Oggetto del Consiglio n. 4659 del 7 maggio 2025 - Resoconto
OGGETTO N. 4659/XVI - Discussione generale sulla Relazione sulle attività svolte dalla Regione nell'anno 2024 per l'attuazione delle politiche promosse dall'Unione europea e in materia di rapporti internazionali, predisposta ai sensi dell'articolo 4 della legge regionale 8/2006.
Bertin (Presidente) - 34 Consiglieri presenti. Possiamo iniziare con l'ordine del giorno.
Punto n. 1. Si è prenotato l'assessore Caveri, a cui passo la parola per la relazione.
Caveri (UV) - Ça fait à peu près 20 ans que nous avons cette habitude d'avoir une session européenne pendant laquelle il y a la possibilité d'un côté de discuter des politiques européennes - je pense que c'est exactement ce qui se passera pendant la séance - et de l'autre côté, nous avons la possibilité aussi d'avoir une vision d'ensemble (écrite dans ce rapport que vous avez eu) qui n'est pas seulement le fruit du travail de mon assessorat et du Département des politiques structurelles et des affaires européennes mais, bien sûr, c'est l'ensemble d'actions liées à l'activité de l'Union européenne pour ce qui est de la Vallée d'Aoste et, bien sûr, de l'activité plus en général internationale de notre Région.
Évidemment, c'est le cinquième rapport que j'ai la possibilité de présenter au Conseil et il faut d'abord rappeler qu'il s'agit d'une période plutôt difficile : je rappelle l'épidémie du Covid et, comme conséquence, l'arrivée avec une logique très centralisatrice du Plan de résilience qui a fortement engagé - on le voit dans le document à l'intérieur - l'ensemble d'actions, de programmes, de projets liés à cette logique, que je partage pleinement, d'une relance, d'une capacité d'un pas en avant de l'économie européenne.
Entre-temps, nous avons vécu pendant ces années l'arrivée de la guerre sur le territoire européen, l'agression de la Russie sur la frontière de l'Europe et, tout récemment, l'impact, j'en parlerai plus avant, de ce choix de l'élection de Trump aux États-Unis avec un changement d'attitude, non seulement militaire, vis-à-vis de l'Union européenne, qui pour le moment n'a pas été considérée comme un interlocuteur direct : il n'y a pas encore eu une rencontre officielle entre Trump et von der Leyen.
Il faut rappeler que la politique commerciale appartient aux compétences primaires de l'Union européenne, donc c'est vraiment l'Europe qui doit traiter l'ensemble des questions fiscales avec Washington.
Je pense que le point de vue est justement celui qui était rappelé par Madame Tütt?, c'est-à-dire : il n'y a pas une taille qui nous impose d'être peu attentifs aux politiques européennes ; on est petits, mais l'histoire politique de la Vallée d'Aoste démontre, dans le passé comme aujourd'hui, qu'il y a quand même un intérêt très fort et j'ajouterais qu'il y a des défis, plutôt que commencer à regarder chapitre par chapitre ce rapport, je m'exprimerai sur des questions politiques et, s'il y aura tout le long du débat des questions posées, j'essayerai de répondre point par point.
Non è tutto rose e fiori il rapporto con l'Unione europea. Non vorrei che il mio entusiasmo europeista fosse considerato una visione cieca rispetto ai limiti di questa costruzione. Chi abbia un approccio di tipo federalista non può non constatare che questa continua a essere, purtroppo, l'Europa degli Stati.
È stato ricordato nell'intervento precedente della Presidente del Comitato delle Regioni come il ruolo consultivo della seconda Camera non sia oggi, come dire, un potere così forte come dovrebbe essere se si applicasse davvero il principio di sussidiarietà espresso all'interno dei trattati. Bisogna tuttavia lavorarci, fare in modo che ci sia tutta una serie di questioni che ci interessano in prima linea e che declinerò brevemente, per lasciare appunto più spazio al dibattito e alla possibilità di confronto che a una specie di monologo da parte mia.
Noi siamo una Regione di montagna che, sia sul piano nazionale ma anche sul piano europeo, ha sempre sentito il dovere di essere un po' capofila delle politiche della montagna. Devo dire che se oggi, nei trattati, esiste una citazione specifica delle zone di montagna, nell'articolo 174, si può dire che questa è stata la conseguenza di un lungo lavoro che si è svolto in particolare tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni 2000.
Tuttavia, bisogna dire che questa previsione di attenzione alla cosiddetta coesione territoriale non si è mai compiuta. Come ricordavo in questi giorni, la settimana prossima verrà creato quest'intergruppo fra Parlamentari europei membri del Comitato delle Regioni su proposta della Corsica - ma con la presenza anche del collega parlamentare europeo Dorfmann, della Südtiroler Volkspartei - per capire esattamente come mettere a terra, come si diceva oggi, una politica europea della montagna più concreta, che non sia solo legata, com'è storicamente, al mondo dell'agricoltura, ma che tenga conto di tutta una serie di sfere.
Io penso, ad esempio, al tema capitale degli aiuti di Stato, che ovviamente dovrebbero avere una tolleranza diversa in territorio di montagna, dove i sovraccosti pesano e l'intervento del pubblico deve essere molto più forte e molto più radicale. Il presidente Bertin, all'inizio della seduta precedente, ha ricordato come alcuni contenuti della Dichiarazione di Chivasso siano non solo, in parte, un afflato europeista, ma anche un forte messaggio di spiegazione di quanto siano diversi i territori di montagna e i loro bisogni.
Sotto questo profilo è chiaro che una preoccupazione politica forte - che attraversa tutte le Regioni, tutte le città europee - riguarda i cosiddetti fondi di coesione, che sono proprio quelli che concretizzano quella che è stata chiamata nel tempo la "Politica regionale".
La preoccupazione seria è quella che questi fondi facciano la stessa fine che ha fatto il Piano di sviluppo rurale, cioè che ci sia una forte centralizzazione e che le Regioni contino poco; addirittura, nella pubblicistica qualche giorno fa si è incominciato a dire che non sarà rinazionalizzata ma si andrà, attraverso una proposta italiana, che ovviamente non condividiamo, in una logica macro regionale.
Noi quindi ci troveremmo, come avviene per le elezioni europee, a discutere i fondi strutturali con Piemonte, Liguria e Lombardia, che sarebbe ovviamente una follia. Noi abbiamo oramai instaurato da tanto tempo, da quando è nato il dipartimento per gli Affari europei, dei rapporti diretti con Bruxelles e non sarebbe logico immaginare che ci sia invece una triangolazione con Roma, che ci priverebbe di poteri importanti nella negoziazione.
La politica regionale deve quindi restare tale, anzi, bisognerà essere ancora più attrattivi dei fondi comunitari. Seguo con grande attenzione il lavoro che sta facendo il collega Bertschy: avere un centro di ricerca più forte, perché ci sono una serie di fondi molto cospicui, come per esempio Horizon, che noi oggi non riusciamo ad attrarre, perché non abbiamo un'università con una facoltà scientifica, ma non abbiamo neanche, se non solo per alcuni settori, degli enti di ricerca che ci possano consentire di avere dei finanziamenti importanti nel settore scientifico. La ricerca è oggi una delle chiavi di volta del futuro, come è stato ricordato dalla Presidente Tütt?.
Ci sono temi concreti che vanno negoziati in Europa, quindi non è solo una visione statica del rapporto di oggi, ma penso, per esempio, alla questione del futuro della siderurgia in Europa, che è una questione capitale. Nel 2026 cadrà quell'insieme di dazi che limitano l'importazione dalla Cina e dall'India dell'acciaio e questo potrebbe essere un colpo molto duro per la siderurgia italiana, con gravi preoccupazioni anche per la Cogne di Aosta.
