Resoconto integrale del dibattito dell'aula

Oggetto del Consiglio n. 4067 del 17 dicembre 1992 - Resoconto

OGGETTO N. 4067/IX Leggi di bilancio 1993 - Prosecuzione della discussione generale.

Bich (Presidente) Ricordo che sugli argomenti in oggetto, iscritti ai punti 19 bis e 19 ter dell'ordine del giorno, hanno avuto corso ieri gli interventi del Consigliere relatore e dell'Assessore del bilancio e delle finanze e pertanto oggi non ci resta che aprire la discussione generale.

Ha chiesto la parola il Consigliere Ricco; ne ha facoltà.

Ricco (DC) Come al solito, al fine di meglio inquadrare il nostro bilancio di previsione nel contesto nazionale ed internazionale, vi chiedo ancora una volta la cortesia di poter fare un accenno alla situazione economico-finanziaria della nostra società nazionale ed internazionale, in quanto le situazioni economiche positive o negative producono sicuramente analoghi riflessi anche nella nostra piccola Valle.

A partire dall'estate scorsa il sistema monetario internazionale è stato sottoposto a violente tensioni. Le turbolenze sul mercato dei cambi si sono inserite in un quadro contrassegnato dal convergere dei tassi di crescita delle economie industriali su valori modesti e dall'attenuarsi delle pressioni inflazionistiche nella maggioranza dei Paesi. Il disordine valutario ha acuito l'incertezza sulle prospettive della ripresa internazionale, tuttora ostacolata dal permanere dei tassi di interesse reali su livelli elevati.

Dopo un'accelerazione dell'attività economica nel primo trimestre che ha interessato quasi tutti i Paesi, l'aspettativa dell'avvio di una tendenza positiva è stata disattesa nel trimestre successivo da un nuovo rallentamento, particolarmente pronunciato in Giappone ed in Germania. Negli Stati Uniti, in Inghilterra ed in Canada gli oneri ed i rischi sul debito accumulato dalle famiglie e dalle imprese negli anni ottanta hanno concorso a contenere la domanda e a mantenere depressi gli indicatori del clima di fiducia.

In Giappone, la decelerazione produttiva ed il proseguimento della pressione dei valori azionari ed immobiliari hanno aggravato la condizione patrimoniale delle banche ed indotto la banca centrale a ridurre ancora i tassi ufficiali. Negli Stati Uniti, in seguito ad un ulteriore aumento del tasso di disoccupazione, la Riserva Federale ha allentato le condizioni monetarie all'inizio di luglio. Nello stesso mese in Germania la crescita della quantità di moneta, largamente superiore agli obiettivi prefissati, ha indotto la Bundesbank ad aumentare i tassi ufficiali, portandoli ai massimi livelli dal dopoguerra e favorendo il rafforzamento del marco.

Il contrapporsi della politica monetaria negli Stati Uniti ed in Germania ha avuto forti conseguenze sul sistema monetario europeo, divenuto vulnerabile a causa dell'incertezza circa la possibilità di realizzare l'unione monetaria europea entro le scadenze prefissate e le turbolenze valutarie hanno ulteriormente peggiorato il clima di fiducia.

Tra agosto e settembre, gli indicatori ciclici nei principali Paesi si sono deteriorati e si è altresì accentuato l'andamento cedente dei corsi azionari. Nelle riunioni tenutesi in settembre a Washington, il Fondo Monetario ha nuovamente ritoccato al ribasso le previsioni di crescita per l'anno in corso e per l'anno prossimo. L'attività economica nei Paesi industriali è esposta ad incertezze e rischi che discendono in parte dall'instabilità che percorre la finanza ed i mercati valutari. Le indicazioni congiunturali permangono contrastanti e non consentono di affermare che il ciclo sia avviato verso una sostenuta espansione.

Nella prima parte dell'anno, nonostante il brusco rallentamento dell'economia tedesca e di quella giapponese, nei principali Paesi industriali la crescita ha segnato una lieve accelerazione rispetto alla seconda metà del 1991, situandosi sull'1,8 per cento in ragione d'anno, contro il precedente 1 per cento. Successivamente sembra esservi stata una decelerazione.

Secondo i preconsuntivi del Fondo Monetario internazionale, le difformità che nel 1991 avevano contrapposto economie dove l'attività subiva un regresso (Stati Uniti, Inghilterra e Canada) ad altre che beneficiavano del vigore di una più prolungata espansione (Giappone e Germania) dovrebbero attenuarsi quest'anno, dando luogo ad un tasso medio di sviluppo dei Paesi industriali non superiore all'1,7 per cento rispetto allo 0,6 del 1991. Fra i principali Paesi: gli Stati Uniti, il Giappone e la Francia crescerebbero a ritmi prossimi al 2 per cento, mentre nel Regno Unito l'attività economica rimarrebbe pressoché stazionaria. Queste proiezioni non si discostano dai valori intorno ai quali si aggrega il consenso della generalità dei centri di previsione. Per la Germania permangono ampi margini di incertezza, anche di natura statistica, riguardo ai Länder orientali. Con riferimento alle sole regioni occidentali, le valutazioni più recenti, improntate a pessimismo, indicano valori attorno all'1 per cento. Sempre secondo le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, il 1993 dovrebbe segnare un ritorno a ritmi di crescita più sostenuti, pur se inferiori a quelli tipici delle fasi di ripresa del ciclo. Le previsioni di altri centri di analisi sono generalmente meno favorevoli, ancorché in misura contenuta, rispetto a quelle del FMI.

La ripresa sarebbe alimentata dai più bassi livelli dei tassi di interesse a breve termine negli Stati Uniti ed in Giappone e dall'espansione dei bilanci pubblici avvenuta quest'anno.

Nell'insieme dei principali Paesi industriali, l'impulso del settore pubblico all'economia, anche depurato della componente ciclica, è espansivo: più pronunciato in Germania e nel Regno Unito, meno negli Stati Uniti.

Nel 1993 si produrranno gli effetti di stimolo delle misure di bilancio approvate di recente in Giappone, per un ammontare complessivo pari al 2 o 3 per cento del prodotto interno lordo. In quasi tutti i Paesi europei è invece avvertita l'urgenza di un'azione di contenimento dei disavanzi pubblici in Italia, Francia, Germania, Spagna e Svezia e, per altri Paesi, i piani di bilancio per il 1993 sono orientati al riequilibrio.

Se questa azione si dispiegherà, la severità delle condizioni monetarie potrà temperarsi ed una discesa dei saggi d'interesse reali, dagli attuali elevati livelli, compenserebbe l'effetto restrittivo esercitato sull'economia dall'azione fiscale.

Il combinarsi in Germania di segni di stanchezza dell'attività produttiva e di un contenimento della dinamica dei prezzi, anche per effetto dell'apprezzamento del marco, ha consentito una discesa dei rendimenti sia sulle brevi sia sulle lunghe scadenze. Dalla metà di settembre, dopo il riallineamento nello SME e l'abbassamento dei tassi ufficiali, la flessione è stata di circa 1 punto in percentuale. Ulteriori ribassi potrebbero prodursi qualora si confermassero e consolidassero le tendenze sopra ricordate.

Nei quadri previsionali del FMI il commercio mondiale segna un recupero consistente, espandendosi del 4,5 per cento quest'anno e di quasi il 7 per cento il prossimo, contro appena il poco più del 2 nel 1991.

L'impulso maggiore proverrebbe dai Paesi in via di sviluppo, dove il tasso medio di crescita dovrebbe attestarsi quest'anno sul 6 per cento, rispetto al 3 per cento del 1991, e tale risultato dovrebbe anche ripetersi nel 1993. Le importazioni dei Paesi in via di sviluppo crescerebbero di quasi il 10 per cento, con benefici di domanda per l'area dell'OCSE.

Con il favore di andamenti contenuti o cedenti dei prezzi internazionali del petrolio e delle altre materie prime, nonché delle componenti interne dei costi, temperate dall'affievolimento delle attività, l'inflazione dei Paesi industriali dovrebbe permanere anche nel 1993 intorno al 3 per cento; i tassi di disoccupazione resterebbero elevati intorno al 7,5 per cento nel complesso dell'area e al 10 per cento nella comunità europea.

Andamenti dell'attività economica meno favorevoli di quelli sin qui descritti non possono essere esclusi. L'esperienza degli ultimi due anni suggerisce cautela nel fondare la previsione sul-l'estrapolazione delle tendenze più recenti. Gli indicatori congiun-turali hanno segnato andamenti fortemente alterni, ingenerando attese nell'uno e nell'altro senso rivelatesi poi eccessive.

Tra i rischi del quadro previsionale vi è la conseguenze sull'economia reale dell'instabilità che si registra sui mercati della finanza e dei cambi, soggetti nel recente periodo ad oscillazioni talora violente, amplificate dalle ingenti dimensioni dei flussi mondiali di capitale, dalla libertà e dalla rapidità con cui questi si muovono tra mercati integrati.

Nel Nord America e nel Regno Unito l'onere debitorio di famiglie ed imprese, nonostante il sollievo consentito dalla discesa dei tassi di interesse, potrebbe continuare a deprimere il clima di fiducia, nonché la propensione a consumare e ad investire.

In Germania permangono rischi circa le prospettive delle regioni orientali, l'evoluzione del disavanzo pubblico ed i saggi reali di interesse.

In Giappone si sta contraendo il volume di attività delle banche. Nell'estate il tasso di crescita a distanza di dodici mesi dell'aggregato monetario di riferimento è divenuto negativo. È un evento che non ha precedenti. L'accumulazione in Germania potrebbe essere scoraggiata, qualora i corsi azionari risentissero dell'effetto di elevati tassi di interesse e di cattive prospettive di crescita.

Infine, il protrarsi di episodi di forte instabilità nei mercati finanziari e valutari, ingenerando incertezza, renderebbe più difficile una ripresa duratura dell'attività produttiva. L'entità dei movimenti di capitale, e le perturbazioni che ne derivano per i mercati dei cambi, sono oggetto di rinnovata attenzione in tutti i principali Paesi. Il Segretario del tesoro degli USA ha proposto che della questione si faccia carico il Gruppo dei dieci, predisponendo un rapporto in tempo utile per il prossimo vertice dei Capi di Stato dei principali Paesi.

In Europa, dopo la crisi che ha investito i mercati valutari negli ultimi mesi, è in corso una riflessione sulla recente esperienza dello SME, in un contesto di piena libertà e mobilità di capitali, si è confermata la difficoltà di preservare uno stabile assetto dei tassi di cambio, allorché le politiche monetarie dei singoli Paesi non convergono.

Un sistema di cambi che consentisse riallineamenti della parità più frequenti e di modesta entità potrebbe forse prevenire episodi di tensione legati all'accumularsi di perdite o guadagni competitivi, ma rischierebbe di rallentare la convergenza dei tassi di inflazione, rendendo più difficile per i Paesi divergenti soddisfare le condizioni per la partecipazione all'unione economica e monetaria.

La coesione all'interno dello SME si rinsalderà se verrà confermato e rafforzato il processo dell'Unione europea, se si completerà speditamente la ratifica del Trattato di Maastricht. In quella prospettiva occorre stabilire un più efficace coordinamento delle politiche monetarie. Esso potrebbe essere rafforzato anche attraverso modifiche istituzionali che anticipino, nello spirito del Trattato di Maastricht, taluni meccanismi decisionali della terza fase dell'Unione.

Le difficoltà sui mercati finanziari e valutari emerse agli inizi di giugno, il loro acuirsi ad agosto, la crisi del cambio in cui sono sfociate a metà settembre, hanno colto l'economia italiana mentre cominciavano a manifestarsi lenti processi di riequilibrio nel settore produttivo: un'inflazione in calo dall'inizio dell'anno, un differenziale di costo e di prezzo in riduzione rispetto ai principali Paesi industriali, un saldo commerciale in lieve miglioramento e l'importante accordo sul costo del lavoro che veniva siglato alla fine di luglio dalle parti sociali e dal governo.

Sempre a luglio venivano prese misure correttive dei conti pubblici, si delineava l'impegno a porre mano agli squilibri strutturali del bilancio. Le decisioni procrastinate per anni, e poi ancora nei mesi e nelle settimane cruciali in cui andava profilandosi la crisi, non hanno evitato che l'incrinarsi della fiducia dei risparmiatori, congiungendosi con le difficoltà dello SME, sfociasse nella svalutazione della lira e subito dopo nella sospensione degli obblighi di intervento. Il cedimento della nostra valuta sui mercati internazionali non costituisce soluzione dei problemi di risanamento dell'economia italiana, rende più necessarie ed urgenti politiche di rigore nel bilancio pubblico e nei redditi, di stimolo della concorrenza.

Sussistono le condizioni perché l'Italia esca dalle difficoltà dell'oggi con un patrimonio produttivo rinsaldato, ma è essenziale che si ripristini rapidamente la fiducia dei risparmiatori e dei mercati internazionali. Se ciò non accadesse, la crisi si aggraverebbe, i suoi effetti si propagherebbero rapidamente dalla finanza all'economia reale. Sotto il profilo congiunturale, le condizioni non sono favorevoli, la ripresa internazionale stenta ad avviarsi e rallenta la domanda interna di beni di consumo ed ancor più quella di investimenti.

Nel preconsuntivo per il 1992 formulato a settembre e nella relazione previsionale e programmatica il prodotto interno lordo decelera leggermente rispetto al 1991, attestandosi su un ritmo di crescita dell'1,2 per cento. La crescita economica dell'Italia è inferiore a quella media dei Paesi industriali. La differenza è attribuibile al minore dinamismo dei mercati di sbocco, in particolare di quello tedesco, al fatto che l'esigenza di riequilibrio impedisce al bilancio pubblico di svolgere una funzione di stabilizzazione del ciclo, al deterioramento della fiducia ed al conseguente aumento dei tassi di interesse da metà anno.

Rispetto al 1991 dovrebbe registrarsi una riallocazione degli impieghi complessivi del reddito dalla domanda interna alle esportazioni. Dopo un anno di sostanziale stazionarietà, la crescita delle esportazioni dovrebbe essere sorretta da una ragguardevole modifica nella composizione geografica del commercio.

Sino a luglio le esportazioni sono cresciute in valore di poco più di 1.000 miliardi nei confronti dei Paesi dell'OCSE il cui peso nelle nostre esportazioni supera i tre quarti, di oltre 5.000 nei confronti delle altre aree. La domanda interna dovrebbe decelerare di circa un punto rispetto al 1991, allorché aumentò del 2,4 per cento. Vi contribuirebbe soprattutto il rallentamento dei consumi delle famiglie concentrato nella seconda parte del-l'anno e nei beni durevoli. La dinamica dei consumi rimarrebbe tuttavia ancora superiore a quella del reddito disponibile, facendo segnare un ulteriore flessione della propensione al risparmio.

Gli indicatori più recenti mostrano che questa tendenza potrebbe però essere in via di esaurimento. Il diminuire della fiducia, timori di illiquidità e di perdite in conto capitale sulle attività finanziarie potrebbero indurre le famiglie ad accrescere a scopo cautelativo, anche notevolmente e repentinamente, la quota del risparmio sul reddito complessivo.

Il peggioramento del clima congiunturale, il basso livello della capacità utilizzata e le difficoltà di finanziamento non consentono di prospettare per il breve termine una sostanziale inversione della tendenza cedente, registrata nel primo semestre, degli investimenti fissi lordi. L'occupazione, dopo due anni di incrementi attorno all'1 per cento, rimarrà pressoché stazionaria nella media del 1992; si è rafforzata, estendendosi anche alle categorie impiegatizie, la tendenza all'espulsione di mano d'opera dall'industria e si è ulteriormente ridotto l'assorbimento da parte del settore dei servizi.

