Oggetto del Consiglio n. 220 del 20 giugno 1975 - Verbale

OGGETTO N. 220/75 - ESAME DELLA SITUAZIONE DELLO STABILIMENTO MONTEFIBRE DI CHÂTILLON.

Jorrioz (P.S.D.I.) - Passiamo al punto n. 2 dell'ordine del giorno. Chi prende la parola? La parola al Presidente della Giunta.

Andrione (U.V.) - Come lor Signori sanno, la situazione occupazionale della Valle d'Aosta è in questo momento particolarmente difficile, situazione che è tale in tutto il territorio della Regione, ma che trova alcuni punti particolarmente preoccupanti, particolarmente caldi: in primo luogo quello che è oggi l'oggetto della riunione straordinaria di questo Consiglio e cioè lo stabilimento Montefibre di Châtillon, in secondo luogo la miniera di Cogne, in terzo luogo la fabbrica Appel di Arnaz. Limiterò le mie parole di introduzione nella speranza che l'apporto di tutti i Gruppi consiliari possa portarci a una visione chiara del problema e a delle indicazioni operative tali da portarci da questa crisi.

Per quanto riguarda la Montefibre, in considerazione dei numerosi contatti avuti con i responsabili dell'azienda, con il Ministero del Lavoro e con le Organizzazioni sindacali, siamo in grado di affermare che, per ora, da parte della Montedison e della Montefibre non vi sono ancora le idee chiare. Vi sono state affermazioni contraddittorie: vi è, da un lato, l'affermazione che la fabbrica tale quale ha un livello produttivo troppo basso per continuare; d'altra parte, però, si sa che la stessa Montedison pensa di potenziare la produzione di acetati e di rayon in altre fabbriche. Di conseguenza, è sorto legittimo il dubbio che si tratti di una ristrutturazione interna al gruppo derivante anche dall'acquisto, da parte della Montedison, dell'ex SNIA, ristrutturazione che porterebbe a sacrificare alcune aziende. Si è altresì affermato che questa ristrutturazione non toccherà, comunque, i livelli occupazionali attuali e che, attraverso la creazione di una serie di nuove fabbriche in settori merceologici differenziati, sarà garantito, se non vado errato, a tutti gli attuali 574 occupati il posto di lavoro.

Per quanto ci concerne, si pongono qui alcuni interrogativi discussi recentemente con le Organizzazioni sindacali e sui quali le risposte sono state concordi sia da parte dei Sindacati che nostre. Innanzitutto bisogna avere la certezza che effettivamente le lavorazioni dello stabilimento di Châtillon non siano più competitive o non siano più a livello produttivo tale da giustificare la continuazione. Ora però questa certezza non l'abbiamo e, di conseguenza, ci batteremo con tutte le nostre forze, e d'intesa con le Organizzazioni sindacali, perché la fabbrica sia mantenuta così com'è. Qualora invece, d'accordo con le altre forze e con il Governo, si decida di passare a una ristrutturazione dell'azienda, intendiamo difendere innanzitutto il tipo di settore produttivo. Così come richiesto dalle Organizzazioni sindacali, richiediamo cioè l'elaborazione, da parte degli organi di Governo, di un piano chimico che strutturi tutto il settore e che stabilisca quali siano le lavorazioni di chimica pesante, di chimica fine che si intendono fare in Italia e qual è il posto che in queste scelte occupa lo stabilimento di Châtillon. Qualora si dovesse procedere a questo tipo di ristrutturazione, abbiamo dichiarato al Ministro Donat Cattin in un recente incontro che siamo contrari alla moltiplicazione dei settori merceologici in modo da creare numerosissime fabbrichette che rischierebbero di partire al primo colpo di vento. Su questo punto abbiamo avuto la piena adesione del Ministro, che ha concordato con noi e su questo punto le Organizzazioni sindacali sono allineate sulla stessa posizione.

Non dobbiamo, infine, dimenticare che, per quanto ci riguarda, è indispensabile che, quale che sia la scelta fatta, il nocciolo della produzione dell'occupazione deve rimanere in Châtillon. Non vogliamo cioè che lo smembramento della fabbrica sia tale da creare posti di lavoro altrove con fenomeni di pendolarismo e con mortificazione di quello che è stato, per lungo tempo, il secondo Comune della Valle e che comunque ha diritto ad avere l'appoggio della Regione in una situazione di tale difficoltà.

Il nostro invito al Consiglio regionale è quello di studiare insieme e di proporre ai lavoratori interessati sia la nomina di una Commissione consiliare, sia la nomina di esperti specifici del settore al fine di avere un'indicazione imparziale. Quando dico "imparziale", intendo non di parte, cioè non essere messi di fronte a delle scelte sostenute da affermazioni che non possiamo controbattere sovente per mancanza di conoscenza del settore specifico. Dicevo, un'analisi imparziale della situazione in maniera da avere tutti i documenti per affrontare la discussione serenamente. Il nostro invito quindi è la nomina di questa Commissione consiliare e, in unione con le Organizzazioni sindacali, la richiesta specifica al Governo di voler affrontare con serietà e con primaria urgenza il problema dell'occupazione in tutta la Valle.

Per quanto riguarda la miniera di Cogne, come loro sanno, nelle trattative svoltesi al mese di marzo-aprile, avevamo ottenuto dall'allora Presidente dell'Egam, Avvocato Mario Einaudi, la garanzia della prolungazione a tempo indeterminato del lavoro nella miniera di Cogne e la promessa che qualsiasi tipo di ristrutturazione o di cambiamento sarebbe stato tempestivamente comunicato al Consiglio regionale per la discussione e per l'intervento del Consiglio stesso. Tale garanzia è per ora in corso, dovremo però prendere contatto con i nuovi organi dirigenti dell'Egam al fine di farci riconfermare la stessa disponibilità dell'azienda alla prosecuzione innanzitutto del lavoro della miniera e alla compartecipazione del Consiglio regionale ad eventuali scelte alternative.

Infine più grave è il caso dell'Appel perché qui ci troviamo di fronte ad una crisi del settore in quanto mancano ordinazioni, siamo in cassa integrazione a 16 ore alla settimana, siamo cioè in una situazione che, se non vi sono sintomi di ripresa, rischia di vedere la chiusura della fabbrica. La nostra preoccupazione è dettata anche dal fatto che in questo settore non si intravedono per ora sintomi di ripresa per cui chiediamo a tutti i Consiglieri di volere esaminare la questione e di proporre, anche attraverso le Organizzazioni sindacali, tutte le soluzioni a portata della Regione per parare il colpo all'occupazione che questa fabbrica rischia di creare nella Bassa Valle.

Queste mie brevi parole hanno voluto avere soprattutto il significato di un'introduzione, il significato di una proposta di lavoro del Consiglio volta ad affrontare seriamente questo grave problema non solo dicevo, seriamente, ma anche con la dovuta necessaria concordia di tutte le forze presenti per riuscire insieme ad uscire dalla crisi. Per quanto ci concerne, l'occupazione è la priorità assoluta di tutti i compiti devoluti alla Regione e per questo garantiamo il nostro massimo e assoluto impegno.

Dolchi (P.C.I.) - Signor Presidente e colleghi Consiglieri, il 15 maggio, oltre un mese fa, il Gruppo Comunista aveva presentato una mozione nell'intento di provocare in questo Consiglio un dibattito, che noi ritenevamo indispensabile e urgente sul continuo aggravamento della crisi che colpisce duramente il settore industriale e che attenta ai livelli occupazionali. Era ed è, secondo noi, indispensabile che si rendesse operante il piano di sviluppo economico e sociale strettamente legato al rilancio dell'occupazione, così com'è ormai necessario predisporre - e dobbiamo rammaricarci, semmai, di essere in grave ritardo - quel piano di realizzazioni sociali fondamentale per avviare in Valle d'Aosta una politica di riforme, come momento indispensabile per contrastare, a livello di Regione, la crisi, se non per uscire dalla crisi stessa. Ritenevamo cioè basilare e irrinunciabile che tutte le forze politiche e, quindi, il Consiglio regionale si pronunciassero sul problema della difesa del posto di lavoro, sulla difesa del potere d'acquisto dei lavoratori. Ecco perché nel corso di una serie di incontri avuti con le Organizzazioni sindacali sia bilaterali, a livello di partito, sia in riunioni a cui ho partecipato come Capo Gruppo, abbiamo assicurato la nostra disponibilità: la disponibilità dei Consiglieri del Gruppo Comunista alla richiesta di un Consiglio straordinario da convocarsi su richiesta dell'Esecutivo su questi problemi.

Abbiamo anche dichiarato la nostra disponibilità alla proposta di una delegazione unitaria che manifestasse - e lo ha ricordato testé il Presidente Andrione, - al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri competenti la volontà unanime e anche la volontà politica delle componenti sociali e politiche della Valle d'Aosta. Sono qui oggi per confermare tale impegno tanto più convinto che tutte le Regioni, quelle a Statuto speciale e quelle a Statuto ordinario, non sono una cosa a parte, ai margini rispetto alle questioni brucianti che colpiscono l'opinione pubblica, che colpiscono il Paese, cioè la crisi economica, le violenze fasciste, l'incapacità degli Enti pubblici a far fronte a questa situazione, i traffici scandalosi dei grandi e potenti tecnocrati. Le Regioni c'entrano in tutto questo, c'entrano con la sorte della Montedison, dell'Egam, debbono poter contare sulle scelte, sui modelli di sviluppo che questi colossi dovrebbero dare al futuro del Paese. Le Regioni debbono poter contare sull'azione dell'insieme delle aziende a partecipazione statale, la cui conduzione risulta slegata dal controllo del Parlamento, delle Assemblee elettive, e noi ne sappiamo qualche cosa, noi della Valle d'Aosta che mai siamo riusciti - e forse non abbiamo neanche fatto in proposito la grossa e convinta battaglia che questo argomento meritava - non dico a determinare, ma nemmeno ad esprimere un parere sulle scelte della Cogne. La battaglia regionalista, la battaglia autonomista, secondo noi, ha un avvenire, può avere presa nella mente della gente, dei lavoratori, se non si riduce a qualche affermazione culturale, se non si riduce ad elemosinare qualche soldo in più o qualche competenza settoriale, se non si presenta come localistico accaparramento di qualche brandello di maggior potere, ma si trasforma in una battaglia per la conquista di un concreto potere di intervento nell'economia, nelle scelte, nella determinazione di un reale movimento di riforme che coinvolga tutto il Paese. In questo senso penso non si sia fuor di luogo affermarlo, domenica si sono pronunciati gli elettori che hanno chiesto chiaramente una svolta a Sinistra, un cambiamento di metodo di governare, di comportarsi, di fare politica, associando maggiormente le Organizzazioni sindacali, le forze produttive, i cittadini tutti. Se noi Consiglieri regionali recepiamo queste indicazioni, al di là della formazione della Giunta o delle maggioranze di cui parleremo in altro momento, non possiamo, come Consiglio regionale, che scendere in campo apertamente con i lavoratori della Montefibre di Châtillon, con i lavoratori delle miniere di Cogne, con quelli dell'Ilssa Viola, della Cogne Sider, dell'Appel, di tutte le altre fabbriche della Regione che già conoscono la cassa integrazione, i ponti lunghi, le ferie forzate, l'attacco al posto di lavoro.

A questo punto varrebbe la pena, se io fossi in vena di polemica, di rifare la storia delle responsabilità democristiane che coinvolgono Andreotti e Cefis per quanto riguarda la Montedison, il lungo braccio di ferro Bisaglia-Colombo-Einaudi, per quanto riguarda l'Egam, sono fatti e scandali troppo noti, sono metodi di conduzione, come quello di Einaudi di comprare giornali e navi anziché preoccuparsi delle miniere, che anch'essi sono stati condannati domenica dagli elettori, e non servirebbe a nulla riparlarne e per questo non ne voglio parlare: proprio perché noi invece oggi vogliamo che la seduta sia proficua.

Le Organizzazioni sindacali hanno detto chiaramente - e la illustrano chiaramente i numerosi documenti redatti - che il problema della situazione della Montefibre di Châtillon, per la dimensione che assume, come ha ricordato anche il Presidente della Giunta, per le conseguenze gravi che può avere a livello nazionale e regionale - ricordo in proposito che il Consiglio regionale del Piemonte ha già dedicato tre sedute straordinarie su questo argomento -, non è più un problema sindacale la cui soluzione dipenda esclusivamente da una lotta sindacale, diventa - ce lo hanno ricordato - un problema politico nel quale la Regione deve entrare con tutto il suo peso. Siamo d'accordo poiché si tratta di fatti gravi che incidono sull'avvenire, sulla vita della Valle d'Aosta, come anche sulla vita e sul modello di sviluppo dell'intero Paese. Con la prospettata chiusura della Montefibre a Châtillon e della miniera di Cogne, sono 820 i posti di lavoro minacciati in una situazione già grave per 6.000 dipendenti dell'industria colpiti da riduzioni di orario, dalla messa in cassa integrazione e anche per i giovani, per i disoccupati che, a causa del blocco delle assunzioni, non trovano collocazione, lavoro. La situazione è anche grave per le ripercussioni che può avere nel settore terziario, per l'attività commerciale, per gli stessi ceti medi e per il turismo che non possiamo pensare in Valle d'Aosta sia solamente un turismo che interessa il Canada o altri Paesi stranieri. Urge perciò, secondo noi, costringere Egam e Montedison a cambiare radicalmente le loro posizioni, in certi casi - non voglio tediarvi con lunga documentazione - a mantenere fede ai patti, ai contratti, agli accordi sottoscritti.

