Objet du Conseil n. 58 du 21 mars 1974 - Resoconto
OGGETTO N. 58/74 - Approvazione del bilancio di previsione della Regione Autonoma Valle d'Aosta per l'anno finanziario 1974. (Inizio discussione generale)
Dolchi (Presidente) - Prima di dare la parola al Presidente della Giunta e all'Assessore alle finanze, vorrei informare i consiglieri che ha chiesto di giustificare l'assenza il Consigliere Mappelli il quale, a quanto mi risulta, avendo avuto un incidente col gas, sembra si sia ustionato e si trova ricoverato all'ospedale. Penso di interpretare i sentimenti di tutti i consiglieri nel formulare per il collega Mappelli i più fervidi auguri di pronta guarigione, in modo che possa essere nuovamente con noi al più presto.
Ha facoltà di parlare il Presidente della Giunta.
Dujany (DP) - Signor Presidente, signori Consiglieri, la presentazione di questo bilancio avviene in un momento nazionale e internazionale carico di difficoltà di ordine politico sociale ed economico. Ritengo inutile soffermarmi sui grossi problemi delle crisi energetica e monetaria, che hanno interessato ed interessano ancora l'intera Europa e anche altri continenti e che hanno contribuito ad aggravare in modo drammatico la situazione economica del nostro paese, con pesanti conseguenze a livello sociale e politico, di cui non siamo ancora oggi in grado di valutare la portata e gli sbocchi.
È indubbio che l'attuale situazione generale ha riflessi negativi anche sulla vita della nostra Regione e che oggi è richiesto alla classe politica della Valle d'Aosta uno sforzo particolare, per impedire un pericoloso arresto dello sviluppo regionale. Più che mai è chiesto a tutti un impegno a superare le divisioni settoriali e particolaristiche, e spesso egoistiche, per ricercare le soluzioni di carattere fondamentale, che si presentano urgenti nell'interesse della nostra comunità.
È necessario in questa situazione far sì che l'Amministrazione regionale possa validamente guidare lo sviluppo della Regione, mediante una azione politica e amministrativa il più possibile efficace e coerente alle aspirazioni della nostra gente.
Ciò vuol dire, in concreto, considerare non più valida attualmente la pura e semplice continuazione del comportamento tradizionale della struttura regionale. Occorre giungere alla definizione di alcuni obiettivi prioritari, per garantire uno sviluppo il più possibile armonico della nostra Regione, cercando di individuare nuovi metodi di governo, che consentano, nel modo più ampio, la partecipazione dei cittadini alla gestione della vita pubblica, la ricerca di strumenti idonei a rendere operante una politica nuova e maggiormente responsabile.
Il raggiungimento di questi obiettivi non potrà avvenire in tempi brevi, poiché è necessario superare abitudini, poteri e incrostazioni che si sono consolidati nel tempo e che rappresentano altrettanti ostacoli sulla strada che desideriamo e dobbiamo percorrere. Non possiamo né vogliamo sopravvalutare o sottovalutare queste difficoltà; operiamo e speriamo che uno sforzo comune è responsabile da parte delle energie più valide della regione e di questo Consiglio sia in grado nel tempo di superarle.
Il bilancio che sottoponiamo all'esame del Consiglio regionale vuole rappresentare una chiara dichiarazione da parte delle forze politiche della maggioranza di iniziare concretamente un processo di rinnovamento dell'azione politico-amministrativa della Regione. Trattasi di un primo passo, cui dovranno seguire altre scelte importanti, che la maggioranza sottoporrà al confronto e al dibattito del Consiglio, con la consapevolezza che le decisioni da adottare in questi prossimi anni incideranno profondamente sullo sviluppo della Regione.
Il documento che presentiamo contiene alcune grosse novità rispetto al passato e rappresenta una precisa scelta politica di fronte agli avvenimenti attuali. Trattasi, per ora, dell'avvio di un processo di modificazione che potrà essere meglio evidenziato e approfondito nel prossimo bilancio di previsione, che ci auguriamo di presentare entro il dicembre del 1974 e che dovrà essere per impostazione, per contenuti e per previsioni assai diverso dai bilanci precedenti. In questo senso la caratteristica essenziale di questo bilancio è quella di essere di saldatura tra le esperienze precedenti e una nuova impostazione amministrativa della Regione; è un momento di riflessione e di ripensamento sulle cose fatte nel passato, al fine di coordinarle in una prospettiva futura.
Per la stesura di questo bilancio la maggioranza ha ritenuto di dover scartare la via della dilatazione tradizionale dei singoli capitoli di spesa dei vari assessorati, corrispondenti ai nuovi aumenti delle entrate. La ripetizione di tale prassi sarebbe stata indubbiamente più comoda e facilmente giustificabile, ma non avrebbe permesso l'avvio di un nuovo metodo di governo che potesse consentire al Consiglio regionale di operare scelte precise riguardanti i problemi reali e concreti del momento e di verificare successivamente le conseguenze delle decisioni adottate. Per tale motivo sono state bloccate e congelate le cifre di spesa di previsione del bilancio 1973 anche per il 1974, salvo le inevitabili dilatazioni delle spese per il personale, dovute non a incrementi quantitativi, ma ad aumenti di retribuzione, frutto di accordi sindacali a livello nazionale e regionale. Il congelamento delle spese tradizionali sui livelli del 1973 significa in concreto, dato il diminuito potere di acquisto della moneta in questo ultimo anno, una contrazione effettiva della spesa corrente, che ha consentito una maggiore disponibilità di spesa per interventi nei settori ritenuti qualificanti dell'attuale maggioranza politica consiliare, cioè: agricoltura, sanità, trasporti, edilizia sociale e scolastica, infrastrutture sportive e igienico sanitarie. Tali scelte trovano i relativi finanziamenti o nelle corrispondenti voci di bilancio o negli allegati E ed F, in quanto devono essere creati nuovi strumenti legislativi ed essere modificati quelli esistenti.
Va ricordato che la legge sui fondi di rotazione, entrata in vigore nel novembre del 1973, di cui si sta concludendo la procedura necessaria per renderla operante, prevede interventi a favore dell'agricoltura, dell'industria, del turismo e del recupero del patrimonio edilizio rurale e viene a integrare le scelte proposte in questo bilancio. Né vanno dimenticati in questa sede gli interventi a favore delle Comunità montane e dei Comuni.
Da questo quadro, espresso in termini molto rapidi, emerge la necessità di giungere a un coordinamento delle attività fra gli enti pubblici e a una revisione della legislazione regionale, al fine di poter redigere, già fin dal prossimo anno, un documento programmatico pluriennale rinnovato nella forma e nei contenuti. Questi obiettivi potranno essere raggiunti soltanto se accanto a una seria volontà politica si accompagnerà un efficiente apparato tecnico-amministrativo. Mi pare doveroso sottolineare l'importanza di questa ultima affermazione, tenuto conto dell'attuale inadeguatezza della struttura amministrativa regionale, a cui abbiamo il dovere, richiestoci d'altra parte dallo stesso personale, di porre la massima attenzione.
Dolchi (Presidente) - Do la parola all'assessore alle finanze Albaney.
Albaney (DP) - Signor Presidente, signori Consiglieri, dall'analisi dei documenti che vi sono stati inviati, progetto di bilancio e relazione allegata, avrete ricavato tutti gli elementi per una interpretazione tecnico-contabile del bilancio preventivo per l'anno 1974. Vorrei in questa sede richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti che non riguardano in senso stretto questo bilancio, ma che sono connessi alla situazione finanziaria attuale della Regione, vista nella prospettiva degli investimenti che saranno effettuati nei prossimi anni, sulla base delle scelte programmatiche che si intendono decidere.
Come è risaputo il bilancio regionale è giunto a un grado di rigidità che non consente più, purtroppo, ampi margini di manovra. Sebbene questa Giunta abbia contenuto al massimo gli stanziamenti delle spese correnti, come testé detto dal Presidente della Giunta, le somme a disposizione della Regione per il finanziamento di nuove spese, anche a causa dei fortissimi precedenti impegni derivanti da leggi in corso (circa un miliardo e mezzo di provenienza del 1973) ammontano all'incirca a 5 miliardi e mezzo (allegati E-F), che in valore percentuale rappresentano solamente il 13 percento del totale delle spese. Tale percentuale viene a essere ridotta del 6,50 percento se si tiene conto che fra le entrate è compreso l'avanzo di amministrazione di 2 miliardi e 700 milioni di lire.
Partendo dal presupposto che le entrate provenienti dal riparto fiscale sono, per buona parte, consolidate al gettito del 1972 o del 1973, più la maggiorazione del 10 percento e che le altre, per motivi vari, non paiono suscettibili di sensibili aumenti, mentre le spese di parte corrente anno la naturale tendenza a crescere in misura più che proporzionale alle entrate, pare ragionevole affermare che nei prossimi anni la Regione non avrà più risorse finanziarie disponibili per fare fronte a nuove spese. Sarà necessario, quindi, studiare attentamente questo problema, onde evitare che l'attività della Regione si limiti a una pura e semplice gestione ordinaria del bilancio.
Le soluzioni possibili sono certamente di diverso genere. Oggi ritengo che sia doveroso fornire due precise indicazioni, affinché le risorse finanziarie già disponibili vengano correttamente utilizzate. Il nuovo tipo di bilancio che sarà strutturato dovrà essere presentato al Consiglio regionale in tempo utile, come è stato detto dal Presidente della Giunta, affinché possa essere operante dal 1° gennaio 1975. Si dovrà, in secondo luogo, cercare di eliminare la tendenza ad approvare alla fine dell'anno provvedimenti di spesa. Se si seguiranno le indicazioni suddette, dovrà diminuire la massa dei residui passivi che attualmente è originata da stanziamenti non utilizzati, perché disposti sovente in momenti non tempestivi. Sarà necessario, inoltre, approvare impegni di spesa solo se si avrà la certezza di una possibile immediata esecuzione degli interventi deliberati.
Per l'attuazione delle scelte programmatiche, che per la loro natura richiederanno interventi pluriennali, bisognerà individuare con precisione il momento in cui dovranno essere posti in atto i necessari provvedimenti di spesa.
Voglio, infine, ribadire la necessità di un riesame di parecchie leggi e deliberazioni consiliari, in modo che da una loro eventuale revisione o soppressione, derivante da una più attuale valutazione, possa ricavarsi un cespite per finanziare altri interventi più necessari per la vita economica e sociale della Regione.
Dolchi (Presidente) - È aperta la discussione generale.
Ha chiesto la parola il Consigliere Bondaz. Ne ha facoltà.
Bondaz (DC) - Signor Presidente, signori Consiglieri, il bilancio di previsione per il corrente anno non solo giunge in ritardo, ma rappresenta un congelamento del precedente esercizio 1973, come c'è stato chiarito sia dalla Presidente della Giunta, sia dall'Assessore alle finanze, i quali, anziché parlarci del bilancio del 1974, hanno fatto chiari riferimenti a quello del 1975. Questo è, secondo me, in sintesi, il giudizio generale che possiamo tranquillamente anticipare sul documento che ci viene presentato.
Comunque, di buon grado, aderisco all'invito dell'assessore Albaney, che nelle nuove bozze inviate ai consiglieri chiedeva idee e suggerimenti per una elaborazione attuale del bilancio regionale.