Sino a settembre si prospettava un'ulteriore e sensibile discesa dell'inflazione. Misurata dall'indice del costo della vita, essa era scesa dal 6,1 per cento di gennaio al 5,2 a settembre. Vi avevano contribuito il contenimento nel corso dell'anno del costo del lavoro e, dal secondo semestre, il forte deprezzamento del dollaro.

Nell'industria, la moderata dinamica dei costi variabili aveva consentito di interrompere la tendenza alla compressione dei margini di profitto iniziata tre anni prima. L'accordo sottoscritto dalle parti sociali e dal governo il 31 luglio scorso comporta una netta decelerazione del costo del lavoro nel settore privato, verso ritmi vicini a quelli dei principali Paesi europei. Quell'accordo, in un quadro di stazionarietà dei corsi delle materie prime e di stabilità del cambio, confortava la previsione di una riduzione dell'inflazione verso il 4,5 per cento a fine anno.

La svalutazione del cambio non ha impedito che l'inflazione scendesse ulteriormente in ottobre al 5 per cento, pur tenendo conto dei normali ritardi nell'adeguamento dei listini. Questo dato indica che nelle circostanze attuali possono essere contenuti gli effetti della variazione del cambio sui prezzi.

Nell'aggiornare a fine settembre il quadro previsionale, il governo ha corretto di un punto, al 4,5 per cento, la valutazione del tasso di inflazione medio per il 1993.

Nella nostra economia regionale, possiamo prendere brevemente in esame il settore dell'agricoltura.

Le superfici destinate al settore primario sono rimaste sostanzialmente invariate rispetto al corrispondente periodo precedente. La produzione nella nostra Regione ha avuto una crescita del comparto frutticolo del 15 per cento. Le avversità atmosferiche hanno contribuito a determinare una flessione produttiva che ha interessato in particolare le colture foraggere ed in misura più attenuata i seminativi e le piante da tubero. Lo stesso dicasi per la viticoltura, che sembra aver conseguito almeno un buon risultato qualitativo.

La riduzione dei prezzi determinatasi nel resto del Paese, specie nella frutta e nei prodotti vinicoli, ha avuto i suoi riflessi nella Regione. Particolarmente rilevante è stato l'effetto derivato dalla notevole produzione della fontina, tradottosi in una notevole quantità di prodotto invenduto, tale da diminuire l'apporto economico a favore dei produttori. L'intervento della Regione continua ad essere elevato e può essere stimato in misura pari al 50 per cento del reddito apportato da tale settore alla nostra economia.

Nel settore industriale sembra accentuarsi l'attenuazione della crescita, peraltro già manifestatasi nel 1991. Tale situazione, derivata dal calo della domanda, ha interessato soprattutto le imprese della Bassa Valle, ove sono ubicate le aziende manifatturiere che operano nell'ambito del settore meccanico e di quello informatico.

A tale riguardo appare significativo il ridotto consumo di energia elettrica avutosi nell'arco dell'anno in corso, che ha interessato le industrie estrattive e manifatturiere. Molte imprese hanno confermato una difficoltà a rispettare i programmi di investimenti previsti. È stata molto sentita la tendenza di alcuni grossi gruppi imprenditoriali-committenti, come ad esempio il gruppo Olivetti, volta a proporre crescenti dilazioni nei pagamenti.

Nell'esaminare il fatturato, si evidenzia una dinamica difforme tra le diverse aziende. In particolare, la Cogne ha ulteriormente visto ridurre il suo fatturato del 4 per cento, anche a causa della riduzione dei prezzi, derivata da una decisa concorrenza specialmente estera, che ha potuto maggiormente beneficiare del diminuito costo delle materie prime (nichel, cromo e rottami) legato al mercato dei cambi. L'azienda ha proseguito nel programma di ristrutturazione, che ha pure avuto conseguenze sull'occupazione: dai 1620 occupati a fine 1991 è passata, nel settembre scorso, ai circa 1200 elementi effettivi al netto della cassa integrazione.

I risultati economici non si preannunciano del tutto positivi per il 1992. Meno rosee appaiono le prospettive a breve e medio periodo, ove grosse perplessità emergono a causa del costo del lavoro e della pressione fiscale, nonché della crescente competitività che mette in difficoltà soprattutto le aziende di piccola dimensione.

La domanda interna sembra rivelare segni di contrazione, le aziende mostrano difficoltà a conservare le quote di mercato, tuttavia la recente svalutazione della lira potrebbe contribuire a migliorare le esportazioni.

Nel campo dell'edilizia, la quantità di opere pubbliche, in particolare la costruzione del tronco autostradale Pollein-Monte Bianco e del raccordo di collegamento con il traforo del Gran San Bernardo influisce tuttora positivamente sull'andamento di questo settore. Non mancano tuttavia, oltre che a causa delle note vicende giudiziarie, segnali di crisi peraltro confermati dagli esponenti creditizi, derivati da un rallentamento dei pagamenti, da un'accresciuta concorrenza e da ridotte prospettive di lavoro futuro.

L'edilizia residenziale mostra un andamento costante, pur se attestato su livelli modesti a causa della scarsità di suoli edificabili. Prosegue, sia pure in modo poco pronunciato, l'attività di recupero del patrimonio edilizio esistente.

In questo specifico comparto è possibile prevedere un calo degli occupati e la cessazione di operatività di alcune imprese. La domanda riguardante la prima casa rimane sostenuta grazie ancora alle particolari facilitazioni di credito concesse dalla Regione tramite la Finaosta.

L'attività del comparto turistico non è stata negativa, grazie alla stagione invernale caratterizzata da un buon innevamento ed alla discreta stagione estiva.

Dai dati relativi a tutto il mese di agosto e riferiti all'analogo periodo del 1991 si rileva una ripresa dell'incremento degli arrivi alberghieri ed una conferma della crescita delle presenze, anche se meno pronunciata dell'anno precedente. Riguardo agli stranieri, risulta positivo l'incremento sia delle presenze sia degli arrivi, che lo scorso anno ebbero un andamento negativo soprattutto a causa della guerra del Golfo.

Note meno positive vengono dal comparto extra-alberghiero, che continua a presentare una flessione, già rilevata nell'anno precedente, tanto negli arrivi quanto nelle presenze.

Resta positivo l'incremento dei passaggi ai trafori, anche se dai primi dati appare contenuto rispetto all'anno precedente, specie per quanto riguarda il Gran San Bernardo.

Il finanziamento regionale riguardante le iniziative turistiche, con particolare riferimento al fondo di rotazione per lo sviluppo alberghiero, e la contribuzione per gli impianti di risalita, dovrebbe essere ulteriormente aumentato.

Passiamo ora all'esame del nostro bilancio di previsione. Come avete visto, il bilancio regionale per l'anno 1993 pareggia sulla somma di lire 1.832.677 milioni; vi si notano residui attivi per lire 668.731 milioni e residui passivi per lire 661.531. Confrontando i dati generali del bilancio di previsione 1991 con il presente bilancio si nota un aumento di previsione, sia in entrata sia in uscita, di 138 miliardi circa; si nota un aumento dei residui attivi per 129 miliardi e un aumento dei residui passivi per lire 93 miliardi.

Dai dati suddetti emerge chiaramente, a nostro avviso, l'aumentata incapacità della classe politica di non saper spendere, di non voler dare attuazione agli impegni che il Consiglio regionale ha assunto all'epoca dell'approvazione del bilancio.

Se poi mettiamo a raffronto gli allegati n. 4 dei due bilanci - 1992 e 1993 - notiamo un aumento delle spese correnti ed una conseguente diminuzione di quelle di investimento, che tra l'altro per oltre un terzo dovrebbero essere finanziate dall'accensione del mutuo di 255 miliardi, che serve per finanziare i capitoli 20520 (comuni), 33665 (Aosta), 35380 (azioni autostrada RAV), 46940 (beni patrimoniali industriali), 65200 (sviluppo iniziative economiche) e 69020 fondi globali.

Il nostro Gruppo ha attentamente esaminato il massimo documento politico ed economico, cioè il bilancio di previsione per l'anno 1993, e non ha ravvisato in esso la presenza di strumenti sufficienti a garantire lo sviluppo economico della Valle d'Aosta, né ha ravvisato in esso una minima volontà di voler proseguire sulla strada indicata dal nostro Gruppo, condivisa fino allo scorso maggio da una parte dell'attuale maggioranza e tendente a soddisfare gli interessi della nostra Regione.

Non sono in grado di affermare, se non con animo preconcetto, che le entrate previste in bilancio sono sovrastimate o sottostimate; nessuno di noi possiede i dati definitivi del 1992, ma mi sento di dover dire che le entrate previste per il mutuo di lire 255 miliardi sono eccessive, volutamente sovrastimate e quindi false.

Quella somma così elevata serve per poter pareggiare le uscite, tra le quali figurano spese di investimento che non si faranno e che servono solo da specchietto per le allodole in tempi molto vicini ad un clima di carattere elettorale.

Affermo questo ricordando a noi tutti l'incapacità della nostra macchina politico-burocratica, che riesce ogni anno a fare aumentare l'importo complessivo dei residui passivi.

Se fino all'anno scorso, nella mia veste di relatore al bilancio o di membro della maggioranza, non risparmiavo alcune critiche alla Giunta e all'Assessore alle finanze, credo che questo mi sia maggiormente concesso oggi nella mia nuova veste di oppositore.

Già l'anno scorso ricordavo al sempre eterno ed amico mio Assessore alle finanze che il 1993 si stava avvicinando a grandi passi e che con l'abolizione delle frontiere doganali ci saremmo trovati ad affrontare il problema finanziario dell'IVA da importazione. Suggerivo da allora la costituzione di un gruppo di lavoro, comprendente esperti in bilancio statale, capace di poter individuare altre tasse ed imposte da poter includere nella nuova legge di riparto fiscale, imposte nuove in grado di sostituire buona parte degli importi dell'IVA da importazione.

Richiedevo di potenziare i servizi dell'Assessorato alle finanze per aiutare a definire il problema ormai decennale delle entrate previste dall'articolo 6 della legge 690 del 1981, entrate che porterebbero nelle nostre casse regionali alcune centinaia di miliardi, utili - ritengo - in questo periodo di incipiente crisi economica e finanziaria generale.

In sintesi, non sono mai stati messi in bilancio, dal 1982 in poi, le imposte pagate dai cittadini valdostani sulle pensioni, sugli stipendi dei pubblici dipendenti, sugli stipendi dei dipendenti delle ditte che hanno la sede fiscale fuori dalla Valle d'Aosta.

A queste imposte, non conteggiate nel riparto fiscale e non incluse nei bilanci regionali, c'è ancora da aggiungere l'imposta del 30 per cento sugli interessi bancari relativi ai depositi presso le banche non valdostane e quelli dei depositi postali.

Suggerivo anche di chiedere al Governo centrale, attraverso un articolo unico, la modifica del sistema di riscossione delle entrate erariali in Valle d'Aosta, che attualmente vengono versate presso la Sezione di Tesoreria dello Stato. In sostanza, suggerivo di richiedere, come avviene già in Sicilia, anch'essa Regione a statuto speciale, che le imposte dirette ed indirette vengano versate nelle casse della nostra Tesoreria regionale.

Questo porterebbe un notevole beneficio alle nostre finanze, perché incasseremmo subito annualmente almeno 200 miliardi in più che, anche se fossimo incapaci di spenderli, ci lucrerebbero decine e decine di miliardi di interessi attivi bancari e conseguenti aumenti di imposte spettanti alla Valle d'Aosta, sempreché quei miliardi venissero depositati presso banche valdostane.

Non voglio sottacere quanto previsto infine dall'articolo 12 della suddetta legge di riparto. Questo articolo, se correttamente applicato, contribuirebbe a combattere la piaga dell'evasione fiscale, certamente esistente anche in Valle d'Aosta. In questi giorni un politico ha detto: "Una maggiore equità fiscale è la premessa indispensabile per qualsiasi azione di risanamento della nostra economia. Una rivolta fiscale sarebbe una strana rivolta, perché sarebbe contro noi stessi".

Cari consiglieri, sarebbe opportuno che la iniziassimo noi questa battaglia, noi che siamo alla fine della nostra legislatura, in modo da poterla lasciare già avviata in eredità al nuovo Consiglio regionale che avrà cinque anni per perfezionarla ed applicarla.

In conclusione, per noi questo non è un bilancio serio, non è aderente alla vita economica e sociale della nostra Valle. Comprendiamo benissimo che la maggioranza non può prendere in considerazione nessuna proposta, specialmente se giusta.

Presidente Ha chiesto la parola il Consigliere Maquignaz.

Maquignaz (GM) Desidero innanzitutto esprimere la mia soddisfazione per il fatto che la Valle d'Aosta avrà i 430 miliardi in sostituzione della quota di IVA da importazione che scomparirà dal 1° gennaio 1993 con l'abbattimento delle barriere doganali. Il provvedimento sancisce in modo consistente l'autonomia finanziaria della nostra Regione e riconosce le prerogative della comunità valdostana.

Certo, molti hanno contribuito con il loro interessamento al conseguimento di tale risultato. Tra i rappresentanti delle forze politiche presenti in questo Consiglio, ricordo il Consigliere Milanesio, che è intervenuto direttamente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed i colleghi della Democrazia Cristiana che sono intervenuti presso il loro Segretario nazionale. Credo che lo stesso abbiano fatto anche i rappresentanti degli altri partiti.

Oggi intendo però sottolineare che questo risultato è stato ottenuto soprattutto grazie al lavoro dei nostri due parlamentari Dujany e Caveri, che oltre ad essere bravi e capaci - non dimentichiamolo mai - sono anche i rappresentanti di una coalizione autonomistica, ampia, larga ed articolata, che è stata uno strumento di forte persuasione nei confronti del Governo italiano.

Ieri ho ascoltato con attenzione la relazione dell'Assessore Lavoyer, che però mi è parsa piuttosto normale e quasi scontata, tanto che nella sostanza ricopia i bilanci precedenti, fatta eccezione per le questioni relative alla Cogne e all'Autoporto e per la novità rappresentata dalle due nuove proposte su "Valle d'Aosta Sviluppo" e sul "Centro di monitoraggio socio-economico".

La prima proposta è presentata come "arena di crescita della cultura di governo dei soggetti locali e come luogo ideale di sperimentazione di un nuovo sistema di responsabilità", mentre la seconda dovrebbe essere uno "strumento che deve consentire di monitorare le dinamiche e l'evoluzione della struttura socioeconomica".

Ho apprezzato lo sforzo dell'Assessore per elaborare tali proposte, ma con estrema sincerità devo far notare che esse non guardano al futuro, anzi ricordano vecchi metodi di programmazione ed una ormai superata concezione dello sviluppo che paiono appositamente studiati per creare nuovi carrozzoni burocratici, gestiti e lottizzati dal potere politico in nome della cultura e della programmazione.

Se me lo consentite, vorrei passare ad un esame più dettagliato del bilancio regionale.

La mia prima preoccupazione è che stanno crescendo a dismisura le spese correnti, come è stato rilevato anche da altri consiglieri, al punto che fra poco il 50 per cento del bilancio non basterà più coprirle. Ciò è esagerato e quindi condivido l'opinione di chi sostiene che il numero dei dipendenti regionali è esorbitante. Oggi si parla tanto di privatizzare, invece qui stiamo marciando verso l'assistenzialismo ed un eccessivo rigonfiamento della spesa pubblica.

