Resoconto integrale del dibattito dell'aula. I documenti allegati sono reperibili nel link "iter atto".

Oggetto del Consiglio n. 224 del 11 febbraio 2026 - Resoconto

OBJECT N° 224/XVII - Communications du Président du Conseil.

Aggravi (Président) -Point n° 2 à l'ordre du jour.

Ieri, martedì 10 febbraio, ricorreva il Giorno del Ricordo istituito con la legge n. 92 del 2004 per commemorare le vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata nel secondo dopoguerra. Il 10 febbraio 1947 furono, infatti, firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell'Italia.

Nel solco di quanto già realizzato il 27 gennaio, in questa occasione abbiamo voluto dare spazio al lavoro di un giovane laureato all'Università della Valle d'Aosta, Lorenzo Rocchi, che ha dedicato la sua tesi ai profughi giuliano-dalmati arrivati in Valle d'Aosta, restituendo voce a storie spesso rimaste ai margini e contribuendo a inserire questa vicenda nella memoria della nostra comunità.

Dare spazio ai giovani, alle loro ricerche e al loro punto di vista non è solo un gesto di valorizzazione personale, ma un impegno politico: significa investire nella consapevolezza della comunità, nella costruzione di una memoria condivisa e nella formazione di cittadini attivi e responsabili.

Desidero anche qui ringraziare la sezione della Valle d'Aosta dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia per la collaborazione offerta nella realizzazione dell'iniziativa.

Chiedo ai colleghi se vogliono intervenire sul punto. Si è prenotato il collega Manfrin.

Manfrin (LEGA VDA) -Innanzitutto la ringrazio perché è la prima volta, penso da sempre, che viene organizzato un focus su questo tema, quello che abbiamo visto sui social, si parla di una tesi che era esclusivamente dedicata a questo tema e direi che è una prima volta assoluta e forse anche segno che i tempi stanno cambiando; quindi ovviamente ringrazio lei, ringrazio tutto l'Ufficio di Presidenza del Consiglio che ha voluto dare spazio a questo tema e ricordare oggi in quest'Aula il 10 febbraio, cioè la Giornata del Ricordo, e quello che è accaduto è quanto mai importante perché sappiamo benissimo che ci sono altre commemorazioni che vengono fatte durante l'anno di tipologia diversa, ma su questo tema c'è da dire che c'è stato un colpevole silenzio per decine di anni.

Come sapete i fatti di cui parliamo sono accaduti, a cominciare dal 1944 in avanti, ma dell'eccidio delle foibe, e quindi l'infoibamento, l'uccisione, l'assassinio di diecimila persone che sono state prese, spesso legate vive una all'altra, gruppi di cinque, di dieci, di venti, con il fil di ferro, e poi buttate in queste fenditure nel terreno che si trovano in Friuli Venezia Giulia, e quando andava bene venivano pietosamente finite con una bomba a mano gettata in questo buco, invece in altri casi si sparava semplicemente al primo e si lasciava che questi, con la forza di gravità, cadesse in queste forre e si trascinasse dietro gli altri ancora vivi, che poi dovevano morire di stenti.

Questi eccidi, dicevo, sono stati colpevolmente nascosti per decine di anni, la scuola non ne ha parlato, le Istituzioni non ne hanno parlato semplicemente perché quegli omicidi avevano una matrice politica evidente.

Eravamo durante la dittatura di Tito e i partigiani comunisti titini decisero che bisognava fare pulizia degli italiani in quelle terre per impossessarsi di quei territori e questo fu l'unico motivo con il quale queste persone vennero uccise; persone che sono state vittime di questo odio etnico che si è sfogato contro di loro, e poi questi eccidi e l'esodo istriano, fiumano e dalmata di 350 mila persone è stato coperto per decenni, ed è stato coperto, come dicevo, colpevolmente, perché c'era una parte politica che non voleva che si parlasse di quest'evento.

Credo che sia ancora più importante oggi parlarne invece, io ho cominciato a parlarne nel 2006 con l'attività del Comitato 10 febbraio quando nessuno parlava di foibe e ricordo quando passò la notizia sui telegiornali che ero diventato referente del Comitato 10 febbraio qui in Valle d'Aosta nel 2006, la notizia venne presa con un po' di preoccupazione perché si diceva: "Mah, si parla di qualcosa di cui forse è meglio non parlare".

