta, noi avremo reso un grande servizio alla Valle di Aosta, aggiungendo una splendida perla al ricco diadema delle sue bellezze naturali".

L'Assessore ARBANEY premette che ha ritenuto opportuno di sentire il parere del Comitato regionale per la caccia, in merito alla richiesta formulata dal Consigliere Barmasse con la sua interpellanza, e questo ai sensi della legge regionale 15 maggio 1953, n. 1, recante provvedimenti per la protezione della selvaggina e per l'esercizio della caccia nella Regione autonoma della Valle d'Aosta - zona faunistica delle Alpi.

Osserva che tale legge regionale, all'articolo 10, stabilisce, fra altro, che spetta al Comitato regionale per la caccia, di esprimere motivato parere sulle pratiche per la concessione e la revoca delle bandite, nonché sulle proposte ritenute rispondenti agli interessi venatori della Regione.

Rileva che, in sostanza, il Consigliere Barmasse chiede la costituzione di una bandita.

Informa che il Comitato regionale per la caccia, - al quale compete di esprimere parere su tutti i provvedimenti atti a migliorare l'attività venatoria in Valle d'Aosta, - ha risposto alla sua lettera in data 3 dicembre 1955, protocollo n. 3290/6, con foglio in data 6-12-1955, protocollo 275, di cui dà lettura e che è del seguente tenore:

"Riferimento foglio 3290/6, del 3 c.m. di cotesto On. Assessorato, comunicasi che il Comitato scrivente, dopo aver esaminato le proposte fatte dal Consigliere regionale Signor Michele Barmasse con sua interpellanza del 28-11 c.a., è spiacente di non poter condividere le proposte stesse per le seguenti ragioni:

1) la Valle d'Aosta è la Regione che, in materia di caccia, ha da più anni adottate le maggiori restrizioni e ciò allo scopo di salvaguardare il suo patrimonio faunistico. Su 365 giorni dell'anno, il cacciatore valdostano va a caccia solamente 50 giorni, periodo di tempo che, normalmente, viene ancora ridotto per inclemenza del tempo (neve).

Tengasi presente che in molte Regioni d'Italia la caccia si pratica 11 mesi consecutivi all'anno;

2) il Comitato Caccia, che segue e studia attentamente tutti i vari problemi inerenti alla fauna alpina, può assicurare che la fauna erbivora è la sola che, alla data odierna, è in notevole aumento rispetto al passato, e ciò è dovuto alle restrizioni adottate, alle bandite e riserve di caccia create e, infine, alla esistenza del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Anche quest'anno sono stati abbattuti parecchi camosci e parecchie marmotte. Per le lepri, si provvede con lanci annuali".

L'Assessore ARBANEY, interrompendo la lettura, rileva che, in effetti, si è appreso dai giornali che vi è stato qualche cacciatore che ha ucciso fino a 5 o 6 camosci ed osserva che è contro questi cacciatori che dovrebbero essere adottati severi provvedimenti, perché, a parer suo, il cacciatore che riesce ad uccidere uno o due camosci, dovrebbe già ritenersi soddisfatto.

Il Consigliere BARMASSE fa presente che fuori della zona del Parco Nazionale si possono trovare solo pochi camosci sperduti, che sono in genere vecchi e non sanno più dove andare e non aspettano che la morte; attualmente non si può, quindi, parlare più di una vera e propria fauna del genere in Valle d'Aosta, eccezione fatta per la zona del Parco Nazionale.

Dichiara che anche le marmotte sono quasi completamente scomparse in molte zone.

In merito alla lettera del Comitato regionale per la caccia, osserva che, se si decide circa la questione della protezione della fauna alpina valdostana secondo il parere della Organizzazione dei cacciatori, non sarà possibile risolvere la questione del ripopolamento della fauna erbivora alpina.

Segue discussione in merito, alla quale prendono parte l'Assessore all'Agricoltura e Foreste e vari Consiglieri.

L'Assessore ARBANEY riprende, quindi, la lettura della menzionata lettera del Presidente del Comitato regionale per la caccia:

"3) Il Parco Nazionale del Gran Paradiso ha già una estensione considerevole, che non si ritiene sia il caso di aumentare per non precludere totalmente l'esercizio della caccia ai cacciatori dei vari Comuni limitrofi al Parco stesso. D'altronde, il perimetro del Parco è fissato con Decreto Ministeriale;

4) la chiusura totale della caccia per un lungo periodo è da escludere senz'altro, essendo ciò in contrasto con precise disposizioni di leggi costituzionali.