La riflessione sul pubblico impiego potrebbe poi passare attraverso altri aspetti. Prendiamo, ad esempio, l'Agenzia del Lavoro, che ci costa 1,2 miliardi. Si tratta di un servizio utile e necessario, ma mi chiedo come sia possibile che a quella forma di pubblico impiego si acceda, anche per le carriere direttive, senza concorso. Io credo nell'intervento divino, ma dubito che il buon Dio si scomodi per designare gli eletti per l'Agenzia del lavoro.

La Fondazione Natalino Sapegno ha invece solo degli spiccioli: 200 milioni di lire. Anche l'accesso a questa fondazione, all'Istituto storico della Resistenza, all'Alliance Française..., che vivono di contributi e finanziamenti regionali, dovrebbe essere disciplinato da un concorso e la Regione dovrebbe imporre una clausola in tal senso.

Vorrei poi avere conferma sui futuri finanziamenti all'Istituto storico della resistenza, al CMIEB e all'Alliance Française, perché nel bilancio non ho trovato dai certi per il 1994 ed il 1995.

In Valle d'Aosta stanno fiorendo meritorie iniziative di cooperazione in favore dei portatori di handicap, della prevenzione e cura delle tossicodipendenze, del disagio sociale... A quanto mi è dato sapere, pare che la scelta del personale utilizzato in tali iniziative sia spesso effettuata in modo arbitrario dai coordinatori responsabili delle varie attività sulla base di criteri che poco o nulla hanno a che fare con titoli di studio, graduatorie, corsi, concorsi ed esperienze. Termino questa riflessione chiedendo maggiore trasparenza sul pubblico impiego.

L'Autoporto chiude e già si pensa di assumere i dipendenti alla Regione. C'è la crisi della Cogne ed ancora una volta si parla di nuove soluzioni connesse ad un impiego di carattere occasionale. Ma se ci deve essere un intervento regionale, magari gravoso, che valgano allora anche per il lavoro delle regole chiare, perché non sono accettabili sacche di lavoro con assunzioni di tipo privatistico, laddove tutto viene fatto con denaro pubblico.

Sottolineo altri aspetti, ma restando sempre nell'argomento. Per il personale straordinario a tempo indeterminato ci sono ancora 2 miliardi di spese, che sono addirittura in aumento nella previsione triennale. Io ero stato fra i primi ad andare in giro per la Valle d'Aosta a raccontare che la Giunta Bondaz aveva assunto 400 persone senza concorso, grazie ad una interpretazione del tutto anomala del famoso articolo 7. Ma qui, ancora una volta, teniamo le porte aperte per prepararci a fare la stessa cosa.

Non mi si dica che il personale straordinario serve per le mostre o per cose del genere, perché in questa sede avevamo già stabilito di sanare il precariato e a tale scopo abbiamo stanziato spese notevoli per i musei che così avranno del personale fisso, anche se non abbiamo ancora stabilito se dobbiamo continuare o meno a fare le attività espositive e se dare seguito, come ed in quale misura - ma credo che dovremo farlo - alle proposte del sindacato artisti.

Non vorrei passare per un "ammazza-dipendenti", ma vorrei che i cittadini che intendono diventare dipendenti dell'Amministrazione lo possano fare sulla base di norme chiare, così lavorerebbero anche con soddisfazione e non solo per attendere la fine del mese o la pensione.

Cito un altro piccolo esempio. I dipendenti devono sapere che mi sembra ridicolo che il bilancio tolga 30 milioni al CRER, cui invece, a mio avviso, bisognerebbe darne 300, per i servizi, le mense ed i corsi in sostegno delle famiglie dei dipendenti, perché taluni servizi possono essere addirittura più importanti di un aumento salariale.

A questo proposito vorrei dire che la lettura dei capitoli 30500 e seguenti del bilancio triennale mi fa sospettare che il bilancio non preveda nulla per il nuovo contratto di lavoro dei dipendenti regionali che è ormai in fase di scadenza.

Vorrei altresì una spiegazione sugli incarichi professionali nel bilancio del 1993: 300 milioni per consulenze in campo economico, 1 miliardo per la sanità, 100 milioni per consulenze ambientali, 2 miliardi per studi e consulenze per la Presidenza della Giunta; e su quelli presenti nel bilancio triennale: 1,5 miliardi per consulenze turistiche, 3,8 per consulenze sui beni culturali, 2 per la pianificazione territoriale...

Tutto ciò ci costringe a consultare avvocati esterni, professionisti e dipendenti. Secondo noi questo è inaccettabile ed è stato anche fatto per ragioni elettorali, tant'è che - ripeto - se fosse stata fatta dal Parlamento italiano, sarebbe stata fatta sicuramente meglio, con minori spese e minori perdite di tempo.

A questo punto vorrei toccare un problema delicato, il finanziamento del funzionamento del Consiglio (14,5 miliardi). L'autonomia del Consiglio è preziosa e condivido tale stanziamento. Tuttavia vorrei sottolineare che la Presidenza ha bisogno di uffici adeguati, di servizi per i consiglieri - non tanto per me, che frequento poco gli uffici del Consiglio, ma - ha bisogno di una struttura di rappresentanza adeguata all'autonomia speciale. Oggi gli uffici della Presidenza sono sparsi un po' dappertutto e questo, a prescindere dal disagio, non è certamente degno della Regione autonoma Valle d'Aosta.

Se mi consentite una battuta, devo dire che sono piuttosto perplesso su quegli 80 milioni alla Consulta femminile. Abbiamo fatto una legge sulla Consulta e l'ho approvata anch'io - conoscendo le donne, non mi permetterei mai di mettermi contro di loro - tuttavia, mi pare un po' una forzatura quel volere quantificare lo studio delle pari opportunità. Detto questo, ribadisco ch'io sono favorevole a che le donne abbiano tutte le possibilità, anzi mi auguro che in questo Consiglio regionale vengano altre donne e ti assicuro, cara Cristina Monami, ch'io sarò il primo a votarle, così come posso garantire all'amico Bajocco che sarò disponibile a patteggiare anche con il PDS l'istituzione di una Consulta maschile.

Al di là di queste battute, rilevo poi alcune incongruenze. 1 miliardo per l'adeguamento tecnologico: è necessario e mi sta bene. Non mi stanno bene, invece, i 5 miliardi per l'informatizzazione privatizzata dei beni culturali realizzata attraverso società di vario genere. Abbiamo 282 milioni per contributi a periodici locali, 380 per iniziative a favore della stampa...

Anch'io considero molto importante la politica regionale nel campo dell'informazione e convengo che bisogna spendere di più e meglio, però senza privilegiare nessuno. Colgo perciò l'occasione per chiedere dove sono i fondi speciali per il settore edile, di cui ha parlato una parte della stampa.

Consentitemi anche due parole sui giovani. Si accordano 800 milioni agli enti locali per i giovani e sono possibili anche altri interventi. Speriamo che diano buoni risultati. Abbiamo anche 1 miliardo per il Progetto Arianna, che però non mi pare abbia dato grandi risultati fino ad oggi, anzi si sono visti studi su studi, pubblicazioni varie e voluminose, ma non mi sembra che ci siano stati risultati soddisfacenti.

Il problema giovanile e quello culturale sono funzionali l'uno all'altro, però nel bilancio ci sono gravi ed inaccettabili tagli proprio sulla cultura. Mi spiace che non ci sia l'Assessore Faval, al quale vorrei dire che mi stupisce che abbia accettato di diminuire le spese per il sistema bibliotecario e per la biblioteca. Il decentramento culturale passa o dovrebbe passare anche attraverso quella rete di biblioteche o di centri culturali sparsi sul territorio. Inoltre ritengo che sia da rilanciare la nuova biblioteca regionale.

Credo invece - e lo denuncio pubblicamente - che a poco a poco si voglia mortificare il decentramento culturale e non si vogliano fare delle vere biblioteche aperte alla cultura ed ai giovani. È ingiusto che con il Progetto Giovani ci si preoccupi solo di Aosta e non si pensi di estendere le stesse iniziative anche ai paesi, dove tra l'altro non si è voluta neppure assicurare la stabilità lavorativa agli operatori delle biblioteche, tant'è che qualcuno di loro è in condizione di instabilità da ben dieci anni. E poi si gioca con le cifre: 1 miliardo in meno per le attività culturali e scientifiche... Tutto ciò, secondo noi, è ingiusto.

Allo stesso modo è ingiusto spendere tanti soldi in una Saison culturelle che è soltanto cittadina. Alla prima occasione chiederò un progetto che preveda l'articolazione della Saison culturelle su tutto il territorio regionale. Non è accettabile l'opulenza di un bilancio che, per fingere austerità, taglia fondi alla cultura. Viviamo in un'epoca di crisi, che globalmente può essere definita crisi culturale, per cui è un gravissimo errore tagliare le spese culturali.

Torno ad alcune incongruenze.

Questo benedetto metano ci costerà ancora 2,8 miliardi. Anziché risparmiare, utilizzando meglio l'olio combustibile e sfruttando i generi contingentati, spendiamo miliardi per una metanizzazione che ci era stata presentata come il toccasana per l'industria della Bassa Valle e per la Cogne. Invece, le industrie della Bassa Valle sono state chiuse, la Cogne sta chiudendo, per cui il metano arriva tardi, non copre neppure tutta la città e - ancora una volta - non raggiunge le valli laterali dove ci sono le comunità montane.

Ci sono ancora 2,5 miliardi per il Mauriziano. Io mi chiedo quando riusciremo a risolvere questo problema. Proprio ieri ho letto la lettera che i primari ospedalieri hanno inviato a tutti i consiglieri regionali ed in cui muovono pesanti rimproveri alla Giunta regionale e al Consiglio regionale. Eccone una parte: "È stato considerato altresì che gli studi di fattibilità sull'ampliamento dell'ospedale o, meglio, sulla costruzione di un nuovo ospedale adeguato alle necessità attuali, ripetutamente eseguiti dalle Amministrazioni regionali susseguitesi negli ultimi anni ed in applicazione della legge regionale, sono costati alle casse regionali molte centinaia di milioni di lire, ma fino ad oggi il Consiglio regionale non è stato capace di deliberare nel concreto alcuna decisione". Essi hanno ragione, perché il problema del Mauriziano non è stato ancora risolto.

Non ho capito poi perché nel bilancio non c'è neanche una lira per le terme di Pré-Saint-Didier.

Previsioni per il 1995. Credo che il Consigliere Agnesod scherzasse quando, accennando ad una certa immagine o visione, riusciva ad intravedere aureole e Assessori santi. Chissà, forse è proprio per una di queste visioni che il bilancio triennale fino al 1995 prevede eventi che solo in minima parte possono essere determinati da scadenze prevedibili, perché predisposte per leggi.

Ciò significa che nel 1995 ci saranno moltissimi acquisti di beni immobili, ci sarà uno strepitoso aumento della redditività della Casa da Gioco, raddoppieranno le spese per prevenire e ridurre il rischio di valanghe, crescerà l'impegno per il miglioramento fondiario, aumenteranno i contributi per l'agricoltura e l'incremento dei prodotti tipici. Attraverso i cantieri di lavoro si spenderanno 8 miliardi in opere stradali, 4 in più dell'anno precedente, con un aumento del 100 per cento. Raddoppieranno le spese per la sistemazione straordinaria dei pubblici edifici. Queste previsioni non sono credibili.

Non sono prevedibili le entrate di questo bilancio, che è ingiusto, a mio parere, anche nelle spese, che non corrispondono alle reali necessità di intervento sui gravi problemi della comunità valdostana.

Sarei voluto intervenire in modo più puntuale anche su altri temi, come il turismo, l'agricoltura, i lavori pubblici..., ma devo riconoscere che alla base di questo bilancio non c'è alcuna motivazione politica.

Assessore Voyat non se ne abbia a male, ma sul turismo devo dire intanto che lo sky pass regionale purtroppo non funziona. Ne sono dispiaciuto, però proprio l'altro ieri, discutendone con alcuni amici, ho avuto l'ulteriore conferma che non va, quindi bisogna trovare una soluzione.

A parte questa piccola considerazione, desidero far notare che non sono stati risolti neanche i grandi problemi legati alla viabilità ed ai parcheggi. La Valle d'Aosta, specie durante le feste, sta diventando caotica ed invivibile: manca una corretta regolamentazione dei flussi di traffico e si continuano, come a Breuil-Cervinia, a finanziare studi e progetti, ma non si conclude nulla, salvo richiedere nuovi studi e nuove consulenze ad ogni cambio di maggioranza. Noi vogliamo passare dalle consulenze e dagli studi ai fatti, cioè vogliamo realizzare i parcheggi e i piazzali, perché siamo stufi di studi e consulenze.

In agricoltura si parla di risanamento del bestiame, forestazione, qualità dei prodotti tipici, con particolare riferimento alla fontina... Sono tutti argomenti che meriterebbero un serio approfondimento, ma, come ho già detto, il bilancio non ha alla base una motivazione politica e quindi, in definitiva, fa solo un'analisi dei problemi e tenta di indicare come risolverli. Vi sono cifre barattate: un po' di lire qua ed un po' meno là, ma manca una filosofia, non c'è una logica e, soprattutto, non c'è una linea politica e non c'è una vera trasparenza.

Secondo me, questo bilancio è il risultato di una politica che negli ultimi anni è stata caratterizzata dalla confusione e dall'incoerenza dei due ribaltoni, che sono stati il riflesso di feroci battaglie personali ed intestine a causa della più totale assenza di una autentica politica amministrativa.

È per tutto questo che ora stiamo raggiungendo una forma di immobilismo pericoloso e negativo. L'attuale maggioranza è incapace di decidere e quando decide, come nel caso della riforma elettorale, non cambia niente o, perlomeno, cambia solo quanto basta per penalizzare i piccoli: non per realizzare una vera riforma, ma per togliere loro i voti. Punto e basta.

I problemi sanitari, come abbiamo già evidenziato, diventano gravissimi. Il nuovo ospedale non è stato iniziato, si discute ancora se costruirne uno nuovo o ampliare quello vecchio.

Non mi voglio soffermare sulla Cogne, ma condivido quanto è stato affermato dal collega Trione, cioè che nessuno pensa seriamente ad un recupero di questa attività industriale e ci si limita a prospettare l'acquisto dell'area industriale, senza sapere o fingendo di non sapere come la stessa verrà utilizzata. Devo confessare che nessuno ha capito i reali obiettivi di quel piano, pomposamente definito "strategico", per le aree dell'Autoporto e della Cogne.

Desidero leggere quanto si dice nella relazione a proposito dell'acquisto di tali aree: "L'iniziativa della Giunta a questo riguardo non ha perciò il solo obiettivo di risolvere la crisi di due aziende, ma, al contrario, ha lo scopo di creare le condizioni per esercitare un ruolo di reale indirizzo economico ed urbanistico che trascenda la realtà specifica delle due strutture, per affrontare invece le problematiche più generali dell'economia della nostra Regione e dei suoi equilibri di lungo periodo".

Io non ho capito quello che si vuole dire. Se si vuole cambiare il modo di fare politica, si deve parlare in modo chiaro, semplice e comprensibile, e dalle teorie bisogna scendere ai fatti ed alle cose concrete, così come hanno fatto molto bene ieri, in occasione della discussione generale sulla Cogne, alcuni consiglieri, tra cui Rollandin, che hanno difeso le determinazioni proposte dalla Giunta regionale. Probabilmente questi consiglieri dispongono di maggiori informazioni e conoscenze, ma almeno hanno cercato di passare dalla parte teorica a quella pratica, tant'è che hanno cercato di spiegare in concreto perché si deve acquistare l'area della Cogne. Non avendo noi quelle conoscenze o informazioni, manteniamo le nostre preoccupazioni sulla soluzione del problema della Cogne.