Oggi se ne parla, se ne parla diffusamente, c'è uno spazio dedicato ai martiri delle foibe che, non ho fatica a riconoscerlo, venne elaborato quando io e il collega Centoz eravamo in Consiglio comunale, su mia proposta, che venne accolta dall'allora Sindaco, che poi venne accolta da Lorenzo Aiello che subentrò al sottoscritto in Consiglio comunale e oggi abbiamo un parco dedicato ai martiri delle foibe.

Quello che, però, va detto è che ancora oggi, purtroppo, alla notizia della commemorazione assistiamo a una vera fogna sui social di commenti giustificazionisti sotto quello che è accaduto; fogna che, lo preciso, liberissima che avvenga, perché io sono per la libertà di comunicazione assoluta, quindi è giusto che chiunque scriva quello che ritiene più opportuno, dovunque, ma che a maggior ragione oggi va combattuta.

Lo dico perché è giusto riportare un breve brano dell'Unità che venne scritto il 30 novembre del 1946, all'arrivo di un treno che conteneva una parte di quei 350 mila profughi istriani, fiumani e dalmati: "Oggi ancora si parla di profughi, altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva e coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori", Tito aveva l'esercito liberatore secondo chi scrive.

"I gerarchi, i briganti neri, i seviziatori, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città che vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute e la delinquenza politica comune non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto di rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e la offendono con la loro presenza e l'ostentata opulenza (Ho finito Presidente) e che non vogliono tornare ai paesi d'origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili devono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi in veste di vittime essi che furono carnefici. Non possiamo coprire con il manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato coloro che con l'assassinio hanno scavato un solco profondo fra i due popoli".

Questo è quello che scriveva Piero Montagnani, vice Sindaco di Milano, e poi parlamentare del Partito Comunista Italiano.

Anche e soprattutto per questo oggi è giusto ricordare.

Presidente -Ha chiesto la parola il collega Centoz, ne ha facoltà.

Centoz (PD-FP) -Signor Presidente, colleghe e colleghi, ci sono luoghi in Europa dove il confine non è soltanto una linea tracciata sulle carte geografiche, è una ferita nella memoria, è una frattura nella vita delle persone.

Il Giorno del Ricordo ci invita proprio a questo, fermarci, sottrarci alla velocità del presente e riconoscere il dolore di chi è stato travolto dalla storia.

Le foibe, l'esodo giuliano-dalmata, donne e uomini costretti ad abbandonare la propria casa, la propria terra, la propria quotidianità, diventando stranieri nel giro di pochi mesi.

Ma se vogliamo che questa memoria sia davvero pubblica e condivisa, dobbiamo custodirla con serietà. La memoria non è una classifica del dolore, è un dovere di verità e di responsabilità. Le vicende del confine orientale ci parlano di un'Europa in cui i nazionalismi hanno distrutto convivenze secolari e trasformato le differenze in colpe.

La storia ci insegna che quando la politica smette di essere spazio di mediazione e diventa costruzione del nemico, il passo verso la disumanizzazione può diventare drammaticamente breve. Per questo, ricordare significa anche avere il coraggio della complessità, rifiutando ogni semplificazione e ogni tentazione di usare il passato come strumento di divisione del presente, perché - permettetemi di dirlo con chiarezza - il contrario della memoria non è soltanto l'oblio; il contrario della memoria è l'uso politico del ricordo.

Colleghe e colleghi, questa giornata parla anche a noi, parla alla Valle d'Aosta. Noi viviamo in una terra di confine, una terra che ha fatto della pluralità linguistica e culturale non un problema, ma un progetto politico.

La nostra autonomia nasce esattamente da questa consapevolezza, che le identità non si difendono contro qualcuno, ma dentro istituzioni democratiche capaci di proteggerle.

È una lezione profondamente europea perché l'Europa, prima ancora che un mercato o un insieme di regole, è stata ed è un progetto di pace costruito proprio per impedire che le tragedie del 900 tornassero a segnare il destino dei popoli.

Eppure, guardando all'attualità, comprendiamo quanto questa lezione resti fragile.

Sono tornate le guerre nel nostro continente, vediamo popolazioni civili costrette alla fuga, confini che tornano a essere luoghi di separazione, linguaggi pubblici che alimentano paure invece di governarle. La storia non si ripete mai allo stesso modo ma ripropone dinamiche che dovremmo essere capaci di riconoscere per tempo.