Questo si somma - ho già fatto un inciso all'inizio - con questa politica dei dazi di Trump, che sicuramente oggi crea dei problemi di rapporto all'interno del mondo occidentale. Mai si è scesi a dei livelli d'interlocuzioni come quello attuale. Gli scenari per l'Europa sono talvolta quasi grotteschi, quasi distopici. Pensiamo alla questione della minaccia di Trump di prendere il territorio della Groenlandia, che oggi è un possedimento, è un territorio della Danimarca, che è anche membro della NATO, NATO che non si capisce bene che fine farà.
C'è la questione dell'idroelettrico e quindi la questione delle concessioni, che sarà sicuramente una questione di tipo europeo, visto che la maggior parte dei paesi europei non fa le gare. È stata una scelta precisa di alcuni paesi molto grandi: penso a che cosa sta facendo EDF nella vicina Francia.
C'è la questione dei trafori evocata dal Presidente questa mattina, sia il Gran San Bernardo per il prolungamento della concessione, sia il Monte Bianco, perché è del tutto evidente che un eventuale raddoppio, auspicato dalla Valle, va a scontrarsi con la necessità d'inserire questo percorso nella rete transeuropea dei trasporti.
Ci sono poi altri temi, come quello della digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale, che devono essere naturalmente cavalcati anche a livello locale, ma, come dimostrato dal regolamento sull'intelligenza artificiale, vanno situati nell'ambito di schemi giuridici sovranazionali, che fanno parte dunque dei problemi di tipo europeo.
Ci sono altri argomenti che ci incuriosiscono anche nel rapporto con Roma, come la cooperazione transfrontaliera: anche in questo caso, notiamo dei segnali abbastanza negativi rispetto agli accordi che facciamo con i nostri vicini. Quando facciamo degli accordi con la Savoia, con l'Alta Savoia, quando ne vogliamo fare uno con la Savoia, arrivano strane lettere in cui ci chiedono se questa sia attività di tipo internazionale, quindi come tale sotto l'egida del Ministero degli Affari esteri.
Notiamo una scarsa attenzione su tutta una serie di sfide che oggi ci sono. Penso anche alla rappresentanza delle Regioni all'interno del Consiglio europeo, che molti anni fa era stata statuita da una legge dello Stato che prevedeva che, nel momento in cui si arrivasse al Consiglio europeo su una serie di materie di competenza delle Regioni, ci dovessero essere anche rappresentanti delle Regioni, come capita normalmente per i Länder tedeschi o per le Regioni del Belgio.
Anche questi sono temi che appaiono essere come ultronei o scarsamente interessati, però io credo che invece, "au-dessus de la mêlée", ci sia, al di là delle polemichette che possono talvolta investire la politica regionale o i giochi e giochetti del fuoco nemico e del fuoco amico, in qualche modo sia necessario volare alto. Nel volare alto sarebbe utile proprio fare un vero e proprio decalogo, che spero sarà all'attenzione del prossimo Consiglio regionale, perché i temi sono temi seri, sui quali dobbiamo intervenire, come dicevo all'inizio, al di là della proporzionalità, cioè del fatto che noi oggettivamente, lo ricordavo ieri alla Presidente Tütt?, siamo probabilmente la più piccola Regione in Europa.
Avevo detto che sarei stato breve e mi atterrò a questa promessa, con un'ultima annotazione.
Abbiamo deciso di festeggiare la Festa dell'Europa del 9 maggio in una maniera un po' diversa dai discorsi ufficiali, da oratori di prestigio, da discussioni più politiche, giuridiche: avremo un collegamento con dei giovani Valdostani che lavorano a Bruxelles e lavorano a Parigi, proprio per sentire la voce delle giovani generazioni, che sono quelle che si troveranno a discutere della seconda fase dell'integrazione europea.
È del tutto evidente che la democrazia, come la conosciamo oggi, viva una profondissima crisi, e come anche nel cuore dell'Europa si insinuino tentazioni di tipo autocratico: io penso ad alcuni paesi che sono entrati all'interno dell'Europa con il processo di allargamento, che oggi si spingono verso atteggiamenti che sembrano non essere coerenti con quell'acquis communautaire che aveva consentito loro di entrare nell'Unione europea.
Al di là di tutto, l'Europa deve decidere cosa fare da grande, perché credo che questo sarà un tema di discussione, soprattutto rispetto all'atteggiamento da avere nei confronti della Russia. C'è una mozione depositata dai colleghi della Lega che credo sarà discussa in questo Consiglio, o nel Consiglio prossimo. È chiaro che chi oggi dice che il riarmo non ha senso credo che non si renda conto di che cosa significhi la minacciosità della Russia. Chi nelle istituzioni europee ha a che fare con i Polacchi, ha a che fare con i Paesi baltici, con i rappresentanti dei Paesi baltici... penso alla Finlandia, penso alla Svezia, sono Paesi che vivono riarmandosi anche attraverso i fondi comunitari. Scelta loro.
Noi, come Paese Italia, non avremo nessuna obbligatorietà di usare per questo i fondi di coesione. La Presidente Meloni ha parlato invece di un indebitamento attraverso fondi, attraverso scelte europee, ma è del tutto evidente, a mio avviso, che questo sarà un tema decisivo, cioè l'Unione europea deve crescere, come crescerà? Uno degli scenari del passato era quello di immaginare un'Europa di serie A e un'Europa di serie B, cioè un'Europa di Paesi che si sentono in questo momento di passare da un'Europa flebile dal punto di vista politico ? si dice sempre "un gigante economico è un danno politico" ? e invece coloro che sono restii e addirittura, al posto di accelerare, stanno mettendo la retromarcia; questo oggi avrebbe conseguenze, a mio avviso, gravissime per il futuro di questo vecchio continente.
Per cui spero che i colleghi abbiano apprezzato il lavoro che è stato svolto dal dipartimento, di raccolta di tutti i dati. Ringrazio molto il dipartimento, avrò poi nelle repliche la possibilità anche di citare alcuni elementi di tipo problematico. Io penso che per il futuro avere più autorità di gestione dei fondi comunitari finisca per non avere senso, bisognerebbe unificare, avere un'unica autorità di gestione, questo per dare anche una sorta di omogeneità al dinamismo necessario nella spesa.
Questi sono stati anni complicati in alcuni settori - penso al FSE, penso in parte anche al FESR - in cui c'è da una parte una sorta di sclerosi che ha bloccato talvolta gli uffici nel far avanzare alcuni dossier e dall'altra esistono anche elementi oggettivi: su alcuni di questi fondi che noi abbiamo a disposizione, per la complicazione e la paura delle procedure, talvolta si tende a usare risorse di tipo regionale piuttosto che risorse di tipo comunitario.
Questi sono argomenti importanti. Io non so chi reggerà in futuro questo dicastero, questo dipartimento, sicuramente nel passaggio di consegne che ci potrebbe essere, o che ci sarà, sarà importante, veramente, fare un elenco da una parte delle cose positive, delle cose che funzionano e, dall'altra, essere anche onesti e verificare le criticità.
Io penso davvero al PNRR, che è stato per noi dal punto di vista della funzionalità un esempio virtuoso di lavoro e lo abbiamo fatto nel confronto con quel che è capitato nelle altre Regioni. Ci sono delle Regioni che hanno abbandonato completamente a se stessi gli enti locali e tutti quelli che fruiscono dei fondi del PNRR, mentre noi credo che abbiamo fatto un lavoro positivo.
A queste parti in luce, come dicevo con onestà, ci sono parti in ombra e quindi bisognerà sicuramente accelerare nella spesa per poter fruire completamente di quei fondi, che sono fondi cospicui. Io ogni tanto sento gli slogan antieuropeisti, gli slogan degli scettici, gli slogan dei contrari.
Penso che prima o poi bisognerà che qualcuno metta assieme i dati di quanto nei decenni è stato riversato nelle casse regionali di fondi comunitari, e credo che si sarebbe piacevolmente sorpresi di quanto sia stato realizzato e anche, devo dire, di un metodo di lavoro che ci è stato imposto, che è vero che ha degli aspetti burocratici talvolta snervanti, ma che ha anche creato una capacità nell'amministrazione di programmazione di opere importanti che non sempre esisteva come filosofia di lavoro all'interno della Regione stessa.