È pacifico che le implicazioni politiche connesse alla stesura degli stati di previsione delle entrate e delle spese subiscano a loro volta un congelamento, tanto più pernicioso, se si pone mente al fatto che la mancanza di una chiarificazione politica, non solo condiziona la Giunta e la costringe a non scegliere, ma limita l'ottica stessa della gestione di bilancio, nonché l'efficacia degli interventi dell'ente Regione. Sarebbe facile accusare la Giunta di miopia amministrativa e di mancanza di idee, solo perché essa ha rinviato da un partito all'altro il chiarimento politico; ma sarebbe anche semplicistico. Cerchiamo quindi di scavare in profondità, di recepire oggettivamente la portata della chiara protesta della Partito Socialista Italiano, così come essa è stata manifestata dagli organi ufficiali del partito.
Sull'Avanti-Aosta, organo della federazione valdostana del PSI, si leggono infatti pesanti attacchi contro il democratico popolare Albaney per la "la decisione" leggo testualmente "di respingere al mittente il bilancio del Comune di Aosta, per la mancanza di copertura finanziaria riguardante alcune delibere sui servizi assistenziali del capoluogo", e si accusa la Giunta regionale perché tale "decisione ha paralizzato la già precaria attività amministrativa del Comune di Aosta". Si legge ancora: "per sbloccare la situazione e ottenere il visto di tutela al bilancio i socialisti hanno dovuto imboccare un iter tortuoso e dispendioso, che ha raggiunto il puro e semplice risultato giuridico dopo ben quattro incontri interpartitici al massimo livello". E prosegue: "ci sembra strano (ma non lo è poi tanto) che iniziative di tale portata, assistenza domiciliare, aumento dei minimi di pensione ai meno abbienti, refezione e trasporti scolastici, apertura di centri di ginnastica correttiva, proposte da assessori socialisti siano state bloccate da coloro che, a parole, si proclamano progressisti e sensibili a ogni iniziativa che incida profondamente nel processo di trasformazione della società".
Nel successivo n. 1 dell'Avanti-Aosta, in risposta al messaggio del presidente Dujany, di cui parlerò più avanti, i socialisti riprendono il tema in questi termini: "i demo-popolari, il movimento a cui Pollicini appartiene, non possono onestamente affermare di essere alfieri di uno sviluppo programmato. Essi detengono gran parte del potere decisionale politico amministrativo oggi gestito in Valle d'Aosta, ma non ci risulta che, nei vari settori di competenza, gli amministratori demo-popolari siano quanto meno orientati verso una politica di programmazione". La risposta al messaggio del presidente Dujany rivolto il 31 dicembre 1973 alla "Voix de la Vallée" e pubblicato su "Nouvelles Valdôtaines" non poteva essere più esplicito.
Non sto a tediarvi con le accuse, cito integralmente, "per i guasti prodotti da interventi scriteriati e dispersivi nel campo della salute pubblica", oppure con la domanda retorica con cui ci si chiede se "i demo-popolari sapranno rinunciare nei loro importanti assessorati... alla politica della provvidenza" e se "accetteranno la politica del decentramento amministrativo da iniziarsi con le Comunità montane". Mi limito a osservare che, pur restando all'opposizione, queste due frasi scritte dal Partito Socialista non possono non lasciare sorpresi. La veemenza, la precisione e il tempismo delle accuse rivolte ai demo-popolari paiono provenire non già da alleati di governo, e quindi corresponsabili, bensì da avversari politici.
Il Presidente della Giunta regionale nel suo "messaggio " per l'inizio del 1974 aveva dichiarato: "occorre stare attenti a non aggiungere ai tanti un altro errore, quello che potrebbe derivare da una scelta sbagliata, a seguito del ripensamento che la situazione di crisi ci impone circa il nostro sviluppo economico sociale e il nostro modo di vita". E proseguiva, ipotizzando la scelta del superamento della crisi "difendendo non lo spazio del proprio egoismo, ma dando forza alle proprie idee e alle proprie coerenze".
A questo punto è lecito chiedersi se quelle socialiste sono critiche costruttive, tese cioè a modificare gli equilibri di un certo accentramento decisionale, oppure se ci troviamo di fronte ai prodromi di una crisi politica. È troppo facile accreditare la barzelletta dei demo-popolari secondo cui la Democrazia Cristiana è pronta a rimpiazzare i socialisti o i comunisti: solo un'intesa programmatica con le forze progressiste e regionaliste potrà ottenere il consenso politico e l'appoggio della Democrazia Cristiana a un governo democratico. Tale intesa non passa certamente attraverso la mortificazione del partito di De Martino, al quale, anzi, rimproveriamo solo di aver detto in ritardo ciò che tutti indistintamente pensiamo di questo movimento democratico popolare, che si vanta più cattolico dei democristiani, più regionalista dei movimenti regionalisti, più progressista dei socialisti e più proletario del Partito Comunista Italiano.
Intendiamoci, ciò che accade in Valle d'Aosta nei vari settori dell'economia non è un pallido riflesso della crisi di vasta portata che ha colpito il paese, con la differenza che la Regione della Valle d'Aosta ha i mezzi per fronteggiare la crisi, che, secondo me, sono: la programmazione pluriennale della spesa, l'impiego razionale delle risorse aggiuntive del bilancio, la revisione dei criteri di spesa. Su ciascuno di questi mezzi mi soffermerò nel corso della mia esposizione, perché sono convinto che la vera riforma regionale, la più valida difesa dell'istituto autonomistico comincia dall'interno, da come si sa azionare l'acquisita autonomia finanziaria in una serie di interventi che sanino gli attuali squilibri regionali, senza polverizzare il bilancio con la politica dei contributi e dei rubinetti.
Dopo tanti lustri di polemiche lo Stato italiano, finalmente, ha saldato il suo debito nei confronti dell'autonomia finanziaria della Regione: il nuovo riparto ottenuto implica la certezza delle entrate e quindi consente una lungimirante azione amministrativa. Tale azione, tuttavia, non può essere compromessa dalla mancanza di chiarezza che insidia la stabilità politica necessaria per porre in essere le riforme regionali della casa, dell'assistenza, della sanità, dei trasporti, dell'assetto urbanistico, dell'industria e quella fondamentale dell'agricoltura. Non stupisca quindi la critica benevola rivolta ai democratici popolari: i valdostani non hanno bisogno di un nuovo umanesimo, si accontentano di una corretta amministrazione e di un riparto delle disponibilità finanziarie che rispecchi le esigenze prioritarie delle Comunità montane.
Che cosa sono le Comunità montane adesso lo sanno tutti: scrivono articoli, fanno discorsi, pronunciano con un certo tono enfatico queste due parole, Comunità montane. A una mozione presentata dalla minoranza consiliare con cui si richiedeva di rivedere la legge regionale sulle Comunità, si è risposto in sostanza: "prima di criticare, di cambiare, aspettiamo, stiamo a vedere come funzionano".
La risposta, bisogna riconoscerlo, lascia insoddisfatti coloro che sentono le istanze degli Amministratori locali, ma nel complesso il ragionamento della Giunta non è del tutto errato. Il vero nodo da sciogliere circa le Comunità montane non è il loro numero, ma la coscienza della loro funzione. La legge statale del 3 dicembre 1971 n. 1102 con cui il Parlamento italiano ha varato le Comunità montane partiva da alcuni presupposti regolati dalle disposizioni legislative: essi vanno dalla identificazione dei "comprensori", alla promulgazione delle leggi regionali, alla nascita delle Comunità montane con i relativi statuti, al loro funzionamento vero e proprio, con l'elaborazione e la realizzazione dei piani di sviluppo. Per quanto concerne la Valle d'Aosta, siamo ancora nella fase della nascita delle Comunità montane, che hanno eletto i loro presidenti. Eppure, le nostre Comunità, stando alla legge istitutiva che investe il 52 percento del territorio nazionale, avevano un anno di tempo per redigere il loro piano di sviluppo, proprio in quanto organismi di programmazione territoriale e di pianificazione urbanistica: tale principio ribadito dall'articolo 15 della legge regionale del 5 aprile 1973 n. 13, anche se l'articolo 27 delle norme transitorie consente, su richiesta del direttivo della Comunità, una consulenza degli uffici regionali. Si sarebbe, dunque, potuto evitare di prendere tempo, utilizzando i 440 milioni del 1972, i 500 del 1973, nonché i 250 a bilancio, sulla base dei dati che sono già in possesso degli uffici regionali e assorbendo i fondi statali, che ho citato, per le esigenze più immediate. Del resto, la "ratio" concreta della legge rimane quella di dare alle Comunità la possibilità concreta di programmare, sapendo che tale programma trova un momento di integrazione nel mosaico di una programmazione globale a livello di Regione. La proposta chiave risiede quindi nella concezione di uno sviluppo integrato, che vede nella Comunità non già una rappresentanza contrattuale, bensì un ente di diritto pubblico, che partecipa di fatto alle scelte che lo riguardano.
Il discorso del numero delle Comunità, del costo del loro funzionamento, della dinamica, della loro esistenza è comune ad altre Regioni che sono omogenee, ma non territorialmente, anche per l'assenza di infrastrutture che colleghino le vallate senza dover ridiscendere a fondo valle: basti l'esempio di Cogne e Champorcher. Tale discorso, per quanto ci riguarda, riposa sulle effettive difficoltà prospettate dagli amministratori locali, preoccupati di fronte alla prospettiva dei costi di gestione; ma esso non era strumentale, come non lo era la mozione presentata in Consiglio. Quello che veramente sta a cuore è il recupero del significato profondo, innovatore della legge sulle Comunità, con il suo concetto informatore che è quello di partecipazione.
L'intesa con i Comuni appare condizionante non solo per la configurazione dei confini geografici delle Comunità montane, ma anche per i criteri economici e territoriali che l'estensione della Comunità implica sul piano comprensoriale. Ora, invece nell'intesa con i Comuni, abbiamo registrato una differenza non del tutto ingiustificata da parte dei Comuni stessi. Molti si chiedono ancora se le Comunità sono un doppione del BIM, o, nel caso vi fosse una sola Comunità, quale senso avrebbe ancora il Consiglio regionale. Quindi la critica che rivolgiamo alla Giunta regionale e proprio di non aver agito d'intesa con i Comuni, spiegando loro il vero significato di partecipazione insito nella legge dello Stato e, anzi, burocratizzando questa importante riforma che, restituendo la montagna a sé stessa, accresce l'autonomia degli Enti locali. L'articolo 5 della legge statale suppone, infatti, una elaborazione programmatica dal basso, la quale "partendo dalla realtà della zona dovrà prevedere le varie possibilità di sviluppo nei vari settori economici produttivi". L'articolo 9 della legge regionale che disciplina l'istituzione e l'attività delle Comunità montane recepisce chiaramente ai paragrafi E ed F la dimensione decisionale che spetta alle sette Comunità valdostane. Se si considera l'indirizzo vincolante e obbligatorio dei piani di zona, se cioè le sette Comunità prendessero coscienza dei loro effettivi poteri, come è auspicabile che avvenga al più presto, ebbene, io credo che si aprirebbe per il tramite di questa legge un decentramento positivo e amministrativo che promuoverebbe lo sviluppo regionale, tracciando una nuova linea di programmazione della spesa regionale. Questo stesso bilancio sarebbe già stato impostato sulla base dei piani pluriennali di sviluppo delle Comunità montane, con quella "concomitanza" di cui all'articolo 1 della legge regionale 5 aprile 1973 n. 13.
Non si parlerebbe più dell'ente Regione come di un super comune, che accentra tutto nelle sue mani, bensì si restituirebbe all'istituto autonomistico la funzione mediatrice delle istanze popolari.