In proposito, per quanto riguarda la Montefibre di Châtillon, vorrei ricordare al Consiglio un dato abbastanza importante: importante perché dimostra con quanta competenza, con quanta serietà i lavoratori, il Consiglio di fabbrica avessero esaminato il problema della società, dell'azienda e avessero espresso già il 4 dicembre del 1972 in un loro documento tutte le preoccupazioni che si sono poi dimostrate fondate. Il colosso Montedison, invece di collocarsi nelle nuove realtà sociali dislocate in tutta la Nazione, l'unica risposta che ha saputo dare è quella di attaccare i livelli occupazionali facendo leva sui rami secchi e contemporaneamente chiedendo finanziamenti al Governo. Lo stesso documento del 4 dicembre 1972 da per scontata la chiusura dello stabilimento nell'ordine di cinque o sei anni, se non prima, se si continuerà nell'indirizzo impostato dalla Montedison. Ebbene, di fronte a tale situazione, di fronte alla lotta dei lavoratori, c'è stato un accordo; ecco perché, dicevo prima, sarebbe sufficiente che certi accordi fossero mantenuti, come sottolineava testualmente l'accordo del 7 aprile 1973: "la Montedison garantisce che il processo di ristrutturazione di Montefibre verrà attuato nella piena salvaguardia degli attuali livelli occupazionali complessivi e delle singole zone; Montedison assicura, pertanto, la reintegrazione degli organici che, nel corso della ristrutturazione, dovessero subire riduzioni rispetto alla situazione in atto per cause indipendenti dalla volontà dell'azienda". Ebbene, questo accordo non è stato, nel suo complesso, rispettato e due anni dopo che cosa si prospetta? Che cosa ci viene propinato? Il piano che è stato definito "il piano delle botteghe", secondo il quale oltre 30 piccole aziende ingovernabili sul piano economico e sociale, come hanno affermato i Sindacati, dovrebbero produrre cioccolatini, tende per campeggio, maglierie, pannelli di fibra, mobili e arredi ospedalieri, cavi e materiali elettrici, cioè tutta una serie di botteghe che dovrebbero improvvisare una nuova produzione, cioè la liquidazione dell'industria chimica con tragiche conseguenze per l'occupazione e per la stessa agricoltura. Siamo, quindi d'accordo con il Presidente della Giunta e con le Organizzazioni sindacali quando si dice che bisogna prima di tutto contrastare questo disegno di trasformare la Montefibre, la Montedison in piccole aziende ingovernabili e richiedere l'attuale destinazione della produzione.

Prima di concludere, penso che, per un discorso più generale di quello che ho svolto, non possiamo non sottolineare una piatta concordanza con l'ultimo documento del 19 giugno del 1975 del Consiglio di fabbrica della Cogne Sider, nel quale documento si richiamano gli Enti locali, i Comuni e la Regione a non rinunciare ad agire di fronte a questa situazione. Il Consiglio di fabbrica nel suo documento ci rimprovera, ci accusa e ci critica per aver rinunciato a svolgere il ruolo che ci compete, accettando passivamente le scelte che i grandi gruppi multinazionali hanno compiuto e in alcuni casi la critica giunge al punto di dire che tali scelte le abbiamo avallate. Ebbene, noi riteniamo che proprio in un'occasione come questa - e concordiamo con il Consiglio di fabbrica - l'Ente Regione debba riqualificare il suo intervento e non soltanto intervenire senza prospettive e senza programmi quando il capitale pubblico e privato chiede la chiusura di una fabbrica o della miniera. L'Ente Regione deve chiedersi quale deve essere il modello di sviluppo della nostra Regione. "A nostro avviso - dice il Consiglio di fabbrica della Cogne - il modello di sviluppo della nostra Regione non può essere quello della progressiva smobilitazione delle attività industriali e agricole con conseguente trasformazione della Valle d'Aosta in una Regione di servizi, ma quello di una Regione in cui è ancora possibile un equilibrio tra agricoltura e industria, potenziando, per esempio, rispetto alla Cogne, le produzioni di acciai speciali e di prodotti finiti, sviluppando una politica che favorisca, anche attraverso cooperative di produttori e consumatori, l'unione tra operai e contadini imponendo un diverso utilizzo del territorio in relazione ai bisogni popolari, anche in collegamento con lo sviluppo turistico".

Ebbene, colleghi Consiglieri, io termino: dobbiamo essere coscienti che la situazione in Valle non si dissocia dal quadro nazionale e pertanto sarebbe illusorio affidarsi come Consiglio regionale a qualche intervento pseudo-assistenziale o a qualche provvedimento tendente a fornire settorialmente terreni o attrezzature. Con quella unità a cui si richiamava il Presidente della Giunta: la Regione come complesso di forze sindacali, sociali, produttive e politiche, con alla testa le Assemblee elettive e il Consiglio regionale, deve fare pesare a livello nazionale la sua volontà comune, il suo spirito combattivo che mi sembra una caratteristica di cui ci vantiamo quando la causa per cui si combatte è giusta. Mi sembra che causa più giusta non possa esserci di quella di operare uniti a tutti i livelli per concrete iniziative per la difesa del posto di lavoro, per lo sviluppo industriale ed economico della Regione, per tutte quelle iniziative che già ha annunciato il Presidente della Giunta che sono le iniziative concordate con le Organizzazioni sindacali per il peso che deve avere il Consiglio regionale in questo momento per l'iniziativa di un passo presso il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Per quanto riguarda il Gruppo Comunista, il Partito Comunista, confermiamo il nostro impegno a tutti i livelli da quelli della fabbrica a quello dei Consiglieri comunali, regionali, fino all'impegno che su queste iniziative che noi andremo a prendere, io mi auguro, in un modo unitario troverà anche schierati i Parlamentari, i Deputati e i Senatori del Partito Comunista.

Pollicini (D.P.) - Signor Presidente, Signori Consiglieri, ho preso nota delle affermazioni del Presidente della Giunta e la sua prima affermazione mi pare che non sia accettabile quando dice che dai contatti avuti con i Dirigenti della Montefibre, ha avuto la sensazione che, per ora, non vi sono delle idee chiare. Io non sono d'accordo con quest'affermazione del Presidente della Giunta, perché ritengo che la Montefibre abbia le idee molto chiare. È bastato, così, dare una scorsa a quelli che sono stati i fatti di questi ultimi tempi per capire che le idee sono estremamente chiare: gli accordi stipulati nel 1973, 1974 sul ruolo della produzione della Montedison nel ramo della chimica non sono stati assolutamente mantenuti, come già ha detto il Consigliere Dolchi, con le prime avvisaglie di ristrutturare il settore delle fibre artificiali che, in un primo tempo, interessavano gli stabilimenti di Pallanza, Ivrea e Vercelli e che, da febbraio, interessano anche lo stabilimento di Châtillon dichiarato anti-economico e irrecuperabile. Evidentemente ciò fa parte di un disegno molto preciso: ecco perché dico che le idee sono chiare e la decretata chiusura di questi quattro stabilimenti a cui la Montefibre ha fatto riscontro, come proposta alternativa, la presentazione di quel piano chiamato "piano Piemonte" proprio perché interessa le aziende del Piemonte, cioè i 7.152 dipendenti impiegati nei quattro stabilimenti del Piemonte, compresi i 574 della Montefibre di Châtillon.

Che cosa prevede il piano Piemonte? Esso prevede l'eliminazione totale della produzione di fibre in Piemonte e in Valle d'Aosta e la sostituzione, così come ci è stato detto, degli stabilimenti con 35 definite botteghe, con dimensioni dai 60 ai 200 dipendenti e, per la Valle d'Aosta, con 6 botteghe di quelle 35, con dimensioni da 60 a 120 dipendenti. Già è stato detto che tipo di botteghe sono riservate alla Valle d'Aosta, questo piano però è stato già rifiutato dal Ministro dell'Industria, dalle Organizzazioni sindacali e dalla Regione Piemonte. I motivi di tale rifiuto sono i seguenti: 1) il totale capovolgimento dei piani concordati nel 1973-1974, questi piani prevedevano il mantenimento dei livelli occupazionali, mentre oggi solo 2.000 rimarrebbero nel settore e 6.500 - in totale erano 8.500 in Italia - verrebbero interessati dal piano di smantellamento delle fibre artificiali. Il secondo motivo per cui è stato respinto il "piano Piemonte" è l'esclusione della partecipazione azionaria della Montedison di fronte a queste 35 imprese. Avremo quindi 35 proprietari privati con tutti i rischi che comportano le dimensioni ridotte perché l'ingovernabilità di tale tipo di azienda e il tipo merceologico nettamente diversificato dei contratti, contratti sottosviluppati rispetto a quelli della chimica, portano, evidentemente, a valutare questo problema in senso negativo.

L'altro aspetto, che è più importante e il più preoccupante, è quello del totale disimpegno sul piano imprenditoriale della Montefibre e la sua trasformazione in holding finanziaria. D'altra parte poi i tipi proposti in queste 35 aziende sono tipi di aziende che quasi nulla hanno a che vedere con il settore della chimica e delle fibre artificiali. D'altra parte poi è anche opportuno riconoscere che interverrebbero una serie di problemi: dalla riconversione della professionalità del personale, dall'età elevata che hanno certi stabilimenti come quelli in cui non si assume da tempo e quindi, fatalmente, l'età media sta salendo, per cui è questo tipo di problema che, assieme agli altri, ha fatto respingere a priori qualsiasi proposta in questo senso.

Quali sono le richieste delle Organizzazioni sindacali? Evidentemente il mantenimento dei livelli occupazionali previsti dall'accordo del 1973-1974. Non si chiede nient'altro di più che il rispetto di accordi liberamente sottoscritti, la presenza in maggioranza, comunque, della Montefibre, della Montedison e la ristrutturazione, ma nell'ambito della produzione chimica. Mi pare che la sostanza sia quella di considerare che, quando si firma un accordo, sia un qualche cosa che possa essere accettato come un rapporto fra persone serie, persone civili. Il disegno della Montedison è, invece, il rifiuto di recitare un ruolo che compete a un ente finanziato con partecipazioni di denaro pubblico: ha, quindi, rinunciato al piano agricoltura, cioè al piano per i concimi, ha rinunciato al piano della chimica e vuole esclusivamente impostare un discorso di carattere finanziario.

Ora, per realizzare il disegno della trasformazione della Montefibre in holding finanziaria, la Montedison ha impostato questo problema. Teniamo presente che la Montedison ha il 90% delle azioni della Montefibre e la maggioranza assoluta delle azioni SNIA, quindi è anche proprietaria della SNIA. Sempre, in questo disegno, quindi, alla Montefibre, che, indubbiamente, è meno nota all'estero della SNIA Viscosa, è stato affidato il compito di trasformarsi in finanziaria e alla SNIA Viscosa il compito di produrre quello che produceva finora anche la Montefibre. Per realizzare questo disegno, si è cominciato col mettere alla testa della Montefibre un uomo SNIA, cioè il Signor Belloni, nuovo Amministratore delegato della Montefibre, proveniente dalla SNIA. Leggo dal "Sole 24 ore", giornale della Confindustria, del 10 giugno: "Carlo Massimiliano Gritti è stato nominato anche nuovo Presidente del Comitato internazionale del rayon e delle fibre sintetiche pe il periodo 1975-1977 - il CIRFS è un'Associazione di livello mondiale che raggruppa i rappresentanti di industrie produttrici di fibre chimiche - lo scopo è di promuovere un maggior sviluppo di queste fibre e la loro applicazione ricercandone eventuali nuove utilizzazioni studiando i problemi economici ad esse connessi". Che cosa significa questo? Significa in sostanza che si è seguita la logica delle multinazionali che intendono ricercare mercato di lavoro a minore costo, cioè in zone dove i lavoratori sono meno retribuiti, secondo la logica del profitto che un ente a partecipazione statale, come la Montedison, sta seguendo in contrasto quindi con quello che dovrebbe essere il ruolo delle aziende a partecipazione statale. La prima pedina per questo nuovo indirizzo della Montefibre quindi è quella di aver messo un uomo SNIA alla testa della Montefibre. Poi vediamo che laddove c'è la SNIA si potenzia, come ad Acerra è in costruzione uno stabilimento che sarà chiamato Fibre del Sud, al 50% tra SNIA e Montedison, praticamente è il medesimo proprietario; a Magenta la SNIA dovrebbe raddoppiare il personale e raddoppiare gli impianti dove saranno fatti l'acetato, le poliammidi, le fibre artificiali. La Montedison ha impiantato in Sardegna, al 50% con l'ENI, Fibra del Tirso, che è già in funzione, oggi ha 4.500 dipendenti, è previsto il raddoppio a 9.000 dipendenti. Rimarrebbero le fabbriche Montefibre di Terni e Marghera, che verrebbero poi a chiamarsi, probabilmente, Fibre Centro e Fibre Est. Sparirebbe quindi il nome "Montefibre", la Montefibre sparirebbe assolutamente come imprenditore e come da disegno della Montedison, diverrebbe la finanziaria delle fibre artificiali.