Ricordare, allora, non è un gesto rivolto al passato, è una responsabilità che riguarda il presente. Ricordare significa scegliere ogni giorno da che parte stare, dalla parte di una democrazia che include, di un'Europa che unisce, le istituzioni che trasformano i confini in luogo di incontro e non di frattura.

Da democratico, da autonomista e da europeista convinto credo che il modo più autentico per onorare questa giornata sia proprio questo: rafforzare la cultura della convivenza, rifiutare ogni nazionalismo aggressivo, custodire la qualità delle nostre istituzioni democratiche, perché una democrazia che perde memoria diventa più fragile e una democrazia fragile è una democrazia più esposta alle paure.

Le istituzioni ricordano non per ritualità, ma per educare le comunità alla responsabilità, soprattutto oggi, in un tempo in cui tutto tende a semplificarsi, abbiamo il dovere di difendere una memoria seria, capace di unire senza cancellare la complessità della storia.

Permettetemi di chiudere con una riflessione semplice: ricordare non significa restare prigionieri del passato, significa dimostrarsi all'altezza del futuro.

Ed è con questo spirito che oggi rendiamo omaggio alle vittime e rinnoviamo il nostro impegno affinché la memoria continui a essere per la nostra comunità non un terreno di divisione, ma un fondamento di convivenza democratica.

Presidente -Ha chiesto la parola la collega Minelli, ne ha facoltà.

Minelli (AVS) -La Giornata del Ricordo ci chiama a confrontarci con una pagina della storia segnata da violenze e sofferenze profonde. È giusto e corretto ricordare le vittime delle foibe e l'esodo forzato di tante persone dall'Istria, dalla Dalmazia e da Fiume, riconoscendo il dolore umano che quelle vicende hanno prodotto.

Proprio perché si tratta di una tragedia reale credo che siano necessari grande rigore e responsabilità nel modo in cui questa giornata viene commemorata. La storia del confine orientale non è semplice, è una storia segnata dal fascismo, dalla guerra, dall'occupazione, da violenze incrociate e da nazionalismi che hanno colpito popolazioni diverse. Ridurla a una narrazione unilaterale o usarla come terreno di scontro politico, come purtroppo spesso è accaduto, significa tradire il senso stesso del ricordo.

La condanna delle violenze che portarono alle foibe, dei massacri perpetrati in quel periodo è per noi netta, così come è netta la condanna di tutte le violenze del 900, comprese quelle compiute dal regime fascista nei Balcani, troppo spesso rimosse o minimizzate oggi nel dibattito politico.

Io ho ancora nelle orecchie il racconto di un anziano del mio paese, ascoltato quando ero ragazza, che aveva combattuto in Jugoslavia e mi diceva, con le lacrime agli occhi, che non osava rievocare quello che avevano fatto gli italiani laggiù.

Non esiste, quindi, una memoria credibile se si selezionano le vittime e se si cancellano le responsabilità storiche, che sono tante e di tanti.

Per questo non condivido un uso del 10 febbraio come giornata identitaria o come occasione per alimentare contrapposizioni nazionalistiche, come spesso in questi ultimi anni è accaduto nel nostro Paese.

La memoria non deve servire a riscrivere la storia in funzione di battaglie politiche attuali, deve servire piuttosto a comprendere come attraverso la guerra e l'oppressione si costruiscono sempre tragedie collettive.

In una Regione come la Valle d'Aosta, che fonda la sua identità sul rispetto delle minoranze e sul rifiuto di ogni nazionalismo aggressivo, il modo più coerente di celebrare la Giornata del Ricordo è riaffermare la necessità della convivenza, il rifiuto di ogni violenza e di ogni strumentalizzazione della memoria e l'impegno a una lettura storica seria, critica e completa.

Président -A demandé la parole la collègue Petey.

Petey (UV) -Prendo la parola in quest'Aula per onorare una ricorrenza che la Repubblica italiana ha istituito affinché il silenzio non torni mai più a coprire una delle pagine più dolorose della nostra storia nazionale, il Giorno del Ricordo.

Non siamo qui per alimentare divisioni o rivendicazioni di parte, siamo qui per adempiere a un dovere morale, quello di ricordare; ricordare le migliaia di italiani, donne e uomini, profondamente legati alle terre di confine orientale, le cui vite furono inghiottite da un turbine di odio e di violenza e che trovarono una morte atroce nelle foibe, quegli abissi naturali del Carso che divennero tombe senza nome e senza preghiera.