Per cambiare argomento e prima di concludere, vorrei ancora dire che il rinvio del rinnovo della concessione della Casa da gioco è emblematico. Come già più volte ho avuto modo di ribadire anche in sede di Commissione e come è anche stato evidenziato da più parti, si poteva cogliere l'occasione per rompere il cosiddetto accerchiamento da parte della Sitav. Nessuno però si è voluto muovere in questa direzione e la questione Casinò assume ancora una volta contorni scuri che non promettono nulla di buono. Che Dio ci benedica!

Tanto nella nostra piccola comunità quanto in quella più vasta nazionale, appare sempre più evidente il notevole scollamento fra Consiglio regionale e realtà civile, fra partiti e società. A parte i Verdi, che interpretano, sia pure a volte in modo strumentale, un movimento d'opinione e sentimenti diffusi nella comunità, ed a parte anche l'Union Valdôtaine che ha dei reali legami con la realtà valdostana e con quella base che, per la verità, dopo le ultime vicende è rimasta piuttosto perplessa, gli altri partiti politici sembrano incapaci di recepire le trasformazioni in atto nella comunità. Di questa situazione siamo un po' tutti responsabili, compreso il sottoscritto, anche se in misura diversa, tant'è che la gente non vuol più sentire parlare di politica e di partiti. Dobbiamo cambiare e presto, altrimenti saremo travolti dalle forze xenofobe e fasciste e da quelle legate alla conservazione.

Non è questa, però, la sede per affrontare un dibattito di questo genere, per cui io concludo il mio intervento annunciando che voterò contro il bilancio.

PresidenteHa chiesto la parola il Consigliere Riccarand.

Riccarand (VA)Più che un discorso sul bilancio, farò una riflessione sull'autonomia valdostana e svolgerò anche dei ragionamenti che so essere tabù all'interno di questo Consiglio, che è molto abile a mentire a se stesso ed a trasformare quest'aula in una sede di recitazione.

L'Assessore alle finanze è fra coloro che in questa legislatura hanno maturato maggiore esperienza di governo. Egli è sopravvissuto al cambiamento di maggioranze, però devo dire che l'esperienza, invece di fargli migliorare ed affinare le analisi, gliele ha fatte progressivamente decadere.

Ricordo che nel 1990, al suo primo bilancio, l'Assessore alle finanze era stato brillante. Era venuto con alle spalle studi ed indagini del Censis, dello Studio Gamma, ricerche varie, ed aveva introdotto nella relazione di presentazione del bilancio di previsione indubbi elementi di novità.

Non si trattava di novità assolute, perché erano già riecheggiate in Consiglio, ma era una novità che fossero dette dalla Giunta e da un Assessore alle finanze. Egli fu quasi convincente, tant'è che in quell'occasione io gli diedi atto di aver condiviso molte delle cose da lui dette.

Poi si presentò al bilancio di previsione del 1992, quello discusso alla fine dell'anno scorso. Anche lì c'era il Censis 2, ma il livello era già sceso notevolmente più in basso. Il tentativo di volare alto dell'anno prima si era già notevolmente abbassato.

Ieri siamo arrivati al suo terzo bilancio e siamo arrivati alla dimenticanza totale del Censis e di tutto quanto era stato detto o riflettuto in passato e siamo scesi allo zero assoluto. A mio avviso, la relazione dell'Assessore alle finanze può essere riassunta con il seguente titolo: "Come riempire sessanta pagine di banalità, retorica e notizie false e tendenziose".

Di ben altra relazione c'era bisogno in occasione di un bilancio che chiude un ciclo finanziario e ne apre uno nuovo, estremamente incerto; ma soprattutto ci sarebbero voluti una ben altra discussione ed un ben altro approfondimento e confronto di idee e di opzioni: andavano individuate le scelte da fare in una fase di passaggio così importante.

Non è vero che c'era una scelta unica da fare, una scelta obbligata. C'erano due opzioni di fronte alla scadenza del 1° gennaio 1993, che sta arrivando come del resto noi avevamo sostenuto da parecchi anni, fin dal 1985, cioè dall'epoca del Libro bianco della CEE, ma che per gran parte delle forze politiche di questo Consiglio non esisteva, perché non sarebbe mai arrivata. Invece è arrivata e torno a ripetere che la nuova scadenza del Mercato Comune Europeo e le conseguenze che essa avrebbe avuto sul bilancio della Regione avrebbero potuto essere affrontate con due opzioni od in due modi.

La prima opzione era quella di ridurre e selezionare la spesa, riattivare la facoltà impositiva locale, ridurre il livello di dipendenza finanziaria della Valle d'Aosta dallo Stato. Questo evidentemente avrebbe comportato un bilancio più magro, certamente inferiore ai 1.800 miliardi che oggi ci sono stati presentati, ma più autonomo, più basato sulle energie interne, sulla ricchezza locale, sulla capacità produttiva locale.

L'altra opzione era quella di fare un bilancio in linea col passato, con un'entrata dello Stato compensativa dell'IVA da importazione che scompariva. Si trattava quindi di fare un bilancio grasso, che avrebbe però accentuato la dipendenza finanziaria delle casse della Regione dallo Stato italiano. Questa scelta doveva essere fatta e discussa anzitutto in Consiglio regionale, invece la Giunta regionale - e qui la responsabilità va ben al di là dell'Assessore alle finanze - ha espropriato il Consiglio della possibilità di discutere tale scelta. Altro che negoziato improntato a chiarezza e trasparenza, come si dice a pagina 24 della relazione! Quando mai c'è stata trasparenza! Avete scelto una linea e l'avete portata avanti in gran segreto, salvo qualche fuoco d'artificio nell'ultima fase, quando la cosa vi è sfuggita di mano e comunque quando ormai in sostanza tutto era già stato deciso.

Noi non condividiamo nel modo più assoluto la scelta che è stata fatta e diciamo che non è assolutamente vero che essa sia un successo per l'autonomia valdostana, anzi è esattamente il contrario.

Dopo aver sprecato l'occasione degli anni '80 ed aver considerato come entrata ordinaria quella dell'IVA da importazione che invece doveva essere considerata straordinaria e come tale doveva essere gestita nel bilancio, dopo aver costruito nel corso di un decennio una macchina regionale onnipresente ed oltremodo dispendiosa, che genera assistenzialismo e cultura della dipendenza a tutti i livelli, voi ora decidete di rendere strutturale la dipendenza del bilancio regionale da fattori esterni, cioè dai contributi dello Stato, che si collocano totalmente al di fuori del riparto fiscale.

Questa è una rinuncia non solo all'autonomia finanziaria, da cui siamo distanti anni luce, ma è una rinuncia anche al doveroso tentativo o alla doverosa ricerca, che pure si sarebbe potuta esperire, di ridurre almeno un po' la nostra dipendenza. Quest'ultima occasione ce l'avrebbe consentita. Invece: autonomi sì, ma con i soldi dello Stato; autonomi sì, ma mantenuti da qualcun altro. Questo è il principio che ha guidato le scelte della Giunta.

Il nostro bilancio di previsione contiene la grande novità del capitolo 1305, un capitolo tutto nuovo della parte entrata: 430 miliardi in un capitolo destinato a caratterizzare un ciclo nuovo, che non so quanto durerà, ma finirà, e che nasce comunque all'insegna di un'accentuata dipendenza; 430 miliardi che, secondo le illuminate tesi che ho sentito, non servirebbero neanche a coprire tutte le spese per quelle cosiddette "funzioni non regionali" che la Regione Autonoma Valle d'Aosta sosterrebbe.

Ma quali sono mai queste "funzioni non regionali"? Io ho letto l'allegato alla relazione, l'ho letto. Non so se quelle cose possano servire ad ingannare qualche Ministro, ma credo che non servano certo ad ingannare un Consigliere regionale, perché come si fa a dire che non sono competenze regionali quelle sulla viabilità, sull'agricoltura, sull'ambiente, sulla scuola? Ma se non sono della Regione, di chi sono allora?

Certo si dice "funzioni non regionali" tra virgolette - in realtà sono regionali - perché altre Regioni a statuto ordinario non le hanno. Ma che bella scoperta! Ma come mai abbiamo un ordinamento finanziario che ci attribuisce i nove decimi delle imposte e delle tasse? Proprio perché abbiamo delle competenze accresciute rispetto alle regioni a statuto ordinario, che infatti non hanno un riparto fiscale di nove decimi, anzi non hanno alcun riparto fiscale. E allora, come si fa a definire queste competenze come "funzioni non regionali"?

Ora, dire e affermare che sono queste "funzioni non regionali" a giustificare un'entrata compensativa dello Stato dell'IVA da im-portazione è ridicolo. Sicuramente non è questo l'elemento che ha pesato nelle decisioni che sono state assunte a livello di Governo e di Parlamento. Questo elenco non ha avuto nessuna influenza.

Il Governo ha invece deciso di assegnare soldi cospicui alla Regione Valle d'Aosta per un altro motivo, perché c'è stato uno scambio di favori fra i Parlamentari valdostani - e non solo valdostani, perché la partita si gioca tra Valle d'Aosta, Sud Tirolo e Governo - ed il Governo Amato. Lo sappiamo tutti che c'è stato un voto di scambio: il voto ed il sostegno al Governo da parte dei Parlamentari della Valle d'Aosta ed altri Parlamentari del Gruppo Misto in cambio di soldi alla Valle d'Aosta.

Un Governo della Repubblica che fa questo è, a mio avviso, un Governo irresponsabile. Eppure è quello che è successo. Il Governo Amato, per avere qualche possibilità in più di sopravvivenza, ha preso degli impegni che, fra l'altro, non impegnano solo questo Governo, ma anche quelli successivi.

Io credo che questa sia una piccola vicenda numericamente insi-gnificante nel grande calderone del bilancio dello Stato, ma che in realtà permette di capire i metodi ed i comportamenti che hanno portato all'attuale sfascio ed il perché di uno Stato così mal messo.

Lo scorso 3 dicembre sui principali quotidiani sono usciti degli articoli che hanno presentato una ricerca della Fondazione Agnelli, nella quale si lanciava la proposta di ridurre le Regioni da venti a dodici. Poiché in quegli articoli ed in quella ricerca ci sono delle cose molto interessanti, credo che varrebbe la pena acquisirne gli atti e consiglio vivamente all'Assessore alle finanze di farne oggetto di attenta lettura.

Voglio solo citare, con una lettura un poco abbondante, quello che ha scritto Andrea Casalegno su "Il Sole-24 Ore" del 3 dicembre, dove in sostanza riassume il risultato della ricerca. Egli dice: "La Fondazione Agnelli è partita da un assunto semplice quanto inconfutabile: non esiste autonomia politica senza autonomia, cioè copertura, finanziaria. Non sarà mai realmente autonoma la Regione che, anziché mantenersi, viene mantenuta dall'esterno, cioè dallo Stato e dal suo indebitamento.

Per verificare lo stato attuale della copertura finanziaria regionale, la Fondazione ha analizzato il rapporto tra le somme versate dalle Regioni allo Stato con ogni forma di tassazione diretta o indiretta e le somme ricevute dallo Stato sotto forma di servizi, trasferimenti, sussidi e così via. Il risultato è di grande interesse, perché permette di verificare, cifre alla mano, una serie di luoghi comuni, accettati di solito senza beneficio d'inventario.

Risulta, in particolare, del tutto improponibile ogni analisi regionale rozzamente basata sulla contrapposizione Nord-Sud. Solo alcune Regioni del Nord, infatti, versano alla collettività nazionale più di quanto ricevano. Il rapporto dare-avere è bensì del 148 per cento per la Lombardia, 120 per il Piemonte, 120 per l'Emilia Romagna e 116 per cento per il Veneto, ma tutte le altre Regioni, Nord compreso, ricevono più di quanto diano. La media italiana dare-avere è dell'81,6 per cento, il che ovviamente significa che gli Italiani ricevono dallo Stato più di quanto versino allo Stato, il quale perciò è costretto a fare debiti.

In dettaglio, se tutte le Regioni meridionali sono mantenute - e ci sono le varie percentuali - le Regioni settentrionali, come la Valle d'Aosta, il Trentino ed il Friuli, non sono da meno.

Ne emerge che ogni Lombardo versa al resto d'Italia 2.385.000 lire ed ogni Emiliano 1.180.000, mentre ogni Calabrese riceve mediamente 5.886.000 lire ed ogni Campano 3.195.000. Che ingiustizia! Allora ha ragione Bossi? Mica tanto, perché ogni Valdostano riceve 8.317.000 lire, ogni Trentino 4.500.000 lire.".

Questo lo dice una ricerca della Fondazione Agnelli, ma non c'è mica bisogno delle ricerche della Fondazione Agnelli per rendersi conto di questa situazione, che possiamo benissimo verificare analizzando il nostro bilancio, da cui, facendo quattro conti, si capisce molto bene qual è il rapporto finanziario tra lo Stato e la comunità valdostana.

Noi tutti sappiamo che lo Stato vive essenzialmente di tributi erariali. Ebbene, dal bilancio di previsione del 1993 noi possiamo ricavare con molta precisione quali saranno le entrate tributarie dello Stato nel 1993 provenienti dalla Valle d'Aosta. Il calcolo è presto fatto: noi abbiamo messo in bilancio i nove decimi di quello che prevediamo di incassare. In sostanza, dal bilancio emerge che nel 1993 i tributi erariali pagati in Valle d'Aosta saranno pari a 680 miliardi, fra Irpef, Irpeg, Ilor, Iva, Lotto, imposte varie..., cioè mettendo tutto insieme arriviamo a 680 miliardi di lire.

Sappiamo che questi 680 miliardi vengono così ripartiti: nove decimi alla Regione ed un decimo allo Stato. Quindi alla Regione vanno 611 miliardi ed allo Stato 69 miliardi. In sostanza, il bilancio di previsione ci dice che i contribuenti valdostani verseranno allo Stato italiano nel corso del 1993: 69 miliardi.

A questa cifra, in realtà, noi dobbiamo aggiungere altre cifre, che non compaiono nel bilancio, perché non sono oggetto di riparto fiscale; tali cifre sono essenzialmente due. Sappiamo tutti che i lavoratori dipendenti pagano il servizio sanitario nazionale e pagano la Gescal. Basta fare un calcolo, ma probabilmente l'Assessore, con tutte le consulenze che ha dato ed ha fatto, saprà esattamente al milionesimo quali sono queste entrate del servizio sanitario nazionale e della Gescal. Io non lo so, però faccio delle proiezioni: sicuramente in un anno le quote del servizio sanitario sono inferiori ai 20 miliardi e le quote Gescal sono inferiori ai 10 miliardi. Accettiamo, però, queste due cifre.

A questo punto basta fare la somma: 69 miliardi di contributi sui tributi erariali, più i 20 del servizio sanitario nazionale ed i 10 della Gescal, fanno in totale 99 miliardi. Questa è la cifra che i Valdostani daranno allo Stato nel corso del 1993.

Andiamo ora a vedere il Titolo II del bilancio: "Entrate derivanti da contributi e assegnazioni dello Stato". Qui siamo al di fuori del riparto fiscale, perché si tratta di trasferimenti che lo Stato fa dal suo bilancio alla Regione, per spese di settore: sanità, enti locali... In questo Titolo ci sono in bilancio 138 miliardi. Ciò significa che nel 1993 lo Stato riceverà 99 miliardi, ma ce ne darà 138. Stando ai dati di questo bilancio lo Stato ci darà 39 miliardi in più di quelli che incasserà dai contribuenti valdostani.