Il problema di Châtillon, evidentemente, va visto nel quadro generale del problema della Montefibre; si dice da parte della Montefibre che anche lo stabilimento di Châtillon è antieconomico e irrecuperabile ed era opportuno quindi decretarne la chiusura. Intanto non è assolutamente vero che sia uno stabilimento obsoleto, anche se è vero che, in questo disegno della Montedison, negli ultimi tempi non sono stati fatti investimenti per aggiornare e ammodernare gli impianti. Si parla di passività dell'azienda, ma va tenuto presente che la Montefibre acquista tutte le materie prime dalla Montedison, la quale le quota secondo quello che crede opportuno. È chiaro che, se la Montedison vuol dimostrare che le aziende Montefibre sono passive, basta quotarle a cifre superiori a quelle normali. Si dice, ad esempio, che i quattro stabilimenti di Montefibre hanno una grossa passività, il bilancio dice 8 miliardi di passivo nell'anno scorso, 5 però sono dovuti alle Consociate cioè al Cotonificio Val di Susa, eccetera. Nei quattro stabilimenti cui si faceva cenno quindi rimarrebbero 3 miliardi che potrebbero magari essere quelli stessi del maggior costo delle materie prime che la Montedison vende alla Montefibre. Esaminando ad uno ad uno gli stabilimenti, si constata che Châtillon ha 1 miliardo di deficit, Pallanza ne ha 20, 5 miliardi ne ha Ivrea e altri Vercelli. Esaminando però il bilancio, pare che in tutta la Montefibre ci siano 8 miliardi di deficit, di cui 5 alle Consociate e 3 soltanto agli stabilimenti citati: si tratta, quindi, di un'incoerenza che sta a dimostrare il disegno che sta portando avanti la Montedison.

È chiaro che, se dovesse passare il piano Piemonte, i 100-115 milioni attuali, se non vado errato, che costituiscono il salario mensile di Châtillon, guardando i contratti di quelle sei botteghe, si ridurrebbero a 60 milioni di salario mensile, cioè con la riduzione del 50-40%. Il problema del mantenimento della presenza della Montefibre a Châtillon quindi è evidente da questi dati, a questo punto però sorge un dubbio: possono essere lodevoli le iniziative del Presidente della Giunta, ma risulterebbe che il Presidente Andrione si sia prestato a ricercare terreni nelle zone di Nus, Chambave per installare queste botteghe, queste fabbriche nuove della Montedison. Non so se sia vero, ma se ciò fosse vero, sarebbe gravissima la posizione precedente perché "citerebbe" la logica della Montefibre perché è quella che dobbiamo respingere.

Andavamo parlando prima del disegno Montedison: in questo quadro, collega Ramera, c'entra l'Egam per il ruolo che ha recitato, che ha subito e che forse può anche avere avuto i suoi segni pesanti sulla pelle di Einaudi. Il primo disegno della Montedison, ricattando il Governo, era questo: scaricare sullo Stato le aziende non produttive, le aziende che lei considerava rami secchi per poter con le altre aziende garantire l'occupazione, incrementare e sviluppare il suo settore. La Montedison quindi ha scaricato sullo Stato e, in particolare, sull'Egam alcune aziende che non erano attive, e potremmo citarne un bel numero, al che alcuni organi di stampa hanno definito l'Egam: "la pattumiera delle partecipazioni statali", come per dire che ha preso quello che di peggio aveva la Montedison. Ma questo era un prezzo caso mai da pagare e poteva anche essere pagato, a condizione che la Montedison avesse poi mantenuto con le altre aziende i livelli occupazionali e sviluppato la chimica di base, le fibre artificiali, l'attività in cui diceva di volersi inserire, cioè di volersi mantenere per avere una maggiore concentrazione sul piano tecnologico.

Ebbene, dopo aver scaricato sullo Stato, cioè sul contribuente, le aziende con il bilancio in passivo, si pensava che la Montedison avrebbe potuto dare uno sviluppo, un impulso alle proprie aziende e migliorare anche i livelli occupazionali, ma quello era soltanto il primo atto degli assegni Montedison. Il secondo atto, quindi, era quello di trasformarsi in finanziaria, così come sta facendo per la Montefibre, regalandoci in cambio il famoso "piano Piemonte", che prevede la chiusura di Vercelli, Pallanza, Ivrea, Châtillon soltanto in un secondo tempo, in febbraio. Non posso, Presidente Andrione, non sottolineare la coincidenza o la sua sfortuna: ci capita, infatti, di vedere che Châtillon viene istituito in febbraio sotto la stella luminosa della sua Presidenza... Alle miniere di Cogne, con comunicato del Presidente della Giunta del 7 di marzo, si accetta di utilizzare gli impianti fino al prossimo mese di giugno - e siamo nel mese di giugno - cioè fino alle elezioni, abbiamo detto nella riunione del 14, del 18 di aprile, quando abbiamo discusso il problema dell'Egam. C'era un impegno che in questa data, nel frattempo, avrebbe dovuto essere redatto un documento scritto contenente le proposte per una soluzione del problema da parte dell'Egam; è vero, mancano ancora 10 giorni, perché giugno ne ha 30, però siamo in una condizione in cui vediamo che, da una parte, c'è il problema della miniera, dall'altra, viene ad inserirsi, quando non lo era prima, il problema di Châtillon.

La miniera di Cogne era un discorso piuttosto grave: dal 1960 ad oggi ha ridotto del 60% l'occupazione, gli stabilimenti Sider dal 1948 ad oggi hanno ridotto i dipendenti da 7.214 a 4.660. Abbiamo visto che nell'accordo delle Organizzazioni sindacali col gruppo siderurgico Egam del mese di aprile a Milano la Cogne ha avuto le briciole dei 450 miliardi di investimenti, investimenti che prevedono la bellezza di 4.692 nuovi posti di lavoro nel sud e neppure uno in Valle d'Aosta. C'è da preoccuparsi anche perché - lo dicevo la volta scorsa e lo ripeto oggi - la credibilità dell'Ente di Stato è a livello zero, quando nell'intervista che ho già citato nella riunione del 18 di aprile, riportato su "La Stampa" del 12 gennaio 1971, vediamo che Einaudi e... dichiarano investimenti per la Valle d'Aosta per 119.000.000.000 e creazione di 3.000 posti di lavoro, ma quello che preoccupa sono certe rivelazioni della stampa in questi giorni. Abbiamo letto su "La Stampa" del 10 giugno, a proposito del cambio della guardia alla testa dell'Egam, dove si fa la storia di Einaudi, che, dopo essere stato all'Italsider, eccetera, passò, quindi, alla Cogne che avrebbe dovuto liquidare, ne fece, invece, il trampolino di lancio per il futuro Egam. Questo è preoccupante, perché, secondo un giornalista economico che scrive sulla prima pagina de "La Stampa", Einaudi sarebbe venuto alla Cogne per liquidarla.

Andiamo oltre, il giorno dopo, sempre il medesimo giornalista, sempre sulla prima pagina de _"La Stampa" dell'11 di giugno, parlando questa volta di Manuelli: "il nuovo Presidente dice che curerà l'EGAM senza abbandonare la Presidenza della Finsider, i prossimi mesi diranno se egli dovrà essere un curatore fallimentare", e non possiamo non preoccuparci, anche se sono articoli di stampa e non sono documenti ufficiali. Solitamente la stampa, specialmente quella economica, è bene introdotta e sicuramente non parla a vanvera, specie quando scrive su una prima pagina di un quotidiano nazionale. Occorre preoccuparsi anche perché questa Presidenza Egam tenuta contemporaneamente dal Presidente della Finsider potrebbe preludere ad un assorbimento nella Finsider della Cogne, ma questo è già un altro discorso, quello che ci preoccupa è che, comunque, il centro decisionale della Cogne si allontana sempre più dalla Valle d'Aosta.

Il ruolo della Regione, per quanto riguarda la politica della Cogne, tende allo zero, questo ci preoccupa fondamentalmente. il Piemonte, per esempio, per la questione Montefibre, è in movimento sin da gennaio: la Regione Piemonte ha tenuto tre riunioni straordinarie sul problema della Montefibre. Nella prima riunione del 31 di gennaio è stato approvato un ordine del giorno piuttosto pesante stigmatizzando severamente il comportamento del Gruppo Montedison e chiedendo immediate riunioni con il Presidente del Consiglio dei ministri per un confronto sulla politica nella Montedison. Noi invece non ci siamo mossi: questo è il grave, siamo cioè in forte ritardo e questa è una carenza della Presidenza della Giunta, del Presidente della Giunta in particolare, che è in fortissimo ritardo negli incontri a livello ministeriale. La Regione Piemonte è presente a fianco delle Organizzazioni sindacali. La Regione Valle d'Aosta è assente, questo è grave, cioè questo è un senso di disaffezione nei confronti dei problemi di fondo. Signor Presidente, è una poltrona che scotta quella che ha, molto, l'ha voluta, benissimo, se la goda, però attenzione che non può sfuggire a questi impegni, a questi oneri pesantissimi, lo riconosciamo, però non per questo lei è esentato da essere presente, dove si recita la possibilità di riuscire a mantenere in vita o meno lo stabilimento Montefibre.

Attenzione, però, non vorremmo essere confusi circa il considerare questo discorso un discorso localistico, regionalista, no, secondo noi, il discorso va visto secondo l'ottica delle Organizzazioni sindacali, cioè va visto secondo tutta l'ottica della Montefibre del Piemonte e quindi va impostato. Guai se pensassimo di trattare come Valle d'Aosta vedendo esclusivamente lo stabilimento di Châtillon, ciò sarebbe un imperdonabile errore che ci potrebbe sicuramente vedere soccombenti, magari soltanto in tempi diversi, ma soccombenti comunque. Non illudiamoci su questa strada, io non ho detto di seguire questa strada, vorrei evitare però che qualcuno pensasse che questo sia un discorso localistico: questo è un discorso di fondo, questa è una vertenza risolvibile soltanto globalmente e non sul piano regionale e ci deve essere quindi un collegamento stretto con le altre Regioni, in particolare con il Piemonte.

Ci deve cioè essere quella mobilitazione di tutte le forze che compongono la Comunità valdostana attorno alla fabbrica Montefibre di Châtillon. E qui il discorso si collega nuovamente con l'EGAM, è necessario affrontare ormai l'eterno problema delle due aziende a partecipazione statale in Valle d'Aosta che pesano per il 50% sull'occupazione della Valle; è denaro pubblico e qui il problema di fondo è sempre il solito - l'abbiamo ripetuto migliaia di volte, non siamo mai riusciti, però, a modificare l'impostazione -: il ruolo che la Regione deve recitare per le scelte delle aziende a partecipazione statale in Valle d'Aosta. In questi centri decisionali sempre più lontani dalla Valle d'Aosta, per quanto ci riguarda, noi dobbiamo essere presenti e questo è un discorso che, comunque, va portato avanti; è chiaro che l'appello che hanno fatto le Organizzazioni sindacali... che tutte le forze sociali debbono portare avanti questo discorso fino laddove è possibile operare delle modificazioni.

Il problema dell'Egam, quindi, non può essere disgiunto dal ruolo delle partecipazioni statali in Italia, che è un ruolo criticato da tutti, dagli stessi componenti la maggioranza governativa. Le partecipazioni statali ormai sono diventate delle piccole o delle grosse camarille, dei centri di potere, dei centri di ricatto, dei centri che hanno creato condizioni politiche tali che il nostro Paese, evidentemente, esprimesse un voto tale da sorprendere l'Italia e l'Europa. Questo è il frutto di un tipo di politica che ha scandalizzato tutto e tutti, è un tipo di politica del padrone, è un tipo di politica, della - chiamiamola così - protezione elettorale, è un tipo di politica, in una parola, clientelare che, volenti o nolenti, è superata dai tempi, altrimenti certe situazioni non sarebbero arrivate al punto di degenerazione cui sono giunte. Bisogna, quindi, che, una volta per tutte, anche la Valle d'Aosta, per quanto la riguarda, si batta profondamente per modificare il ruolo che le aziende a partecipazione statale recitano in Valle d'Aosta. Questi centri di potere, quindi, debbono diventare qualcosa di diverso, debbono essere un centro di gestione sociale nell'occasione del lavoro per lo sviluppo della popolazione che è interessata a queste aziende. Occorre, quindi, un confronto diretto con il Governo; io proporrei quindi due linee che sono poi le linee delle Organizzazioni sindacali: una trattativa specifica con la Montedison dove saranno rappresentati i Sindacati, il Ministero dell'Industria ed è opportuno che sia presente anche la Regione della Valle d'Aosta. È poi opportuno che si chieda un incontro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di una delegazione della Valle d'Aosta, che dovrà essere l'espressione di tutta la Comunità valdostana, per discutere il ruolo, fare un confronto generale sugli indirizzi e sulle presenze delle due aziende con delle partecipazioni statali esistenti in Valle d'Aosta.