Accanto al dolore delle vittime oggi ricordiamo anche il sacrificio di oltre 300 mila esuli, donne e uomini che, con il Trattato di Parigi del '47, videro i propri confini mutare e scelsero la via dell'ignoto pur di non rinunciare alla propria identità. Abbandonarono tutto, case, affetti, radici pur di restare liberi e restare italiani. Un esodo dignitoso e silenzioso che merita il nostro profondo rispetto.

In quest'Aula, che rappresenta una Regione autonoma e di confine, terra che conosce bene il valore dell'identità e delle minoranze, sappiamo bene quanto sia prezioso e fragile il legame tra un popolo, la sua lingua, la sua terra.

Proprio per questo abbiamo la sensibilità necessaria per comprendere che la memoria delle foibe e dell'esodo non appartiene a una sola parte politica, ma è un pezzo essenziale della nostra identità di italiani ed europei.

Onorare queste vittime oggi significa riaffermare che la dignità umana deve essere difesa sempre, contro ogni forma di odio, di pulizia etnica e di totalitarismo. Solo una memoria condivisa e onesta può essere la base per costruire un futuro di pace e di rispetto reciproco fra i popoli.

Che il nostro ricordo sia, dunque, un tributo di civiltà e un impegno solenne affinché simili orrori non trovino mai più spazio nella nostra storia.

Président -A demandé la parole le collègue Jordan.

Jordan (UV) -À l'occasion de la Journée du Souvenir, le Conseil de la Vallée et le groupe politique de l'Union Valdôtaine se penchent devant la mémoire des victimes des foibe et de l'exode julien-dalmate et réaffirment sa condamnation, sans équivoque, de toute forme de violence, de persécution et d'oppression.

La mémoire historique constitue un devoir fondamental des institutions et doit être préservée et transmise de manière cohérente et partagée.

C'est précisément pour cette raison que l'instrumentalisation politique apparaisse aujourd'hui autant plus douloureuse : au côté d'un travail de mémoire sérieux documenté et reconnu, c'est parfois imposé une mémoire criée, agressive, identitaire, étant à rechercher l'affrontement politique plutôt que la compréhension historique.

J'ai déjà rappelé ce principe à l'occasion de la Journée de la mémoire : il est nécessaire d'éviter toute logique divisive opposant les bons aux mauvais, ainsi que toute dérive de radicalisation du débat.

Une tragédie aussi complexe ne doit pas être réduite en slogan ou en simplification destinée aux réseaux sociaux. Une mémoire complète, consciente et non sélective contribue à renforcer les valeurs de coexistence civile, de respect des droits fondamentaux et de la responsabilité démocratique ; des valeurs qui fondent aussi dans notre région l'autonomie et l'action des institutions.

Presidente -La parola al collega Viérin Marco.

Viérin M. (CA) -Il 10 febbraio non è una semplice ricorrenza sul calendario. Nel Giorno del Ricordo il nostro pensiero va alle vittime delle foibe e a tutti coloro che furono costretti all'esilio non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che rappresentavano, la loro identità, la loro lingua, la loro stessa presenza in terre che avevano abitato per secoli.

È una pagina dolorosa della nostra storia, purtroppo a lungo rimasta ai margini della memoria collettiva, e che abbiamo il dovere di ricordare con rispetto e verità.

Ricordare non significa riaprire ferite o alimentare contrapposizioni, ma rendere giustizia alle sofferenze patite da migliaia di uomini, donne e famiglie innocenti. Significa riconoscere il valore della dignità umana sempre, anche quando la storia si fa più buia.

Come gruppo di Centro Autonomista sentiamo forte il legame tra memoria e responsabilità, la responsabilità di custodire le identità, le comunità e le autonomie e di promuovere una convivenza fondata sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla pace tra i popoli.

Abbiamo particolarmente apprezzato che questo Consiglio abbia voluto soffermarsi sulle vicende degli esuli arrivati in Valle attraverso il video che ha richiamato il lavoro di ricerca e la tesi di un giovane, un segnale importante perché la memoria passa anche dallo studio, dall'approfondimento e dalla capacità delle nuove generazioni di interrogare la storia con rigore e consapevolezza.

Il ricordo è un atto, quindi, civile, è uno strumento per educare le nuove generazioni e per costruire un futuro in cui le tragedie del passato non abbiano più a ripetersi.