Presidente - Illustrata la relazione, possiamo aprire la discussione generale.
La discussione generale è aperta. Si è prenotato il consigliere Manfrin, ne ha facoltà.
Manfrin (Lega VDA) - Oggi, nel parlare durante la Sessione europea, la parola chiave del progetto dell'Unione europea è diventata "Sovranità". La sovranità, come sappiamo, non è una brutta parola, come spesso anche in quest'aula tanti cercano d'insinuare, ma essa è per esempio inserita all'articolo 1 della nostra Costituzione, nella parte in cui si afferma, con molta chiarezza, che: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
Se dovessimo posizionarci in un ipotetico scacchiere, piazzando le pedine in questo o in quel campo, direi che le forze che si definiscono autonomiste sono, per definizione, fameliche di sovranità, e di certo non rinuncerebbero mai, per nulla al mondo - lo vediamo costantemente, soprattutto nei confronti del Governo nazionale - a dire la propria su molti temi.
La Lega, che si colloca ovviamente nel campo autonomista, crede così fermamente in questo principio che da sempre porta avanti la battaglia per la sovranità, tanto nei territori - come per esempio ha evidenziato la riforma dell'autonomia fortemente voluta dal ministro Calderoli - quanto in Europa, con la continua battaglia per salvaguardare la sovranità del nostro Paese, minacciata da un'Unione europea - che giustamente è stata definita il "gigante coi piedi di argilla", ma io la definirei un gigante burocratico e oppressivo - che ha soppiantato il progetto originario, ovvero una comunità con accordi di libero scambio e di buoni rapporti, rapporti di buon vicinato fra Paesi. Un'Europa dei popoli e delle nazioni, appunto.
Se ne vogliamo la prova, possiamo prendere un piccolo esempio recente. L'abbiamo discusso, collega Caveri, se lo ricorderà, qualche tempo fa sul fatto e sulla questione delle tanto decantate misure dei cetrioli, se effettivamente fossero reali oppure no, e se queste potessero eventualmente essere una cartina tornasole dell'interesse regolatorio di questa Unione.
Ma oggi abbiamo un esempio a disposizione, io credo, molto, molto migliore per farci capire la follia che arriva, diciamo, su alcune scelte dell'Europa: lo zucchero.
Era il mese di marzo, infatti, quando, con quello che potevamo definire un tonante "Contrordine compagni", l'Unione delle repubbliche europee sovietiche annunciava un'importante novità. Sui banconi del bar, infatti, si tornerebbe - pare, questo è quello che è stato reso noto a marzo - alle zuccheriere, abolendo le bustine monodose. Eccesso regolatorio, secondo qualcuno, generosa attenzione, verso altri.
Ma qual è il punto, ovviamente? È che le zuccheriere erano state a loro volta abolite dalla Commissione europea con un'altra direttiva sovietica, quella n. 111 del 2001, che era stata recepita in Italia dal decreto legislativo n. 51 del 2004. Adesso quindi sono 21 anni che non ci sono più le zuccheriere, che sono state soppiantate delle bustine, il cui scopo dichiarato era di tutelare l'igiene e la salute dei cittadini, ma secondo chi vi parla era più, credo, per favorire lo spreco, perché chiaramente poche persone mettono sei grammi di zucchero nel caffè. Era quindi probabilmente sulla spinta delle lobby che Bruxelles aveva preso questo provvedimento.
Ora il paradosso è che si ritorna alla zuccheriera, che adesso invece contiene gli sprechi, in un momento in cui ci hanno reso tutti paranoici rispetto ai contagi, alle pandemie, alle malattie, e da qui, naturalmente, si origina il dibattito: ci sono quelli pro zuccheriera e poi ci sono quelli pro bustina.
La soluzione però ci sarebbe e, secondo me e secondo noi, è la cartina di tornasole di tutto questo progetto. È una soluzione semplice, immediata, alla portata di tutti e applicabile peraltro anche ad altri temi. Qual è? Beh, molto semplice: ognuno fa quello che ritiene più giusto. Vuoi la zuccheriera al banco? Metti la zuccheriera. Il cliente si schifa e va in un altro bar? Va bene. Vuoi la bustina? Metti la bustina. Il cliente si spiace nello sprecare lo zucchero e va in un altro bar? Va bene, scelta sua.
Sapete come si chiama questa? Si chiama libertà. Libertà che è, appunto, elemento fondamentale della sovranità.
Perché è così difficile applicare questo principio? Come siamo arrivati a dimenticarci che la libertà deve essere alla base della civile convivenza? Il tema è molto interessante e interconnesso. Qui ovviamente arriviamo alla questione, un casus belli molto recente, della definizione dei cosiddetti "Paesi sicuri" in cui respingere gli immigrati, dove i giudici avevano disapplicato il dl che era stato fatto dal Governo italiano, con rinvio alla Corte di Giustizia europea, che ha permesso di aprire un'indagine sulla preminenza delle fonti di diritto, cioè se a pesare in più delle decisioni della magistratura debba essere la legge italiana o quella comunitaria.
Questa proposta, che è stata fatta dalla Lega, è stata approvata con un approfondimento sulla gerarchia effettiva delle fonti, in considerazione del fatto che il primato del diritto comunitario è ? quello che abbiamo sempre detto ? un principio meramente giurisprudenziale e non espresso nei trattati. Lei lo sa bene, assessore Caveri.
Infatti, questo primato, se esaminiamo i trattati, non lo troviamo da nessuna parte, anche se qualcuno indica, nel nostro caso, quindi nel caso soltanto dell'Italia, questa preminenza espressa dalla Costituzione.
Scusate allora l'excursus, ma credo che sia opportuno fare un piccolo approfondimento su questo, cioè su cosa dica la Costituzione, perché secondo alcune tesi questo principio della supremazia del diritto europeo sulle leggi nazionali, nello specifico sulla legge italiana, sarebbe espresso dall'articolo 11, che dice che "la Repubblica consente, in condizioni di parità, le limitazioni di sovranità".
È però evidente che l'articolo 11 è stato pensato all'epoca per l'Onu e solo uno sciocco potrebbe pensare che sia stato pensato per l'Unione europea. È altrettanto evidente che ogni eventuale limitazione può essere disposta solo sulla base di un principio di parità e solo in questo caso si consentono limitazioni, e mai cessioni, di sovranità, che rimane di esclusiva proprietà del popolo e della sua Costituzione.
Viste le pronunce della Corte costituzionale tedesca in primis - che "Col piffero" che ha detto che il diritto dell'Unione europea prevale su quello nazionale - e quelle di altri Paesi a seguire, che hanno affermato appunto il principio che evidentemente non c'è questa supremazia del diritto europeo, possiamo dire che non c'è alcuna condizione di parità e, conseguentemente, non ci può essere nessuna limitazione, né tantomeno cessione, di sovranità.
In quell'articolo, in ogni caso, non si parla di Unione europea, non si parla di gerarchia delle fonti e da nessuna parte si dice che la nostra Costituzione è soggetta a qualcosa di esterno. Infatti, la Costituzione non è soggetta a nulla.
Veniamo poi alla seconda motivazione, quella che viene fornita dai tifosi del vincolo esterno. Alcune citazioni le abbiamo sentite testé dall'assessore Caveri.
Come sappiamo, l'articolo 117 è stato scritto dopo, con la riscrittura del Titolo V della Costituzione, ed è stato studiato appositamente per gestire la questione dell'autonomia regionale. L'articolo 117 parla con tutta evidenza, lo sappiamo, di autonomia regionale e non di gerarchia delle fonti dell'Unione europea, e all'inizio sancisce il fatto che "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione".
Dopo, nel testo dell'articolo, parla di "Vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario", ma si riferisce alle Regioni, tant'è vero che nell'articolato si citano una serie di materie, come l'immigrazione, come competenza esclusiva dello Stato e non dell'Unione europea. Dello Stato.