Questo incontro con la Presidenza del Consiglio è importante per avere un confronto proprio sul ruolo che devono esercitare queste due aziende. Non possiamo più essere assenti, altrimenti l'assenza farà sì che un giorno ci troveremo non soltanto senza la miniera di Cogne, non soltanto con lo stabilimento che diventa uno stabilimento di sbozzati, di semilavorati, mentre noi portiamo il nostro materiale a lavorare all'esterno della Valle d'Aosta, si portano via delle macchine da questo stabilimento. In una famosa fermata di agosto di qualche anno fa si sono portate via le macchine che sono state portate in altre zone della Valle d'Aosta: ecco, è a questo che noi stiamo assistendo oggi. Dirò di più: è opportuno modificare anche il tipo di sviluppo tecnologico della Sider di Aosta poiché gli investimenti siderurgici sono di estrema pesantezza finanziaria. È opportuno, invece, con quegli stessi investimenti creare delle industrie metalmeccaniche di dimensione media o piccola, che, con gli stessi investimenti, almeno decuplichino l'impiego di persone. Oggi un laminatoio moderno costa dai 30 ai 50 miliardi e occupa al massimo, con tutti gli annessi e connessi collaterali, 80-90 persone. Con la stessa cifra si possono impiegare 1.500 persone con torni, macchine automatiche, cioè macchine di meccanica leggera. È opportuno, quindi, farsi sentire attraverso questa strada, questo indirizzo ed è ora di finirla che Roma ci propini gli indirizzi, ce li porti qui, non ce li faccia neanche vedere. Io sarei stato più prudente, Presidente, il 7 di marzo: questo comunicato è un comunicato che sta per giungere alla fine del pettine ed è un nodo con cui rischiamo di far rompere il dente al pettine anziché scioglierlo.

Mappelli (D.C.) - Signori Consiglieri, amici, sembrerà strano, ma sono veramente contento e dico: finalmente, dopo che per anni abbiamo gridato - quando dico: "abbiamo", mi riferisco in particolar modo al Consiglio comunale di Cogne e anche alla mia umile persona - nel deserto per quanto riguarda questi problemi, che sono due: Montedison e miniere di Cogne. Avevamo gridato nel deserto già da anni le prime posizioni, che come campanelli di allarme sono partite negli anni 1965 e 1967 in questa sede. È pur vero che da parte di quasi tutti i Gruppi consiliari - bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare - in occasione delle discussioni in Consiglio regionale dei bilanci, ogni qualvolta si affrontava il problema dell'industria in Valle d'Aosta, ognuno di noi aveva sempre motivo di dire qual era il suo punto di vista in merito a questi nostri problemi. Chiedo scusa al Consiglio, chiedo scusa a coloro che sono nella sala del Consiglio se sarò un po' lungo e forse anche un po' noioso ma, per la miniera di Cogne, per la Montedison, se non basterà 1 Consiglio, ne faremo 3 e, se non ne basteranno tre, ne faremo 33, ma dobbiamo assolutamente e responsabilmente venirne fuori.

Vorrei disgiungere le due problematiche: prima parlerò della miniera di Cogne, in un secondo tempo parlerò della Montedison. Non per polemica, ma dovrei pure dire che, quando nessuna voce ha gridato contro l'inserimento della Nazionale Cogne nell'Egam, abbiamo fatto uno sbaglio forse lì, tutti noi come Consiglio regionale e come forze responsabili della Valle d'Aosta forse avremmo dovuto prendere delle posizioni più nette circa il fatto che la Cogne non dovesse essere assorbita dall'Egam, ma oramai questo è un discorso da sordi e non servirebbe a niente. Amici della Valle d'Aosta, nel 1967 scrivevo questa piccola relazione, che mi permetto di leggere a beneficio di coloro che non hanno sufficienti elementi nel merito del problema della miniera. Io scrivevo all'allora Direttore generale sostenendo, fra l'altro, a proposito allora della miniera di Cogne, che: "Onde avallare con dati precisi la richiesta, ho svolto, in collaborazione con alcune persone competenti nel campo della siderurgia, un'indagine che mi permettesse di dare alcune fondamentali notizie sullo stato attuale delle ricerche minerarie della Società nazionale Cogne in Valle d'Aosta e sull'importanza del problema per gli sviluppi futuri dell'attività siderurgica nella Regione. Occorre a tale scopo fare alcune indispensabili considerazioni di ordine generale nell'insegna che attualmente l'unica miniera di ferro esistente nella Regione e avente un'importanza di ordine nazionale, in quanto rappresenta una concentrazione di minerale seconda soltanto ai giacimenti dell'isola d'Elba, è quella di Cogne.

È importante notare che il suo sfruttamento risale addirittura al tardo Medioevo, a quel tempo tuttavia affiorava nella conca di Liconi una lente mineralizzata di modeste dimensioni, solo all'inizio di questo secolo si accertò che la quantità minerale aumentava man mano che gli scavi procedevano e si passò, quindi, ad una vera e propria attività estrattiva su scala industriale accompagnata da lavori esplorativi nel sottosuolo. Fu allora che si prese coscienza di possedere una fortuna imprevista ed ebbe inizio un periodo di felici iniziative nel campo industriale e in quello della ricerca di minerale durante il quale si esplorò con mezzi meccanici e geofisici il sottosuolo di Liconi fino a quota 2.373. Oggi l'estrazione della magnetite nella miniera di Cogne, oltre ad offrire una stabile occupazione ad oltre 400 dipendenti, ha avuto e ha un'importanza fondamentale per la vita industriale di tutta la Valle d'Aosta. Infatti il minerale ivi estratto concorre per oltre il 50% a formare l'attuale produzione di ghisa e acciaio per gli stabilimenti siderurgici di Aosta, inoltre le caratteristiche chimiche di grande purezza di questo minerale hanno determinato nel tempo una progressiva specializzazione della società concessionaria nella produzione di acciai speciali inossidabili. A questo punto è bene osservare che, nel quadro degli attuali programmi di rinnovamento e potenziamento della Società nazionale Cogne, mediante il ricorso di capitali nazionali ed europei (prestito CECA), è previsto, entro due anni, un aumento della produzione - mi pare il 70% di quella attuale -, tale aumento sarà raggiunto mediante l'installazione di una nuova acciaieria LD e la messa in funzione del secondo altoforno soffiato.

Riferendoci ora nuovamente alle ricerche condotte nella miniera di Cogne, si afferma che, pur senza l'aiuto di una visione coordinata del problema, fu dato seguito a più riprese a notevoli lavori, condotti per la maggior parte tramite sondaggi meccanici esplorativi; purtroppo gli ultimi di questi, in ordine di tempo, risalgono al 1943-1944 e consistettero nel tracciamento di numerose gallerie in traverso banco a quota 2363-2214 dalle quali si dipartivano sondaggi rotatori verticali che permisero di accertare la continuità della mineralizzazione fino a quota 2070, oltre a questi lavori, si eseguirono sondaggi a cielo aperto in corrispondenza di formazioni geologiche favorevoli in località diverse quali Larsinaz, Crétaz, eccetera.

Dopo tale periodo ebbe l'inizio della stasi, che perdura ancor oggi, sebbene esistesse allo stato di progetto l'intenzione di sviluppare le gallerie a livello 2.072 per scopi di ricerca.

Tale complesso di gallerie venne realizzato in parte ma ebbe la funzione di livello base per i tracciamenti che serviranno nel prossimo futuro alla coltivazione delle masse mineralizzate soprastanti.

In un'iniziativa isolata nel 1963, quando la Fondazione Lerici di Milano eseguì un rilievo magnetometrico nell'area di Champorcher per stabilire se le mineralizzazioni superficiali colà riscontrate avessero una continuità nel sottosuolo... in seguito a tali rivelazioni fu caldamente consigliato alla Società Nazionale Cogne di proseguire le indagini nelle zone limitrofe dato che le anomalie magnetiche riscontrate indicavano chiaramente una prosecuzione della lente mineralizzata, tuttavia né rilievi geofisici, né sondaggi esplorativi vennero più realizzati in detta zona. Attualmente si ha ragione di temere che il minerale in vista nel giacimento di Cogne abbia una consistenza di circa 1.000.000 di tonnellate e il minerale probabile in zone non ancora completamente tracciate di 4.600.000 tonnellate circa.

Calcolando che la produzione media giornaliera raggiunge le 1.700 tonnellate di tout-venant al 20% di sterile, si può dedurne facilmente come la miniera di Cogne, vista al momento attuale, abbia una prospettiva che non va oltre i 10-15 anni.

A questo punto occorre fare due importanti con siderazioni: la prima è che la vita futura degli stabilimenti di Aosta sarà sempre più strettamente legata alle risorse della miniera di Cogne in quanto la moderna attività siderurgica si spiega solamente con una progressiva specializzazione nella fabbricazione di acciai particolarmente pregiati; la seconda è che le grandi risorse naturali africane e americane, nonché il costo dei noli marittimi fanno sì che le ubicazioni più convenienti dell'industria siderurgica riguardino esclusivamente i grandi porti commerciali e industriali della penisola. Per questo motivo la produzione della Società Nazionale Cogne, onde poter mantenere il suo prestigio in seno al mercato nazionale ed europeo, dovrà indirizzarsi sempre più verso la qualità che potrà darle un primato e l'unica garanzia in tal senso è oggi offerta dalla magnetite di Cogne e dalle probabili riserve non ancora accertate di cui è indispensabile indagare l'esistenza nelle formazioni geologiche che possono contenerne.

L'attività di ricerca deve essere considerata parte integrante nel normale esercizio di una miniera, perciò le spese relative alla ricerca non rappresentano mai un passivo per la società concessionaria, ma un investimento che ha moltissime probabilità di essere produttivo. Infatti se la ricerca giunge a risultati positivi, il vantaggio che la società ne ricava è ovvio; se, sfortunatamente, nonostante tutte le indagini possibili del caso, sì accertasse l'inesistenza di altre mineralizzazioni, la Società concessionaria potrebbe trarre da ciò utilissime indicazioni per la programmazione o l'eventuale trasformazione delle sue attività future potendo con ciò fare previsioni a lunga scadenza.

Ora, secondo il parere di numerosi geologi, esistono in Valle d'Aosta ampie zone che non sono ancora state perlustrate in dettaglio e che geologicamente sono favorevoli alla formazione di giacimenti di ferro; inoltre in tali zone vi sono numerose località che presentano tracce di mineralizzazioni di magnetite ed ematite, se non addirittura delle vere e proprie lenti affioranti (vedi Champorcher). Ritengo rischioso, per non voler affrontare la spesa di qualche centinaia di milioni, perdere già in partenza la possibilità di scoprire nuove fonti di ricchezza e salvaguardare non solamente la vita mineraria, ma l'avvenire industriale stesso della Regione della Valle d'Aosta.

Ho espresso brevemente quali siano i motivi che mi hanno indotto a richiamare sull'argomento così attuale la sua attenzione, giudico il problema di importanza basilare da un punto di vista economico, sociale, ma soprattutto umano. Ritengo, quindi, che non si debba lasciare nulla di intentato per la sua soluzione.

So benissimo di non aver presentato nulla di nuovo e di eccezionale, ma spero di rendere questa mia preoccupazione, la preoccupazione sua e di quanti hanno a cuore lo sviluppo e il progresso della nostra Valle.

A conclusione del mio esposto mi richiamo ad una frase felice espressa dall'Onorevole Del Bo nel corso della Conferenza in occasione dell'intervento dell'Alta Autorità della CECA per migliorare la produttività di Cogne. L'Onorevole Del Bo affermava: "Noi siamo di fronte alla necessità di far sì che una produzione siderurgica che è in possesso di una così preziosa ed esclusiva ricchezza qual è il minerale di Cogne possa diventare, in un breve giro di tempo, una produzione competitiva nel settore specifico degli acciai speciali essendo oltre tutto questa sino ad oggi l'unica sede in cui la Repubblica Italiana può procedere su scala qualitativamente soddisfacente alla produzione di acciai speciali"".