Con questo spirito oggi rendiamo omaggio alle vittime e rinnoviamo il nostro impegno affinché la memoria resti viva e condivisa.

Presidente -La parola al collega Marquis.

Marquis (FI) -Ieri si è celebrata la Giornata del Ricordo e oggi è occasione in quest'Aula di rendere omaggio a una pagina tragica della nostra storia nazionale, quella delle foibe, quella dell'esodo forzato delle popolazioni italiane dell'Istria, della Dalmazia e del Venezia Giulia.

Migliaia di italiani furono allora vittime di una violenza brutale e disumana, uomini e donne uccisi, famiglie spezzate, comunità intere cancellate, centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria terra, le proprie case, le proprie radici, portando con sé il solo dolore dell'esilio e il silenzio dell'indifferenza.

Quel dolore non fu soltanto fisico, ma anche morale e civile; per troppo tempo quelle sofferenze non furono riconosciute, quelle vittime non furono ascoltate, quelle storie non furono raccontate, un'ingiustizia che si è sommata alla tragedia vissuta.

Non avere un cippo o una tomba su cui piangere i propri cari è forse l'esperienza più terribile. Ricordare oggi significa affermare una verità chiara.

Le foibe furono il frutto di un totalitarismo violento e ideologico che negò la dignità umana e colpì persone innocenti in base alla loro identità nazionale ed è per questo, senza ambiguità, che condanniamo ogni forma di totalitarismo, di qualunque colore politico esso sia stato o si presenti ancora ai nostri giorni.

Come Forza Italia crediamo fortemente che la democrazia si fondi sulla libertà, sul rispetto della persona e sulla condanna di ogni ideologia che calpesti questi valori.

La memoria non può essere selettiva né strumentale. Non esistono per noi vittime di serie A e vittime di serie B, ogni vita spezzata merita rispetto, ogni popolo colpito merita il riconoscimento.

La Giornata del Ricordo, istituita dallo Stato circa 20 anni fa, rappresenta una conquista di civiltà e un atto di giustizia verso gli esuli e le loro famiglie, ma il ricordo non deve essere solo commemorazione, deve diventare un impegno culturale, educativo e istituzionale affinché le giovani generazioni conoscano la storia e, soprattutto, comprendano dove portano l'odio, il nazionalismo esasperato e l'ideologia totalitaria.

Secondo noi è solo attraverso il rispetto e la condanna di ogni totalitarismo che è possibile costruire una società davvero libera e democratica.

Presidente -La parola al collega Bellora.

Bellora (LEGA VDA) -Non avevo intenzione di intervenire, infatti il mio sarà un intervento molto breve. È una riflessione più che altro che mi viene avendo ascoltato chi ha parlato prima di me.

È pacifico che la storia la fanno i vincitori, la storia non è oggettività, la storia è soggettività, quindi è pacifico che la storia e le narrazioni della storia cambiano a seconda dei gruppi dominanti che si alternano al potere. Questo probabilmente è il motivo per cui di foibe in Italia, e in particolare in Valle d'Aosta, non si è mai parlato e poi adesso invece se ne parla.

È proprio questo che a me non piace e di cui non mi piace sentire parlare in una giornata come oggi. Io non amo i neologismi, anche perché sono innamorato della vecchia e bella lingua italiana, però c'è un neologismo che, secondo me, rende molto bene quello che sto cercando di descrivere, cioè benaltrismo.

Si dice: c'è questa tematica, sì, però c'è anche quell'altra, che è il modo migliore per non andare a parlare di quella tematica.

Io ho sentito, per esempio, il Giorno della Memoria, quando si è commemorato in quest'Aula una determinata forza politica parlare di Gaza, ho sentito oggi una determinata forza politica parlare di fascismo.

Ecco, io credo che sarebbe opportuno concentrarsi su quello che è ciò che si ricorda, perché sennò siamo al "Sì, sì, è vero, è successo però...".

Ecco, in un contesto di questo tipo i "Però" li lascerei stare, oggi noi ricordiamo la sofferenza delle vittime delle foibe e mi fermerei lì a parlare di loro, esattamente come il Giorno della Memoria mi limiterei a parlare della Shoah ed eviterei questo, ripeto, con un brutto termine, benaltrismo che introduce nella frase quei "Però" che sono un modo per non parlare in realtà delle reali tematiche.

Presidente -Ha chiesto la parola il collega Guichardaz.