Se possibile, quindi, questo articolo ci fornisce certezze in più circa la competenza diretta su alcune materie su cui l'Unione europea non deve avere alcuna voce in capitolo. Se fosse stato come alcuni artigiani del diritto pensano, avrebbe dovuto trovare luogo un articolo 1bis con scritto "la sovranità a partire al popolo, però appartiene di più all'Unione europea".
Desumere quindi una gerarchia delle fonti sulla base dell'articolo 117, che parla delle Regioni, è evidentemente un'altra sciocchezza. È dunque escluso che la nostra Costituzione possa autorizzare cessioni di sovranità e, quindi, una preminenza del diritto dell'Unione europea.
Che di questa preminenza non vi sia traccia, ovviamente, neanche nei trattati, come ho detto prima, si è avuta conferma anche nella recente audizione della professoressa Lucia Serena Rossi, che è stata audita in Commissione Affari dell'Unione europea.
La professoressa non è una qualsiasi, è un ex giudice della Corte di giustizia dell'Unione europea, è professore ordinario presso l'Università di Bologna di diritto dell'Unione europea, diritto internazionale, diritto internazionale privato, è addirittura stata insignita dalla Commissione europea della cattedra Jean Monnet ad personam, e nell'audizione, considerato lo standing dell'audita, che ha un posizionamento tutt'altro che sovranista, quindi filoeuropeista, sono emersi elementi interessanti.
In primis, la nozione del primato, dal suo punto di vista assolutamente logica e consequenziale all'adesione dell'Unione europea, è però, dal punto di vista formale, una costruzione giurisprudenziale. Non c'è scritto in nessun modo esplicito come dovrebbe essere una nozione così importante come questa. Cioè, immaginate, dobbiamo applicare una primazia del diritto dell'Unione europea sul diritto nazionale ma non c'è scritto da nessuna parte, né in Costituzione né in trattato. Una cosa proprio da niente. Non c'è scritto da nessuna parte, lo ha detto anche lei che il diritto europeo prevale sui diritti nazionali. Questo è chiaro che rappresenta un discreto vulnus, se guardiamo una serie di pronunce delle Corti costituzionali che sono andate in questa direzione.
Ancora più stupefacente però ? e questa era una cosa che obiettivamente non sapevo ? è stato quanto evidenziato dalla professoressa rispetto alla Polonia, dove la Corte costituzionale del Paese si è recentemente espressa sancendo che il diritto nazionale prevale su quello comunitario, ma dove, per sua stessa ammissione, il Governo polacco filoeuropeista non pubblica la sentenza, perché se lo facesse, cioè se una sovrana Corte costituzionale di un Paese membro decidesse di affermare la supremazia del diritto nazionale, rischierebbe una sanzione da parte dell'Unione europea.
Se quanto riferito dalla professoressa corrisponde a verità - e ovviamente non abbiamo motivo di dubitarne - è chiaro che l'idea della costruzione giurisprudenziale viene inficiata in radice, perché capite che se la Corte costituzionale può pronunciarsi soltanto in un determinato modo, altrimenti scatta la sanzione, abbiamo davanti una gravissima lesione della nostra sovranità, giudicata tale perfino dalla Corte costituzionale, l'organo supremo chiamato a decidere cosa sia in linea con la Carta fondamentale di ogni Stato.
Come se, ad esempio, domani l'Unione europea decidesse che uno o più principi sanciti nel nostro Statuto speciale, norma di rango costituzionale addirittura preesistente alla Costituzione dello Stato italiano, fossero in contrasto con le disposizioni dell'Unione europea e ci sanzionasse in caso di mancato adeguamento. Io penso che in quel momento, forse, molti potrebbero risvegliarsi dal profondo torpore blu con le stelline in cui sono precipitati.
A questo punto ? il collega Sammaritani mi perdonerà se mi permetto di citare due sentenze e di fare una piccola citazione, ma credo che sia importante ? credo sia importante analizzare quel famoso costrutto giurisprudenziale come fonte di preminenza, che è stato citato proprio dalla professoressa in audizione, e come esso derivi da due famose sentenze, la sentenza "Costa" e la sentenza "Granital", spesso citate a sproposito, ma è interessante analizzarle per capire fino in fondo di cosa stiamo parlando.
La sentenza "Costa" riguarda un signore, il signor Costa, che protestava, pensate, per una bolletta della luce nel 1964, perché secondo lui l'ENEL aveva sbagliato il calcolo della bolletta. La cifra della bolletta, tanto per darvi un po' di contesto, era esattamente di 1.925 lire. Lui, per una bolletta di 1.925 lire ? era molto tignoso ? arriva fino alla Corte di giustizia dell'Unione europea, la quale, pensate un po', sulla base di un ricorso per i costi di una bolletta da 2.000 lire e secondo il principio, famosissimo principio, secondo il quale si chiede all'oste se il vino è buono e l'oste risponde che il vino è buonissimo, statuisce che il diritto dell'Unione europea prevale su quello italiano.
Una controversia quindi su una bolletta di 2.000 lire portata alla Corte di giustizia dell'Unione europea è, secondo chi vorrebbe andare verso questo principio, il fondamento tale per cui si decide che la nostra Costituzione non vale più niente davanti a qualsiasi cosa decida l'Unione europea. Sinceramente mi è sembrata un'enormità senza pari.
Questo per quanto riguarda la prevalenza. Poi c'è la disapplicazione, cioè quella che hanno fatto i giudici nel caso del dl dei "Paesi sicuri" e per questa disapplicazione delle norme si chiama sempre in causa la sentenza "Granital".
La Granital era una società che importava il grano dal Canada. Quando sbarcò il grano a Savona, durante questa importazione, sorse una controversia con l'Agenzia delle Dogane su quanti dazi dovesse pagare su quel carico di grano. Parliamo degli anni '80. La controversia era sul pagamento, pensate, di una cifra di 135.000 lire, 70 euro.
Sulla base di queste poche migliaia di lire, nell'84 parte la consueta ridda di processi, controprocessi, appelli e si arriva alla Corte costituzionale, dove il Presidente Leopoldo Elia - Parlamentare di lungo corso che si ricicla ovviamente nella Corte costituzionale, come purtroppo spesso succede - affermò sì che è vero che l'Agenzia delle Dogane diceva una cifra, ma in realtà va applicato il regolamento della Comunità economica europea, che dovrebbe dare origine solo a questo, a un reset di tutto, quindi il giudice deve disapplicare quella norma. Poi ? ho letto la sentenza, che è una roba imbarazzante ? fa un discorso tortuoso dove dice che sì, gli ordinamenti sono paralleli e concorrenti, quindi in teoria, dato che l'ordinamento europeo dovrebbe essere non sovrapponibile a quello domestico, quindi è un caso un po' particolare, però diciamo che se le due cose vanno in contrasto e uno deve disapplicare la normativa nazionale... Da questo deriva una bellissima cosa, cioè un ricorso per il pagamento di 70 euro, col quale oggi i giudici disapplicano le norme che fa un parlamento sovrano, eletto dai cittadini, e mandano tutto all'Unione europea.
Capite anche voi, spero, la gravità della situazione che si apre a pericolosi scenari, nei quali una semplice sentenza può sopravanzare la Costituzione con effetti pericolosissimi, anche a fronte del fatto che, come ho già detto, la Germania in primis ha affermato la prevalenza della propria legislazione rispetto a quella europea, con tanti saluti alla reciprocità prevista, come abbiamo detto prima, all'articolo 11 della nostra Costituzione.