Ma questa cifra di 39 miliardi non sarebbe nulla, anzi sarebbe del tutto ridicola, perché in realtà lo squilibrio è ben più alto.

Noi tutti sappiamo che lo Stato interviene in Valle d'Aosta direttamente, cioè con delle spese dirette, per pagare servizi, funzioni e persone che lavorano nella nostra Regione per necessità locali, per esigenze nostre e della nostra collettività. Chi paga tutto il servizio di riscossione delle imposte? Lo paga lo Stato. Chi paga l'amministrazione della giustizia, le forze dell'ordine, le poste, l'Anas, i dipendenti del Ministero del lavoro, il Parco del Gran Paradiso, la ferrovia, il deficit della Previdenza sociale, i contributi vari ad associazioni, enti? L'elenco potrebbe essere lunghissimo.

I lavoratori pagati direttamente dallo Stato in Valle d'Aosta sono circa 2.000: 1.000 ministeriali, 300 nel parastato (Inps), 600 nelle aziende autonome (Poste, Anas). Fate il calcolo. Ma quanto costa tutto questo? Certamente costa più di 100 miliardi all'anno. Non so quanto di più, ma certamente più di 100 miliardi all'anno.

Allora basta fare la somma: abbiamo qui 138 miliardi di spesa dello Stato, cioè trasferimenti che alla fine dell'anno, a consuntivo, saranno molti di più; abbiamo oltre 100 miliardi di spesa diretta dello Stato e poi ancora 430 miliardi di fondo compensativo, per un totale di 668 miliardi. Ne consegue che nel 1993 i contribuenti della comunità valdostana danno 99 miliardi, ma ricevono in cambio 668 miliardi, ovviamente senza parlare dei nove decimi.

Ora, che una comunità come la nostra abbia bisogno di un aiuto esterno è probabilmente inevitabile ed anche giusto. Noi siamo pochi, la nostra Regione è piccola e quindi costa di più, viviamo - come al Presidente della Giunta piace sempre ricordare - in una regione la cui altezza media è pari a 2000 metri, dove i costi sono tanti e le risorse sono poche. Ben venga quindi il contributo esterno.

Tutto questo è vero, ma allora intanto bisogna avere l'umiltà di chiamare le cose con il loro nome e non definire un diritto quello che invece è un meccanismo di solidarietà che è quantomai opportuno e necessario.

Ma quello che io metto in discussione è l'ammontare di questo aiuto, è la cifra che viene richiesta. È proprio vero che da soli non siamo in grado di fare niente di più? Abbiamo raschiato proprio il fondo del barile noi in Valle d'Aosta? Siamo sicuri di aver fatto tutto il necessario per risparmiare dove era possibile e per non sprecare le risorse? Siamo sicuri che certe scelte, tipo la proliferazione delle APT, vadano in questa direzione? Siamo così poveri e mal messi? A me non sembra. I due terzi degli abitanti della Valle d'Aosta sono pieni di quattrini, altro che poveri!

Su La Stampa di martedì 15 dicembre 1992 ho letto un trafiletto molto significativo, che parlava del bilancio di previsione per il 1993 della Regione Piemonte, cioè della regione a noi più vicina. In quel trafiletto si leggeva: "La Giunta piemontese ha approvato il bilancio di previsione per il 1993, che pareggia sui 12.000 miliardi...- ripartendo tale cifra per i 4,5 milioni di abitanti, si ottiene un rapporto di 2,5 milioni per abitante. Ripartendo, invece, i nostri 1.800 miliardi per i 115.000 abitanti della Valle, otteniamo un rapporto di 15,5 milioni per abitante. Non è questo però il dato che volevo mettere in luce -. .. impegnando solo le spese obbligatorie e facendo confluire sotto un unico capitolo i 107 miliardi di spesa libera dei diversi settori assessorili". In tutto il bilancio della Regione Piemonte solo 107 sono i miliardi di spesa non sono vincolati fin dall'inizio dai trasferimenti dello Stato. Pensate un po': 107 miliardi! Noi, invece, abbiamo quasi tutto il bilancio a spesa libera.

Non è neanche questo che volevo sottolineare, ma un altro dato, che qui è molto significativo. Scorrendo il trafiletto, si legge: "Entro marzo la maggioranza deciderà se applicare nuove tasse su benzina e metano, decisione che verrà presa nel momento in cui il Governo piemontese individuerà i progetti per lo sviluppo da finanziare. Sul loro costo, in base alle risorse che abbiamo rispar-miato, calibreremo le nuove tasse. Secondo uno studio presentato dal Presidente Brizio, e sul quale l'esecutivo piemontese discute da settimane, con i 160 miliardi provenienti dalle nuove tasse su benzina e metano - ogni famiglia piemontese pagherebbe 6.700 lire al mese - si attiverebbero altri 240 miliardi di investimento con i quali finanziare interventi capaci di creare 6.400 posti di lavoro". Credo che noi dovremmo spendere un po' più di 240 miliardi per creare 6.400 posti di lavoro, ma io voglio sottolineare che in Piemonte si mettono delle tasse aggiuntive a quelle che gli utenti normalmente pagano sulla benzina - e la pagano a prezzo pieno - affinché la Regione possa avere qualche decina di miliardi in più per poter fare una sia pur minima politica del lavoro.

La conclusione è molto semplice: ogni contribuente piemontese, che già dà allo Stato 1.100.000 lire in più di quello che riceve - i Piemontesi sono fra coloro che pagano allo Stato -, non solo si paga tutta l'imposta di fabbricazione sulla benzina, ma si deve anche pagare una tassa regionale.

Il contribuente valdostano, che già riceve dallo Stato 8.317.000 lire in più di quello che gli dà, non solo non paga l'imposta di fabbricazione, ma credo che consideri la tassa sulla benzina come un qualcosa che appartiene ad un altro mondo.

Non credo che ci siano molti ed ulteriori commenti da fare sulla nostra situazione. Credo che ci troviamo di fronte ad una realtà mistificata, che ormai è arrivata a livelli paurosi.

Credo anche che sia inutile dire queste cose in questo Consiglio, perché chi negli anni scorsi ha voluto capire aveva tutti gli elementi ed i dati per capire; ma evidentemente fa comodo diffondere una ideologia che non ha niente a che vedere con la realtà dei fatti.

Nel merito complessivo del bilancio, l'aspetto più negativo è che, nonostante una nuova maggioranza ed una nuova Giunta, il bilancio di previsione del 1993 riproduce quelli del passato, con minimi correttivi e con pochissimi segni di cambiamento. Le uniche novità significative, come abbiamo già detto, sono due:

- i 430 miliardi, capitolo nuovo dell'entrata, che sono il frutto di una trattativa condotta espropriando il Consiglio regionale delle scelte e sono il risultato di una richiesta che, a mio avviso, nelle sue dimensioni non è giustificata ed è anzi negativa;

- e poi nella parte spesa c'è la novità rappresentata dai 60 miliardi per intervento sull'area Cogne nei fondi globali, di cui abbiamo parlato ieri e su cui noi diamo un giudizio positivo.

A parte questi due aspetti, uno positivo e l'altro molto più discutibile, tutto il resto rimane nel solco della tradizione classica.

Inoltre, non è affatto vero che questo è un bilancio austero. Qui si parla di austerità e di sobrietà, ma come si fa a dire che questo è un bilancio austero, quando ha un incremento superiore al tasso di inflazione. Come si fa a definire austero un bilancio di 1.800 miliardi?

È un bilancio in cui l'entrata cresce più dell'indice di inflazione - abbiamo 150 miliardi in più - e la spesa galoppa, in particolare quella corrente. Qui, col solito giochino, si dice: "Ah, ma in percentuale la previsione è che ci sia una spesa corrente dello 0,5 per cento in meno sulla previsione di spesa complessiva...". Già, ma sulla spesa reale ci sono 60 miliardi di spesa corrente in più, naturalmente con tutti i limiti che queste valutazioni hanno su un bilancio di previsione, perché poi i dati dovrebbero essere fatti a consuntivo ed abbiamo ben visto a primavera com'era il consuntivo rispetto alla spesa corrente.

In questo bilancio di previsione non c'è alcuna selezione della spesa, non c'è neanche una scelta di concentrare la spesa in alcuni settori, che magari hanno maggiori necessità, come ad esempio quello della sanità; oppure, escludendo il discorso sulla Cogne, di concentrarla su alcuni progetti di rilevanza strategica. Mi riferisco, ad esempio, ad un massiccio sforzo per un possibile recupero edilizio: abbiamo un sacco di soldi, perché non lo facciamo? Beni culturali: abbiamo un sacco di soldi, perché non investiamo lì? Eh no, perché i soldi devono essere usati nell'ordinaria amministrazione. Questa è la logica.

La dimostrazione più evidente di questa logica di ordinaria amministrazione, che percorre tutto questo bilancio, ce l'abbiamo nei fondi globali. Basta guardare l'elenco dei fondi globali: l'anno scorso avevano una percentuale del 14-15 per cento del bilancio complessivo, mentre quest'anno hanno una percentuale dell'11 per cento, con un'incidenza notevolmente superiore. Se togliamo quei due o tre fondi globali minimamente significativi, per il resto non c'è niente, non c'è nessun progetto, non c'è nessuna idea o prospettiva. Tutta la spesa è sostanzialmente basata sulla legislazione vigente e non emerge alcuna grande volontà innovativa.

C'è poi da rilevare un altro fatto. In questo bilancio, che è già ricchissimo, si prevede un mutuo di 255 miliardi. Ma come? Abbiamo i nove decimi del riparto fiscale, abbiamo dei trasferimenti dello Stato - per quest'anno ci sono ancora - per 138 miliardi, abbiamo in più un'entrata compensativa di 430 miliardi, che è maggiore di tutte le nostre entrate tributarie ed in più ci mettiamo ancora un mutuo? Andiamo ancora ad indebitarci in una situazione di questo genere, in cui siamo pieni di soldi? Non so che senso di responsabilità ci sia in questo tipo di scelte o nell'impostazione di questo bilancio.

A mio parere, questo bilancio ha una sua logica molto chiara: andare tranquilli alle elezioni. Solo questa è la logica del bilancio, che è stato fatto per cambiare il meno possibile, proprio per non mettere minimamente in discussione la politica di spesa folle costruita nel corso degli anni. Di tale politica non è responsabile solo questa Giunta, ma tutte le forze politiche.

Questo bilancio serve a garantire e ad accentuare la pioggia di contributi, serve a distribuire soldi a cascata a comuni, Consorzi vari, seminando alti indici d'irresponsabilità a tutti i livelli rispetto alla politica dell'entrata. È tutto un sistema sbagliato, che qui non viene minimamente corretto: si lascia andare avanti la macchina per la sua strada. Proseguendo di questo passo, sicuramente lo schianto è garantito per dopodomani. Però, siccome l'orizzonte del politico è il presente, è il mese prossimo, è l'elezione prossima ventura, va bene così.

Noi voteremo contro questo bilancio di previsione, anzi io dico che voterò contro questo bilancio di previsione con una convinzione che forse in passato non ho mai avuto così netta, forte e precisa, perché ritengo che qui abbiamo fatto una specie di "summa" delle cose che non si devono fare. Il mio no è doppiamente convinto, sia per la parte dell'entrata, sia per la parte della spesa.

Questo è un bilancio in cui il principio di autonomia ha alzato, bene in alto, entrambe le mani, cioè si è arreso di fronte all'opportunismo di un ceto politico che si rifiuta, come le tre famose scimmiette, di guardare, di sentire e di capire.

Si dà atto che, dalle ore 11,16, presiede il Vicepresidente Silvio Trione.

Presidente Ha chiesto la parola il Consigliere Milanesio.

Milanesio (PSI) Indubbiamente il Consigliere Riccarand ha il pregio d'essere stato duro ed impietoso con se stesso, con la classe politica regionale e con il sistema politico in generale. Egli si è assunto l'arduo compito di rappresentare la coscienza critica di questo Consiglio: spesso gli riesce bene, spesso va al di là delle righe.

Devo dire però che oggi mi riconosco in una serie di critiche fatte dal Consigliere Riccarand, anche se non mi riconosco nelle sue conclusioni.

Il suo discorso dovrebbe far riflettere il Consiglio regionale, al di là delle posizioni politiche o di quelle assunte per partito preso, per cui qualcuno è automaticamente indotto a votare a favore o contro il bilancio o ad astenersi. Credo che le cose dette dal Consigliere Riccarand non possano essere sottovalutate e debbano anzi essere oggetto di una grande riflessione in questa Regione, sperando che non ne superino i confini.

Cari amici, noi tutti vogliamo bene alla nostra Regione e penso che gliene voglia anche il Consigliere Riccarand, benché in questo momento in lui prevalgono la stizza e quella visione un po' pauperistica dell'esistenza, che lo ha già caratterizzato in altre prese di posizione da lui assunte in Consiglio, pur restando sempre coerente con le tesi da lui sempre sostenute. Io credo di rappresentare un altro modo di vedere questa realtà, anche se non posso prescindere dalle sue considerazioni, così come mi auguro che neppure la classe politica valdostana prescinda dalle considerazioni del Consigliere Riccarand, altrimenti un bel giorno potrebbe trovarsi a sbattere la faccia contro un muro, come abbiamo rischiato di fare qualche giorno fa, per effetto della caduta del regime dell'IVA da importazione.

Le persone più attente e responsabili di questo Consiglio, al di là delle cose che possiamo aver detto in passato, hanno sicuramente avvertito che in quel momento era in gioco la vera autonomia della nostra Regione: noi ci siamo ormai abituati ad una dimensione di spesa che non può essere contratta da un giorno all'altro, pena la più bieca e devastante recessione, ma ci siamo anche accorti che questa Regione - ed in merito condivido l'analisi del Consigliere Riccarand - è totalmente dipendente dal bilancio dello Stato. Non credo di essere il primo a proclamare questa verità, né di esserne il depositario, perché si tratta di riflessioni o considerazioni di illustri studiosi ai quali noi ci siamo rivolti per essere aiutati ad esaminare il funzionamento della nostra Regione, per ricevere qualche consiglio e per far tesoro delle loro esperienze.

Ad analoghe conclusioni e considerazioni era giunto il rapporto del Censis, che ha avuto una fugace diffusione ed è stato subito rimosso dalla coscienza collettiva, come una cosa fastidiosa, come se dietro la mela rubizza un baco attentasse alla nostra autonomia o alle nostre possibilità di autogoverno. Ecco allora che la nostra Regione e la coscienza della sua classe politica hanno subito rimosso e continuano a rimuovere la realtà di fatto.

Tuttavia, poiché io credo che questo sarebbe l'errore più grosso, ecco che sotto questo profilo ringrazio il Consigliere Riccarand, che è venuto qui a dirci delle cose sgradevoli, che molti di noi pensano, anche se giungono a conclusioni diverse dalle sue, ma che non hanno il coraggio di dire, pena il linciaggio che solitamente avviene in questi casi.

Consigliere Riccarand, tu sei il più piccolo, forse sei anche il più coraggioso, forse del coraggio delle tue idee ed opinioni hai dovuto fare la tua bandiera. Molti di noi sono invece chiusi nelle logiche dei loro partiti, del sistema politico che abbiamo contribuito a creare e del quale stiamo raccogliendo anche le amare conseguenze. Riconosco l'opportunità di cominciare a fare un discorso-verità qui in questo Consiglio e tu ce lo hai messo all'ordine del giorno. Ebbene, mi auguro che in merito si sviluppi un dibattito costruttivo, non una rissa e non un gioco delle parti, che sarebbe la soluzione peggiore, perché sprecheremmo un'altra occasione per dirci ciò che dovremmo.