Riassumendo: la posizione assunta dalla maggioranza di fronte alla mozione a suo tempo presentata per modificare la legge regionale n. 13, parte da un ragionamento che, a prima vista, appare ispirato da buon senso e da una certa dose di empirismo, ma, in definitiva, tralascia i veri termini della questione, che sono appunto, da un lato, il ritardo con cui sono state istituite le Comunità montane, dall'altro, lo spirito ministeriale e burocratico, la mancanza di informazioni che ha accompagnato il loro sorgere.
Dopo aver parlato delle divergenze manifestate dai socialisti nei confronti di questa Giunta, dopo aver toccato il tema delle Comunità montane, sarà bene spendere due parole sul problema dei trasporti.
Chi vi parla, nel 1970 quale Sindaco di Aosta, pose all'ordine del giorno di una riunione consiliare la risoluzione del problema dei trasporti pubblici di Aosta, mediante una forma di "pubblicizzazione" concordata con i socialisti che, pur non escludendo l'intervento pubblico, tuttavia si cautelava nei confronti della nascita di un "carrozzone". Ebbene, sul n. 8 del "Travail" in data 1° marzo 1974, si legge in un articolo a firma del vicesegretario regionale del Partito Comunista, Demetrio Mafrica, che "si farà una municipalizzata" che sarà "almeno per una fase iniziale limitata al territorio di Aosta". E si legge ancora: "la decisione di limitare nel territorio comunale il percorso delle linee da istituire deriva dalla considerazione che, sul territorio comunale, il Comune può istituire tutte le linee che ritiene necessario, senza bisogno di autorizzazione da parte della Regione o dei Comuni vicini". Che cosa ne pensa la giunta regionale? Il Comune ha già stanziato qualche centinaio di milioni: chi pagherà la differenza? Perché non si vuole che intervengano capitali pubblici e privati e si vuole caricare la spesa sulle spalle della Regione, dopo averla messa di fronte al fatto compiuto? Perché il problema dei trasporti non viene risolto, come aveva preannunciato il presidente Dujany, in chiave regionale o comprensoriale? Come verranno impiegati i 500 milioni stanziati nel mucchio dei provvedimenti legislativi in corso di perfezionamento? Si tratta di 500 milioni per i trasporti di Aosta o la cifra è inferiore? È in questo caso, come si provvede all'acquisto del parco automezzi? Sono i democratici popolari d'accordo per la municipalizzazione o per la regionalizzazione dei trasporti, cioè per dei "carrozzoni", oppure sostengono una soluzione intermedia, meno dispendiosa, dopo la fallimentare esperienza delle municipalizzate in campo nazionale?
Sono domande che ritengo chiare e che attendono una risposta altrettanto chiara. Su 72 aziende municipalizzate in Italia, e questo i comunisti lo sanno, ma preferiscono ignorarlo, una sola è in attivo, quella di Imola. Le altre 71 hanno chiuso il 1970 con un disavanzo complessivo di oltre 207 miliardi, incrementato di anno in anno con percentuali dall'8 percento al 12 percento. Nel 1970 i dipendenti delle aziende erano complessivamente 69.000 a fronte di più di due miliardi e mezzo di passeggeri trasportati, per un incasso di appena 162 miliardi di lire, cioè poco più di 2 milioni per ogni dipendente. Il risultato è che mentre i ricavi sono saliti mediamente del 3 percento annuo, rispetto al 1969, la perdita si è dilatata sino al 30 percento. Si obietterà che, proprio in questa congiuntura di scarsità energetica, il trasporto urbano e un servizio pubblico ed è assurdo quindi pretendere che sia attivo o che dia un utile di gestione. E allora occorre esaminare non già l'utile, al quale rinunciamo in partenza proprio perché trattasi di un servizio pubblico, ma il semplice costo, per constatare che esso è giustificato dal servizio svolto.
È dunque meglio ricercare una soluzione dei trasporti pubblici che non gravi per intero sulle casse regionali, o si rischia di avallare in partenza un grosso passivo destinato a incrementarsi vertiginosamente sia per il costo delle materie prime, sia per la gestione. Inoltre, la decisione, data per scontata dal settimanale comunista, mortifica tutte le dichiarazioni programmatiche sulla necessità di soluzioni almeno comprensoriali. Di questo passo la Regione vedrà direttamente o indirettamente ipotecato da gravami sempre crescenti ogni sforzo per spaziare al di là delle spese correnti, che paralizzano ogni seria programmazione. Certo il problema dei trasporti urbani pubblici è urgente e grave ed occorre porre mano con sollecitudine alla sua soluzione in tempi brevi, ma con conclusioni che non soffochino il bilancio regionale; ecco ciò che tendiamo quando parliamo di impiego razionale delle risorse aggiuntive del bilancio.
Prima di soffermarci sui criteri di spesa, vorrei completare il quadro della programmazione, che non si esaurisce con la valorizzazione dei piani programmatici delle Comunità montane. Tralascio la polemica sull'Ufficio di programmazione, sugli elenchi delle cose da fare strombazzate durante le elezioni, sulla reale utilizzazione in sede di bilancio degli elementi di giudizio scaturiti dagli studi effettuati e lautamente pagati, che sono poi superati dalla realtà che viviamo, con un incremento del costo della vita, dal 1970 a oggi, pari al 30 percento.
Vorrei riprendere, seppur brevemente, l'aspetto urbanistico della programmazione territoriale. La Giunta regionale avrebbe dato l'incarico ad alcuni architetti, dei quali alcuni già consulenti della Programmazione, per la stesura di un piano urbanistico regionale in collaborazione con gli uffici del Turismo. Quali sono le direttive, le scelte della maggioranza di questo Consiglio, le decisioni della Giunta in ordine ai criteri sulla base dei quali nascerà la parte tecnica del piano? Gli architetti devono agire nell'ambito di una visione che i politici hanno meditato e fornito; una realtà così delicata e preziosa, sia culturalmente che socialmente, come la nostra terra non può essere inventariata alla chetichella. Sul n. 2 del periodico "L'Union des Valdôtains" del gennaio scorso, in un interessante servizio dedicato all'architettura valdostana, si leggono considerazioni che ci trovano pienamente consenzienti, sia in ordine alla conservazione del nostro patrimonio architettonico, sia per quanto attiene alle nuove costruzioni. Una frase, mi permetto di rileggerla, ci sembra riassumere la nostra aspettativa ai fini di evitare vergognose speculazioni: "...l'opera dell'uomo non stonava mai con l'ambiente. Ora è tutto il contrario. Le nuove case sorgono nei luoghi più fertili e più in vista. Nelle previsioni urbanistiche le zone impervie e meno fertili sono destinate a verde agricolo. Le nostre vecchie case erano concepite per soddisfare le esigenze di una famiglia di agricoltori di allora. Ora si deve costruire tenendo conto delle nuove esigenze dell'uomo civile. Ma certi limiti volumetrici, certi rapporti plano volumetrici, certi valori cromatici vanno rispettati. Certi materiali vanno banditi. Occorre tener conto delle costruzioni circostanti, occorre inserirsi con umiltà nella natura."
Abbiamo letto con attenzione lo "schema di piano urbanistico regionale e per la tutela del paesaggio", che rappresenta indubbiamente l'inizio di un lavoro di analisi che doveva essere avviato. La partecipazione di professori, di architetti seri è certo un elemento di garanzia, ma non è ancora il meglio. Sarebbe auspicabile che venga bandito un pubblico concorso nazionale e internazionale per la stesura di un piano regolatore regionale; dal confronto delle varie soluzioni nascerà, dopo approfondite discussioni da parte del Consiglio regionale, il piano regolatore della Valle d'Aosta. Sarebbe pregiudizievole per gli interessi della comunità valdostana un lavoro svolto all'ombra, su semplice commissione della Giunta regionale. Vogliamo conoscere le reali intenzioni del governo regionale, per evitare che ci venga propinato un nuovo "schema", che in pratica lascia ampio spazio alla discrezionalità e che suggerisce addirittura un traforo ferroviario tra Aosta e Martigny. Il ruolo del territorio nello sviluppo economico e sociale della Valle e le conseguenze in termini di norme urbanistiche devono essere valutati per tutelare il patrimonio ambientale, per rompere l'isolamento dei Comuni di alta montagna, senza lasciar margine ai grossi interessi monopolistici nazionali e internazionali, che considerano la regione o come una nuova miniera per lo sfruttamento e per la speculazione edilizia, o come parcheggio del grosso traffico del Europa nordoccidentale. La scelta che la Regione deve compiere non riguarda, a mio avviso, tanto l'aumento degli indici di reddito pro capite quanto soprattutto la conservazione attiva del patrimonio naturale e storico nel contesto di una politica urbanistica globale, che nel turismo valorizzi l'iniziativa tesa a migliorare le abitazioni agricole, rendendole ricettive per i periodi stagionali. Si deve lasciare cioè spazio non al turismo della domenica, ma a un turismo spontaneo territorialmente distribuito al di fuori delle zone di rinomanza internazionale, nella cosiddetta periferia locale; i grandi centri non hanno infatti la necessità di trovare un momento economico di compensazione delle perdite nel settore agricolo. Teniamo, inoltre, conto del fatto che le indicazioni del nuovo piano regolatore dovranno servire da traccia alle Comunità montane: tali indicazioni devono essere quindi il meno possibile fondate su congetture e intuizioni, se vogliono essere attuabili e operative. Non dobbiamo sorprenderci delle reiterate aggressioni e speculazioni tentate e realizzate in Valle d'Aosta: dobbiamo difenderci, porci degli obiettivi di riuscita, che non si traducano in elementi di spoliazione della terra dei nostri avi. Ogni altra strategia è il frutto di compromessi inaccettabili, tipo quello di rassegnarci ad abbandonare certe zone o ad accettare la crisi definitiva di talune attività produttive.
In occasione della presentazione del bilancio 1973, il presidente Dujany aveva dichiarato: "...les choix prioritaires qui nous paraissent nécessaires sont: en tout premier lieu, soutenir l'activité agricole et qualifier le secteur industriel, diriger et contrôler l'essor de l'activité touristique". Basti dare un'occhiata al bilancio presente per vedere il trattamento riservato all'agricoltura.
L'agricoltura è, a mio modesto parere, la grande dimenticata, anche se dalla relazione risulterebbero investite somme maggiori rispetto allo scorso anno. Questo esercizio finanziario non fa che ricalcare il precedente; spendiamo oltre 700 milioni per lavori di sistemazione e rimboschimento, quando, invece, sarebbe necessario 1 miliardo circa in più solo per le opere di sistemazione idraulica e di viabilità forestale. Nel settore agricolo, quello maggiormente in crisi, la Regione dovrebbe fare un esame di coscienza, partendo dal concetto che una società ben organizzata è tale se ha alle spalle una buona organizzazione agricola, come i fatti di questi ultimi anni hanno ampiamente dimostrato. Se è vero che si deve cambiare, che dal settore agricolo molta gente deve ancora passare ai settori terziari dell'economia, ciò nondimeno chi rimane nell'agricoltura deve avere lo spazio per alimentare economicamente di altri settori. Occorre, cioè, incentivare i miglioramenti fondiari, stimolare la cooperazione, proteggere la genuinità dei prodotti, riorganizzare il mercato e la ridistribuzione degli stessi, per dare dei giusti prezzi sia agli agricoltori che ai consumatori. Quindi si pone il problema della ricerca tecnologica, che deve essere potenziata per favorire alcune culture e migliori utilizzazioni dei prodotti in relazione alle vocazioni territoriali. L'incentivare i miglioramenti fondiari comporta evidentemente una maggiorazione e una piena utilizzazione degli impianti di irrigazione, oltre che una razionale meccanizzazione, per mantenere il lavoro non solo in rapporto con le unità lavorative, ma soprattutto con i livelli standard.