Mi immagino però ? e ne abbiamo avuto la conferma oggi, assessore Caveri, lei ci ha magnificato ovviamente questo aspetto ? i tanti "Eurolirici, o "Euroinomani", che di fronte a tutte queste pericolose storture continuano a tifare per il vincolo esterno; chi dal fronte sinistro, per sperare in qualche modo, anche di fronte a un colore diverso, elettorale, di poter dire la propria, quindi "Il mio Paese elegge un governo che non mi piace ma col vincolo esterno noi governiamo lo stesso" e altri invece, chi più chi meno in buonafede, con l'incrollabile certezza del "L'Europa ci riempie di quattrini".
Ecco, su questo e su quella che viene indicata, e di cui lei ha parlato, assessore Caveri, come fonte primaria di questi quattrini, ovvero il PNRR, mi permetto di fare qualche riflessione. Una su tutte, per ogni volta che l'Europa ci viene indicata come cornucopia.
Per chi non lo sapesse o volesse far finta di nulla, bisogna dire chiaramente che il PNRR è costituito con soldi per gran parte presi a prestito, e per la parte non a prestito vanno restituiti col bilancio europeo, di cui noi siamo contribuenti netti. Per cui in ogni caso stiamo parlando di prestiti.
Altra cosa da chiarire è che il PNRR non è una spesa aggiuntiva che ci è consentita. La spesa fatta col PNRR va nel deficit: noi siamo limitati, come sappiamo, sul deficit, ma non siamo limitati sul tipo di spesa. Per cui, se io faccio una rotonda, un museo o una qualsiasi cosa in cui l'assessore Caveri ha piacere di mettere un bel cartello con scritto che è stato fatto coi fondi dell'Unione europea, anche se sono quelli che abbiamo preso a prestito, tutto questo va nel conto del deficit. Se noi avessimo emesso dei titoli di Stato per fare quella stessa cosa, sarebbe stato esattamente uguale, ma con meno vincoli - ha parlato anche lei dei problemi burocratici che purtroppo si incontrano - e forse avremmo fatto più investimenti, di certo non meno investimenti.
Il PNRR funziona così, non è un regalo. Poi uno può dire quello che vuole, può raccontare la storia che qualcuno ci ha regalato una pioggia di miliardi, ma non è così. Ci sono stati regalati una pioggia di debiti privilegiati, che noi dobbiamo oltretutto pagare a tassi che sono superiori rispetto a quello che sarebbe la necessità per un debito privilegiato.
Giova anche ricordare che quel debito deve essere onorato prima del debito pubblico e, quindi, il debito del PNRR va sopra, come privilegio creditizio, rispetto a quello dei risparmiatori italiani. Qui c'è un affarone, cioè abbiamo dei debiti privilegiati, che dobbiamo pagare ovviamente, e lo dobbiamo fare prima del debito pubblico.
Vengo poi - non voglio suscitare, ovviamente, l'ira funesta, ma solo per entrare in argomento - a un tema che è stato sulla bocca di tanti, anche se poi non lo hanno letto, per parlare appunto di un tema attualissimo, di cui ha parlato anche l'Assessore durante il suo intervento, ovvero, perdonatemi, il Manifesto di Ventotene. Una parte di cui non si è dibattuto (quindi escluderò il resto, di cui si è ampiamente discusso sugli organi d'informazione) parla del famoso esercito europeo e preconizza qualcosa che oggi farebbe luccicare gli occhi ai famosi "Eurolirici, o "Euroinomani", che citavo prima.
È questo, ascoltate bene il brano che è inserito nel Manifesto di Ventotene. Cito, non mi invento niente, è scritto nel Manifesto di Ventotene: "Con la propaganda e con l'azione occorre sin d'ora gettare le fondamenta per far nascere il nuovo organismo, un saldo Stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, che abbia organi e mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli Stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune".
In sostanza, nel sogno spinelliano si anelava a un esercito che non doveva essere rivolto contro un nemico esterno, ma, come viene detto in questo passaggio del Manifesto di Ventotene, contro gli stessi Stati federali, per costringerli a fare con la forza quello che l'Unione europea decideva.
Ecco perché non può esistere il concetto di difesa comune inteso come difesa autonoma dell'Unione europea, al comando peraltro di Ursula von der Leyen. Ci sono alleanze, coordinamenti, trattati di difesa, ma non saremo mai a favore di una forza armata senza uno Stato, sarebbe la più devastante cessione di sovranità concepibile, uno Stato senza monete e senza esercito è nient'altro che una terra sottomessa, e questa sottomissione si è attuata chiudendo le banche, guidando lo spread, o a punte di baionetta. Loro lo sanno e lo hanno scritto nel Manifesto di Ventotene, appunto.
L'esercito UE avrebbe la canna del fucile non certo puntata contro gli Stati Uniti o contro la Russia, ma contro la nostra testa, e questo ovviamente non lo consentiremo mai.
Da qui poi arriviamo alla questione, ogni volta che ce la siamo sentiti dire nel passato, del "non ci sono soldi", proprio in relazione all'esercito europeo. Infatti, quante volte - in questa ma anche in altre aule ovviamente - ci siamo sentiti dire che i soldi non c'erano, che non si poteva fare debito, che non si poteva aiutare la Grecia, che non si poteva spendere per le pensioni, che non si potevano spendere soldi a debito perché il debito era brutto e cattivo e andava evitato come la peste?
All'improvviso poi, un giorno, viene fuori che l'industria pesante tedesca è in grandissima crisi per gli stessi vincoli green che si sono messi da soli e per aver in maniera geniale distrutto il mercato interno. Il caso vuole che una Tedesca, sempre la mitica von der Leyen, ci proponga di spendere 800 miliardi di euro a debito per produrre armi per riconvertire l'industria tedesca e risollevare l'economia di quella che sembrava la locomotiva d'Europa e che oggi è ridotta a essere un triciclo.
A fronte di questo esempio lampante, ovvero "Soldi per pensioni, scuole e ospedali no, ma 800 miliardi per le armi sì", deve essere chiaro a tutti che il concetto del "Non ci sono soldi" è una grande bugia e nasconde sempre una scelta politica. Se vogliamo guardare positivamente a questa crisi, dobbiamo cogliere questa occasione per azzerare le regole assurde dell'austerità permanente e del green fine a se stesso.
Peraltro, risulta particolarmente divertente vedere di punto in bianco la genesi di questo piano geniale, denominato prima ReArm EU, ma siccome la parte di armi suonava male, l'han ribattezzato Readiness 2030, "Prontezza 2030", perché visto che la guerra è imminente bisogna prepararci, ma per il 2030, così diamo un'informazione utile a chi ci vuole attaccare e chiediamo cortesemente di non farlo prima di quella data. Facciamo anche un favore agli storici, perché gli indichiamo già con certezza quale sarà l'anno della terza guerra mondiale.
Anche sul Piano di riarmo, però, dicevamo, c'è molto da dire, ma mi limiterò a dire solo alcune cose: secondo chi lo propone, infatti, dovremmo armarci contro la nazione che fino a ieri combatteva con le pale e togliendo i chip dalle lavatrici, perché è questo quello che i giornali hanno scritto, e io, ma anche lei, collega Caveri, per obbligo del nostro ordine professionale, siamo costretti a crederci.
Dobbiamo armarci contro la nazione che ci vuole colpire per obbligarci a comprare il suo gas, che è più economico, visto che noi siamo furbi. Impiegheremo anni per armarci e la nazione contro cui dovremmo difenderci aspetterà tranquillamente tutto il tempo.
Dobbiamo armarci per difenderci da una nazione che se ci attacca fa scattare l'articolo 5 della NATO, visto che ci siamo tutti dentro, e che rischia così di essere rasa al suolo.
Dobbiamo armarci contro la nazione con un PIL più piccolo del nostro e che non avrebbe i mezzi per garantire la stabilità nella zona che ha conquistato.
La spesa per armarci sarà scorporata dai vincoli europei, ma dobbiamo comunque trovare quei soldi, perché gli 800 miliardi, è evidente, erano una trovata pubblicitaria. Per armarci dobbiamo comprare prodotti bellici esclusivamente europei, dopo che, avendo distrutto la nostra industria, al massimo possiamo produrre cerbottane, che sicuramente saranno efficaci contro le pale, questo va detto.