La nostra autonomia è quindi completamente dipendente dalle finanze dello Stato o, almeno, è dipendente in fortissima misura dalle finanze dello Stato. Ben venga, quindi, questa legge che in qualche modo ha bloccato il delicatissimo discorso dell'IVA da importazione su livelli molto interessanti per la nostra Regione.

Però, a differenza del Consigliere Riccarand, io mi complimento con quelli che sono riusciti a portare a casa questo risultato. Li faccio al Presidente della Giunta regionale, che so che si è mosso, li faccio all'Assessore alle finanze ed ai Parlamentari della nostra Regione che si sono battuti con grande abilità e con grande determinazione e li faccio a quelle forze politiche che hanno portato avanti questo discorso.

Certo, la mia è una dichiarazione di egoismo, ma questa nostra autonomia non ha mai avuto e non avrà mai le dimensioni territoriali, umane ed economiche per esistere se non come entità politica, come entità che ha avuto una nascita ed una legittimazione politica, nonché un riconoscimento politico.

Quindi, tutte le aspirazioni di questa nostra Regione ad esistere come "pays d'état" sono legittime e radicate nel sentire della nostra gente e di chi ci ha preceduto, ma si scontrano con una terribile realtà che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere, perché - scusate la battuta - è un po' come l'Aids, del quale si può dire: "Se lo conosci, non ti uccide". Se noi abbiamo piena coscienza della scarsità della nostra scarsa dimensione umana, territoriale ed economica, forse riusciremo a difendere meglio la nostra autonomia; e dobbiamo trarre argomenti nuovi e non stantii per difenderla, argomenti - facciamo attenzione - che non siano quelli del conto della serva, perché questo conto ci frega.

Non è avvilente il discorso che intendo fare io, invece il Consigliere Riccarand questa mattina ha fatto proprio il conto della serva, lo stesso conto che hanno fatto i Ministri finanziari della nostra Repubblica.

Poi, però, qualche volta, vuoi perché c'è un Governo debole che ha bisogno di tutti, vuoi perché c'è un Presidente del Consiglio intelligente ed esperto in problemi costituzionali, le forze politiche capiscono, come hanno capito oggi che un eventuale braccio di ferro con la Valle d'Aosta avrebbe creato dei problemi sul piano politico e governativo e poi sarebbe stato interpretato come una violazione delle prerogative che lo stesso Stato aveva concesso in altre circostanze alla nostra Regione. Per fortuna non siamo entrati nel merito, altrimenti avremmo corso un grosso rischio.

Tale rischio è stato superato con molta difficoltà, anche perché, cari amici e colleghi consiglieri, ci siamo accorti di essere riusciti in questi ultimi anni, per effetto dei nostri comportamenti a farci dipingere come ricchi ed antipatici.

Della nostra immagine esterna siamo noi responsabili e non possiamo prendercela con la stampa o con i "mass media". Nel momento in cui si taglia e si riduce da tutte le parti, potete voi pensare che non sia venuta un po' a tutti la voglia di fare un bel servizio a questa nostra Regione?

Siamo sinceri: ce la saremmo sentita fino in fondo di dire che ci trattavano proprio male se ci tagliavano dei fondi? Io non so fino a che punto avremmo potuto sostenere una simile affermazione. Certo è che ci avrebbero trattato malissimo rispetto a quello che ci avevano concesso e che in qualche modo è stato sancito ed è ora diventato un nostro diritto, perché questa Regione ha avuto e mi auguro che avrà ancora. Solo se la nostra classe politica non sarà sempre e solo litigiosa e pronta a spartirsi il bilancio regionale, ma saprà muoversi in modo più costruttivo e creativo all'interno del concetto di autonomia, noi avremo quella dignità e quella capacità di contrattazione con lo Stato che possono spettare anche alle piccole realtà.

A questo punto vorrei aprire una parentesi non polemica, ma costruttiva e rispettosa di quella verità che dobbiamo cercare di instaurare in questo Consiglio ed anche, com'io mi auguro, nei rapporti con gli elettori ed i cittadini.

Vi rendete conto che noi abbiamo sostenuto delle posizioni che possono anche essere legittime sul piano politico generale, ma che, verificate alla luce della realtà nella quale viviamo ed operiamo e di cui siamo espressione, hanno un significato velleitario e quindi anche demagogico di agitazione politica?

Non intendo criminalizzare nessuno, ma alcuni di noi hanno sostenuto che per la nostra Regione fossero ormai maturi i tempi per l'indipendenza, che la stessa avrebbe potuto comportarsi come un piccolo Stato e che presto si sarebbe dovuti arrivare ad una federazione di regioni. Io invito gli amici e colleghi dell'Union Valdôtaine a riflettere su tutto questo.

Quando noi abbiamo contestato questa affermazione, l'abbiamo fatto da una visione profondamente automistica, da una visione che considera l'autonomia come la migliore risorsa della nostra Regione, anche nella prospettiva dei prossimi cinque o dieci anni, del resto sarebbe del tutto inutile andare oltre perché non siamo in grado di ipotizzare o di avere concreti riscontri su prospettive di più lungo periodo.

Ebbene, vi rendete conto che, per esempio, la ricerca della Fondazione Agnelli, che io ho letto con attenzione e che non è per niente superficiale, nelle sue pur aberranti conclusioni dice: "Lo Stato italiano per essere suddiviso in regioni produttive che abbiano un senso e siano capaci di ripartire il reddito in un certo modo, dovrebbe articolarsi in non più di dodici macroregioni", e poi le delinea per accorpamenti o scorpori.

Secondo me, le considerazioni economiche e scientifiche che stanno alla base di quello studio sono attendibili, però, come rifiuto la conclusione politica delle tre Repubbliche di Bossi, allo stesso modo rifiuto la conclusione tecnocratica della Fondazione Agnelli e dico che, comunque possano andare a finire gli assetti di questa nostra disastrata Repubblica, la nostra Regione troverà nel suo statuto di autonomia speciale e nella difesa intransigente del concetto di autonomia speciale nei confronti dello Stato, cosa che del resto ha già fatto, la forza per essere se stessa e per potersi rappresentare al meglio. Tutto il resto è avventura.

Infatti, se noi dovessimo accettare il principio federale, dovremmo trovare le nostre risorse in loco, ma, secondo tutti gli studi che sono stati fatti e le cose che ci sono state dette questa mattina dal Consigliere Riccarand, noi in quello Stato federale faremmo i mendicanti, mentre oggi, proprio in forza della nostra autonomia speciale e particolare per una regione così piccola (110 mila abitanti) e così caratterizzata da questa natura bella e drammatica, ma ostile, noi abbiamo uno spazio, una dignità e la possibilità di farci sentire.

Amici che professate altri orientamenti costituzionali e legittimi - sia ben chiaro che non sto demonizzando il principio del federalismo, me ne guardo bene; anzi sono un po' critico su un discorso di indipendenza fatto in quei termini - vi invito a fare attenzione, perché noi abbiamo il nostro spazio ed il nostro ruolo in questa Repubblica.

Semmai dobbiamo preoccuparci di riempire la nostra autonomia di quei contenuti di creatività e di operatività che, bene o male, per colpa complessiva di questa classe politica non siamo riusciti a fare o abbiamo fatto in modo insufficiente, al punto che oggi la nostra autonomia, di cui questo bilancio viene presentato come innovatore, ma non lo è - in merito farò poi qualche considerazione -, è lo specchio fedele del grado di socialismo reale presente nella nostra Regione.

Certamente voi conoscete le battutacce dell'ex Presidente Cossiga, a cui peraltro va tutta la mia simpatia, sulle sacche di socialismo reale presenti in Italia. Ebbene, mi auguro solo che in certi suoi riferimenti non abbia pensato a noi, visto che la nostra economia regionale sta diventando sempre di più dipendente dalla mano pubblica. Il difetto di fondo della nostra classe politica sta proprio in questo suo modo di concepire l'attività politica. Ovviamente non assolvo nessuno e ci mettiamo anche noi tra quelli che hanno sbagliato.

Ma vi rendete conto che, in un momento in cui lo Stato, un po' per necessità e un po' per virtù, sta cercando di privatizzare l'economia, noi stiamo andando ad un ritmo frenetico e stiamo accelerando al massimo verso la pubblicizzazione della nostra economia, cercando di comperare tutto?

Forse nel nostro modo di concepire l'amministrazione c'è un equivoco di fondo. Io credo che nella nostra Regione, che ha rispettabilissime radici contadine, stiamo facendo lo stesso errore che Verga faceva compiere ai personaggi del suo romanzo "La roba". Noi abbiamo "lo bien", il terreno o la casa, e così pensiamo di risolvere i problemi comprando i terreni, la casa, l'area, anche quando dietro questa pur nobile iniziativa o comportamento istintivo non c'è alcun progetto.

Le regole che reggono l'economia di un paese, di una regione o di uno stato non sono le stesse che reggono l'economia di una famiglia, anche se - beninteso - non sono in completo contrasto. Ora, voi capite che questa concezione patrimoniale dell'amministrazione e del potere ci ha condotti a fare degli errori che, però, proprio perché di minima entità, non abbiamo neanche avvertito o perlomeno li abbiamo percepiti in modo del tutto marginale.

Mi riferisco, ad esempio, alla decisione di acquistare la maggioranza azionaria della Società Traforo del Gran San Bernardo. Quel provvedimento l'abbiamo votato anche noi, così ne posso parlare male liberamente.

Voglio ricordare che in quella decisione come in altre che l'hanno seguita o preceduta, il Consiglio regionale ha compiuto la cosa più stupida di questo mondo, perché ha acquistato la maggioranza di una società che esisteva già e nella quale la Regione era intervenuta a scopo promozionale, di una società che svolgeva la sua funzione, perché il traforo c'è e non ce lo porta via nessuno...

(...Interruzione...)

... no, ha patrimonializzato. Io ricordo le espressioni dell'amico Andrione, a cui va sempre la mia simpatia, ma che quella volta non potei certamente condividere. In una conversazione da caffè egli mi disse: "Ma sai, è un po' come avere le chiavi di casa...". Io però non credo che questo sia il modo di gestire l'economia della nostra Regione...

(...Interruzione...)

... No, non sto confondendo e poi non penso di avergli attribuito un'espressione villana o che possa men che meno caratterizzare negativamente il personaggio.

Voi capite che noi, che siamo abituati ad utilizzare in questo modo ed in misura crescente i cospicui fondi che lo Stato ci dà e che appartengono al bilancio regionale che non è certamente povero - ha ragione il Consigliere Riccarand, quando dice: "Non è un bilancio di austerità, perché è una finta austerità quella che noi indichiamo" - possiamo correre il rischio di entrare in crisi quando ci vengono a dire: "Attenzione, perché qui dobbiamo valutare la corrispondenza tra quello che si spende e quello che si fa o si ottiene".

Naturalmente mi rendo conto che non si può capovolgere una mentalità largamente diffusa e condivisa, che non si può capovolgere un'impostazione che ha permeato questa Amministrazione per anni, però è proprio per questo che io faccio riferimento al grido del Consigliere Riccarand almeno per invitare il Consiglio a riflettere su queste cose. In caso contrario, non credo che alla lunga faremmo il bene della Regione. Noi ora stiamo continuando a dare risposte finanziarie a problemi che sono di natura diversa. Noi continuiamo a regalare il pesce, ma non insegniamo a pescare a nessuno. Questa è l'altra grande verità. In questa Regione sono diminuiti i pescatori, mentre sono aumentati quelli che distribuiscono i pesci e quelli che li ricevono.

Dicendo questo non voglio far torto all'Assessore Lavoyer o a questa Giunta. Ciò sarebbe ridicolo, proprio perché questo bilancio non è dissimile da quello che io ho votato l'anno scorso o da quelli contro cui ho votato negli anni precedenti. Questa è la verità e perciò non posso dire che dal momento che questo bilancio mi fa schifo, gli voterò contro. Anzi dico subito che noi ci asterremo, non perché siamo all'opposizione, ma perché non condividiamo alcune scelte concrete fatte da questa Amministrazione.

Quando si usa un linguaggio eufemistico non capisco bene dove si voglia andare. Intanto - ripeto - la patrimonializzazione continua: la via al socialismo di questa Regione è quella di comprare; non è quella di coniugare il merito con i bisogni, ma è quella di comprare, perché, bene o male poi si dice: "È dell'ente pubblico e quindi non si faranno speculazioni".

Eh no, attenzione, perché qualche volta le speculazioni si fanno! Quando uno vende un bene non più in grado di fruttare alcunché, perché è già stato utilizzato e sfruttato, non glielo si può comperare per nuovo. Io non posso comperare per nuova una macchina che ha percorso oltre 100.000 chilometri. La stessa cosa dicasi per l'Autoporto: quella macchina per far accumulare soldi alla Regione ed ai privati, prima della caduta delle barriere doganali aveva solo bisogno di una minima partecipazione regionale, mentre adesso è in vendita e noi siamo disposti a comprarlo, anche se non so a che cifra, perché qui si parla di acquisizione della maggioranza.

Forse sarebbe meglio dire che ce lo dobbiamo comperare tutto, perché, fino a prova contraria, la maggioranza privata non cederà la sua quota alla Regione per non contare più nulla all'interno della struttura autoportuale, per cui sarebbe bene quantomeno indicare le cose con il loro nome, dicendo: "La Regione intende acquistare tutto l'Autoporto", che poi è l'unica cosa che si può dire, proprio perché non credo, nonostante tutte le sue buone intenzioni, che gliela venderanno.

C'è poi quella indeterminatezza sulle aree che vengono definite strategiche e per le quali si accenna ad un piano. Anche in questo caso si dicono solo parole. Io penso che anche delle aree strategiche possano essere utilizzate senza dover essere costretti a comperarle. Se diventiamo proponitori, finanziatori, realizzatori e consumatori di tutto, allora a questo punto mi dovete anche dire che tipo di autonomia volete, dove volete andare a finire, come farete ad incentivare l'iniziativa privata e a far venire dei privati che non siano solo dei bidonisti che vengono qui per utilizzare le risorse regionali, come è successo in Irpinia o altrove con i soldi dello Stato.

Se vogliamo che la pianta-imprenditore cresca robusta, non possiamo sostituirci in tutto e per tutto agli imprenditori e non possiamo varare una forma di economia pubblica che assiste tutti dalla culla alla bara: facciamo nascere certe iniziative; quando prosperano e danno dei soldi le diamo ai privati; quando stanno morendo, perché sono arrivate alla fine del loro ciclo vitale, le ricomperiamo noi. Osteria! Credo proprio che questa Regione non abbia capito niente dell'attività capitalistica e che la sua attività imprenditoriale faccia veramente discutere.

Amici, la riflessione da fare su questo bilancio è che noi vorremmo che il Consiglio regionale prendesse almeno coscienza della situazione in cui ci troviamo. Non possiamo pretendere capovolgimenti repentini, però gradirei che il discorso del Consigliere Riccarand, che ha il senso di una provocazione, non venga tacciato come quello di chi prova gusto a cantare fuori dal coro, ma che neppure venga trascurato in tutte le sue implicazioni ed inviterei le forze politiche a dire qualcosa di meno banale rispetto alle solite tiritere che siamo abituati ad ascoltare.

Siamo ad una svolta, il sistema politico nazionale sta crollando e non crediate che non crolli anche il sistema politico locale. Le situazioni qui si verificano sempre in ritardo, ma la crisi che atta-naglia il sistema politico nazionale attanaglia anche questa Re-gione e ne sono la prova gli ultimi due ribaltoni o giri di walzer, la conflittualità interna ai partiti e quella esterna, così come quello che il Consigliere Rusci definisce "il nuovo che si vuole affacciare".