Vi è, inoltre, la necessità di una ricerca anche nel settore del suolo, con la creazione, a mio parere, di un "Dipartimento di sicurezza del suolo" che possa emanare disposizioni, nel senso che, unificando i dati dei vari uffici sia possibile conoscere, ad esempio, il coefficiente di franosità di un bacino ed evitare scelte logistiche tipo quella per la fabbrica di Arnaz, che sorge su un terreno pressoché paludoso. Questo ufficio dovrebbe occuparsi non solo delle opere "attive", vedasi la viabilità rurale, ma anche indicare gli interventi, per esempio, contro le valanghe e le altre strutture fatte sul territorio, unificando gli interventi in un unico piano globale; nel caso delle valanghe un piano adeguato potrebbe costare anche 20 miliardi, ma si tratterebbe di una spesa nel tempo, soggetta al contributo straordinario dello Stato. Si eviterebbe, secondo me, con la creazione di questo ufficio, di continuare, senza cognizione, forme di investimento che poi costano il doppio, il triplo di quanto preventivato. Il suolo insieme al capitale, al lavoro manuale e a quello intellettuale si può definire il quarto elemento della produzione. I problemi non si devono risolvere solo di fronte alle sciagure; occorre tenere presente il parallelismo tra i vari settori dell'economia regionale e restituire al suolo il suo valore non solo potenziale. Gli investimenti nel settore agricolo e in particolare in quello della sicurezza del suolo sono produttivi in quanto concorrono a eseguire una serie di lavori indispensabili e a immettere denaro circolante nei più lontani e disagiati centri della Valle. Si tratta, quindi, di un investimento di ritorno, che non allarga la base monetaria dilatando i consumi, bensì crea i presupposti perché certi cittadini non siano di serie B, specialmente quelli che vivono in campagna, dove il potere di acquisto della lira ha ancora una certa efficacia. Si parla tanto del contadino come del "giardiniere della natura", con una bella espressione che colpisce l'immaginazione e distende gli animi. La legge sul verde rurale è partita con 500 milioni e adesso supera il miliardo, perché non si è voluto stabilire quali sono le zone dove effettivamente occorre una integrazione regionale. Bisogna invece tener presente la finalizzazione delle disposizioni legislative emanate anche recentemente sul verde rurale. Tutte queste ragioni fanno sì che si debba attuare una politica di piano, che prescinda da spinte spesso settoriali e che rifletta priorità ed esigenze oggettive. Sembrerebbe quindi opportuno scindere i vari aspetti del problema in capitoli di spesa e non ripetere, come è stato fatto in questo bilancio, la creazione di un unico calderone, il capitolo 375, per cui chi prima o più forte spinge, più ottiene a scapito di quelle esigenze che non sono rappresentate date da forze politiche allineate.
Il riparto dei fondi dello Stato deve avvenire con dei coefficienti rispondenti alla realtà di oggi. Il territorio montano della Valle d'Aosta comprende 325.000 ettari circa e rappresenta il 2 percento del territorio montano nazionale. Attualmente il riparto dei fondi assegnati dallo Stato avviene sulla base di quel 2 percento. Ora, ci vuole un coefficiente correttivo, affinché i fondi dello Stato o delle leggi dello Stato non vengano appunto distribuiti sulla base del parametro del 2 percento ma tengano conto che la Regione Valle d'Aosta e al 100 percento montana e non ha zone trainanti nella sua geografia. La Giunta regionale non si è mai sognata di studiare nuovi elementi. Eppure, signori della Giunta, è proprio da qui, dalla revisione di questi parametri, che nasce il contenimento dello spopolamento montano. Le argomentazioni non mancano; le opere fatte in Valle d'Aosta non servono solo in Valle. Essendo una Regione "di testata" è evidente che i lavori in essa eseguiti hanno dei riflessi positivi anche in altre regioni comprese nello stesso bacino.
Tralascio ogni commento relativo ai settori dei lavori pubblici e dell'assistenza, riservandomi di intervenire dopo le risposte che gli Assessori competenti avranno dato alle pesanti critiche rivolte loro dal Partito Socialista sui criteri di gestione del bilancio e sui rapporti con le Comunità montane. Mi preme, tuttavia, sottolineare che se è vero che è mancato uno "sviluppo guidato" dell'economia regionale, come ha affermato in una intervista l'assessore Pollicini, è altresì vero che oggi si procede sulla stessa strada, mi riferisco agli allegati E ed F del bilancio, salvo rinviare la destinazione di 5 miliardi e 700 milioni, che sono accantonati per provvedimenti legislativi in corso di perfezionamento, quando invece nel bilancio essi dovrebbero già essere distribuiti sulla base di scelte precise. E poiché il bilancio non è "cosa vostra", ma un documento pubblico, è chiaro che esso dovrebbe rispecchiare scelte determinate sulla distribuzione dei fondi regionali sia per i trasporti, sia per l'agricoltura, sia per il turismo, sia per i lavori pubblici.
Vorrei chiarire, seppure brevemente, il grosso equivoco finanziario in cui cade l'Amministrazione regionale per i finanziamenti al Comune di Aosta. Invece che diminuire lo stanziamento a qualche settore e pagare in contanti, la Regione fa contrarre un mutuo di 5 miliardi ammortizzabile in 20 anni, con il pagamento di 250 milioni annui. Quindi, per dare al Comune di Aosta 2 miliardi 173 milioni, dei quali un miliardo e mezzo a pareggio del disavanzo economico e 673 milioni per sopperire al contributo per le spese in conto capitale, l'Amministrazione regionale sborsa 2 miliardi e 800 milioni di soli interessi composti alle banche. È giusto che questo i cittadini valdostani lo sappiano. È chiaro che il contributo al Comune di Aosta deve essere assegnato, ma ciò deve avvenire con metodi e strumenti economicamente più validi per la Regione.
Vi è, infine, il problema di estrema attualità del personale regionale. Ribadendo che la difesa dell'autonomia comincia dal di dentro, è chiaro che il ruolo della burocrazia regionale appare importante. Una burocrazia efficiente non solo fa fare bella figura agli amministratori, ma fa anche risparmiare soldi alle casse regionali.
Assistiamo a scioperi e, da oltre sette mesi, a polemiche all'interno dell'Amministrazione. La questione del personale è un tasto molto delicato che meriterebbe più attenzione da parte della Giunta e del Consiglio, nel senso che si deve giungere a una modifica sostanziale dell'attuale regolamento organico con tutte le sue varianti, che aggiungono errori nuovi a quelli precedenti. Il discorso non si limita al puro aspetto rivendicativo della revisione dei livelli salariali o del tipo di progressione economica della carriera, ma spazia sui livelli di responsabilità e sulla classificazione delle mansioni svolte dal personale. Siamo, forse, l'unica regione d'Italia a non avere un mansionario col tipo di lavoro corrispondente ai livelli retributivi indicati in modo chiaro. Il nuovo regolamento del personale deve nascere con la diretta partecipazione di tutte le forze politiche e sindacali rappresentate nell'ambito dell'Amministrazione. Del resto, la polemica sull'estensione dell'assegno perequativo concesso dallo Stato a 300.000 statali e parastatali in seguito all'accordo del 1973, non ha trovato da parte della Giunta regionale la serena obiettività necessaria di fronte agli adempimenti previsti dagli articoli 179 e 180 del vigente regolamento organico. Se infatti il costo della vita aumenta per tutti, nessuno contestava le richieste dei sindacati Cisl, Cgil e Savt per una integrazione dello stesso; quindi è un provvedimento a parte che non ha nulla a che vedere con l'estensione dell'assegno perequativo, che anche nello Stato e avvenuto secondo parametri differenziati, a seconda delle categorie di appartenenza. Non possiamo pertanto rimanere insensibili di fronte all'astensione dal lavoro di impiegati e dirigenti preparati e seri e alla decisione di alcuni di lasciare l'Amministrazione regionale.
Prima di concludere il presente intervento, che per ragioni di tempo, e chiedo scusa se mi sono dilungato, ho dovuto limitare ai principali argomenti, vorrei rivolgere una viva raccomandazione al Presidente della Giunta. A dieci anni dalla sentenza della Corte costituzionale del 24 febbraio 1964 n. 13 e a circa quattro anni dall'insediamento della Giunta Dujany, vorrei chiedere a quale punto è la definizione del problema delle acque, in ordine al quale il Senatore Fillietroz ha presentato un disegno di legge che riguarda i canoni di subconcessione. Credo che il pagamento degli arretrati debba costituire materia di trattative dirette tra Enel e Regione. Nella sentenza citata, a conclusione della sua motivazione, si auspicava che si provvedesse al con temperamento tra le esigenze della legge istitutiva dell'Enel e gli interessi della Regione, "tenendo presenti", cito testualmente, "i poteri e i diritti della Regione che sono stati compressi per effetto della nazionalizzazione e che non devono essere sacrificati oltre i limiti richiesti dall'attuazione e dal pieno funzionamento della riforma ". Il mio intervento riguarda quindi il pagamento degli arretrati e mi spiego. La produzione media annua di energia elettrica in Valle d'Aosta si aggira sui 3 miliardi di kilowatt/ora, dei quali solo 700.000 consumati in loco. La Regione, con la legge istitutiva dell'Enel, ha un primo danno finanziario di 50 milioni circa anni, derivante dalla perdita di un decimo dei canoni per le nuove concessioni idroelettriche che saranno rilasciate dallo Stato e non più dalla Regione. In secondo luogo, l'articolo 8 della legge Enel prevede l'esenzione della stessa dall'Imposta di Ricchezza Mobile e da altre imposte sulle quali la regione aveva una compartecipazione in sede di riparto e stabilisce che sia assoggettata a una unica imposta sulla energia prodotta, il cui provento deve essere ripartito tra gli enti territoriali locali. Poiché i bilanci dell'Enel dal 1966 non hanno reddito assoggettabile all'Imposta di Ricchezza Mobile, la Regione non ha potuto riscuotere la quota fissa degli 8/10, ai sensi dell'articolo 2 della legge del 1955 n. 1179. Il danno si aggira sugli 800 milioni all'anno, fino a tutto il 1973. Ecco il senso della mia raccomandazione al Presidente della Giunta, per sapere come intende agire, per recuperare gli oltre 6 miliardi, cui si aggiunge 1 miliardo circa per la perdita 1/10 dei canoni derivanti dalle nuove concessioni. Vorrei, insomma, chiedere al Presidente della Giunta, visto che siamo in sede di bilancio, a che punto sono le trattative Enel-Regione.
Dolchi (Presidente) - È iscritto a parlare il Consigliere Viglino. Ne ha facoltà.
Viglino (RV) - Nella relazione introduttiva al bilancio di previsione per il 1974 è detto, proprio all'inizio: "il bilancio di previsione della Regione per l'anno 1974 predisposto dalla Giunta regionale, sentiti il Comitato tecnico consultivo per la programmazione regionale...". Vorrei soffermarmi un attimo su questo Comitato tecnico consultivo per la programmazione regionale. Sono circa otto mesi che appartengo al Consiglio regionale, ho spesso sentito parlare di programmazione, ma non ho mai avuto l'occasione, diciamo, di seguire un dibattito sui lavori di questo Comitato. Anzi, poiché non so neanche come è formato, io chiederei al Presidente della Giunta di avere la cortesia, nelle sue risposte, di indicarmi l'elenco dei nominativi delle persone che fanno parte del Comitato stesso, la loro professione, la loro competenza, per avere un'idea sul modo con cui è stato formato; inoltre vorrei conoscere la sua durata in carica.