Guichardaz (PD-FP) -Intervengo con una convinzione personale che non è cambiata nel tempo. Il Giorno del Ricordo è una di quelle ricorrenze che chiede a tutti noi sobrietà, conoscenza e rispetto.

È una giornata istituita per ricordare una tragedia reale, profonda e dolorosa, le foibe, l'esodo giuliano-dalmata e istriano, la lacerante vicenda del confine orientale. Una tragedia che non ha bisogno di essere caricata di altro per avere peso, il suo peso è già tutto, come è stato detto, nelle vite spezzate, nelle famiglie divise, nelle comunità sradicate, nelle persone costrette alla fuga o travolte dalla violenza.

Proprio per questo, però, è importante dirlo con chiarezza: questi giorni della memoria e del ricordo non sono nati per fabbricare contrapposizione, non sono nati per dividere il mondo in buoni e cattivi. Usare il dolore delle vittime, la sofferenza degli esuli per irrigidire posizionamenti ideologici significa tradire il senso stesso del ricordo e della storia.

La storia va conosciuta, indagata, studiata con rigore, non esiste una memoria autentica senza verità storica e non esiste rispetto per le vittime se nel raccontare si rimuovono contesti e responsabilità.

La vicenda giuliano-dalmata e istriana è una vicenda complessa, incrocia la storia di popoli radicati in quei territori da secoli, con politiche di nazionalizzazione e italianizzazione forzata nel periodo tra le due guerre e con la frattura prodotta dalla guerra, dall'occupazione e dalla violenza politica. È una storia segnata dal fascismo, e non voglio fare benaltrismo, come ci ricordavano ieri i professori Celi e Crestani nel corso di un'interessante conferenza sull'esodo e sulle foibe, è una storia segnata dal conflitto mondiale e successivamente da una violenza di segno opposto altrettanto brutale. È una storia che non si lascia ridurre a schemi semplici, senza fare torto alle persone che l'hanno attraversata.

Le foibe furono luoghi di uccisione e di cancellazione, colpirono esponenti del fascismo e dell'apparato statale ma anche civili, oppositori politici e persone percepite come nemici reali o presunti dal nuovo assetto di potere che si stava affermando.

In quel contesto agirono logiche di epurazione, di intimidazione politica, intrecciate a dinamiche nazionali e territoriali. Dirlo significa comprendere come l'odio ideologico e la costruzione del nemico possano trasformare intere comunità in bersagli. Ed è per questo che, va detto con chiarezza, molte vittime delle foibe e dell'esodo furono persone comuni finite dentro una spirale di violenza che non avevano creato.

Come accade troppo spesso nella storia a pagare il prezzo più alto furono i civili, le famiglie, i bambini, gli anziani.

La legge che istituisce il Giorno del Ricordo ci chiede di tenere insieme l'intera vicenda del confine orientale, però senza letture selettive e senza semplificazioni, ci chiede la legge stessa di ricordare le vittime, di riconoscere l'esodo e di affrontare la complessità storica che sta sullo sfondo, perché piegare la storia e le convenienze politiche del presente è sempre una forma di abuso della memoria.

Lo dico anche sulla base di un'esperienza diretta, negli anni ho avuto modo di lavorare su questi temi nel mondo della scuola e della cultura e non è vero, collega Manfrin, che la scuola non ne ha parlato, di confrontarmi lungamente con le associazioni degli esuli, di ascoltare storie segnate dal silenzio, dalla perdita, dallo sradicamento.

Anche recentemente, in occasione di approfondimento pubblico, ancora ieri sera ho ritrovato una convinzione semplice: la richiesta più forte non è mai quella di usare la memoria contro qualcuno ma di rispettarla, di non appropriarsene, di non tirarla per la giacchetta.

Il ricordo e la memoria hanno un doppio compito, rendere omaggio a chi ha pagato con la vita, con l'esilio e con la perdita e funzionare da monito, perché la memoria ha senso solo se parla del presente.

Il presente, e non voglio fare benaltrismo, ma lo faccio se qualcuno ritiene che sia tale, ci parla di guerre segnate da logiche imperiali e neocoloniali, i civili trasformati in bersagli, di popolazioni usate come strumento e come giustificazioni per nuove violenze, e ci ricorda che quando la storia viene piegata da una narrazione identitaria e il nemico viene assolutizzato, il risultato è sempre lo stesso, a rimetterci sono le popolazioni civili.