Dobbiamo produrre acciaio e veicoli bellici, ma io devo comprare l'auto elettrica per salvare il pianeta, così che le forze armate possano usare un carro armato che, invece, va a bitume.
Dobbiamo armarci per avere carri armati col dubbio che i ponti sul Po possano reggerne il peso, perché ovviamente i soldi per tenerli in efficienza non ci sono mai stati dati. I settant'anni di pace che ci ha dato l'Unione europea erano proprio settanta e, purtroppo, sono scaduti.
Dobbiamo armarci proprio ora che l'unico conflitto europeo sta volgendo al termine. Per armarci dobbiamo fare debito comune, che però non può essere garantito dalla BCE, che non è qui per chiudere lo spread, vi ricordate le frasi, ma solo il nostro, eh.
Dobbiamo armarci ma chiudiamo gli ospedali che così i soldati, nel caso si facciano male, vanno alla clinica privata.
Dobbiamo armarci per difendere i confini, che però sono anche brutti, perché "Immagina un mondo senza confini".
Se riuscirete a cogliere l'amara ironia dietro tutta questa follia del riarmo, dietro la follia del diritto à la carte, dietro l'opera del progressivo svuotamento di sovranità che un tirannosauro burocratico sta operando alle nostre spalle, allora anche gli Eurolirici potranno diventare veri difensori della nostra autonomia.
Presidente - Consigliere Aggravi, a lei la parola.
Aggravi (RV) - La session européenne nous offre l'opportunité de réfléchir au rôle de notre Région dans le cadre des politiques de l'Union européenne et de formuler des observations critiques, mais toujours constructives, sur la direction effectivement prise par les institutions communautaires face aux besoins concrets des territoires, en particulier ceux de montagne. Le rapport soumis à notre discussion témoigne sans doute, sans aucun doute, d'une intense activité de relation et de coopération tant technique que politique, toutefois nous ne pouvons pas nous soustraire à une question fondamentale : quelle est aujourd'hui la place réelle de la montagne dans l'agenda de l'Union européenne ? À lire entre les lignes du rapport, la réponse est malheureusement claire : la montagne reste marginale, malgré les appels rhétoriques répétés à son importance stratégique et culturelle.
La Vallée d'Aoste, région entièrement montagneuse et définie comme zone alpine d'excellence, s'investit en 2024 dans la promotion de projets transfrontaliers (tels que A-Mont), dans la participation à la coordination technique des politiques pour la montagne, pour faire des exemples, dans le soutien à la rédaction de la stratégie nationale pour les zones intérieures et dans la mise en œuvre de la loi cadre sur les zones de montagne ; tout cela est louable et confirme la volonté de notre administration d'être présente sur la scène communautaire.
En réalité, nous continuons à voguer d'un canal de financement à l'autre entre appels à projets, initiatives ponctuelles et expérimentations, qui trop souvent peinent à traiter les enjeux de fond de manière structurelle. Les coûts structurels plus élevés de la vie et du travail en montagne, l'accès aux services essentiels, la faiblesse du tissu entrepreneurial local, le dépeuplement des vallées d'un côté et le surtourisme, l'over tourism saisonnier de l'autre rendent de nombreuses communautés fragiles et déséquilibrées en termes d'espace, de services et de perspectives de développement.
Un tournant est nécessaire, nous ne voulons plus nous contenter de la solidarité du projet. Nous revendiquons le droit à une justice fiscale territoriale, nous demandons que l'Europe reconnaisse les zones de montagnes comme des zones économiquement défavorisées de manière structurelle en prévoyant des formes stables et durables de défiscalisation pour les citoyens et les entreprises, permettant un réel rééquilibrage compétitif avec les zones de plaine.
Il ne suffit pas d'attribuer des fonds sur un tas de projets, il est nécessaire de restituer au territoire la liberté de décider, d'investir et de croître. Nous le disons avec le plus grand respect mais avec autant de fermeté : ne nous dites pas quoi faire, laissez-nous choisir selon nos besoins et nos traditions. Cela est conforme aux prérogatives et à l'histoire même de notre autonomie, non seulement une autonomie institutionnelle mais plutôt une autonomie de développement, un principe qui vaut tant pour Bruxelles que pour Rome.
Dans le même temps l'évolution du scénario géopolitique européen suscite une préoccupation croissante : l'Union européenne semble piéger dans une contradiction fondamentale, d'un côté est le proclame des ambitions stratégiques des puissances mondiales, de l'autre elle reste prisonnière d'une structure bureaucratique lente, fragmentée et dépourvue d'une véritable culture de pouvoir.
L'engagement en Ukraine, bien que nécessaire du point de vue du soutien politique humanitaire, risque cependant de se transformer en posture idéologique qui ignore les principes fondamentaux du réalisme politique avec les conséquences que cela implique.
Ces dernières années la politique étrangère européenne a trop souvent manqué de lucidité stratégique, s'appuyant sur un récit dominé par des valeurs abstraites plutôt que sur une lecture réaliste de rapports de force. Faire semblant que les équilibres du pouvoir n'existent pas ou que l'on peut construire un ordre international stable en ignorant les dynamiques des sphères d'influence est une erreur qui peut coûter cher.
La réalité nous rappelle que la sécurité et la paix ne se préservent pas par des déclarations morales, mais par la lucidité de ceux qui savent lire le monde tel qu'il est et non tel qu'on voudrait qu'il soit.
Dans ce contexte, l'Union européenne a souvent assumé un rôle subalterne subissant plus qu'en déterminant les grandes dynamiques géopolitiques. Au lieu d'agir comme un pôle autonome, capable d'une stratégie propre, cohérente avec les intérêts du continent, l'Europe a préféré s'aligner sur des choix extérieurs renonçant à construire cette autonomie stratégique dont on parle mais qui en réalité reste une destination encore hors de portée.
Entre-temps d'autres lignes de fracture et d'instabilité se multiplient aux portes du Continent : des Balkans occidentaux encore fragiles, marqués par des tensions ethniques et des influences extérieures et trop souvent totalement oubliés, à la pression migratoire croissante qui arrive de la Méditerranée à gérer de manière urgente sans une vision. À ce contexte s'ajoute la montée en puissance d'une Turquie de plus en plus affirmée sur la scène internationale, puissance régionale qui a désormais acquis une capacité autonome de projection militaire et diplomatique dans le théâtre balkanique, caucasien et nord-africain souvent en contraste ouvert avec les intérêts européens.
L'Union européenne, si elle veut vraiment exister en tant que sujet politique crédible, doit recommencer à lire le monde pour ce qu'il est : un champ de compétition entre États et non une abstraction normativiste. Une vision réaliste s'impose, fondée sur le principe de l'équilibre des puissances, sur le renforcement des frontières, sur la capacité de dissuasion et sur un usage plus sobre mais plus efficace du levier diplomatique et militaire. Sans cela, tout discours sur l'autonomie stratégique européenne restera lettre morte.
La Vallée d'Aoste, petite région frontalière, sait bien ce que signifie vivre aux marges mais aussi au centre des tensions continentales et c'est précisément pour cela qu'en tant que région de frontière et en tant que région alpine nous devrions demander encore, avec encore plus de force, que l'Europe devienne vraiment une communauté de destin et non un simple marché ou un méga appareil bureaucratique, voire une simple construction médiatique.
La sécurité, la cohésion sociale, la défense des frontières et de notre civilisation ne peuvent être confiées à la rhétorique ou à des plans décennaux ; elles exigent du pragmatisme, de la rapidité et une vision historique, le temps passe.