Per quanto riguarda lo studio del bilancio, mi dispiace di non aver trovato in esso un piano dei lavori pubblici. Certamente, per chi entra a fare parte di questo Consiglio per la prima volta, sarebbe stato di grande aiuto poter avere maggiori precisazioni nel campo dei lavori pubblici, come, d'altra parte, anche in quello del turismo. Ci sono delle voci elencate nelle spese dell'Assessorato al turismo, per esempio le centinaia di milioni per propagande turistiche, che sarebbe stato bene integrare almeno con una breve relazione su come si intende spendere queste somme.
Insomma, personalmente ho trovato che il bilancio che mi è stato sottoposto era un elenco di voci che ripeteva più o meno le somme già previste per il 1973. Ho avuto l'impressione che per uno studio più approfondito, e quindi per un voto molto più cosciente, sarebbe stato necessario integrare molti argomenti citati nel bilancio, come dicevo, con alcune relazioni e alcuni piani. Può darsi che tali relazioni vengano fatte qui in Consiglio, nel qual caso mi auguro che siano abbastanza chiare per poter permettere, almeno a me, di dare un volto cosciente.
Dolchi (Presidente) - È iscritto a parlare il Consigliere Monami. Ne ha facoltà.
Monami (PCI) - Signor Presidente, Signori Consiglieri, io non ho avuto l'accortezza e il tempo di prepararmi diligentemente così come altri hanno fatto, ma cercherò ugualmente di spiegare le ragioni per cui il nostro gruppo è d'accordo sulla impostazione del bilancio di previsione del 1974, con tutte le conseguenze che esso comporta, sia in sede di applicazione e di realizzazioni, che in sede politica, per quanto riguarda le scelte di fondo, e anche sulla presentazione di un secondo bilancio, che è la bozza sulla quale noi invitiamo il Consiglio a discutere e a pronunciarsi, perché dovrebbe essere il bilancio di previsione dei prossimi anni. Noi comunisti, con le altre forze della maggioranza, avevamo chiesto l'esercizio provvisorio del bilancio per i primi quattro mesi del 1974, perché avevamo capito che mancava il tempo di affrontare documento valido, in seguito alle vicende elettorali del 1973. Ma ponevamo anche l'accento, in modo particolare noi comunisti, sul fatto di avere il tempo di poter preparare un bilancio nuovo, che non fosse, come è stato per molti anni, la ripetizione dei precedenti. È vero che su questo argomento ognuno di noi ha le proprie opinioni, per cui ciò che è nuovo per alcuni, può essere considerato da altri vecchio e viceversa. È questione di punti di vista, ma ritengo che non si possa negare che uno sforzo, forse il collega Mappelli, al quale faccio gli auguri di pronta guarigione, direbbe uno sforzo fallito, è stato fatto e che il secondo documento che la maggioranza ha presentato al Consiglio costituisce per la prima volta uno strumento nuovo di lavoro con delle indicazioni, secondo noi, più precise e più chiare di quelle date dai bilanci passati. Non è la tecnica della scopa nuova che scopa bene, è il frutto di una ricerca in questa direzione.
Abbiamo modificato il bilancio, secondo me, in due sensi: in quello tecnico vero e proprio, strutturale e in quello dei contenuti di carattere politico. Noi riteniamo che era necessario darci un nuovo strumento di lavoro, perché soltanto adeguando gli strumenti con i quali è necessario lavorare, e il bilancio è uno strumento di fondo per l'Amministrazione regionale, potevamo porci il conseguente obiettivo di un diverso modo di amministrare la Regione. Questi elementi, quindi, sono, secondo noi, contenuti nella nuova bozza di bilancio, intanto per due ragioni molto semplici. Si è molto parlato, a proposito e a sproposito, del bilancio della Regione, della sua consistenza, delle grandi cifre a disposizione dell'Amministrazione per interventi nei vari settori. Si trattava, però, di un bilancio che dava un'indicazione complessiva non facilmente interpretabile, per cui quasi sempre si riteneva che fosse notevolmente superiore alla sua realtà. Con la nuova suddivisione delle entrate, che vi proponiamo nel testo giallo, operiamo secondo le caratteristiche delle entrate stesse e stabiliamo, con estrema precisione, cosa che non era mai stata fatta in precedenza, qual è la vera cifra a disposizione dell'Amministrazione regionale, depurata da tutte le somme che non è possibile spendere. Abbiamo quindi cercato di dividere con più chiarezza e rendere più leggibile il tipo delle entrate e di classificare immediatamente quale poteva essere l'ammontare a disposizione dell'Amministrazione.
Inoltre, per quanto riguarda la spesa, abbiamo cercato di "sministerializzare" il bilancio della Regione, che da trent'anni era fatto sulla base di quelli statali, cioè si riferiva ai bilanci di competenza, per quanto riguarda lo Stato, dei Ministeri e, per la Regione, degli Assessorati. Era cioè un bilancio rigido e vincolato, attraverso il quale era possibile la gestione, direi, sostanzialmente personale dei vari Assessori o funzionari e tecnici di ogni Assessorato.
Abbiamo cercato, nelle spese, di togliere la rigida competenza degli Assessori, raggruppandole secondo le caratteristiche che nascevano dalla loro qualità ed al loro indirizzo politico, per cui si ha una spesa divisa per campi di intervento primari quali l'Istruzione pubblica, la Sanità, gli interventi economici, sociali, la viabilità, l'Agricoltura, ecc. Abbiamo cioè voluto rendere il bilancio leggibile e comprensibile, in modo che fosse immediatamente individuata la direzione nella quale la pubblica amministrazione dirigeva i suoi sforzi. Riteniamo di avere assolto questo compito per la prima volta, dicevo, dopo quasi trent'anni di amministrazione, in modo sufficiente, anche se il nuovo schema ha bisogno di ulteriori approfondimenti e correzioni, ragioni per le quali noi chiediamo il confronto di tutte le forze politiche in aula. D'altra parte, non è certo l'invenzione dell'ombrello o dell'acqua calda. Abbiamo fatto uso delle esperienze ormai consolidate di altre Regioni, che in questo modo si erano date uno strumento di lavoro che noi riteniamo più idoneo e preciso. Non abbiamo certamente risolto tutti i problemi; intanto va precisato che non era possibile attuare questo bilancio per il 1974, perché, in virtù dell'esercizio provvisorio, i primi quattro mesi del bilancio venivano a essere contabilizzati secondo i vecchi schemi e dopo di essi non avremmo potuto iniziare un nuovo tipo di contabilità. È necessario, però, da questo momento lavorare subito e intensamente attorno al nuovo tipo di bilancio, se vogliamo renderlo operante per gli anni futuri, soprattutto con una preparazione politica che dia delle indicazioni precise.
Secondo noi comunisti, sono tre le direzioni nelle quali bisogna lavorare per portare, come hanno detto bene il Presidente della Giunta e l'Assessore alle finanze, il bilancio del 1975 prima della conclusione del corrente anno finanziario. Dobbiamo discutere in quest'aula un piano di sviluppo regionale che sia la conseguenza e la sintesi di uno studio che la Programmazione ha ormai messo a punto dopo tanti anni di elaborazione. Ebbene, mi sia concesso di fare una breve parentesi. Anche per quanto riguarda la programmazione, più volte richiesta come strumento indispensabile per amministrare bene, è necessario dire che essa ha iniziato a funzionare in Valle d'Aosta sotto l'egida di un'Amministrazione regionale della quale facevano parte i comunisti, così come oggi possiamo dire, con fierezza, che la nostra partecipazione a questa maggioranza ha permesso lo studio di un nuovo bilancio, dopo aver trovato disponibile la stessa, sia pure con diverse opinioni, e l'Assessore alle finanze, che in questa direzione si è prodigato. È quindi necessario dibattere in aula quello che noi chiamiamo il piano regionale di sviluppo, in modo che siano indicate con la maggiore precisione possibile le linee di intervento in tutti i settori più importanti della vita economica della Regione. Certo, anche il piano di sviluppo sarà frutto di confronto di idee e non potrà essere patrimonio di nessuno; avrà come denominatore comune non la volontà di una parte politica, ma quella di una maggioranza chiara e precisa che intenda andare avanti in questa direzione, però non chiusa al confronto con le altre forze politiche. E io apprezzo quando l'amico Bondaz dice che soltanto "un'intesa programmatica", sono le sue parole, "tra le forze progressiste e regionalista può trovare l'appoggio della Democrazia Cristiana", a cui io aggiungo, anche di altre forze politiche. Ebbene, penso che l'amico Bondaz non possa negare che si trova proprio davanti ad una Giunta e a una maggioranza di forze sinceramente progressiste e di forze altrettanto sinceramente regionaliste. Da ciò allora dovrebbe nascere un atteggiamento autocritico di quella forza politica a cui egli appartiene, per vedere in che misura contribuire a una elaborazione chiara e onesta di un programma di sviluppo regionale e non attestarsi invece su posizioni di preconcetta opposizione.
La seconda direzione di cui ho parlato e quella di un riesame attento e cosciente, alla luce delle attuali condizioni politiche economiche e sociali della Valle d'Aosta, di tutte quelle leggi e quei provvedimenti che comportano delle spese annue indefinite nel tempo, che mirano a rendere sempre più rigido il bilancio, così come ha detto l'Assessore alle finanze. È necessario limitare questa rigidità del bilancio, se vogliamo fare un censimento delle disponibilità finanziarie della Regione, per intervenire in quei settori che saranno indicati dal piano di sviluppo regionale. Per lavorare in queste due direzioni non dobbiamo dimenticare la terza, che riguarda la creazione di alcuni strumenti e momenti organizzativi e tecnici dell'apparato burocratico, che consentano ai funzionari di lavorare collegialmente e in équipe, anche in lavoro interassessorile per materie non di stretta competenza del proprio Assessorato al fine di rendersi padroni di una materia più vasta e di fare in modo che gli sforzi di molti egregi, capaci e validi tecnici dell'Amministrazione regionale vadano nella direzione che gli organi politici indicano.
Ecco quali sono le indicazioni di lavoro che noi diamo per un immediato futuro, perché da questo bilancio possiamo trarre tutti i vantaggi che noi riteniamo se ne possano trarre. Vi ho detto che il secondo documento non recepisce ancora completamente quanto noi volevamo, però riteniamo che costituisca un utile momento di confronto delle idee e riteniamo che l'esperienza e la capacità di tutti i Consiglieri siano in grado di dare un apporto.
Ora parliamo del bilancio del 1974 vero e proprio. Mi pare che il collega Bondaz abbia detto che nelle due relazioni del Presidente della Giunta e dell'Assessore alle finanze sono mancate delle indicazioni precise; mi sembra, invece, che entrambi abbiano indicato con precisione come ci siamo mossi per la formazione di questo bilancio. Intanto abbiamo voluto congelare le spese ordinarie e d'ordine del bilancio del 1974 ai livelli del 1973, non certamente per essere sensibili ai richiami di La Malfa, il cui discorso è nel senso di congelare le spese di intervento straordinario o in conto economico. Abbiamo voluto congelare le spese ordinarie, nel tentativo di eliminare il costante aumento delle stesse, che dà rigidità al bilancio. Se avessimo accettato le richieste, sia pure talvolta giustificate, dei vari Assessori, le avremmo aumentate ancora quest'anno come abbiamo fatto indiscriminatamente da vent'anni a questa parte, togliendo una buona parte di disponibilità finanziaria per gli interventi di fondo. Questo, mi pare, è un saggio modo di amministrare, che ci consente con questo bilancio di transizione, perché così vorrei chiamare quello del 1974, anche se contiene ugualmente delle indicazioni di carattere puliti, di preparare il bilancio del 1975, che dovrà essere corredato dal piano poliennale e programmatico, come dicevo prima.