D'altra parte, chiudendo totalmente la caccia, i risultati sarebbero peggiori, perché si ritornerebbe decisamente ed immediatamente al vero bracconaggio, oggi mantenuto in limiti assai ristretti.

La sorveglianza, cioè, da parte delle guardie-caccia verrebbe a mancare, perché si renderebbe necessario il loro licenziamento. Tengasi presente che le guardie suddette, che per disposizione di legge dovrebbero essere retribuite con i contributi dello Stato, sono, in mancanza di questi, pagate dai cacciatori, i quali non si assumerebbero, ovviamente, un onere simile, oltre a quelle, già gravoso della licenza di caccia, qualora venisse loro inibita la caccia.

Infine, chiudendo totalmente la caccia per i liberi cacciatori, dovrebbero indubbiamente anche essere revocate tutte le riserve private di caccia, per le quali sono in atto regolari decreti di concessione.

Per le ragioni sopra esposte, il Comitato esprime parere sfavorevole".

L'Assessore Arbaney rileva che il Comitato regionale per la caccia si è espresso in modo del tutto sfavorevole alle proposte formulate dal Consigliere Barmasse con la sua interpellanza.

Osserva che, nell'illustrare l'interpellanza in questione, il Consigliere Barmasse non ha tenuto conto delle esigenze degli agricoltori, poiché si è limitato a proporre di proibire la caccia ai camosci nelle zone situate sopra i 2000 metri.

Rammenta, però, che, quando vi è la neve, i camosci scendono al di sotto di tale altitudine per trovare di che sfamarsi e arrecano danni ai pascoli e ai campi di segala.

Rileva che le popolazioni delle zone comprese nel perimetro del Parco, o viciniori, ne sanno qualche cosa di tali danni. Fa presente che anche le lepri recano danni alla agricoltura, in quanto d'inverno rosicchiano e danneggiano le giovani piante da frutta.

Comunica che la popolazione rurale già si lamenta della costituzione di piccole bandite sostenendo, ed a ragione, che esse sono causa di danni per l'agricoltura.

Ritiene, quindi, non ammissibile, nell'interesse sia dell'agricoltura che dell'attività venatoria, di fare della Valle d'Aosta una bandita con divieto generale di caccia. Ammette che il camoscio sia un animale di eleganti fattezze e che la sua visione sia cosa piacevole, ma ripete che notevoli sono i danni che il camoscio arreca agli agricoltori.

Rammenta che un tempo, pur di trovare di che sfumarsi, il camoscio si arrischiava persino a scendere fino ai primi villaggi, ove penetrava in fienili o in orti, divorando la verdura che vi trovava.

Dichiara di essere spiacente di non poter aderire alla richiesta del Consigliere Barmasse e fa presente che, se si trattasse di addivenire al ripopolamento della fauna solo in determinate località della Valle d'Aosta, si potrebbe addivenire alla costituzione di bandite aventi un perimetro ben delimitato. Osserva, però, che, in tal caso, dovrebbero farsi parte diligente e assumere iniziative i cacciatori delle varie zone interessate.

Rileva che al ripopolamento delle lepri già provvede il Comitato regionale per la caccia, con lanci annuali, mentre, per quanto riguarda i camosci, gran parte dei capi di camosci abbattuti in Valle d'Aosta proviene o dalle zone del Parco o dalla Svizzera.

Circa l'asserzione fatta dal Consigliere Barmasse, - secondo cui i camosci contribuiscono a formare la bellezza del paesaggio e costituiscono richiamo per i forestieri, - rileva che anche le colture agricole contribuiscono ad abbellire il paesaggio e che, d'altra parte, non è ammissibile che i contadini debbano lasciare che le colture dei loro campi siano danneggiate dai camosci.

Conclude, dichiarando che la proposta del Consigliere Barmasse, di stabilire "un divieto di caccia in tutta la Regione", non può assolutamente essere accolta, perché, come fatto presente dal Comitato regionale per la caccia, "la chiusura totale della caccia per un lungo periodo..." è in contrasto con precise disposizioni di leggi costituzionali.

Il Consigliere BARMASSE fa la seguente dichiarazione:

"Sono addirittura sconcertato della risposta datami dall'Assessore Arbaney e, poiché si sostiene che questi animali sono nocivi, in quanto recano danno alle colture, l'anno venturo prenderò anch'io il permesso di caccia e farò quanto mi è possibile per distruggerli".

Il Consiglio prende atto.

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