Le rapport met également en évidence la participation de notre Région à d'importantes initiatives internationales dont le Sommet du Grand Continent, je fais des exemples. Le rapport est très lourd même du point de vue disons physique, dédié à des thèmes de grande envergure tels que la transition géopolitique, écologique et numérique. Il s'agit sans aucun doute de contextes stimulants sur le plan culturel et relationnel, toutefois, nous ne pouvons pas nous empêcher de nous interroger sur les retombées effectives que des tels rendez-vous ont pour la Vallée d'Aoste et pour la défense concrète de notre réalité, de nos intérêts ; on ne doit pas avoir peur de parler d'intérêts. Face à un engagement organisationnel notable et à une présence institutionnelle, suscite le doute quant à savoir si ces événements sont réellement fonctionnels à la construction de politiques incisives et sur mesure pour notre communauté ou s'ils ne finissent pas par se réduire à des vitrines où le poids des mots dépasse celui des décisions.
L'impression est que trop souvent derrière le prestige de l'occasion se cache une marginalité substantielle de notre voix par rapport aux orientations générales. De ces forums devrait plutôt émerger une force, une demande claire et concrète à l'adresse de divers participants, à restituer une substance politique au projet européen en abandonnant les dérives centralistes et dirigistes que risquent d'étouffer les autonomies locales comme la nôtre. À savoir on peut faire le même discours pour ce qui est du rapport avec Rome.
Ce n'est qu'ainsi que les rencontres et les conférences pourront se transformer de vitrines de représentation en instrument de véritable retombée stratégique.
Pour conclure, je souhaite remercier tous ceux qui s'engagent quotidiennement dans le développement des projets européens en Vallée d'Aoste mais précisément, par respect pour ce travail, nous avons le droit de lever la voix lorsque cela est nécessaire et une fois de plus, aujourd'hui, cela pour nous est nécessaire. Que l'Europe nous écoute vraiment et qu'elle comprenne que la montagne n'est pas une périphérie, elle est un laboratoire, une frontière, une véritable identité, mais elle ne pourra continuer à l'être que si on lui garantit la liberté de choisir, de vivre et de croître selon sa propre mesure, je vous remercie.
Presidente - Consigliere Marquis, a lei la parola.
Marquis (FI) - Oggi il Consiglio regionale è stato convocato in Sessione europea per discutere dell'attività svolta a livello locale, nel 2024, nel dare attuazione alle politiche promosse dall'Unione europea.
È stata anche una giornata direi particolare: siamo stati onorati della visita del Presidente del Comitato delle Regioni e delle città, che ha fatto un discorso interessante all'Aula, nel quale ha evidenziato quali siano le difficoltà che vive oggi l'Europa e che viviamo in tutti gli Stati e le Regioni componenti. Ha evidenziato evidentemente che ci sono delle grandi sfide da portare avanti, di interesse comune, e bisogna avere soprattutto la capacità di avere una visione panoramica, una visione innalzandosi dal livello in cui siamo a operare tutti i giorni. Una visione quindi di sistema, perché l'Europa è la nostra casa comune.
Con l'Europa non condividiamo solo un simbolo o un luogo. Per noi di Forza Italia essere Europei significa condividere un'identità e dei valori. È una questione anche di cuore, non solo di opportunità di stare insieme per migliorare le condizioni di sicurezza e socio-economiche della nostra realtà. È del tutto evidente che non tutto funziona a livello di organismi istituzionali, che si potrebbe fare sicuramente molto di meglio, pertanto, anche l'istituzione europea ha una grande necessità di riforme per essere adeguata ai tempi che noi viviamo.
Ho ascoltato gli interventi che mi hanno preceduto e sono anche questi occasione di stimolo su questo argomento. Evidentemente, a livello istituzionale, quando parliamo di questi temi i grandi soggetti sono tre: l'Europa, lo Stato e le Regioni. Se noi ascoltiamo chi rappresenta l'Europa, ci viene detto da queste persone che i problemi di sistema dipendono piuttosto dagli Stati e dalle Regioni. Se noi ascoltiamo i rappresentanti dello Stato, ci dicono che i problemi provengono dall'Europa e in parte dalle Regioni. Se noi ascoltiamo le Regioni, si dice che i problemi sono dell'Europa e dello Stato.
Questo, secondo, me non è il modo corretto di affrontare la gestione di questo argomento.
È un problema complesso disciplinare i rapporti tra istituzioni che sono su livelli diversi. La responsabilità non è mai solo di un ente, direi che ognuno porta delle responsabilità sul risultato complessivo.
Prima si è detto: c'è un problema di centralizzazione e si corre il rischio, anche da parte dello Stato, che ci sia una gestione centralizzata di certi dossier che potrebbero arrecare dei pregiudizi alle piccole realtà. È vero questo, è vero, ma c'è forse anche una necessità dello Stato, quando le cose non funzionano bene a livello più basso, di dover controllare e dover cercare di mettere ordine.
Dobbiamo quindi anche chiederci se, nell'attuazione delle politiche comunitarie che recepiscono sostanzialmente i problemi comuni, siamo così bravi, nella loro attuazione e nella loro messa a terra.
Queste sono delle domande che dobbiamo porci.
A nostro avviso è preoccupante, è preoccupante in questa fase storica dove - come ha detto la Presidente del Comitato - viviamo un grande disordine, un disordine che ha messo sostanzialmente a rischio tutte le nostre convinzioni e la funzionalità del modello, a cui siamo arrivati sin qui, di condivisione politica tra i vari Stati e tra le varie comunità.
È una situazione però che è sfidante, perché bisogna riuscire a trovare in questo momento la capacità di affrontare i cambiamenti in atto.
Evidentemente il disordine di per sé non aiuta, però dobbiamo vedere il lato positivo e cercare di accrescere e migliorare il ruolo dell'Europa per poter dare una maggiore sicurezza ai nostri cittadini e poter perseguire delle condizioni di benessere e di crescita che, diversamente, sarebbe difficile poter ottenere per tutti.
Ci sono sicuramente delle grandi tematiche che vanno affrontate, come quella della coesione, che è un pilastro fondante dell'Unione europea nelle istituzioni. Anche qui il Comitato delle Regioni, che si chiama, ahimè, Comitato delle Regioni e delle città, credo che qualche preoccupazione la dia. Qualcosa di più si potrebbe fare a livello globale per rafforzare questa istituzione, che è quella più vicina al territorio, che però rischia di dare una maggiore rappresentatività alle aree più densamente abitate, perché hanno a livello di rappresentatività la possibilità di beneficiare dei rappresentanti delle Regioni, ma anche dei rappresentanti delle città, quindi maggiori numeri, quindi maggiore possibilità di difesa di quei territori.
Per quanto ci concerne, noi di Forza Italia crediamo fortemente nel processo di aggregazione e di gestione europea, così come siamo d'accordo, a fronte delle problematiche di sicurezza che viviamo oggi, di potenziare il discorso di una difesa comune, questa a favore di tutti, perché bisogna poter operare in una dimensione più grande rispetto a quella delle singole realtà, per garantire l'ottenimento degli obiettivi e dei risultati che, diversamente, non si potrebbero ottenere a un livello più basso, perché non ci sarebbe la capacità a livello di sostenibilità economica di qualsiasi tipo d'iniziativa.
A riguardo dei benefici che arrivano alla nostra Regione dalla partecipazione all'Unione europea, credo che non vada sottaciuta l'importanza sul nostro bilancio regionale della programmazione europea. Una programmazione europea afferente agli anni 2014-2020 che mi pare rappresenti poco meno di 450 milioni di disponibilità finanziarie. Ovviamente qui sono comprese le compartecipazioni e il cofinanziamento da parte dello Stato e della Regione.
Una cosa che probabilmente potrebbe essere migliorata, a mio avviso, è il numero dei progetti che si mettono insieme, perché la programmazione 2014-2020 ha rappresentato 13.760 progetti che sono stati messi a terra a livello locale. Questo porta anche a delle grandi difficoltà sotto il profilo amministrativo e, a volte, fa perdere di efficienza l'attuazione delle iniziative. Pertanto, forse, una piccola considerazione in merito al concentrarsi su obiettivi di maggiore rilevanza col finanziamento dei fondi europei potrebbe essere di grande utilità nell'azione programmatoria, perché è conosciuto a tutti quante siano le difficoltà a livello di gestione di queste risorse.