Per la verità io non ho ancora capito cosa possa essere questo "nuovo che si vuole affacciare", perché se si tratta di Rifondazione comunista, della Lega o del Movimento Sociale, che pure sono andati avanti altrove, io non so se questo sia un granché di nuovo. Però, se non c'è una riflessione critica ed autocritica da parte di ciascuno di noi sulle proprie collocazioni, sul tipo di politica economica che abbiamo fatto, su come vogliamo rapportarci con i duri problemi che ci stanno di fronte, ebbene, allora sì che qui facciamo solo dei discorsi consolatori e che ci prendiamo in giro. Io non credo che dobbiamo prenderci in giro.

Ho già detto che noi ci asterremo dal votare questo bilancio, perché non ne condividiamo alcune indicazioni concrete. La relazione sul bilancio risente un po' meno di quella tensione che aveva animato l'Assessore Lavoyer al momento della prima ridefinizione del bilancio regionale. A lui riconosco il merito di avere allora presentato il bilancio come momento di valutazione complessiva e non solo come una lunga e arida elencazione di dati e cifre, un bilancio quindi condito da una relazione programmatica, politica ed econometrica. Mi pare che questi caratteri siano in parte ancora presenti in questo bilancio, anche se è un po' caduta la tensione.

Forse tutto dipende dal senso di precarietà o dal travaglio che ha dovuto subire questa legge di bilancio, però io non sento questo bilancio così pregnante come avevo sentito il primo che ci era stato presentato dall'Assessore Lavoyer.

Amici, questo però non vuole dire niente. Torno a ripetere che noi ci asteniamo dal votare il bilancio, ma vorremmo che scaturisse una nuova consapevolezza e che le forze politiche cominciassero a parlare chiaro, perché ci sono delle cose che possiamo e dobbiamo dirci qui, oggi, dopo che abbiamo scampato il pericolo.

Non ce le siamo dette prima, anzi ce ne siamo ben guardati, perché non volevamo dare esca al fuoco che in qualche modo voleva già mettere in discussione il nostro riparto fiscale. Oggi ho sentito il bisogno di riprendere queste cose e - vi confesso - ho detto proprio quello che penso, forse con un po' di enfasi o con un po' di confusione perché non mi sono scritto il discorso, però sono le cose che effettivamente penso di questo bilancio e dell'attuale situazione della nostra Regione.

Presidente Ha chiesto la parola il Consigliere Lanièce.

Lanièce (DC) Credo che la prima cosa che va detta in riferimento al bilancio preventivo della Regione per l'anno 1993 sia l'espressione della soddisfazione per aver ottenuto da Roma, seppure parzialmente, il riconoscimento del nostro diritto ad avere una compensazione per il prossimo mancato introito del riparto dell'IVA da importazione. Una soddisfazione che è nostra, che è di tutti i Valdostani.

So che c'è già la corsa alla rivendicazione di questo successo. È una cosa fatale, soprattutto in questa antivigilia di campagna elettorale. Da parte mia vorrei sottolineare due cose. Dapprima che vi è stata l'unanimità, con una sola eccezione che conferma la regola, di tutte le forze politiche, senza distinzioni di schieramento, per ottenere da Roma il riconoscimento dei nostri diritti. Dovremmo trarne un insegnamento per il futuro.

In secondo luogo, dobbiamo tutti ammettere che, una volta tanto, le nostre ragioni sono state ascoltate.

Mutamento di politica ai bordi del Tevere? Fine del cosiddetto "neo centralismo"? Non credo; però esiste almeno la buona volontà o una corretta e persino buona disposizione nei confronti della piccola Valle d'Aosta. Ciò è tanto più significativo se teniamo conto dell'attuale difficile situazione di crisi del nostro Paese.

Forse, in considerazione della felice conclusione della vicenda del nostro riparto fiscale - che ripete quella prima, del 1981, di cui fu principale artefice Sergio Ramera, che mi sembra opportuno ricordare in questo momento - qualcuno dovrebbe cambiare, anche se fa politicamente comodo, un certo facile atteggiamento vittimistico nei confronti del potere centrale.

Non bisogna genuflettersi, ma nemmeno battere i pugni sul tavolo né tantomeno piangere se non ve ne è motivo. Una ferma e dignitosa rivendicazione dei nostri diritti, come mi pare si sia fatto in questa occasione, questo è il migliore atteggiamento da tenere nei confronti di Roma. Un'azione unitaria di tutte le forze politiche regionali, il concorso dei nostri parlamentari e, mi si conceda, opportuni interventi da parte dei cosiddetti "partiti nazionali" per sensibilizzare le loro rispettive rappresentanze parlamentari.

Vengo al bilancio preventivo. Tutti riconoscono a questo documento un grande valore politico per la determinazione di tutta l'attività dell'Amministrazione regionale durante l'anno a venire. La sua discussione è anche occasione di importanti interventi oratori da parte di quasi tutti i consiglieri. Insomma, anno dopo anno si va ormai compiendo un rito che tende a trasformarsi in vera e propria liturgia.

C'è stata una bella, lunga e dotta relazione dell'Assessore alle finanze e probabilmente ce ne sarà una del Presidente della Giunta. È però sempre un documento confezionato in parte, se non "in toto", con il ricorso a collaborazioni esterne e non mi pare che quello di quest'anno sfugga alla regola. I consiglieri intervengono, disquisiscono, sottolineano, lodano o criticano a seconda della loro posizione di schieramento, si replica ed infine si vota. Poi tutto rimane come prima e per dodici mesi si procede burocraticamente come sempre, al piccolo trotto, con la politica del giorno per giorno, dei compromessi grandi e piccoli, eccetera.

Con tutto ciò - lo dico con amarezza - non c'è poi tanto da stupirsi se la gente prende sempre più le distanze dalle cose politiche, se gli elettori voltano le spalle ai pubblici amministratori.

Il bilancio preventivo della nostra Regione quest'anno arriva in un momento particolare, per via delle elezioni regionali della prossima primavera. Ecco, io vorrei esprimere una raccomandazione dettata da un timore che mi sento nascere dentro: bisogna assolutamente evitare che dopo la semina di oggi la maggioranza pensi solo alla mietitura che le sarebbe possibile fare fra quattro o cinque mesi. Fare un buon bilancio preventivo, e soprattutto gestirlo bene, significa saper guardare ben al di là del proprio naso o del proprio immediato tornaconto.

In questo senso, riservandomi di intervenire ulteriormente su singoli punti, vorrei accennare ad alcune esigenze che devono essere tenute in debito conto.

Quei benedetti 430 miliardi che ci sono stati riconosciuti hanno evitato un pauroso vuoto nelle casse regionali. Tiriamo pure un sospiro di sollievo, ma rimbocchiamoci le maniche. Quei soldi dobbiamo saperli far fruttare come i buoni talenti di cui parla il Vangelo. Dobbiamo adoperarli, insomma, non solo per soddisfare esigenze immediate, ma, con opportuni investimenti, anche per soddisfare quelle future. La disponibilità di oggi potrebbe venire meno domani e forse neppure per cattiva volontà del governo centrale: tutti crediamo nella bontà della soluzione europea, ma è sempre bene mettere le mani avanti...

Le necessità ed i problemi dell'agricoltura sono tanti ("fontina docet"). Il nostro sforzo in favore del nostro mondo agricolo deve essere generoso, perché è il settore che rappresenta il fondamento stesso della nostra comunità regionale.

Non bisogna fare del semplice assistenzialismo, ma occorre uno sforzo per garantire, per quanto è possibile, l'autosufficienza alla nostra agricoltura che opera in così difficili condizioni di ambiente e di clima. Risanamento del bestiame, sviluppo dell'allevamento, valorizzazione dei prodotti tipici, ricerca di nuovi prodotti di qualità: queste sono le linee di indirizzo. Bisogna poi aggiungere un po' di coraggio e a volte anche un po' di audacia e di fantasia.

Settore industriale. È inutile piangere sul latte versato e sarebbe dispersivo palleggiarsi le responsabilità. Non possiamo però esimerci dal rimpiangere che sia andato a monte l'accordo con la SDS. Era un mezzo per passare dall'attuale fase di tamponamento delle falle nel settore industriale ad una fase costruttiva, di ricerca di nuove "chances". A parte qualche eccezione nella bassa Valle, è ormai da anni che giochiamo in difesa. Ora dobbiamo saper passare all'attacco e nelle disponibilità del bilancio regionale dobbiamo sapere individuare i mezzi per poter operare in questo senso.

Turismo e terziario in generale. È vero che buona parte dell'economia regionale poggia ormai sul turismo, ma è anche vero che si tratta di un settore che più di ogni altro è soggetto ai condizionamenti della congiuntura economica nazionale o internazionale. Al primo sintomo di crisi, gli indici della frequentazione turistica puntano vertiginosamente verso il basso. Inoltre è forse finito il tempo del turismo facile, quello dei flussi spontanei, facili da accontentare.

Oggi ci vogliono capacità ricettive di ottimo livello, impeccabile professionalità, attrezzature adeguate per il tempo libero e soprattutto prezzi concorrenziali. In questo senso l'azione di indirizzo dell'Amministrazione ed il controllo sull'andamento di questo settore, esercitato con una sapiente gestione delle disponibilità di bilancio, devono essere sapienti oltre che mirati con assoluta precisione.

La politica verso i giovani. Come i colleghi ricorderanno, la discussione del bilancio preventivo dell'anno scorso fu fortemente condizionata dall'indagine del Censis di cui tanto si è parlato. Ebbene, il punto più negativo evidenziato da quel rapporto fu la modestia e la mediocrità dell'azione dell'Amministrazione regionale nei confronti della formazione professionale. Questa carenza è ormai inammissibile. Non potremo mai costruire nulla di valido in nessun settore di attività se non metteremo i nostri giovani in grado di presentarsi sul mercato del lavoro con un'adeguata capacità professionale. È soprattutto a questo che mi riferisco quando invito a "lavorare per il domani".

Problema degli anziani. La popolazione invecchia sempre di più e l'assistenza della famiglia tradizionale agli anziani troppe volte viene a mancare anche per le mutate condizioni imposte dalla vita moderna. Nel mondo isolato della montagna si aggiungono poi altri pesanti condizionamenti. Al problema degli anziani, che per noi è di grande impegno, dobbiamo saper dare le migliori soluzioni possibili.

Settore della sanità. Non possiamo accontentarci di sapere che in Valle la sanità funziona meglio, anzi meno peggio che in altre parti della Penisola. Dobbiamo invece essere in grado di dare a chi soffre una pronta, sollecita ed efficace assistenza, con mezzi e personale all'altezza della scienza e dei tempi.

Insomma, gli impegni che tutti noi abbiamo di fronte per operare concretamente in favore della comunità valdostana sono tanti. Il bilancio preventivo è uno strumento operativo, che deve essere impeccabile e soprattutto ben gestito.

Questo compito è affidato alla maggioranza. Dai banchi dell'opposizione noi ci proponiamo di esercitare un'adeguata azione di critica costruttiva. Vogliamo servire da pungolo per sollecitare l'azione dell'esecutivo regionale in caso di rilassamento. Se sarà il caso interverremo con qualche "cicchetto" per rendere più corroborante la "camomilla" del Presidente della Giunta.

Infine cercheremo di segnalare ogni eventuale deviazione dalle linee tracciate, onde evitare scantonamenti o, peggio, cantonate, ma sempre con spirito di servizio ed in vista dell'obiettivo comune a tutti noi: il benessere, il progresso materiale, sociale e spirituale della comunità valdostana.

Presidente Ha chiesto la parola il Presidente del Consiglio, Bich.

Bich (GM) Il mio intervento sarà molto modesto, senza alcuna pretesa di voler entrare in quella magica atmosfera che si crea nelle grandi occasioni. Di solito, quando si esamina il bilancio preventivo, verso quest'ora si svolgono gli interventi più paludati. Il mio non vuole essere un intervento paludato, forse non sa neppure esserlo, ma vuole dire qualcosa di molto pratico e pertanto non me ne voglia nessuno se resterò in una logica molto pragmatica, legata alle cose che si possono fare o che bisogna fare.

Nelle circostanze politiche in cui ci troviamo, considerati i temi e gli interventi di indubbio pregio e forza espressiva di alcuni consiglieri, come quello del Consigliere Riccarand, che continua a ripetere un suo particolare concetto pur sempre nel rispetto di una sua logica e di una sua coerenza, noi vediamo che la realtà cambia, continua a muoversi e ad articolarsi in un modo quasi supersonico. Non entro nelle grandi logiche finanziarie e nelle nuove tecniche concernenti l'amministrazione, il nuovo ordinamento finanziario ed amministrativo dello Stato e degli enti locali, ma si capisce benissimo che in questa rapida trasformazione si sta andando da un sistema di prelievo alla periferia, seguito da una concentrazione negli organi centrali dello Stato e quindi da una ridistribuzione, si sta andando, sia pure in modo ancora abbastanza confuso, verso un sistema di autogestione, cioè verso un nuovo ordinamento finanziario che prevede l'autonomia impositiva.

Questa è la parola magica che si sentiva già negli anni '80. Allora, quando si partecipava ai convegni degli enti locali o della riforma della finanza statale, regionale, provinciale e degli enti locali, il punto cardine e centrale della riforma della pubblica amministrazione era quello del reperimento "in loco" delle risorse per autogestirsi.

Questo obiettivo, che non è lontano, rimetterà fatalmente in discussione quanto veniva detto questa mattina da altri colleghi che hanno centrato il loro intervento, anche con una certa concatenazione logica nella quale non voglio neppure entrare, sulla necessità di tener conto di questi fatti e quindi della direzione in cui si sta muovendo la dinamica della riforma.

Tutto è molto accelerato. Infatti, solo quindici giorni fa eravamo in questa sala e prendevamo atto di certe situazioni. C'era gente che si alzava e sosteneva la bontà di alcuni sistemi elettorali dicendo: "Ma siamo matti! La proporzionale è il sistema migliore!" Non stiamo qui a ripetere le belle parole o i discorsi fortemente farciti di un lessico shakespeariano ("Finalmente...diamo alla riforma possibile le gambe per trasformare questa società!").

Cosa è successo a distanza di soli quindici giorni? Un partito importante come la Democrazia Cristiana a livello centrale sta già mettendo in discussione il sistema elettorale generale e sta approdando alla legge uninominale o maggioritaria cui avevamo inneggiato l'altro giorno.

Allora, se i tempi di trasformazione sono questi, fa un po' ridere metterci qui oggi a parlare dei massimi sistemi. Ecco perché, signor Presidente della Giunta, io dico che il mio voto è favorevole al bilancio ed è accompagnato dalla radicata intenzione di appoggiare la maggioranza e la Giunta e di sostenere quegli intenti del bilancio che sono stati esemplarmente esposti dall'Assessore.

È un voto anche a scatola chiusa, nel senso che non mi importa assolutamente nulla di quello che c'è nel bilancio. C'è molta novità, ci sono cose interessanti che vanno sviluppate, però il mio voto è a scatola chiusa. Non voglio neanche andare a leggere tutte le virgole o tutti i puntini.

Tuttavia, per quel pragmatismo che ci deve distinguere e dal momento che non siamo sempre e solo legati ai dibattiti sui massimi sistemi, che ci impongono di riprendere sempre le argomentazioni che in queste circostanze paludate ci competono sulle radici e sull'essenza dell'autonomia, non dobbiamo dimenticare che oltre ad essere noi un organo legislativo, cioè la massima assemblea legislativa che è il vero cardine dell'autonomia, capace di impostare ed implementare e scegliere attraverso la legge un nuovo "corpus juris", abbiamo però anche un problema di gestione.