Ecco perché il Giorno del Ricordo dovrebbe essere custodito in una dimensione laica, rigorosa e condivisa, non fredda, perché il dolore non lo è mai, ma responsabile, capace di unire nella comprensione e non di dividere nell'ideologia.

Presidente -Ha chiesto la parola il collega Lattanzi.

Lattanzi (FdI) -Solo per dire che anche questa volta noi ci chiuderemo in un silenzio assordante perché abbiamo appena assistito al motivo per cui questi momenti di ricordo e di memoria invece che unirci, continuano a dividerci. Quindi, noi rimaniamo sulle parole che i colleghi hanno espresso di cordoglio, di sofferenza contro tutti gli estremismi, nazisti, fascisti, comunisti, religiosi che in questi tempi ci attraversano e ci ritiriamo nel silenzio assordante.

Presidente -Ha chiesto la parola il collega Sorbara.

Sorbara (FI) -Oggi celebriamo la Giornata del Ricordo e, voglio dirlo con franchezza, la memoria, se non genera responsabilità politica, diventa una celebrazione sterile.

Le foibe rappresentano una delle pagine più tragiche della nostra storia nazionale, ma non sono solo un fatto storico, sono il punto di arrivo di un processo in cui l'essere umano viene progressivamente spogliato di dignità, identità e voce, prima ancora di essere eliminato viene reso invisibile.

Non richiamo questa tragedia per fare analogie improprie, ma per affermare un principio che riguarda oggi, qui e ora. Ogni volta che un'Istituzione, un Governo, un Consiglio smette di interrogarsi sulle condizioni in cui esercita il potere si apre una frattura democratica.

In questi giorni ho visitato istituti penitenziari italiani, come ho relazionato al Presidente del Consiglio, e ciò che ho visto non può essere derubricato a emergenza temporanea o a un problema tecnico. Ho visto un sistema che regge sulla normalizzazione del disagio, sovraffollamento strutturale, otto ragazzi in 16 metri quadri, isolamento protratto, salute mentale trattata come questione secondaria, persone che scontano una pena che, nei fatti, va oltre quanto stabilito dalla legge, per non parlare poi delle condizioni della Polizia penitenziaria. E qui voglio essere chiaro, la legalità formale non basta se perde il contatto con la dignità sostanziale.

Uno Stato di diritto non si misura solo da come punisce, ma da come custodisce l'umanità di chi ha perso la libertà.

Qualcuno dirà: "La Regione non ha competenze dirette sulle carceri", è vero, ma sarebbe un errore politico enorme usare questo dato per lavarsi le mani.

La Regione ha competenze fondamentali sulla sanità, sulla salute mentale, sull'assistenza, sulle politiche di reinserimento e quando queste competenze non vengono esercitate con forza, con continuità, con coraggio e con dignità, il carcere diventa un luogo di sospensione dei diritti e non più di rieducazione.

Quest'Aula non può limitarsi a ricordare le vittime del passato e ignorare le zone d'ombra del presente, perché la memoria non serve a rassicurarci, serve a disturbarci e a interrogarci, serve a chiederci se stiamo facendo abbastanza e se stiamo semplicemente voltando lo sguardo.

Ricordare le foibe per me oggi non significa solo onorare le vittime di ieri, significa impedire che l'indifferenza diventi metodo di governo, significa affermare che nessun essere umano può diventare invisibile per lo Stato.

Presidente -Ha chiesto la parola il collega Marguerettaz.

Marguerettaz (UV) -Ho ascoltato con interesse tutti gli interventi dei colleghi e devo prendere spunto dall'intervento del collega Bellora perché una condanna non può essere una condanna con un "Però", la condanna è una condanna e a costo di voler semplificare il quadro, nel momento in cui ci mettiamo a fare tutta una serie di distinguo e di analisi, sbagliamo perché queste situazioni, queste commemorazioni, devono servirci per dissociarci dalla violenza.

Credo che tutti noi in questi giorni abbiamo avuto un sentimento molto negativo nell'apprendere un'indagine che riporta all'assedio di Sarajevo, pensare di vedere delle persone che vanno nel weekend a sparare su delle persone inermi ci dà il senso del male, il senso della pochezza.

Non voglio essere polemico, ma anche questi gesti che noi apprendiamo giorno per giorno dalle cronache, dove giustifico degli attentati per contrastare le Olimpiadi giustificano delle martellate sulla testa ai poliziotti perché non c'è un momento di condivisione, il male è il male.