Un anno dopo, il 10 di ottobre del 1968, scrissi una seconda lettera e vi leggo solo un comma perché ricalca tutto quanto è stato detto nella relazione:

"Purtroppo, a tutt'oggi, il problema in oggetto non è stato considerato nel dovuto modo - anche se verbalmente ebbi modo di accennarne in alcune occasioni - ma sempre elusivamente. La mancata risposta alla mia richiesta è di secondaria importanza, ma il non aver affrontato il problema della ricerca potrebbe avere in futuro ripercussioni negative sullo sfruttamento, sull'attività e sul potenziamento delle miniere di Cogne."

E qui vorrei, se mi permettete, leggere solo i deliberati del Consiglio comunale di Cogne: la prima è la deliberazione n. 30 del 26 aprile 1969. Dopo le premesse, il deliberato approvato all'unanimità, richiede:

"1) che venga, da parte della Direzione della Società Nazionale Cogne, assicurato un più adeguato sfruttamento della miniera di Cogne in modo da ovviare al mancato ricupero di gran parte di minerale;

2) che venga modificato l'attuale sistema di sfruttamento in modo da rendere meno rischioso il lavoro per il personale addetto alla produzione nell'interno della miniera;

3) che vengano seriamente riprese le ricerche di nuovi giacimenti di minerale nella zona effettuando, come veniva fatto nel passato, i necessari sondaggi."

Dopo di ciò ci fu a suo tempo una Conferenza mineraria in quel di Cogne dove furono presenti tutti i sindacalisti, tutte le Organizzazioni sindacali e io, che ero stato invitato, andai ben volentieri. Dopo quella Conferenza, quella tavola rotonda, il Consiglio comunale di Cogne, preoccupato dalla situazione sempre più delicata e dell'occupazione e della continuità e dello sfruttamento, 1'11 novembre del 1974, all'unanimità, richiedeva:

"1) che venga da parte dell'Egam quanto prima possibile fissata la data dell'incontro già preventivamente considerato - questo si riferiva a quel famoso incontro per cui si doveva andare avanti sul programma delle ricerche e dello sfruttamento della miniera di Cogne -;

2) che venga da parte della Società Nazionale Cogne assicurato - come già richiesto nella citata deliberazione consiliare del 26 aprile 1969, quella che vi ho letto prima - un più adeguato sfruttamento della miniera con modifica dell'attuale sistema di coltivazione per rendere meno rischioso il lavoro del personale addetto alla produzione all'interno della miniera e che vengano seriamente riprese le ricerche di nuovi giacimenti minerari nella zona;

3) che quanto meno gli attuali servizi di trasporto del minerale da Cogne ad Aosta vengano mantenuti in perfetta efficienza essendo dubbiose la validità e la funzionalità di nuovi sistemi da adottarsi - qui è un nuovo problema che sta sorgendo -;

4) che venga assicurata l'attuazione di un organico sufficiente a mantenere lo sfruttamento della miniera e gli attuali livelli produttivi e la regolare organizzazione delle coltivazioni e dei servizi".

Ecco, io vi ho chiesto scusa ma era doveroso informare il Consiglio di quanto in passato su questo problema, con notevoli sforzi, si era cercato di portare avanti. Ora, cos'è che dobbiamo fare in questo settore? Quali sono le soluzioni? Quanto è stato richiesto nella riunione di alcuni giorni fa - e per l'esattezza nella riunione che ebbe luogo nel Salone delle manifestazioni il 6 giugno 1975 con le Organizzazioni sindacali, il Presidente della Giunta e le forze politiche - cioè portare avanti un discorso unitario per trovare una soluzione; questo mi sembra ovvio, perché? Perché se attualmente, con l'impegno di capitali, si dovesse addivenire ad una ricerca che dà dei risultati positivi, orbene su quella base si potrà fare un programma; diversamente sarà una ragione di più per programmare lo sfruttamento di questi tre milioni di tonnellate circa che esistono, al fine di avere un ciclo più lungo di sfruttamento della miniera e garantire, pertanto, sia l'occupazione a Cogne, sia, come conseguente anello della catena, l'occupazione degli stabilimenti siderurgici di Aosta.

In questo caso se, purtroppo, non dovessimo trovare altri giacimenti, abbiamo davanti a noi una decina anni e, pertanto, dovremo programmare una lunga scadenza di questo sfruttamento. Nel contempo dovremo studiare qualcosa per garantire ad una popolazione come quella di Cogne che tanto ha dato e continua a dare per la Valle d'Aosta una continuità di occupazione in quel di Cogne. Questo bisognerà vederlo in collaborazione con il Sindaco, con il Consiglio comunale di Cogne, con i Sindacati, con il Consiglio e con la Giunta regionale.

Per quanto riguarda il secondo problema: quello della Montedison, non ripeto quanto è già stato detto e ripetuto circa la questione delle 6 botteghe, delle 30 botteghe, eccetera. Intanto nessuno di noi ha accettato, Presidenza della Giunta compresa, la questione delle 6 botteghe, nessuno si è mai sognato, che mi risulti, di trattare la Valle d'Aosta da sola. Se noi accettassimo una conversione, anche se non di 6, solo di 2 o 3, il buon senso ci fa dire che, quando noi abbiamo dei posti di lavoro di un tipo di produzione per 60 - mi sembra che qualcuno abbia parlato di 60 lavoratori -, è evidente che se uno di questi settori venisse a mancare, non potremmo, dopo tre anni, partire e andare a un Ministero, dopo che abbiamo accettato questo tipo di programmazione, a dire che abbiamo sbagliato tutto. Questa è, infatti, la politica del salame: una fettina alla volta ci troveremmo per forza tutti quanti licenziati in base alla crisi che in ognuno di questi settori potrebbe verificarsi in futuro e ci troveremmo veramente a disagio, pertanto anche qui abbiamo sentito il Dottor Gritti che parlava di sostituzione programmata. Io penso che il Presidente della Giunta, quando parlava di programmazione, parlava di programmazione sì, ma a livello governativo, in base alla nostra partecipazione e non alla programmazione della Montedison; evidentemente la programmazione della Montedison quando propone la questione delle 6 attività da inserirsi in Valle d'Aosta... questo da noi non è stato accettato, di questo non se ne deve neanche più parlare, non possiamo neanche discuterne perché discuterne vuol dire accettare, dunque noi su 6 e su 36 non possiamo neanche perderci sopra un minuto perché tale programmazione non tiene conto delle nostre esigenze.

Il nostro punto di vista di partenza dovrebbe, pertanto, essere quello, oltre all'unitarietà, oltre alla partecipazione di tutte le Organizzazioni sindacali, eccetera, di puntare, se è possibile, di vedere di portare avanti un discorso perché ci sia un'unica società di produzione in quel di Châtillon e non la conversione con dei rigagnoli che a noi non danno nessunissima garanzia.

Ecco, io à vol d'oiseau ho detto quello che ritenevo di dover dire. Evidentemente, il Consiglio ne ha già preso atto, i lavoratori anche, abbiamo sentito e visto la posizione del Ministro all'Industria, Donat-Cattin, la quale è stata una posizione per noi favorevole; il Ministro aveva recepito benissimo le istanze dei lavoratori e della popolazione sia piemontese sia valdostana e, pertanto, abbiamo nel Ministro stesso un valido interlocutore, un valido collaboratore al fine di continuare a difendere i nostri posti di lavoro.

Ecco, noi abbiamo incominciato oggi una seduta, lo ripeto, su questi problemi - e questo lo dovevo dire perché lo penso - non possiamo fare delle polemiche su dei posti di lavoro di lavoratori che, purtroppo, si trovano già in difficoltà con il loro potere d'acquisto che sta scivolando ogni giorno. Dunque dobbiamo parlare di questi problemi perché questo ci unisce e solo se saremo uniti potremo difendere questi nostri amici valdostani, troveremo delle grandi difficoltà già se siamo uniti; dunque niente diritti di primogenitura e niente scaricabarili. Qui bisogna essere uniti non a parole, ma a fatti: io non ho parlato dei giudizi, delle dicerie e delle cose che sono state riferite su me stesso da parte di persone responsabili in questa sede; dunque bisogna evitare assolutamente di strumentalizzare, dobbiamo essere uniti, ma guai a chi si permetterà di strumentalizzare perché allora non faremo un servizio ai lavoratori e non saremo effettivamente quelli che in questo momento dobbiamo essere: i rappresentanti del popolo valdostano.

Se involontariamente ho detto delle cose inesatte o ho toccato la suscettibilità di qualcuno, chiedo scusa, ma, ogni qualvolta ci saranno delle polemiche in questo senso, mi riservo di prendere la parola e di chiarire quella che deve essere, a mio avviso, la linea da portare avanti al fine di affrontare, decidere, trovare le soluzioni a questi due problemi, che in questo momento tormentano così tanto da vicino tutti noi.

Jorrioz (P.S.D.I.) - Prima di dare la parola al Consigliere Monami, volevo solo portare a conoscenza dei Consiglieri che è stata installata una videocamera sul davanzale che riprende tutti quanti: chi interviene e chi non interviene, comunque mi pare che non sia ancora in funzione. La parola al Consigliere Monami.

Monami (P.C.I.) - Io inizierò dicendo che, non avendo l'animo del collezionista, non leggerò le relazioni o i discorsi che ebbi a fare nella mia lunga vita politica. Neppure, però, mi posso limitare ad essere d'accordo su un'unità di intenti di tutto il Consiglio regionale, perché solamente nella misura in cui saremo tutti uniti, tutti bravi, tutti sotto braccetto, risolveremo i problemi che ci stanno di fronte. Vorrei richiamare la vostra attenzione su quella riunione fatta nell'altra sala davanti ai minatori di Cogne, quando ogni Gruppo consiliare aveva, unanimemente, preso atto di questa preoccupante situazione dicendo che ognuno di noi era disponibile a fare tutto ciò che era necessario perché il dramma non avvenisse. Eh beh, però, dico che se noi ci limitassimo a questo e non andassimo ad individuare anche le responsabilità che stanno a monte di questa situazione, direi che non faremmo né gli interessi dei lavoratori, né soprattutto riusciremmo a fare chiarezza sul perché certe situazioni si sono create e perché i lavoratori, gli operai sono chiamati a lottare così duramente per difendere il loro posto di lavoro. Certo noi quindi siamo d'accordo sull'appello all'unità di intenti delle forze politiche qui presenti fatte dal Presidente della Giunta, ma non possiamo non affermare e non ricordare anche che il 15 giugno - lo si voglia o no - è stata una data importante che deve aver suggerito alle forze politiche che qualche cosa deve essere cambiato nel nostro Paese. Il 15 luglio del 1975, cioè pochi giorni fa, gli elettori hanno detto che così non si può più andare avanti, gli elettori hanno detto che queste cose vanno cambiate e che va cambiato sostanzialmente il modo di fare politica, che va sostanzialmente cambiato il modo di amministrare, che va sostanzialmente cambiato il rapporto fra le forze politiche che operano nel nostro Paese e bisogna iniziare ad amministrare e a fare politica in modo più rigoroso, con maggiore moralità, con maggiore onestà, soprattutto perché credo che alla base della nostra attività debba sempre esistere ed essere presente l'esigenza, la necessità, le istanze dei lavoratori e delle forze lavoratrici del nostro Paese e della Valle d'Aosta. E beh, se noi non dicessimo questo, diremmo che le cose avvengono e passano nel nostro Paese senza nulla modificare, senza nulla richiedere di nuovo ai responsabili della vita politica della Regione.

Io volevo intrattenermi un pochettino più a lungo non tanto sulla questione della Montefibre e della Montedison, su cui già alcuni colleghi hanno parlato, compreso il Compagno Dolchi, intendevo intrattenermi un po' più a lungo sulla questione della Società nazionale Cogne, ma ritengo che lo farò se me ne sarà dato il tempo in questo dibattito, lo farò, probabilmente, in un secondo intervento. Mi preoccupava adesso invece affermare alcune altre cose, pur non soffermandomi soltanto sulla questione della Cogne, che ritengo di conoscere meglio e ne posso parlare con maggior competenza. Vorrei proprio riprendere il discorso sugli avvenimenti recentissimi e su quelle che io ho chiamato le responsabilità e non dirò certo che la colpa è tutta del Presidente Andrione, ritengo che scendere in una polemica di questo tipo poco apporti al nostro contributo, ma non posso però non richiamare l'attenzione dell'attuale maggioranza e non ricordare ai colleghi dell'Esecutivo che non si può, dicevo, più andare avanti così facendo la politica del giorno per giorno e risolvendo i problemi quando essi diventano brucianti e scottanti. Dobbiamo porci, con la collaborazione naturalmente di tutti, nella condizione di operare conoscendo la realtà valdostana e soprattutto precostituendo quelle linee generali su cui intenderemo camminare per due, tre, quattro, cinque anni, linee che possono anche essere modificabili nel tempo ma che debbono rimanere la base della nostra azione politica quotidiana.