Ecco quindi che la mia raccomandazione scende nella gestione e nel pragmatico. In questo bilancio ci sono investimenti ed aspetti un po' scuri che vanno chiariti.

Ad esempio, vorrei sapere con una certa credibilità come verranno spesi i 15 miliardi assegnati alla città di Aosta, perché non sono accompagnati neanche da un "progettino". Questa città diventa sempre meno vivibile. Per carità! Non voglio dire che ai miei tempi si faceva chissà cosa. Non dico questo. Dico solo che la città di Aosta ha bisogno di investimenti e di infrastrutture. Si può concordare almeno un coordinamento, così come si era stabilito, con la città di Aosta, per poter cominciare a spendere, anche se sarà difficile, perché sappiamo benissimo che le procedure sono quello che sono: approvazione dei progetti di massima, poi di quelli esecutivi, poi degli appalti... Sicuramente non vedremo le prime pietre, ma certamente è possibile avviare un'impostazione coraggiosa e conseguente per l'impiego di queste risorse. Questa non è grande politica, ma è gestione fatta giorno per giorno.

Sono stati accantonati 40 miliardi per la casa, quando sappiamo che la domanda supera le 500 unità abitative. Cerchiamo almeno ad indicare le aree. Questo compito non è prettamente regionale, ma è anche regionale per quel necessario coordinamento che sappia uscire un po' da quei contrasti dialettici che spesso si instaurano tra l'ente locale e la Regione. Le risorse ci sono e allora diciamo più che altro come è possibile utilizzarle.

Veniamo ora alle grandi infrastrutture.

Sempre se ne sono fatte e anche in questo caso ci sono delle aree strategiche. Io apprezzo moltissimo quello che è stato detto dal Consigliere Riccarand. Si tratta in fondo del padre che sta morendo, come nella favola di La Fontaine, e che al figlio che gli chiede cosa deve fare risponde: "Coltiva il tuo prato, semina e fa crescere il raccolto".

Ecco, le aree strategiche, soprattutto a quelle a vocazione turistica, hanno bisogno delle infrastrutture come del pane - non mi riferisco solo alla mia zona, che ha già fatto le sue scelte - cerchiamo almeno di dotarle di un numero sufficiente di infrastrutture. Vedo infatti con preoccupazione come - sempre nella mia zona, che però non è diversa da altre - delle belle strade interpoderali molto costose e fortemente lesive dell'integrità del paesaggio e dell'ambiente, ma non vedo quelle infrastrutture che oggi sono necessarie, logiche ed imperative per garantire almeno la vivibilità e l'accesso a quel turismo che ci è sempre più necessario per autogestirci. Se non riusciamo a stare al passo con la tecnologia del turismo, corriamo il rischio di restare indietro anche in questo settore e quindi ci verranno meno i cespiti, le entrate ed i guadagni.

È indispensabile compiere questo salto di qualità. Non dico di non fare più strade interpoderali, ma invito a investire un po' di più in un settore produttivo. Questo salto di qualità sta nella gestione del giorno per giorno e non aleggia nelle filosofie generali né sulla testa di questo Consiglio.

Possiamo dare un po' di più a questo nucleo produttivo della nostra Regione, oggi rappresentato sostanzialmente dagli ambiti del terziario avanzato legati al turismo e dalla sua ricaduta su altri settori? Ecco, se riusciamo a fare questa scelta, possiamo invertire la marcia non dico della recessione, ma del ristagno, perché adesso siamo proprio in un momento di ristagno: lo si legge nelle relazioni della sede regionale della Banca d'Italia, aleggia nell'aria, lo si sente anche nella domanda d'impiego...

Per uscire dal ristagno, questi soldi vanno impegnati in maggiore percentuale nei nuclei o nei gangli operativi e produttivi. Penso che la Giunta lo saprà fare. Certamente ci sono delle difficoltà, chiaramente quel che è da estrapolare da questo maledetto guazzabuglio che impedisce alle amministrazioni pubbliche in Italia di funzionare è la logica che lega la politica all'apparato burocratico e al prodotto. Questa fase è veramente "caina", nel senso che non si riesce proprio a capire come mai spesso si blocchino lì anche le più lodevoli iniziative.

Bisognerebbe riuscire a fluidificare quella strozzatura o quell'imbuto attraverso il quale immettiamo delle risorse, ma da sotto il quale esce poco. Il punto della produttività degli apparati burocratici pubblici è importantissimo.

Concludo questo mio breve intervento con un atto di fede, con la sostanziale sicurezza che questa fase di "impasse" non può essere certamente superata né con il pessimismo né con una revisione continuamente critica di quel che si è detto o fatto ("Ha ragione Tizio... Ha ragione Caio...").

Secondo me ci vuole coraggio, ma non credo che manchi, perché in questo consesso ci sono diversi colleghi coraggiosi. Qualche volta alcuni di noi sono stati persino temerari.

Questo è il momento in cui il coraggio deve essere messo al servizio dell'atto positivo, cioè della riconversione e del ricompattamento - che bruttissima parola! - di un senso generale, mutuo e concorde dell'istituzione.

Se riusciamo a sentire che l'istituzione c'è e concorriamo per essa, oggi dobbiamo sfoderare un patriottismo di regione, per concorrere, ciascuno secondo le proprie competenze e responsabilità, all'attuazione di un programma o di un intervento pubblico, che però oggi deve essere veramente razionalizzato e completato.

Do quindi il mio sostegno al bilancio ed alla maggioranza, accompagnandolo con le raccomandazioni cui prima ho fatto cenno.

Rinnovo i miei complimenti all'Assessore per aver svolto una relazione ch'io considero interessante e che mi ha fatto senz'altro piacere, perché mi ha fatto pensare che ci sia del nuovo. Grazie.

PresidenteHa chiesto la parola il Vicepresidente Stévenin.

Stévenin (UV) Ero un po' incerto se prendere la parola adesso o nel pomeriggio, ma poi ho deciso di parlare subito.

In questi giorni ho partecipato ad una riunione della Cotrao, nel corso della quale è stata esaminata la convenzione per la protezione delle Alpi, la cui ratifica da parte degli alti funzionari dei Ministeri incontra ancora qualche difficoltà, tant'è che, riunitisi a Chambéry, essi hanno espresso delle riserve sulla sua sottoscrizione.

Voglio qui ricordare alcuni temi della convenzione che riguardano le popolazioni di montagna.

Si dice che per salvaguardare le popolazioni di montagna, occorre mantenere e promuovere il rispetto dell'identità culturale e sociale della popolazione ed occorre garantire e assicurare alla popolazione le risorse fondamentali per il suo sviluppo economico, sempre nel rispetto dell'ambiente, e incoraggiare le relazioni transfrontaliere. Naturalmente si tiene conto anche della protezione della qualità del suolo e dell'aria e di tutta una serie di altri problemi che riguardano il territorio e la tutela dell'ambiente.

Esaminando questi problemi, che potrei elencare ad uno ad uno - forse sarebbe bene distribuire il testo del documento della protezione delle Alpi a tutti i consiglieri - a me pare di tornare indietro, perché questi stessi problemi venivano già enunciati e denunciati cinquant'anni fa, ai tempi della riunione di Chivasso, dove i convenuti enumeravano già allora i problemi di alcune vallate di montagna che dovevano trovare una loro specifica soluzione.

Ciò vuol dire che se realtà come la Valle d'Aosta non avessero avuto l'autonomia, probabilmente non avrebbero conosciuto lo sviluppo come quello che c'è stato nella nostra Regione. Del resto, per rendersene conto, basta fare un paragone con altre realtà di montagna, come la Valle dell'Ossola o altre valli piemontesi che molti di noi conoscono.

Questo vale per dire che, quando in questo Consiglio regionale si tranciano giudizi con troppa faciloneria, come hanno fatto molti consiglieri, senza ripercorrere la storia dell'evoluzione o dello sviluppo della nostra realtà, si compie un esercizio un po' sterile, perché si prende in esame solo la situazione odierna.

Fino a vent'anni fa, qui in Valle d'Aosta oltre il 55 per cento dei lavoratori dipendenti operava nel settore industriale e non si poteva immaginare uno sviluppo diverso della Regione. Se non partiamo da questo presupposto, se non diciamo che le industrie installatesi in Valle d'Aosta a Pont-Saint-Martin, Verrès, Châtillon e Aosta, erano di un certo tipo perché legate alle materie prime, ma soprattutto alla presenza dell'energia idroelettrica, che era fondamentale per lo sviluppo di qualsiasi attività imprenditoriale tra la fine del diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo, evidentemente non teniamo presente la specificità dello sviluppo industriale di quasi tutte le zone di montagna.

Tale sviluppo era positivo, ma ha comportato altresì tutta una serie di conseguenze negative. Infatti, verso la metà e la fine degli anni '70, proprio nel momento in cui quelle realtà industriali iniziavano a subire i contraccolpi della crisi ed a manifestarne i primi sintomi, è iniziata anche la trasformazione del terziario nella nostra Regione. È in quel momento che il turismo ha incominciato a crescere e quello invernale a diventare una vera e propria industria, mentre in passato aveva conosciuto un certo sviluppo solo quello estivo, che però interessava solo poche località della nostra Regione.

I tentativi per creare delle alternative o delle integrazioni nel settore industriale hanno dato i risultati che tutti conosciamo, perché basterebbe analizzare le industrie nate allora e tuttora presenti per dire che si può anche parlare di un parziale fallimento. Con la chiusura di quelle attività industriali - ricordo la Brambilla, l'Ilssa-Viola, la Montefibre - e con la crisi della Cogne, in pratica veniva a mancare una presenza industriale importante per una realtà come la nostra.

Il vero problema è però che questa industria, che potremmo definire di base, non ha mai creato i presupposti per favorire la nascita di attività industriali indotte, sia pure di piccole dimensioni, ma comunque capaci di utilizzare a valle le loro produzioni. Bisognerebbe esaminare le cause di questa mancata evoluzione, anche perché, di solito, a valle di una grande azienda nasce tutta una serie di attività con interessanti occasioni di lavoro.

Una delle cause potrebbe essere che il personale preparato dalle piccole aziende - ad esempio, la Metalmeccanica - aspirava ad essere assorbito dalla Cogne, la cui presenza, forse proprio in questo senso, non ha favorito lo sviluppo di molte piccole attività che peraltro si sono poi installate nel Canavese o in altre località del Piemonte.

In questi ultimi dieci anni la Regione ha tentato di trasformare l'economia della Valle d'Aosta, prima legata in gran parte all'industria, favorendo lo sviluppo del terziario ed in particolare del turismo. Non è questo il momento per verificare se ci sia riuscita o meno: forse si sarebbe potuto sviluppare un turismo più qualificato, forse non sono sufficienti i quattro mesi invernali più i due mesi estivi perché lo sviluppo del terziario e del turismo possa validamente competere con quello di altre realtà vicine a noi, in particolare dell'Austria o della Svizzera, riuscendo a sostenere lo sviluppo armonico della Valle d'Aosta in tutti e tre i settori dell'economia: primario, secondario e terziario.

Comunque sia, gli interventi dell'Amministrazione regionale in questi ultimi anni hanno permesso di far fronte ad una certa crisi, caratterizzata dalla perdita di molti posti di lavoro nell'industria, con la creazione delle altre attività che tutti conosciamo e che speriamo possano continuare con la presenza di alcune grandi aziende del gruppo Olivetti o con delle joint venture con aziende internazionali come la Seiko.

Questa è la strada che è stata seguita ed ora non possiamo fingere che non ci sia stata né affermare che non si sia trattato di iniziative valide e positive. Dobbiamo altresì riconoscere qualche merito anche alle Giunte passate, perché questa strada ha permesso di raggiungere risultati che, se non possono essere definiti ottimi, sicuramente possono considerati discreti, quando non addirittura positivi per lo sviluppo della nostra Regione. È sufficiente tutto ciò? Probabilmente non è sufficiente.

È un dato di fatto che non esiste un'imprenditoria locale. Però questo aspetto rappresenta una parte molto piccola rispetto alle effettive esigenze. Infatti, non dobbiamo certamente pensare che tutte le attività sviluppatesi lungo l'Arve, tra Chamonix ed Annemasse, siano nate lì perché sorrette da una valida imprenditoria savoiarda capace di far fronte alle varie esigenze di quello sviluppo industriale. Chi conosce un po' la situazione, sa che anche lì le presenze industriali sono arrivate dall'esterno, anche se erano comunque legate alle esigenze di un'economia che pretendeva un certo tipo di produzioni e che ha permesso lo sviluppo di quelle attività.

La Regione poteva attrezzare aree o creare gli strumenti per favorire lo sviluppo di attività. Credo che questo sia stato tentato, sia pure con difficoltà, ma, a mio modo di vedere, qualche risultato positivo è stato raggiunto.

Ora abbiamo la possibilità di continuare in questa direzione, cercando di mantenere un certo equilibrio nello sviluppo dell'economia della nostra Regione.

È chiaro che, quando si parla di equilibrio, non è pensabile immaginare un equilibrio tra i tre settori principali, perché, pur prendendo atto che l'agricoltura ha incrementato il numero degli occupati e resta un settore importante della nostra realtà, essa ha poche possibilità di incrementare considerevolmente la propria presenza all'interno dell'economia valdostana.

Una presenza più qualificata dell'industria, nel caso di eventuali crisi nel terziario ed in particolare nel turismo, potrebbe in qualche modo garantire uno sviluppo più equilibrato nella nostra Regione.

A me pare che, malgrado le difficoltà conseguenti alle crisi internazionali e a quelle d'altro genere che aumenteranno nei mesi a venire e nel prossimo anno, gli interventi previsti nel bilancio dimostrino la chiara volontà politica di affrontare i nodi principali della nostra economia.

Tra i vari nodi emerge la politica della difesa del territorio. Possiamo dire che in questi pochi mesi di governo questa maggioranza abbia posto una particolare attenzione alla politica del territorio e alla difesa dell'ambiente, che si è manifestata attraverso le numerose iniziative avviate e che faranno conseguire importanti risultati nel breve periodo. Oltre alla protezione del territorio, è stata riposta molta attenzione alle iniziative concernenti la sicurezza sociale. Tutto ciò è stato reso possibile grazie ai finanziamenti sostitutivi dell'ex IVA da importazione, rispetto alla quale è inutile dire altre cose, visto che molti consiglieri hanno già espresso le loro quasi unanimi considerazioni in merito. Anch'io poi ritengo opportuno tenere nella massima considerazione le riflessioni del Consigliere Riccarand sulla necessità di limitare gli sprechi.

Dicevo prima che nel bilancio è prevista tutta una serie di interventi che, oltre a considerare i problemi sociali, affrontano anche il tema dello sviluppo economico, perché sono incrementati i finanziamenti che tendono a favorire lo sviluppo armonico dei tre settori principali dell'attività economica.

Per queste ragioni, sono convinto di poter affermare che questo bilancio sia in grado di dare alla nostra Regione la possibilità di fronteggiare le obiettive difficoltà in cui ci troviamo in questo contesto economico difficile.

Dal momento che il bilancio del 1993 era stato discusso nelle riunioni di maggioranza, il nostro voto favorevole era già assicurato, ma credo che ora possa trovare l'appoggio di noi tutti.

Si dà atto che, dalle ore 12,28 presiede il Presidente Bich.

Presidente Colleghi consiglieri, sono le 12,42. Poiché non credo che ci sia tempo per altri interventi, sospendo la seduta e vi invito a tornare puntuali alle ore 16,00 per la ripresa dei nostri lavori.

La seduta è tolta.