Allora è chiaro che il Giorno della Memoria, il Giorno del Ricordo sono delle tragedie incredibili, ma se noi facciamo politica dobbiamo prendere questi momenti così importanti e tradurli nella nostra piccola economia, nel piccolo comportamento quotidiano per rifuggere il male.

Io credo che il male sia il male, si condanna senza ma, senza però.

Presidente -La parola al Presidente Testolin.

Testolin (UV) -Anche da parte mia, a nome del Governo, una riflessione che vuole essere più di ordine istituzionale, non tanto rispetto alle visioni che ognuno a proprio modo ha voluto esprimere, anche con il silenzio, nel concordare con una visione di condanna del male in generale.

Credo che anche all'interno di questo momento di confronto in questi due giorni avremo modo di affrontare delle situazioni che identificano delle situazioni negative come negative, al di là da che parte arrivino, ma credo che il messaggio vada riportato un po' anche a quella che è la volontà istituzionale che ha voluto, con la legge del 2004, dare una dignità a un percorso, a delle genti e a delle persone che avevano bisogno di una vicinanza da parte delle Istituzioni, avevano bisogno di un riconoscimento tangibile di quelli che erano dei fatti che la storia aveva loro dato e messo di fronte.

Le Istituzioni hanno voluto tracciare un percorso e per questo mi felicito con l'iniziativa del Consiglio regionale di quest'anno, che ha potuto portare alle nuove generazioni, a chi ha vissuto in contesto familiare e sociale quest'esperienza e queste emozioni forti, un momento di vicinanza da parte dell'Istituzione. Ci sono dei gesti, che ormai rientrano un po' nella concezione del desueto, ma che sono molto profondi e molto veri, e sono il riconoscimento che lo Stato, ancora oggi, può dare ai familiari di chi ha subìto questo percorso di vessazioni e di dolore e che sono racchiusi in simboli, come quelli che vengono riconosciuti sotto forma di diploma o di un'insegna metallica che riporta una scritta molto semplice: "La Repubblica italiana ricorda".

Questo penso che sia un gesto che non vada sottovalutato e non vada interpretato come qualcosa di desueto, non più alla moda. La vicinanza delle Istituzioni, capire che cosa voglia rappresentare per ognuno di noi, sapere che le Istituzioni sono vicine, penso che sia qualcosa che renda la nostra Nazione e la nostra società in generale qualcosa di molto vero, di molto opportuno e da valorizzare il più possibile sotto ogni punto di vista.

Questo era un po' il messaggio che, nel ringraziare tutti coloro che sono intervenuti, volevo lasciare come testimonianza di questa giornata.

Presidente -Il 9 febbraio, il Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ha trasmesso un testo di modifica allo schema di norma in materia di Istituzioni di alta formazione artistica e musicale, sul quale il Consiglio aveva già espresso parere il 26 febbraio 2025. Rispetto al testo originario è stata inserita la clausola di Invarianza finanziaria. Il provvedimento è stato assegnato alla prima Commissione.

Il 9 febbraio, la Giunta ha presentato un disegno di legge per il sostegno e la promozione del Terzo settore, dell'amministrazione condivisa e della cittadinanza attiva. Il testo è stato assegnato alla quinta Commissione e alla seconda per la compatibilità finanziaria.

Il 4 febbraio, il gruppo Lega VdA ha depositato una proposta di legge che contiene disposizioni in materia di costituzione di parte civile della Regione nei procedimenti per aggressioni ai danni di operatori delle Forze di polizia, delle Forze armate, del Corpo valdostano dei vigili del fuoco, del personale sanitario e sociosanitario, del personale scolastico, del trasporto pubblico locale e dei volontari della Protezione civile. L'atto è stato assegnato alla prima Commissione.

La Conferenza dei Capigruppo, nella riunione di martedì 10 febbraio, ha deciso la trattazione congiunta delle iniziative n. 16 e 35 (ferrovia Aosta/Pré-Saint-Didier). Saranno, inoltre, discusse congiuntamente le mozioni n. 43 e 45 (solidarietà forze dell'ordine).

Infine, vi comunico che giovedì 12 febbraio, alle ore 13, parteciperò in collegamento da remoto alla plenaria della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee delle Regioni e Province autonome che si riunirà a Niscemi a seguito degli eventi che hanno interessato quel Comune nel corso del mese di gennaio.