Noi nella passata maggioranza, nella maggioranza di cui facevamo parte, avevamo con insistenza chiesto che si dibattesse, si discutesse e si facesse un documento sul piano di sviluppo regionale, lo abbiamo richiesto ai nostri amici dell'allora maggioranza, siamo riusciti a fare un documento che, allora, abbiamo detto essere ancora pieno di ombre, anche se aveva molte luci. Abbiamo appassionatamente discusso per una giornata in questo Consiglio e abbiamo concluso prima della pausa estiva dei lavori del Consiglio regionale del 1974 con impegno unanime di riprendere il dibattito alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva. Beh, dobbiamo constatare che da allora più nessuno, salvo alcune nostre insistenti richieste di ritornare su questo argomento, ha parlato e si è preoccupato di tirare fuori dal cassetto quel progetto di piano di sviluppo che la passata maggioranza aveva preparato e che doveva essere oggetto di dibattito, di confronto, di scontro se necessario, ma perché questo venisse finalmente alla luce, perché l'Amministrazione regionale avesse con questo documento tutte le condizioni politiche per potersi dettare una via da seguire.

Settembre, ottobre e novembre sono stati mesi di crisi: è subentrata una nuova maggioranza che - ed è il rimprovero che adesso faccio, ed è un rimprovero di carattere politico - ha lasciato quel documento nel cassetto, non lo ha rispolverato, non lo ha sottoposto a dibattito, non lo ha rimesso al confronto dell'opinione pubblica valdostana, dei suoi dirigenti politici, dei suoi amministratori, ha taciuto su quelli che, secondo noi, debbono essere i presupposti per cambiare il modo di far politica, per cambiare il modo di amministrare la nostra Regione.

Ritengo che se noi vogliamo fare un discorso serio su queste cose, non possiamo limitarci al discorso della Montefibre o dell'Egam-Cogne su cui dicevo, credo, penso, di potermi intrattenere in un altro intervento, non possiamo non dare uno sguardo a tutto quello che sta succedendo nella Valle d'Aosta, che è poi una conseguenza riflessa di quella che oramai è conosciuta in Italia come la Caporetto economica della Democrazia Cristiana, la Caporetto del sistema economico creato e prodotto dalla politica del Ministro Colombo e di tutto il Governo Democristiano, che da 30 anni, amico Mappelli, governa il nostro Paese, alcune volte con il sostegno e l'aiuto delle forze di Centro, alcune volte con l'aiuto e il sostegno delle forze di Destra. Noi in Valle d'Aosta siamo vittime e questo stato di cose si riflette anche nel settore della chimica, sulla Montefibre hanno già parlato i colleghi, ma c'è anche la Morgex-Carbo, a proposito della quale si dice: "stabilimento non competitivo per le sue dimensioni e capacità produttive e che è bloccato dal Comune di Morgex, secondo me, giustamente, fin quando non si risolve quel problema, un progetto di sviluppo soltanto e solamente, ed è importante il fatto, perché è uno stabilimento fortemente inquinante; anche in quello stabilimento, quindi, abbiamo riduzione di orario e cassa integrazione. Nel settore metalmeccanico operano anche l'INVA e l'ex Guinzio & Rossi; ebbene, abbiamo controllato, come Amministrazione regionale, in che modo è stato portato avanti il processo di ristrutturazione di quel complesso malgrado abbia ottenuto 500 milioni di finanziamento agevolato e ne dovrà avere, credo, ancora 70, per un corrispettivo, quindi, di mezzo miliardo circa, mi consenta un milione più un milione meno il Signor Presidente.

Noi abbiamo esercitato il nostro controllo sulla ristrutturazione di quello stabilimento, tant'è vero che in quello stabilimento è diminuita la produttività, che è stata assorbita soltanto con dei lunghi ponti e si parla di pericolo imminente di messa in cassa integrazione di un certo gruppo di operai. Quanto alla Metallurgica di Pont-Saint-Martin, qui gli azionisti di questa piccola società si rifiutano di effettuare investimenti nuovi per la trasformazione tecnologica di questo piccolo stabilimento che oramai è superato nel tempo tecnologicamente e organizzativamente; ebbene, questo stabilimento sta per chiudere o se non chiude, è minacciato da chiusura ed è minacciato anch'esso da orario ridotto e da cassa integrazione.

Quanto alla Genisio, essa tende a spostare il suo stabilimento a Castellamonte perché ritiene la sua condizione e la sua posizione in Valle d'Aosta non sufficientemente remunerative. I lavoratori, una parte almeno della Tecno-Cogne sono in cassa integrazione. Le cose sembrano, invece, andare meglio alla Sadea di Verrès, quest'ultima meriterebbe un discorso a parte - e lo farò se effettuerò l'intervento relativo alla Cogne mentre abbiamo, per contro, ancora situazioni difficili nel settore dell'alimentazione con una ridotta attività stagionale della SIB.

Abbiamo anche nel settore manifatturiero-tessile alcune chiusure di piccole aziende tipo la Valgioc, il pericolo imminente che grava sull'Appel e una ristrettezza di attività forte e grossissima nel settore dell'edilizia provocato, certamente, anche dalla caduta della domanda a causa delle restrizioni creditizie. Questo fatto determina, conseguentemente, crisi in altri settori tipo quella della produzione dei materiali da costruzioni, quella del settore della lavorazione del legname e quella dell'impiantistica idraulica ed elettrica.

Ecco questo è il quadro generale che abbiamo davanti nella Valle d'Aosta che, dicevo, è conseguente al riflesso di quella Caporetto economica provocata dal malgoverno di 30 anni della Democrazia Cristiana e non possiamo, quindi, limitarci al problema della Montedison e della Montefibre, anche se è importante e grave. Non possiamo non aprire gli occhi davanti a questo quadro nero e che diventerà ancora più nero perché esperti economicisti hanno detto che non siamo fuori del tunnel della crisi - contrariamente a quanto afferma il Ministro Colombo, e lo affermava 15 giorni fa per ragioni elettorali - ma siamo nel pieno di tale tunnel e, per quanto riguarda la produzione degli acciai, si uscirà dal tunnel della crisi probabilmente non prima del novembre e del dicembre del 1975.

Ecco, allora se teniamo presenti queste cose, non possiamo non ritornare sul discorso di carattere politico più generale, noi ci troveremo qui ad affrontare ogni volta che il Presidente ci convoca o che qualche nostra mozione richiama l'attenzione del Consiglio a discutere sui problemi della Montefibre, della Montedison, dell'Appel, della Metallurgica di Pont Saint Martin e di tante altre aziende, ma proprio perché non destiniamo mai una parte del nostro lavoro, una parte della nostra attività di Consiglieri regionali a studiare come impostare una nuova politica perché questi fatti non abbiano più a prodursi o che avvengano per ragioni del tutto eccezionali perché abbiamo elaborato un piano con il quale fare fronte a queste cose.

Ebbene, secondo me, possiamo porci alcuni obiettivi, ed era questo l'aspetto più importante che volevo mettere in evidenza: vogliamo e dobbiamo recuperare il tempo perduto, tempo perduto anche per colpa di questa maggioranza, di quest'Esecutivo che siede al governo della Regione; recuperare questo tempo perduto con alcune proposte a breve, a medio e a lungo termine. Intanto sono perfettamente d'accordo con le proposte già fatte e avanzate a breve termine che il Governo regionale e il Consiglio regionale si impegnino con delle possenti, massicce, preparate delegazioni per discutere a livello di Governo, a livello di Presidente del Consiglio dei Ministri e non limitarsi soltanto a livello di Ministri delle Partecipazioni Statali o del Lavoro a seconda delle esigenze e delle necessità. Occorre porre seriamente e immediatamente a quelle Autorità la responsabilità di risolvere il problema della Montedison nel quadro del piano chimico nazionale e non secondo le proposte fatte dalla Montefibre e per risolvere problema dell'Egam?Cogne, che, credete, non è del tutto roseo.

Dobbiamo con tutta la nostra autorità, con tutta la nostra forza e, se abbiamo ancora dei margini di credibilità nei confronti dell'opinione pubblica, questi margini di credibilità dobbiamo usarli per essere mezzo e strumento di appoggio e di incitazione alle lotte e alle azioni dei sindacati e della classe operaia che si batte per difendere il proprio posto di lavoro. Ecco, gli obiettivi immediati su cui si dovrebbe discutere e ci dovremmo porre, a più lungo termine dobbiamo riprendere il dibattito sul piano di sviluppo regionale: quel piano che noi abbiamo sollecitato e abbiamo portato qui all'attenzione del Consiglio regionale, che ora giace in un cassetto. Dobbiamo, attraverso quelle indicazioni, preparare una programmazione democratica, nella quale deve trovare posto l'azione delle aziende a partecipazione statale, in modo particolare e principale l'Egam Cogne. Dobbiamo parlare non solo del piano di sviluppo e del piano di programmazione ma della politica di investimenti che la Regione è disposta ad effettuare e può e deve fare nei settori necessari per lo sviluppo della vita economica della Regione. Dobbiamo discutere sulle scelte politiche, sul piano economico e sociale della nostra Valle e cioè sul piano delle riforme: la riforma sanitaria, la riforma dei trasporti, la riforma della casa, anche questi come strumento di sollecitazione a una ripresa economica della vita regionale.

Ecco, se noi prendiamo come base di dibattito queste indicazioni, non nell'immediato, ma a medio termine, possiamo porci anche altri obiettivi che possono essere, se volete, ambiziosi ma che io pongo come elemento di dibattito e di discussione. Noi siamo una Regione che gode, per il nostro modo di amministrare, forse, di un certo rispetto nel nostro Paese. La Valle d'Aosta è considerata, ed era stata considerata in passato, una Regione seria; ebbene, noi dobbiamo preoccuparci di non distaccarci dai problemi di carattere nazionale se non vogliamo essere vittime degli errori che in quel campo si formano e possiamo, per esempio, farci promotori di Conferenze nazionali sulla funzione del piano chimico nazionale nella Valle d'Aosta, delle Conferenze nazionali sulle funzioni dell'Egam-Cogne e delle aziende di Stato e nel Paese e nella Valle d'Aosta e dobbiamo anche non dimenticarci, secondo me, di convocare delle Conferenze regionali perché la gente, i lavoratori, gli operatori economici, i commercianti, gli artigiani, i professionisti, i politici possano discutere, intervenire, portare il loro apporto, che molte volte è costruttivo per la soluzione dei problemi che ci stanno di fronte. Dobbiamo, inoltre, con la nostra autorità, con l'autorità che ci deriva dall'essere degli eletti, pretendere che le aziende di Stato - e qui in Valle d'Aosta sono le maggiori operatrici economiche - siano sottoposte al controllo del Parlamento, ma siano anche sottoposte al controllo delle Regioni in cui queste aziende di Stato operano con un controllo di eletti del Parlamento, di eletti del Consiglio regionale e non soltanto degli eletti di determinati Partiti che di questi grossi strumenti economici ne fanno delle grossi basi di carattere elettorale. Ecco, se noi poniamo alla base del nostro dibattito un'impostazione di questo tipo, può darsi che daremo un nostro modesto contributo a far sì che le cose non abbiano a ripetersi nel modo in cui si sono avverate.

Concludo questo mio primo intervento non tanto per amore di polemica - e può anche essere considerata polemica quella che andrò facendo - ma, quando io dicevo che è necessario sottoporre le aziende di Stato al controllo del Parlamento e delle Regioni, mi sia consentito di ricordare a voi tutti che il giorno prima delle elezioni alla Cogne sono avvenuti dei cambiamenti nel massimo posto dirigenziale dell'Egam-Cogne e anche della Cogne - e qui faccio un po' di autocritica perché in un comizio ho sostenuto che il problema del Direttore della Cogne, del Direttore degli Stabilimenti centrali si sarebbe risolto ad elezioni avvenute per accontentare appetiti delle correnti più forti di certi Partiti - debbo farmi l'autocritica perché il Direttore è stato nominato alla vigilia delle elezioni proprio perché, forse, quella corrente temeva che il risultato non le fosse stato favorevole, quindi ha accaparrato il potere nel momento in cui le è stato possibile così ha nominato Presidente dell'Egam-Cogne il Professor Manuelli, una persona che io non conosco, contro la quale non ho nulla. Certo, il Professor Manuelli, dall'alto dei suoi 69 anni, può avere molta esperienza, ma non so quanta durata potrà avere alla Direzione di questo organismo, mentre contemporaneamente mantiene e detiene la Presidenza dell'Italsider. Io ritengo, se vogliamo veramente operare in questa direzione, che dobbiamo sottolineare che, ancora una volta, si è usato il Sottogoverno in questo modo e si è lottizzato il potere da parte della Democrazia Cristiana dando quest'alta carica a chi? Lo scrive il "Corriere della Sera", un giornale non certo sospetto di cripto Comunismo o di antidemocrazia cristiana: "il neo-Presidente dell'Egam è considerato un Democristiano di provata fede, con decise simpatie per il Segretario del Partito Fanfani e viene da una Società, la Finsider, che è un vero paradiso del Sottogoverno democristiano, nel Consiglio di Amministrazione troviamo infatti: Giuseppe Arcaini, Presidente dell'Italcasse; Mario Dosi, Presidente dell'INA; Ruggero Lombardi, rappresentante della Democrazia Cristiana nei Consigli di amministrazione di numerose società ed Enti pubblici; Vittorio Vaccari, esponente dell'U.C.I.D. (Unione Cristiana dei Dirigenti di impresa), della cui Sezione romana il Manuelli è anche Vice Presidente - eccetera - questo Signore ha contatti anche con il Vaticano - ed è sempre il "Corriere della Sera" a rivelarlo - noi non abbiamo nulla in contrario che Manuelli intrattenga contatti con il Vaticano, perché suo figlio è stato uno dei giovani di fiducia di Sindona e collaboratore della Finanziaria che cura gli affari del Vaticano".