Abbiamo, per quanto è stato possibile, recuperato anche quest'anno, proprio con il provvedimento del congelamento, una non indifferente cifra da mettersi a disposizione per le spese in conto capitale. Richiamo l'attenzione dei Signori Consiglieri sulla differenza sostanziale che esiste nella parte spesa di quest'anno. La voce "Personale" incide, mi sia concesso di dirlo, mi pare, per quasi 1 miliardo di lire di più degli anni precedenti, cosa che ha vincolato e che vincola naturalmente in modo molto rigido il bilancio del 1974. Faccio notare che nei confronti di questo notevole aumento di spesa si registra una contenuta maggiore entrata, diversa da quella notevole registrata nel 1973 in virtù dell'attuato riparto fiscale. Ecco quindi la necessità di ricorrere a quell'accorgimento, per reperire i miliardi, di cui vi ha parlato l'Assessore alle finanze, da destinare a investimenti e alle spese in conto capitale.
Vengo ora a un giudizio politico che noi diamo del bilancio. L'aver stanziato una notevole quantità di denaro, e i documenti sono sotto gli occhi di Consiglieri, per l'edilizia sociale, dove si vedono quasi raddoppiate le cifre per le opere igienico-sanitarie, l'aver messo a disposizione dell'edilizia scolastica una somma notevolmente superiore a quella del 1973, l'aver ripetuto, per il secondo anno consecutivo, nel campo dell'edilizia per abitazioni una cifra di 800 milioni, senza contare quella per l'acquisizione delle aree necessarie, gli interventi per lo sviluppo zootecnico, oltre ai già notevoli stanziamenti nei confronti dell'agricoltura, l'essersi preoccupati di orientare alcune spese nella direzione dello sviluppo turistico della nostra Regione, l'aver impegnato somme non indifferenti per quanto riguarda la Sanità e i trasporti, problemi sociali che si fanno sempre più scottanti, il miliardo e mezzo a disposizione delle Comunità montane, tutti questi aspetti ritengo che siano una qualificazione politica valida e giusta che richieda l'appoggio e il sostegno del Partito Comunista. Ecco perché, pur non essendo il bilancio che avrebbero voluto i comunisti, ma quello della maggioranza, che su questo terreno si è confrontata, noi diamo a esso un giudizio sereno di validità e di capacità di permettere degli intelligenti interventi in tutti i settori.
Io ritengo, colleghi Consiglieri, che, se non partiamo da posizioni di preconcetta opposizione, non possiamo non trovare qualche cosa di sostanzialmente nuovo, che ha completamente capovolto il tradizionale modo di fare il bilancio della Valle d'Aosta. Non si può parlare soltanto di una inversione di cifre o di un rimescolamento di carte, si deve parlare di un orientamento nuovo che nasce chiaro ed è chiaro e leggibile. È in questa direzione che noi insistiamo di andare e che impegniamo i nostri amici della maggioranza e gli amici dell'opposizione per un sereno confronto, per vedere se è vero o no che si può amministrare in modo diverso la Regione. Noi diciamo che questo documento sta a dimostrare che è possibile e lo vogliamo fare con impegno, fino in fondo. Ecco perché, fin da questo momento, ci impegniamo a lavorare seriamente nella triplice direzione da me indicata: immediato lavoro con il nuovo piano di sviluppo regionale, dal quale trarre indicazioni per costruire il bilancio del 1975, opera di verifica radicale, completa tutte le spese non più attuali, creazione di momenti di contatto organico tra gli organismi burocratici della Regione, per garantire a questa uno sviluppo sereno, tranquillo che noi vogliamo, ma che soprattutto i cittadini della Valle d'Aosta si aspettano da noi che la amministriamo.
Dolchi (Presidente) - È iscritto a parlare il Consigliere Bordon. Ne ha facoltà.
Bordon (DC) - Non vi nascondo che, come sempre d'altronde, ci sono delle preoccupazioni che mi assillano, perché l'argomento è molto importante. Penso che sia un mio dovere dare atto che questo dibattito avviene in un clima veramente di collaborazione, idilliaco lo definirei, che non vorrei assolutamente guastare. Quindi, mi riprometto, finché mi sarà possibile, di rimanere nel giusto binario, di non creare della polemica, come non è stato fatto fino ad ora e di dire il mio parere, anche se dissento da certe impostazioni. Naturalmente vorrei, e mi sia concesso, scendere a un livello un po' più pratico, perché ho sentito degli interventi veramente fatti bene, che però mi hanno lasciato un po' perplesso. Se noi abbiamo sentito quello che è stato detto negli interventi precedenti, come suggerivo all'amico Albaney, in patois noi dovremmo dire: "l'an bien predza". Ma dobbiamo rimanere con i piedi per terra e non criticare il passato per quello che può essere un futuro ancora da realizzare. Pertanto, vorrei fare certe considerazioni molto più pratiche, da uomo della strada. Per quanto riguarda l'intervento dell'amico Monami, con il quale discuteremo poi ancora, perché in questo momento è uscito, non ho nulla da criticare, solo da lodare il suo punto di vista. Però mi ha lasciato perplesso, perché a un certo momento noi abbiamo sentito dire: "abbiamo deciso questa impostazione". Allora la prima considerazione che mi viene in mente è che questo mio intervento serva ben poco, perché noi non abbiamo saputo niente di quello che si faceva, né di quello che poteva venire fuori. Quindi non so a cosa possa servire il mio intervento. Vorrei dire che parlo per amor di mestiere, perché, in tanti anni che si è qui dentro, ognuno ha sempre cercato di dare il suo apporto. Però devo dire che noi della minoranza, lo abbiamo potuto constatare in questi ultimi anni, abbiamo contato ben poco, anche se ci siamo premurati di dire il nostro punto di vista, dimostrare, secondo la nostra modesta esperienza, quali potevano essere le carenze che di volta in volta si presentavano. Ma si è proseguiti sempre imperterriti, salvo poi ritornare in questa aula a scoprire le mancanze che noi avevamo previsto molto tempo prima. Ciò nonostante, siamo però convinti che il nostro dovere di opposizione sia di dare un responsabile contributo all'amministrazione della cosa pubblica e di affrontare i problemi che premono, impegnando la maggioranza a risolverli. Naturalmente in questo modo noi rispondiamo all'invito del Presidente della Giunta, che fin dall'inizio, cambiando un po' la prassi, perché generalmente egli chiudeva il dibattito, quasi quasi ci ha voluto dire: "rimbocchiamoci tutti di le maniche; questo è un bilancio di transizione, che noi portiamo qui come ultimo, per passare poi a un nuovo metodo contabile. Quindi se potete critiche non fatene, perché è l'ultimo anno".
Ora, il bilancio, siamo tutti d'accordo, è un fatto economico-amministrativo, ce lo ripetiamo sempre, ma è anche un fatto essenzialmente politico, perché riflette la volontà politica di una maggioranza. La maggioranza ha seguito una certa impostazione e c'è la porta ora come proposta per il dibattito; compito nostro e di vedere se siamo d'accordo su di essa o se non lo siamo. La volontà politica della maggioranza, anche se non condivisa dalla minoranza, si afferma ugualmente, grazie al gioco democratico, per cui noi sappiamo già che potremo fare tutto il possibile per indicare eventuali lacune, ma in fondo in fondo non riusciremo a cambiare niente, perché i 18 voti per la maggioranza ci sono. Pertanto, potremmo fare a meno di tutti questo discorso. Abbiamo però il dovere, come consiglieri regionali, di dire quello che pensiamo. Una cosa che rientra un po' nelle mie abitudini e di andare a guardare il passato e, per esempio, quello che si diceva parecchi anni or sono e che ora non si dice più, perché per certi consiglieri, quando sono in maggioranza, una certa impostazione va bene, e non va più bene quando sono in minoranza. Allora io, bonariamente, mi diverto qualche volta a vedere i salti della quaglia che vengono fatti. Comunque, i bilanci vecchi non andavano e ne occorre uno nuovo, cosa su cui possiamo anche essere tutti d'accordo, perché la politica dell'economia sono in continuo divenire ed è giusto che ci si adegui e si portino degli strumenti diversi.
Noi abbiamo dei consiglieri che nel 1970 dicevano: "il mio parere non può che essere negativo su questo bilancio, perché non fa che ricalcare lo schema dei bilanci passati, è impostato con i vecchi sistemi dittatoriali e paternalistici dei sussidi e delle elemosine". Oggi tutto questo, con il nuovo bilancio, non esisterebbe più. Mi ero preparato una battuta che potrebbe essere non simpatica, mentre voglio essere tale, almeno ai miei pochi amici che ho qui, e cioè che il fatto di mandarci questo nuovo bilancio dietro a quello valido e un colpo furbastro dell'Assessore alle finanze, il quale sta sorridendo. Insomma, oggi, se continuiamo in questo modo, noi non parliamo del bilancio di previsione del 1974. Esso viene coperto da quello che viene dopo, perché ora si dice: "Signori, questo è un nuovo bilancio e voi lo vedete su quell'altro che vi abbiamo portato e che dovrebbe essere quello del 1975". Io ringrazio innanzitutto il Consigliere Monami, senza sottintesi, come amico, indipendentemente dalle nostre divergenze politiche, che potrebbero anche attenuarsi sia da una parte che dall'altra, per tutte le spiegazioni che ci ha voluto così cortesemente dare, perché noi tutta questa nuova scienza di impostazione amministrativa, in senso buono, l'abbiamo vista cinque giorni fa, l'abbiamo ricevuta sabato. Cosa volete che noi si possa venire oggi in quest'aula a dire che quella ideale. Penso che, se si migliora, lo si faccia sempre a fin di bene; quindi guardo il nuovo bilancio con simpatia, senza nulla di preconcetto. Però bisognerà esaminarlo, sentiremo coloro che sono andati presso altre Regioni e hanno visto come funzionano, perché è stato detto giustamente che non è una nuova scienza valdostana; il Consigliere Ramera parlerà di questo e vi dirà che, in fondo in fondo, esso ricalca anche quello dello Stato. Quindi io sono perfettamente d'accordo, quando si dice che toglieremo dalle mani dell'Assessore, quasi spersonalizzeremo, la spesa dell'Assessorato; ma io credo che logicamente gli assessori, se amano il loro assessorato e vi dedicano una grande attività, lo difendano. Comunque io oggi non posso dire granché sul nuovo bilancio che volete impostare nel 1975. Il nostro Presidente della Giunta, in breve, richiede un impegno per superare il momento difficile, affinché l'Amministrazione possa guidare lo sviluppo economico della regione con nuovi metodi di governo, con uno sforzo comune è responsabile, eccetera. Ma noi, proprio per tutte queste sacrosante ragioni, discutiamo il bilancio del 1974 adesso e parleremo di quello nuovo nel 1975. Una prima perplessità sulla sua relazione riguarda l'aspetto della democrazia. Ci ricordiamo tutti quando si diceva: "è un bilancio da dittatori, perché non si sono sentite le altre forze della regione". Allora molti protestavano. Oggi invece il nostro buon Assessore alle finanze, sia ben chiaro che non rimprovero nessuno, con molta eleganza e sinteticità comunica: "il bilancio sentiti il Comitato tecnico consultivo per la programmazione regionale, i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, l'associazione dei Sindaci della Valle d'Aosta, è caratterizzato...". Ora io comincio a chiedere alcune cose, che cercherò di abbreviare molto, e dovrei ricalcare in parte le orme del Consigliere Viglino. La programmazione l'abbiamo voluta tutti qui dentro. C'era chi aveva più fiducia, chi meno, chi diceva già "lascerà il tempo che trova", ma abbiamo voluto procedere con fiducia. Però qualche volta le nostre reazioni contro la programmazione sono giuste. Ha ragione la collega Viglino perché non è solo lei, che da otto mesi siede in quest'aula, a non sapere niente: anche noi non sappiamo niente. Ecco allora perché ci chiediamo se la programmazione e un meraviglioso ufficio di prebende. A me sarebbe piaciuto, per esempio, che mi si dicesse: "questa è la relazione della Programmazione". Allora avrei potuto vedere che cosa si indicava, perché questo nuovo bilancio, nel quale voglio avere fiducia, notate bene quello che vi dico, può essere valido soltanto se c'è una programmazione efficace. Se voi mi fate il piano quinquennale e destinate la maggior parte dei capitali in determinati settori, tutto ciò non sarà nient'altro che prendere il bilancio di quest'anno e trasformarlo per settori. Quindi, se non c'è una programmazione chiara, netta e precisa, non si può andare avanti. Qui, Signori, o la copia delle relazioni del comitato tecnico consultivo per la programmazione regionale, in data 13 gennaio 1970, proprio su quel famoso bilancio che poi andò a finire a carte quarantotto. Se noi leggiamo, vediamo che la relazione dava dei suggerimenti, per cui, per esempio, era scritto: "l'attività finanziaria pubblica costituisce la leva fondamentale della politica economica. Con la politica di programmazione la manovra della finanza pubblica si congiunge direttamente agli obiettivi generali della politica economica, quindi al tasso quantitativo e alla qualità dello sviluppo. Ne consegue, da queste affermazioni ormai ovvie, la necessità per la programmazione...". In mezzo a tutte queste parole, che avrebbero dovuto già allora modificare qualche cosa del bilancio, cosa che non è avvenuta, ce ne sono di quelle che mi hanno colpito e delle quali mi servirò oggi come esempio. "Uno dei principi fondamentali del bilancio di una pubblica amministrazione, e ciò anche al di fuori di una corretta attività programmata, è che anche la più piccola somma spesa per ciascuna singolare attività deve dare un risultato almeno uguale al suo ammontare". E prosegue ancora: "In sostanza l'attività dell'amministrazione regionale nella mutata realtà socioeconomica tende a trasformarsi da marginale a protagonista della vita della comunità...". Pensate che nel 1970 qualcuno del Comitato per la programmazione diceva questo, e aveva ragione, e noi non abbiamo fatto niente fino a oggi. Non è una colpa che io faccio qualcuno, è una constatazione. Qui ho segnato altri punti, ma ve ne faccio grazia, non perché non valga la pena di leggerli, ma perché, se eventualmente me lo richiederete, ve ne farò una fotocopia, affinché vediate e comprendiate cosa dicevamo nel 1970. Quindi, come dicevo prima, io avrei voluto sapere cosa aveva suggerito l'Ufficio di programmazione.