Ora, amici e colleghi della Democrazia Cristiana, può essere sembrata polemica la mia, ma è una realtà di fatto, dalla quale è necessario uscire, da questa logica della lottizzazione dei posti di potere è necessario uscirne perché tutti questi posti siano affidati a persone capaci e responsabili nominate e dal Parlamento, e dalla Regione, e non dal Segretario della Democrazia Cristiana, Fanfani, il giorno prima delle elezioni per timore che queste si risolvessero male come si sono risolte quelle del divorzio e le elezioni sarde.

Non siamo stati dei cattivi profeti, abbiamo indovinato e, sulla scorta di questo risultato elettorale, noi invitiamo i colleghi della Democrazia Cristiana a fare qualche volta, come facciamo noi, un'ampia autocritica e invitiamo, alla luce di questi risultati elettorali, l'attuale maggioranza e l'Esecutivo a riprendere quei discorsi necessari, importanti, fondamentali per la vita della Regione che da sei mesi sono stati abbandonati.

Ecco, queste sono le critiche politiche che volevamo farvi da parte Comunista, e richiamare voi tutti alla responsabilità di governo che avete per non permettere ancora che, in futuro, si abbia a discutere dei problemi soltanto quando gli operai, le Organizzazioni sindacali li denunciano e quando davanti ad essi, forse, non c'è più soluzione. Se non vogliamo trovarci davanti a questi casi, amici della maggioranza, amici dell'Esecutivo, riflettete e riprendiamo i discorsi su questi problemi importanti per la vita economica della Valle d'Aosta.

Jorrioz (P.S.D.I.) - Ha chiesto la parola l'Assessore Fosson.

Fosson (U.V.) - Io non vorrei fare assolutamente in questa occasione della polemica perché non è proprio il caso, non vorrei rispondere sui punti particolarmente politici che sono stati toccati dal Consigliere Monami perché penso che il Presidente della Giunta riprenderà la parola e potrà quindi rispondere ai vari punti che sono stati toccati.

Sulle critiche politiche che si possono fare dirò brevissimamente che, in parte, possono essere accettate, ma siccome nel discorso che si fa in quest'aula si cerca sempre di rovesciare il problema - e, probabilmente, in questo momento viene comodo di rovesciarlo - sulla maggioranza attuale, che, d'altra parte, è da sei mesi che è qui, era una Giunta a termine, quindi è durata, forse, di più di quello che si pensava all'inizio.

Quando si parla della parte programmatica, mi sembra che questo appunto non debba essere fatto alla Giunta attuale perché, eventualmente, la responsabilità di non aver portato avanti una programmazione è un qualche cosa che deve essere imputato alla maggioranza che c'era in precedenza. Questo non per fare della polemica, ma, praticamente, cosa si è fatto? Il Consigliere Monami ha voluto ricordare quel piano di sviluppo che è stato discusso in quest'aula sostenendo che quello era uno schema su cui bisognava lavorare perché non c'era niente, c'erano molte cose da rivedere e molte cose da discutere, ma se noi andiamo un po' indietro nel tempo mi pare che il Consiglio regionale aveva deciso e incaricato degli studiosi di preparare tutto un dossier sulla programmazione, questi volumi è da tre anni che sono stati trasmessi a tutti i Consiglieri e mi sembra che, in questi tre anni non si sia fatto niente in fatto di programmazione.

D'altra parte, proprio presentando il bilancio, ho avuto anche occasione di toccare questo argomento e, quindi, non voglio, in questo momento, dilungarmi, ma è solo per mettere a punto questa cosa, perché noi siamo perfettamente convinti, almeno per conto mio, sono perfettamente convinto che bisogna arrivare ad un piano di sviluppo che sia discusso attraverso tutte le forze politiche, sindacali in maniera che la Regione sappia quale indirizzo deve avere. Su questo punto, quindi, siamo perfettamente d'accordo, accettiamo tutte le critiche, perché la critica costruttiva deve essere sempre accettata e non siamo qui per respingere le critiche, ma non possiamo però accettare che il Consigliere Monami dica che, in questi mesi, doveva essere portato a termine quello che non è stato portato a termine in tre anni in precedenza.

Speriamo che ci siano delle Amministrazioni più efficienti che possano portarlo avanti, ma questo ho voluto dirlo solo per rilevarlo. Non vado a vedere gli altri argomenti puramente politici perché, praticamente, quando si parla, bisogna iniziare a fare una politica con maggiore onestà. Siamo tutti d'accordo anche su questo punto e credo che non abbiamo aspettato il 20 giugno 1975 per sostenere queste cose perché le abbiamo dette in tutte le circostanze in cui abbiamo avuto la possibilità di prendere la parola in certi casi specifici. Il nostro Movimento ha sottolineato sempre la questione dell'onestà e della moralizzazione della via pubblica, vedendo molte volte dei sorrisi, anche ironici, da parte di altre forze politiche e sentendoci anche ribattere che non dovevamo fare troppo i moralisti in quest'aula perché non era tempo di farlo; questa osservazione non è indirizzata al Consigliere Monami, intendiamoci, tanto per la precisione. Sulla questione dell'onestà, pertanto, credo che non è verso di noi che si debba fare un appunto in questo senso.

Fatta questa breve premessa, ora io vorrei venire, invece, al problema della Montefibre e al problema dell'Egam-Cogne, perché devo pur ribattere certe cose, chiedo scusa ai Consiglieri se qualche volta dovrò ripetermi, perché molte volte si ripetono certe accuse o si fanno delle dichiarazioni che vanno rettificate e, per rettificare queste accuse o per rettificare queste affermazioni, è necessario ricollegarci a dei testi ufficiali, a dei verbali ufficiali, a delle cose dette da noi in quest'aula.

Quanto alla questione della Montefibre, mi sembra che la richiesta, particolarmente, delle Organizzazioni sindacali che noi condividiamo, che è stata condivisa anche dal Presidente della Giunta è quella di avere un incontro di tutte le forze politiche della Regione - unitamente alle Organizzazioni sindacali, ai rappresentanti del Consiglio di Fabbrica della Montefibre, al rappresentante dei Comuni interessati che, quindi, potrebbe essere il Sindaco del Comune di Châtillon che è il più diretto interessato - con il Presidente del Consiglio dei Ministri e con i Ministri interessati per mettere a fuoco, una volta per tutte, la questione della Montefibre, che è inquadrata nel programma chimico nazionale.

Io non starò a ripetere quello che è già stato sottolineato da diversi altri perché sono perfettamente consenziente su questo punto. Mi sembra che bisognerà solo vedere, dal punto di vista pratico, perché questa era stata un po' la questione che era stata discussa nell'ultima riunione che avevamo avuto con le Organizzazioni sindacali, con i rappresentanti del Consiglio di Fabbrica, con il rappresentante del Comune di Châtillon, presenti i Consiglieri regionali che fanno parte della Commissione speciale che è stata nominata per la Montefibre, presente il Presidente della Giunta: si era visto che, ad un certo momento, le Organizzazioni sindacali avevano paura che questa richiesta di incontro fosse fatta esclusivamente dall'Esecutivo della Regione oppure dal Consiglio regionale.

Mi sono permesso di dire allora che la richiesta di questo incontro dovrebbe, secondo me, partire o dal Consiglio regionale, o dall'Esecutivo d'accordo con tutte le Organizzazioni sindacali: è un particolare puramente formale che deve essere però approfondito un attimo perché le Organizzazioni sindacali non abbiano la sensazione che noi le vogliamo scavalcare; questa è stata una richiesta pressante e, quindi, gli si è data l'assicurazione in questi termini.

Un momento fa il Consigliere Monami faceva una panoramica sulla situazione occupazionale della Valle, che non è certamente rosea e che non si ferma al problema Montefibre e al problema della Cogne, ma investe tutte quelle altre industrie che attualmente hanno del personale in cassa integrazione o che hanno delle prospettive a breve termine di chiusura. Questo problema generale, quindi, deve essere affrontato, deve essere tenuto presente ma mi pare - e mi pare che anche il Consigliere Monami abbia messo la questione su questo punto - che ci sono delle questioni a lungo termine e altre che sono impellenti e che sono a breve termine.

Le questioni a breve termine sono quelle di poter far ascoltare la voce della Regione, delle Organizzazioni sindacali per quanto concerne la Montefibre, che è una questione impellente, e per quanto concerne la Cogne-Egam.

Ora, anche su questo punto e senza amore di polemica vorrei confutare leggermente il Consigliere Dolchi che, ad un certo momento, ha affermato che non possiamo non concordare con il Consiglio di Fabbrica che ci rimprovera di aver avallato i programmi della Cogne e con il Consigliere Mappelli, che anche lui sostiene che nessuna voce si è levata contro l'istituzione dell'Egam. Vorrei solo ricordare al Consigliere Mappelli che, praticamente, il Consigliere Dolchi in una riunione sindacale di pochi giorni fa, proprio su questo argomento, ha dato onestamente atto in piena assemblea che effettivamente da parte nostra avevamo sollevato diverse obiezioni sull'inquadramento della Cogne nell'Egam rifacendoci all'opposizione che, fin dal dopo la Liberazione, noi avevamo fatto, in quel momento, all'inquadramento della Cogne nell'IRI. Ora, se avevamo fatto un'opposizione all'inquadramento della Cogne nell'IRI, tanto più facevamo un'opposizione all'inquadramento della Cogne nell'Egam perché vedevamo - e i fatti stanno dandoci ragione - che il creare un nuovo Ente che raccoglieva queste industrie siderurgiche, tutte le industrie minerarie, e, con queste, raccoglieva tutte le industrie dissestate che avevano diverse attività; ritenevamo che questo fosse un Ente inutile, una dispersione di fondi e praticamente avevamo un altro problema che a noi stava a cuore: quello dell'indipendenza della Cogne per diverse ragioni che forse è troppo lungo, in questo momento, spiegare. Pensavamo che, nell'interesse dei lavoratori e nell'interesse dell'economia regionale, la Cogne dovesse rimanere indipendente pur essendo sempre un'azienda di Stato; queste obiezioni noi le abbiamo fatte con le Organizzazioni sindacali, le abbiamo espresse in tutti i modi che potevamo nel Consiglio regionale e le abbiamo anche esposte direttamente al Ministero delle Partecipazioni Statali quando avevamo avuto un incontro tra Organizzazioni sindacali e Dirigenti dell'Egam e dinanzi al Presidente Einaudi e ai Consiglieri, che siedono ancora su questi banchi e in quell'occasione mi sono permesso personalmente di dire quello che pensavo sulla questione dell'Egam, sollevando una certa meraviglia da parte del Segretario Principe che diceva: "ma voi non avete l'idea che l'inquadramento della Cogne nell'Egam sarà quello che permette, invece, la salvaguardia dell'occupazione, la salvaguardia di tutte le lavorazioni e via dicendo".

I fatti, purtroppo, oggi stanno dando ragione a quello che noi avevamo detto e, quindi, quando noi parliamo di avallare tutti quelli che erano i programmi della Cogne - ed è qui che io vorrei rifarmi a precedenti dichiarazioni, e chiedo scusa, ma è inutile che io ripeta con altre parole quello che è già stato detto mi sembra tre o quattro anni fa in quest'aula - e dicevamo appunto allora: "D'altra parte se si considera che la Società Nazionale Cogne è totalmente di proprietà dello Stato, che svolge la maggior parte della sua attività nell'ambito della Regione Autonoma della Valle d'Aosta e che questa sua attività rappresenta la fonte principale su cui si basa l'economia della nostra Regione, è chiaro che l'Amministrazione regionale non può disinteressarsi dell'andamento della Società Cogne, anzi non solo ha il diritto, ma anche il dovere di conoscere la situazione economica e produttiva e le prospettive di sviluppo". Dirò di più: la Regione, senza naturalmente interferire nella conduzione dell'Azienda, ha il diritto e il dovere di concorrere, anche in base ai compiti ad essa assegnati dalla programmazione, alla elaborazione dei programmi di massima della Società Nazionale Cogne, poiché tali programmi costituiranno sempre la base della programmazione regionale.