Si dice anche "abbiamo sentito i sindacati". Io mi chiedo scusa, ma mi avrebbe fatto piacere conoscere che cosa avevano chiesto. Voi mi potrete dire: leggiti il bilancio e vedrai che il problema della casa, dei trasporti, eccetera, eccetera... ma ci sono dei problemi che vorremmo sapere se sono stati presentati dai sindacati. Per esempio, ora tocco un tasto che potrebbe anche sollevare delle discussioni, ma lo tocco a fin di bene, prendiamo una rivista come questa, che è del PCI, che mi interessa molto e alla quale probabilmente farò l'abbonamento, "Nuova Società". Su di essa si scrive che il sindacato non deve essere consultato, ma deve avere un confronto con la Regione piemontese. Quindi a Torino si fa un discorso diverso che in Valle d'Aosta, perché la si discute e si imposta, per esempio, il problema che riguarda i prezzi politici. Non abbiatevene a male se ci serviamo di questi documenti per dirvi che bisogna fare qualche cosa di più. Qualcuno ha già toccato il problema del personale regionale, perché a un certo momento ci troviamo del personale che sciopera e che non è soddisfatto. Non faccio il nome di un Consigliere che si trova in quest'aula, il quale però sa che mi riferisco a lui, perché quando avevo il dispiacere, o chiamiamolo onore, di fare il Presidente della Giunta in un caso analogo fu il lapidato, perché non eravamo neanche capaci di mettere la pace in seno alla nostra famiglia. Oggi questo non succede, forse perché i Sindacati non condividono l'impostazione di quegli impiegati che scioperano, se a torto o a ragione ne parleremo in altra sede. Però i problemi restano fermi e oggi mi si viene a dire: guai se toccheremo ancora le spese correnti. Io protesto perché le spese correnti non si devono toccare solo alla vigilia delle elezioni, quando servono per portare dei voti, ma possono crescere durante gli anni di amministrazione. Anche su questo. Avrei voluto sapere che cosa avevano chiesto i Sindacati, che cosa era stato negato o concesso.
Le stesse considerazioni valgono per il parere dell'associazione dei Sindaci. Se dovessimo fare delle disquisizioni, ci si potrebbe divertire.
Il Consigliere Monami mi sembra che a un certo momento abbia detto che le autonomie più sono larghe, più creano responsabilità in loco. Certo, è giusto che sia così. Una volta, per tutto ciò che andava a male, si gridava, e si poteva gridare, non "delenda Carthago" ma "delenda Roma". Oggi qualche cosa di più abbiamo ottenuto con certe leggi, con i cambiamenti che sono avvenuti in seno alle Regioni, con l'istituzione delle Regioni a Statuto ordinario. Quindi certe situazioni anche difficili devono essere risolte in loco. Allora per esempio, abbiamo sentito i Sindaci e abbiamo stanziato, mi sembra 500 milioni per le Comunità montane, 50 milioni magari per il funzionamento dei loro uffici e con questo "arrivederci e grazie". Mi si dirà che, poiché, probabilmente, quest'anno le Comunità non riusciranno a portare avanti granché, i soldi bastano, altrimenti sarebbero insufficienti. Avremo modo di parlare di questo a tempo e a luogo. Comunque noi ci siamo battuti per avere un'autonomia dal centro, perché ritenevamo che i problemi qui potessero essere risolti con più facilità; invece accadde che adesso noi di fronte a determinati Sindaci neghiamo quell'autonomia che avevamo richiesto al centro.
Veniamo all'ammontare del bilancio: 41 miliardi e 910 milioni. A me sembra che sia un discreto bilancio con 42 miliardi e un'autonomia speciale dal 1948: pochi miliardi, magari, all'anno, ma, ce lo auguriamo tutti, spesi bene. Sulle entrate potrei dire una cosa che mi sta in gola, perché purtroppo ce la sentivamo sempre rinfacciare. Chiedo scusa, perché non voglio toccare e attaccare nessuno, ma l'unica considerazione di fronte a questi 42 miliardi è che il Governo di centrosinistra, o meglio questi partiti nazionali così famigerati, a un certo momento posso dire, non che sono stati generosi, altrimenti mi sparano, ma almeno che sono stati comprensivi. Quindi penso che sia una cifra cospicua, che, se spesa bene, dovrebbe dare dei buoni risultati. Le spese correnti ammontano a 20 miliardi, quelle in conto capitale a 23 miliardi grosso modo, perché i milioni, anche se sono 400 o 500, non contano più niente. Mi ha fatto piacere a questo proposito l'obiettiva relazione dell'Assessore alle finanze, che ha dichiarato che questo bilancio preoccupa, è diventato rigido. Io dico all'Assessore: preparati pure, lo vedrai diventare ancora più rigido, perché le rivendicazioni continuano. Per esempio, io mi domando se questa nostra autonomia speciale non deve venire incontro alle necessità del povero pensionato con 35 mila lire, che a un certo momento chieda un aumento. Ciò aumenterà la spesa corrente e il bilancio viene ritoccato per forza. Quindi l'Assessore alle finanze vedrà che le richieste aumenteranno, perché non possono essere contenute e non si potrà dire: non portiamo più avanti la spesa corrente. Perciò si tratta di un campanello di allarme. E questi 42 miliardi dove dimettiamo? Questo è il problema e adesso la responsabilità è nostra, perché siamo noi che dobbiamo portarlo avanti. Ora, come amministratore, io vi dico la verità, sono amareggiato, perché constato non tanto le varie carenze di cifre, dal momento che, come giustamente suggeriva qualcuno, questo bilancio è una bellissima esposizione di capitoli, titoli, eccetera. La mia preoccupazione è che arrivati a un certo momento, non voglio parlare di incapacità della Giunta, per non fare della polemica, io ho l'impressione che qualche cosa non vada. Perché? Perché a un certo momento noi rimaniamo fermi prima di decidere qualche cosa. È vero che bisogna andare con i piedi di piombo, ma Signori, noi abbiamo dei problemi, e ne riparleremo esaminando i vari capitoli, che sono sul tappeto da anni e anni. Allora, per esempio, l'Ospedale geriatrico, per la cui realizzazione era stato stanziato 1 miliardo di lire, richiede di nuovo 1 miliardo e 100 milioni affinché la sua costruzione vada avanti. Adesso parleremo degli inceneritori, porterò anch'io una proposta, però da due o tre anni il problema è fermo, mentre aumentano i costi. Ecco su cosa noi non siamo d'accordo con questa maggioranza; si fanno delle grandi e belle chiacchierate ma poi non si portano avanti di problemi.
Ora, non è che voglia pensare a riferirmi al comportamento storico, perché esso qui, con il Collega Monami, è già avvenuto, se è vero, come è vero, che c'era una sinistra democristiana che si è staccata e lo ha già fatto. Tante che qualche volta, quando io dico che anche la Democrazia Cristiana in campo nazionale probabilmente farà il compromesso storico, o perché non potrà farne a meno o perché sarà necessario per convenienza, allora perché ci si dovrebbe scandalizzare tanto. Noi qui nel nostro piccolo ce lo abbiamo e, se è vero, come dicono tutti quelli che sono qui, che tutto va a gonfie vele, e mi servo di una battuta del Consigliere Manganoni, quando dice "tout va très bien Madame la marquise", allora se qui "tout va très bien Madame la marquise", il devrait y aller aussi dans le reste de l'Italie. Quindi, indubbiamente, gli unici qui dentro che sanno cosa vogliono, siete voi i comunisti, perché avete portato avanti le discussioni, qualche volta mettendo anche in difficoltà la Giunta, perché lo fate qui come in campo nazionale. Per questo io sono sempre contento, quando un domani, colui che porta un'idea, invece di suggerirla solamente, la viene ad applicare. Quindi io sono contro certe convenienze che non vedono un comunista seduto in Giunta. Qui nella Regione voi avete dei punti di vista che non collimano molte volte con i nostri, ma questa è democrazia, perché, altrimenti, dovremmo essere tutti iscritti al vostro partito o al mio. Arrivato a questo punto devo proseguire. Il mio dissenso oggi in questa sede si basa proprio su quella piccola frase, che ho letto prima, per cui, secondo il Comitato di programmazione, indipendentemente da tutto il resto, tutte le spese regionali, anche se piccole, dovrebbero dare un risultato positivo. Quindi, secondo il mio punto di vista, io voglio esaminare con voi i problemi, non per criticare gli assessori o gli assessorati, ma perché se ne traggano le dovute conclusioni. Naturalmente dovrò abbreviare di molto gli appunti che mi sono preso, perché qualcosa hanno già toccato altri consiglieri. Ma, per esempio, uno dei problemi, per me, in Valle d'Aosta è quello dell'istruzione pubblica. Nel bilancio, per l'assessorato competente, sono stanziati 10 miliardi 353 milioni. Ora, noi siamo tutti d'accordo, specialmente quelli vecchi che erano qui nel 1944, o da partigiani, oppure durante le battaglie alla Costituente e in seguito con i movimenti politici sorti e scomparsi, che abbiamo voluto poter amministrare la scuola, perché rappresentava per noi una difesa a oltranza del bilinguismo, che indubbiamente è stato, con tutti gli altri motivi, con le tradizioni, con "l'ethnie valdôtaine", una delle cause per le quali noi abbiamo avuto l'autonomia a Statuto speciale. Ora, e, come dicevo prima, non suoni a rimprovero all'Assessore all'istruzione pubblica, che, tra parentesi non se lo meriterebbe, perché è uno dei più educati tra gli uomini della Giunta, porta avanti i suoi problemi e ce la mette tutta, come ha fatto in altri uffici, io mi domando Signori, se ci accorgiamo o no che lo scopo per il quale ci siamo battuti, la difesa del francese e del partout a, perché non dovessero venire a morire, sta fallendo. Ce la mettiamo tutta, io lo riconosco. La mia posizione è diversa da quella di tanti altri, perché purtroppo da parecchi anni sono Consigliere e mi ricordo quando al mio fianco in Giunta avevo, come assessore alla pubblica istruzione, l'attuale Presidente della Giunta Dujany, al quale devo dare atto che ha sempre fatto, con tutta la compagine di Giunta, l'impossibile perché ciò non accadesse. Eppure, in questo Consiglio se mi incontro con la collega Viglino o con il collega Chanu e parlo il mio pessimo francese, o se, con altri, parlo patois, quante volte noi siamo guardate come delle bestie rare. Oppure addirittura se in qualche locale pubblico ad Aosta parliamo patois, siamo osservati come se ci dicessero: che razza di parlata è questa? Ora, non voglio che questo sia considerato razzismo, perché non ne ho mai fatto, noi vi diciamo che questi non valdostani, che sono stati graditissimi, sono venuti in Valle d'Aosta e sono qui a dividere con noi la torta di questa autonomia, senza nessuna cattiveria, ci devono aiutare a mantenere le nostre caratteristiche. Io vi dico che fra cinquant'anni, o molto meno, qui il francese sarà un ottimo ricordo e l'uso del patois sarà diminuito di molto. Questi sono i problemi che ci assillano, quindi vanno benissimo i 10 miliardi che abbiamo stanziato, ma bisognerà assolutamente che si studi qualche cosa per portare avanti delle nuove impostazioni; abbiamo ottenuto la televisione francofona e speriamo che questo ci serva.
Passiamo adesso all'agricoltura, nel cui campo ha già parlato molto bene il Consigliere Bondaz e che altri toccheranno, perché l'agricoltura è sempre presa in esame da tutti ed è giusto che lo sia. Vi dovrei dire che non c'è abbastanza denaro stanziato per l'agricoltura? Non è vero, non voglio dirvi questo, bensì che tutti insieme dobbiamo rivedere certe impostazioni. Il verde agricolo, o come lo si chiama, le tecnologie mi sfuggono sempre, non è stata una scoperta nostra. Noi abbiamo cercato di fare come in Francia e in Svizzera, cioè di ancorare al podere la famiglia contadina, perché Signori, noi dobbiamo trovare il sistema di favorire questo fatto e non prevedere una fuga dalla campagna, che sarà per la Valle d'Aosta, come per tutta la nazione, un disastro. Non siamo mai stati contro l'industrializzazione della regione, però essa deve essere fatta per quello che qui esiste. Noi dobbiamo dare la priorità all'agricoltura, perché i sacrifici fatti per essa vanno a vantaggio del cittadino valdostano, di quello che nei nostri paesi parla il francese e il patois. Certo, in una famiglia di agricoltori, e me ne vedo un tipo molto preciso, padre, madre, figlio, sua moglie e un figlio giovane, che conducono un'azienda agricola con trenta capi di bestiame e nella cui famiglia vive anche uno che lavora all'Enel, non si può pretendere che il giovane continui a praticare l'agricoltura, quando per 365 giorni all'anno, anche le feste, perché le mucche non hanno targa pari né dispari, alle quattro del mattino si deve alzare in ambienti in cui noi sappiamo perfettamente come si vive. In Francia, coloro che si sposano e che vanno ad affittare una cascina per cinque, sei, sette anni, ricevono tutto quanto serve per il suo avviamento. Io penso che, se un giovane che si sposa, lavorando la campagna, avesse parità di reddito con colui che lavora in uno stabilimento, certamente preferirebbe quel lavoro, piuttosto che timbrare il cartellino e prendere la silicosi. Ora invece in Valle d'Aosta l'aspirazione di un giovane di andare a fare il croupier al Casinò di Saint-Vincent, con 800 mila-1 milione di lire al mese, non so quanto, oppure di essere assunto all'Enel o all'Amministrazione regionale, perché danno una certa garanzia. Io mi domando come può il giovane valdostano fare l'agricoltore. Dovrebbe essere tonto a non scegliere un posto dove può guadagnare molto di più è stare molto meglio. Quindi non siamo d'accordo neanche su questa impostazione. Inoltre, unito all'agricoltura e il turismo. Sono d'accordo con voi che un domani con un turismo più sviluppato potremmo avere molte possibilità. Però, se una volta si diceva, "perché buttate via tutti questi soldi per l'agricoltura?", dopo venticinque anni ci si accorge che se manca l'agricoltura tutto va in rovina e, per esempio, è pieno di vivere. A un certo momento queste cose le dobbiamo esaminare e le discuteremo voce per voce.
Oggi si dice: bisogna cambiare sistema, per esempio, adesso le strade non si devono più fare, prima non avevamo una programmazione. Ma pensate solo che nel 1954, vent'anni fa, all'Assessorato al turismo si prendeva in esame la strada che andava da Gaby a Gressoney, che non era asfaltata, era un tratturo. Per parlare di turismo abbiamo dovuto per forza fare quelle strade. Io vi lascio immaginare effrazioni a tre ore di distanza dal fondovalle, senza telefono, nelle quali, se qualcuno stava male, si dovevano fare ore di corsa per scendere e salire, cosicché, se doveva guarire, guariva, ma poteva morire nell'attesa. Sono cose di cui bisogna tener conto e oggi abbiamo il piacere di vedere che tante strade sono state fatte in Valle d'Aosta, come un cavallo di battaglia del Consigliere Manganoni, la strada di Plout, e senza di esse non ci sarebbe la possibilità di tenere gli abitanti nei loro paesi.
Della Sanità ne parleremo capitolo per capitolo. Io, qualche volta, faccio arrabbiare l'assessore Benzo, perché lo vedo così tranquillo pacifico, con quell'aria "cavouriana", che mi sollecita a provocarlo un po'; ma gli chiedo scusa. Però i problemi sono fermi. L'ospedale geriatrico è stato fatto bene o male, la posizione è quella giusta, ma a ogni modo la sua costruzione si trascina, perché mancavano 1 miliardo100 milioni che adesso stanzieremo, per cui cerchiamo di sollecitare. Quando si è trattato di fare questo ospedale geriatrico si era detto: "guai a metterlo vicino ha un luogo in cui c'erano puerpere e bambini". Io sono andato l'altro giorno alla Maternità; lodo gli amministratori dell'Ente Ospedaliero Regionale, che hanno preso la decisione di sgomberare 60-70 posti letto dell'ospedale, però addirittura li hanno trasferiti all'ultimo piano della Maternità. Le cose cambiano che proprio non ci riesce a capire più niente. Ci sarebbe l'Ospedale psico-medico-pedagogico da esaminare, ma lo faremo dopo. C'è l'assistenza agli anziani. Abbiamo stanziato dei milioni, abbiamo parlato di sistemi che non vanno più bene e di quanto sarebbero meglio delle villette con tre o quattro persone. Ma perbacco! Facciamole, perché continuiamo a dire che una soluzione sarebbe migliore dell'altra e poi non applichiamo. Allora piuttosto facciamo una prova pilota e vediamo cosa ne viene fuori.
Passiamo al Turismo; l'Assessore al turismo non c'è, ma gli parlerò poi in separata sede. Si potrebbe discutere della legge urbanistica, dei piani regolatori, perché sono problemi che dobbiamo a tutti i costi risolvere. Io so che qualcuno nelle Commissioni urbanistiche a dei grossi fastidi, perché si ledono degli interessi e ci si rende impopolari. A un certo momento, però, bisogna avere il coraggio di farlo. Avrei voluto parlare all'assessore Milanesio del fatto che non c'è un museo in Valle d'Aosta e ne avevamo già discusso nel 1957-58. Ho avuto il piacere una sera di assistere a una conferenza della dottoressa Mollo, che è stata una cosa interessantissima. Abbiamo dei reperti che sono una cannonata; se li avessero in Francia o in Svizzera, e non che si voglia fare sempre la lode dei nostri vicini, indubbiamente non lascerebbero i visitatori che li vogliono vedere in difficoltà per trovarli. Potremmo parlare ancora di cosa si fa in Valle d'Aosta per la cultura, ma lo faremo in seguito.
È già stato toccato il problema dei trasporti pubblici in Aosta e io vorrei esaminare i trasporti in tutta la Valle. Accadono cose che fanno pena: per esempio, in quel di Saint-Marcel i viaggiatori devono venire giù al ponte a prendere il pullman e alla fermata non c'è una copertura, una panchina. Racconto ciò più che altro al Presidente della Giunta Dujany, che penso faccia quella strada quattro volte al giorno. Io ne carico tanti e adesso con la svalutazione aumenterò la tariffa, ma vi garantisco che mi fanno pena, perché, con qualsiasi tempo, non sanno dove aspettare. Martedì scorso c'era lo sciopero degli autisti dei pullman e non c'è un cartello che lo comunichi; io l'ho saputo, perché a Nus chiedo il biglietto al tabaccaio, ma qualche accidente penso che lo mandiamo tutti. Quindi dovremo studiare il problema, proprio adesso che quel brav'uomo di Feisal ci ha messo in difficoltà con i trasporti privati, con la "macchina", le autostrade.
Non si finirebbe più, quindi mi riservo di parlare durante la discussione capitolo per capitolo. Il dissenso non è forse sulle cifre. Certo voi potreste dire: ma tu dove vai a prendere il denaro da aggiungere all'agricoltura, o al turismo, o all'istruzione pubblica? Se dovessi decidere ora, in quattro e quattr'otto, io qualche fondo lo toglierei all'Assessorato ai lavori pubblici. Comunque ne parleremo poi con calma. Quindi vi ringrazio e vi chiedo scusa.
Dolchi (Presidente) - Signori Consiglieri, sono le 12,24 e sono iscritti a parlare i colleghi Manganoni e Fosson. Ritenete che si possano, dopo la tornata abbastanza intensa di questa mattina, rinviare i lavori a oggi pomeriggio?
Ha chiesto la parola il Consigliere Manganoni. Ne ha facoltà.
Manganoni (PCI) - Io proporrei di andarcene a casa e di ricominciare alle 4,00 del pomeriggio, ma di essere puntuali.
Dolchi (Presidente) - Mi sembra di trovare il consenso dei Consiglieri. Vorrei chiedere se altri Consiglieri hanno l'intenzione di iscriversi a parlare fin da adesso.
Si sono iscritti a parlare i Consiglieri Jorrioz, Tonino, Parisi.
La seduta è tolta e i lavori riprenderanno alle 16,00, possibilmente precise. Grazie.
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La seduta è sospesa alle ore 12,20.