Vi faccio grazia di altre cose, ma ci sono al tre affermazioni nel senso di quelle che erano le nostre indicazioni che erano in contrasto con il programma della Cogne, che poi è andato avanti, come vedremo, e noi sostenevamo che - e mi indirizzo particolarmente a chi conosce problemi della Cogne - il campo degli acciai speciali, per le ragioni a cui ho fatto cenno, avrebbe dovuto essere in gran parte riservato alla Cogne dalla programmazione nazionale e, conseguentemente, avrebbero dovuto essere garantiti alla Società Nazionale Cogne i finanziamenti necessari per affrontare e risolvere i vari problemi connessi a tale indirizzo produttivo non dimenticando la possibilità di giungere anche qui in Valle d'Aosta a delle lavorazioni finite a valle della Cogne con industrie dipendenti dalla Società o collaterali in modo da aumentare in questo senso il fatturato.

E siccome in quella sede, quando facevamo quella discussione, avevamo appreso, solo in quel momento, almeno noi, quello che era un indirizzo della Società: fare degli Stabilimenti al Sud. Dicevamo che l'annuncio che la Società pensa di intraprendere da sola, o in partecipazione con altri Gruppi finanziari, la creazione di un nuovo Stabilimento nel Sud per la fabbricazione di acciai speciali e ultra speciali per l'industria aeronautica è la dimostrazione più lampante che, nei programmi previsti dalla Società Nazionale Cogne, non si è tenuto e non si tiene alcun conto dei preminenti interessi della nostra Regione nell'attività di detta Società. Ci si prepara, in una parola, a disinvestire dalla nostra Regione per investirlo in altre zone, un capitale prezioso che si è formato nel tempo attraverso la formazione di maestranze qualificate, attraverso l'esperienza, attraverso mille fattori. Ripeto che, secondo noi, la produzione della Cogne avrebbe dovuto essere potenziata soprattutto nel campo degli acciai speciali, ma mentre l'Avvocato Einaudi, in sede di commissione consiliare, ebbe a dire che la Cogne pensa di incrementare la produzione degli acciai speciali ad Aosta; oggi sentiamo, da un'altra parte, che è nelle intenzioni della Società Nazionale Cogne di costruire un apposito stabilimento per la produzione di acciai speciali nel Sud dell'Italia.

Questa è una delle incongruenze che noi, come Consiglieri regionali, dobbiamo sottolineare e contro una simile, iniziativa dovremo vedere tutto quello che sarà possibile fare per contrastarla. E giustificando i motivi che portavano a questo, cioè il collegamento con le miniere, con una produzione limitata di minerale e, quindi, una durata più lunga delle miniere per produrre esclusivamente degli acciai speciali e, quindi, un fatturato molto più alto invece di andare sulla quantità, e alla fine allora ponevamo anche un punto fermo: prima di tutto io sono d'accordo con chi ha affermato che il Consiglio regionale deve poter dire la sua sul programma della Cogne. Nel mio intervento ho cercato di chiarire, seppur brevemente, i motivi per cui per dire la nostra su certe scelte forse siamo già in ritardo, ma ci saranno ancora, in futuro, delle nuove scelte da fare e allora noi dovremmo poter dire la nostra. Si chiede la nostra collaborazione per avere dei finanziamenti e noi siamo perfettamente d'accordo che è necessario che la Cogne possa contare su altri finanziamenti, del resto il Presidente del Consiglio Caveri ha già aderito, a nome del nostro Gruppo consiliare, alla proposta fatta stamane di costituire un'eventuale delegazione unitaria per sottoporre i problemi della Cogne all'esame dei competenti organi dello Stato.

Noi dobbiamo dire però con molta chiarezza che siamo d'accordo ad appoggiare la richiesta della concessione di questi finanziamenti alla seguente condizione: che il Consiglio regionale non continui ad essere estraneo alle decisioni più importanti che riguardano la Cogne e possa portare, in seno alla Società Nazionale Cogne, la sua voce in modo da poter armonizzare e difendere i preminenti interessi che noi abbiamo il dovere di difendere, cioè quelli dei lavoratori della Cogne e della popolazione della Valle d'Aosta. Noi quindi abbiamo visto questi pericoli e qui non per amor di polemica, lo dico chiaramente, ma in quel momento, forse proprio da quei banchi, c'era una visione diversa, c'era una visione nazionale.

Non è per polemica quindi, intendiamoci su questo, ma è una cosa che ad un certo momento dovremo affrontare ancora, se si sarà ancora in tempo. Noi non dicevamo che non si debba investire al Sud: è questo, ad un certo momento, che è stato frainteso, non dicevamo che non si debba fare una politica del Mezzogiorno e investire al Sud, ed è quello che io vorrei precisare qui: il mio disappunto in quel momento per le affermazioni che venivano dai banchi dei Comunisti e dei Socialisti, secondo cui noi non dovevamo permetterci di non dichiararci d'accordo per un investimento al Sud per gli acciai speciali. Ma, secondo noi, si faccia qualunque cosa al Sud - lo faccia pure l'Egam visto che oramai l'Egam c'è - ma non gli acciai speciali, visto che, praticamente, avallare la questione degli acciai speciali al Sud vuol dire assolutamente diminuire la possibilità di lavoro e già avere una linea di degradazione delle lavorazioni di Aosta, come del resto sostenevamo - e l'abbiamo sostenuto qui - che, nel momento in cui Einaudi diceva che voleva potenziare lo Stabilimento di Aosta, si arrivava a spostare le macchine - com'è stato ricordato dal Consigliere Pollicini - a Vittuone e a Scafati per portare via delle lavorazioni che prima si facevano qui. Ora, a Vittuone si è trovata la scusa di dire: "lavoriamo anche gli acciai della Breda", e questa è stata la gherminella, praticamente, però, anche gli acciai della Cogne sono andati ad essere lavorati a Vittuone. Quindi questa, e in questi termini, era la confutazione a questa dichiarazione, vorrei proprio ricordarla affinché non ci siano dei malintesi, perché desidero essere molto preciso e proprio, dopo gli interventi dei vari altri oratori, dei vari altri Partiti, io sostenevo: dopo certe affermazioni che ho sentito fare in quest'aula vorrei ancora una volta richiamare, in modo particolare, l'attenzione dei Consiglieri regionali su un punto che io mi ero già permesso di sottolineare nel corso del mio precedente intervento quando avevo commentato il piano di sviluppo della Cogne illustrato dal Consigliere Ramera.

Ebbene, siccome tanto il Consigliere Germano quanto l'Assessore Milanesio, entrambi a nome dei rispettivi Gruppi consiliari del P.C.I. e del P.S.I., nei loro successivi interventi si sono dichiarati favorevoli alla costruzione di uno stabilimento Cogne nel Sud d'Italia per la produzione di acciai speciali e hanno dato per scontato quell'iniziativa, io richiamo nuovamente su di essa l'attenzione dei Consiglieri regionali perché la sua realizzazione sarebbe il principio della fine per noi. Questa mia affermazione non è dettata da motivi campanilistici, ma ha soltanto lo scopo di rivendicare agli Stabilimenti Cogne di Aosta quel tipo di produzione che ha avuto la sua culla ad Aosta. Se la Cogne deve fare qualche cosa nel Sud, faccia altro che non sia un'acciaieria per la produzione di acciai speciali.

Ho ritenuto opportuno insistere su questo punto perché sarebbe autolesionismo da parte nostra il lasciar passare inosservata, in sede di Consiglio regionale, la notizia di una simile iniziativa della Cogne. Questo lo dico non per amor di polemica oramai sterile, ma è per dire che noi siamo ancora fermi su questo punto di vista e siamo ancora fermi perché, vedendo l'ultimo verbale delle Organizzazioni sindacali in data 12 aprile 1975, praticamente questo piano non è ancora attuato, ma è orientato nei suoi finanziamenti. Se c'è una possibilità di rivedere questo piano, noi, lo ribadisco oggi, dobbiamo fare tutto il possibile. Noi non abbiamo niente da dire quando in Sicilia si pensa di fare la siderurgica del Belice o le Acciaierie del Tirreno perché le Acciaierie del Tirreno che sorgeranno in Sicilia a Milazzo saranno destinate a produrre prevalentemente travi, ferri dei profilati, quindi non ci interessa, la si faccia pure; la siderurgica del Belice a Sciacca, dove si pensa di fare una produzione di tondini per cemento armato non ci interessa, non ci preoccupa per quella che è la questione Cogne. Ma quando noi parliamo particolarmente della Società meridionale Acciai speciali, dove si pensa di fare gli acciai speciali fini al carbonio e quando noi parliamo della Tecno-Cogne che lavora a Scafati, dove si pensa di fare le super-leghe, queste sono quelle iniziative che noi dobbiamo cercare, se sarà ancora possibile, se si sarà ancora in tempo, se i progetti sono ancora in fase di studio e non di attuazione completa, di cercare di evitare per rivendicare ad Aosta, alla Cogne di Aosta, praticamente quelle lavorazioni speciali e con quelle lavorazioni speciali la possibilità di lavorare con dei piccoli stabilimenti, come dicevamo già prima, che siano alle dipendenze della Società Nazionale Cogne o siano privati, ma che possano effettivamente lavorare a quelle produzioni che noi potremmo fare avendo nella Cogne il massimo valore aggiunto e, quindi, una produzione di qualità e non di quantità e dare, praticamente, una possibilità di lavoro per arrivare al prodotto finito direttamente collegato sul posto, in Aosta o nella Valle, che possa lavorare a queste cose.

Io chiedo scusa ai Consiglieri se sono ritornato a fare queste affermazioni, ma è solo perché, ad un certo momento, a distanza di tempo, ci sentiamo affibbiare delle dichiarazioni o degli orientamenti che possono essere male intesi, che, da quelli che non sanno qual è stata la nostra posizione in passato, possiamo essere indicati come dei retrogradi, come della gente che non capisce niente in questo campo, che praticamente siamo dei campanilisti, che siamo solo gelosi che queste lavorazioni non si facciano in altre Regioni d'Italia. Noi, invece, riteniamo di salvaguardare la peculiarità dello Stabilimento di Aosta che dovrebbe essere orientato sulla qualità e questo proprio per non arrivare a una degenerazione dello Stabilimento di Aosta da una produzione di qualità a una semplice ferriera perché allora in quel momento non avrebbe più ragione di esistere lo Stabilimento di Aosta. Mentre, con quello che c'è ancora di minerale a Cogne, con la possibilità di fare pressione perché si facciano le nuove ricerche che sono sempre state promesse, ma mai attuate, perché, quando facevo parte della Commissione Interna o delle Organizzazioni sindacali, ho partecipato a delle riunioni a Cogne, presente l'Avvocato Einaudi, e in quella sede abbiamo sempre avuto le assicurazioni verbali che le ricerche sarebbero state riprese e che si sarebbe messo un certo quantitativo di milioni per le ricerche. Le ricerche, però, non sono ancora state iniziate e, quindi, per il problema della Cogne è strettamente collegato alla Miniera di Cogne con un buon utilizzo del materiale, del minerale di Cogne per una produzione di qualità, che non è una produzione di quantità; è strettamente collegato alla questione di nuove ricerche in maniera da poter avere la sicurezza che questa miniera continui ancora nel tempo.

Andrione (U.V.) - Se permette il Consigliere Dujany, non voglio farle perdere del tempo, è semplicemente per chiedere a tutti di riflettere su come vogliamo continuare i lavori; è evidente che questa mattina non finiamo, la nostra proposta è quella di continuare nel pomeriggio e di rinviare a domani mattina quello che era previsto per il pomeriggio. Se tutti i gruppi consiliari sono d'accordo, dopo gli interventi che sono già stati annunciati, potremmo aggiornare alle quattro del pomeriggio in maniera da avere tempo abbastanza ampio per la discussione.

Jorrioz (P.S.D.I.) - Non so se ci sono altre proposte. Tutti i Gruppi sono d'accordo sulla proposta fatta dal Presidente della Giunta? Allora possiamo sospendere la seduta e sarebbe opportuno fissare la riunione dei Capi Gruppo per le ore 16, per l'eventuale documento che si potrebbe stilare assieme in quel momento, non va bene? La parola al Consigliere Dujany.

Dujany (D.P.) - No, io non ho nulla da dire, mi pare che la proposta fatta dal Presidente della Giunta sia una proposta accettata. Si sospendono i lavori e si riprendono alle 16.

Andrione (U.V.) - Se i Capi Gruppo possono giungere un attimo prima, c'è un'importante manifestazione francophone à Ville Maurice, il faudrait savoir qui c'est qui va, et cetera, et alors si vous vous trouvez ici à quatre heures moins cinq, nous pouvons décider cela.

Jorrioz (P.S.D.I.) - Ecco allora la seduta è sospesa e riprende alle ore sedici.

La seduta è tolta.

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La seduta termina alle ore 12,45.