La programmazione 2027 è di nuovo 345 milioni, alla quale aggiungiamo le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ammontano a 557 milioni. A questo riguardo, è vero, non sono risorse regalate, sono risorse prese a prestito, ma bisogna anche dire che bisogna trovare delle banche che ti prestino i soldi quando ce n'è la necessità. Non è sempre anche questo un processo così semplice da attuare.
Ci sono quindi tante cose che, a nostro avviso, richiedono una visione sovralocale e noi lo tocchiamo tutti i giorni, quando parliamo delle problematiche che interessano anche la Valle d'Aosta. Cioè parliamo di mobilità, sistema dei trasporti: se dipendesse dal guardare prettamente gli interessi locali, probabilmente anche sul traforo del Monte Bianco potrebbe esserci un'attitudine diversa, così come vediamo l'attitudine del lato francese, che si limita a fare un ragionamento circoscritto a un raggio d'azione di una ventina di chilometri.
Abbiamo sperimentato tutti cosa significhi in questi anni essere sottoposti a dei rischi di carattere idrogeologico, che hanno di fatto bloccato, in alcune situazioni, la mobilità a livello internazionale.
Non è che ci rimette solo una comunità o chi è in queste situazioni più lontano dal problema; ci rimettiamo tutti. Ci sono quindi delle dinamiche che non possono essere affrontate a livello locale, che devono sottostare a una regia più ampia, sovraordinata a quella di una singola realtà, perché diversamente non potrebbero trovare sviluppo i disegni di assetto generale, venendo meno i benefici a tutte le comunità, anche alle più piccole, quelle che pensano magari che, attraverso la non realizzazione di un'iniziativa, non possano subire dei danni. Ma subiranno sicuramente dei danni indiretti perché, se la mobilità non funziona, magari i propri figli hanno meno possibilità di potersi muovere sul territorio, le nostre aziende hanno meno possibilità di produrre e instaurare delle relazioni extra regionali, e così avanti e via dicendo.
Ci sono delle altre dinamiche che sicuramente hanno bisogno per la nostra realtà di Europa, di rapportarsi meglio con l'Europa. Parliamo di tutto il discorso che è stato fatto dell'idroelettrico, sappiamo quali sono le problematiche che ci sono in campo in questo momento. Non c'è solo la questione dei trafori: tutte le concessioni discendono da un approccio di natura e di carattere europeo, sul quale bisogna sicuramente porre grande attenzione.
Che poi l'Europa debba fare anch'essa dei processi di ottimizzazione, di sburocratizzazione, di semplificazione nel dare maggiore attenzione alle singole realtà e tenere conto della competitività dei singoli territori... credo che questo vada fatto anche per rafforzare il sistema produttivo locale. Perché ci sono dei codici oggi in atto, attuali e vigenti, che mettono chi vive nelle grandi realtà, le grandi imprese, nella condizione di partecipare a livello territoriale più ampio, ma anche di arrivare nelle nicchie territoriali, come sono le nostre, di montagna.
Le imprese che però operano in montagna, nelle piccole realtà, non sono in grado, attraverso le norme attuali, di competere in territori più grandi, quindi devono giocare in difesa. Questo non vuol dire difendere gli interessi locali o chiedere dei favori, ma si chiede il rispetto delle esigenze delle piccole comunità.
Per quanto ci concerne, noi di Forza Italia confermiamo l'attenzione all'Europa, anche perché a livello politico siamo la forza in Italia che sostanzialmente rappresenta il Partito popolare europeo, una forza che cerca di dare stabilità all'istituzione comune, una forza che rappresenta 185, mi pare, Europarlamentari nella sede di Bruxelles, una forza nella quale siamo onorati che il nostro rappresentante europarlamentare, Massimiliano Salini, ricopra il ruolo di vice capogruppo del PPE a livello dell'Europarlamento.
In questo ambito quindi cercheremo di portare avanti le istanze di difesa del territorio, delle piccole realtà, delle realtà di montagna e della nostra Valle d'Aosta.
Presidente - Consigliera Erika Guichardaz, prendiamo nota della sua prenotazione. Facciamo la pausa e ritorniamo.
Segnalo anche che è stata depositata una risoluzione da parte dei gruppi Lega e Misto.
Il Consiglio è sospeso.
La seduta è sospesa dalle 11:05 alle 11:26.
Bertin (Presidente) - Riprendiamo dopo la pausa. Si era prenotata la consigliera Erika Guichardaz, a cui passo la parola.
Guichardaz E. (PCP) - Nel "Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita" era chiaro l'obiettivo di liberare l'Europa dalle guerre e per farlo ci sono voluti i movimenti di Resistenza, che in tutto il continente hanno combattuto il nazifascismo e liberato i Paesi europei. Prendere delle frasi di quel manifesto, scritto oltre ottant'anni fa, in piena guerra e sotto una feroce dittatura, è strumentale e offensivo.
Oggi più che mai crediamo che o si fa veramente l'Europa o si muore. Per questo è importante che emerga la voglia di riconoscersi come cittadini e cittadine europei, ovvero come concittadini di un'entità più grande, non solo dei rispettivi Stati nazionali.
Lo dico da autonomista, perché essere autonomisti non può che essere l'esatto opposto dell'essere sovranisti e, quindi, di chi promuove la centralità dello Stato nazionale. Non si tratta di rivendicare un nuovo orgoglio nazionalista, né tanto meno bellicista, su scala europea, ma del desiderio di ritrovarsi insieme intorno a un progetto di comunità con valori comuni, proprio come ha ben rappresentato nel suo intervento la Presidente del Comitato europeo delle Regioni.
Serve sicuramente, però, un'Europa più forte, mai subalterna a nessuno, un'Europa del dialogo, un'Europa di pace. Oggi per affermare una pace giusta serve un'Europa libera e unita, capace di agire e di parlare con una voce comune e innovativa sul piano internazionale.
Consideriamo mali da superare la guerra, come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; la crescita delle spese militari a danno di quelle sociali; l'aumento delle disuguaglianze economiche, sociali, di genere, il respingimento dei migranti, i rischi per la democrazia e la libertà.
Ecco perché, per realizzare l'obiettivo di un'Europa di pace, l'Unione europea deve diventare una vera federazione - proprio come avevano pensato gli autori del Manifesto di Ventotene durante la Seconda guerra mondiale - e contribuire alla costruzione di un mondo che superi la logica dei blocchi, verso una gestione condivisa e democratica dei beni pubblici comuni, globali.
L'Unione europea è l'esempio più concreto, seppur incompiuto, e questo dobbiamo dircelo, di come si possano superare gli egoismi nazionali e costruire una vera democrazia sovranazionale. Per questo l'Unione europea è l'istituzione che più di altre può contribuire al rafforzamento e alla democratizzazione delle organizzazioni internazionali e, quindi, alla costruzione della pace globale.
Si tratta di un modello d'integrazione regionale che è imitato in altre realtà del mondo e che è stato l'unica risposta alternativa che l'umanità si è data per unire i popoli attraverso la pace e non attraverso la guerra e l'idea d'impero.
Ecco, ho voluto incentrare l'intervento del nostro gruppo tutto sulla questione della pace e sulla questione di come è nata l'Europa e i valori che questa Europa aveva, perché, lo ha detto bene la Presidente del Comitato delle Regioni, senza un cuore e valori comuni, purtroppo, questa Europa non può continuare e, quindi, neanche arrivare veramente alla pace. Perché, ne abbiamo parlato e discusso spesso in quest'aula, purtroppo il grande tema in questo momento è proprio il tema della guerra, a cui non possiamo sottrarci, per cui noi abbiamo anche presentato una mozione proprio contro il riarmo, perché crediamo, come ho detto, che solo l'Europa, solo un'Europa veramente libera e unita, può intervenire in questo senso.
Non avevo dubbi che il collega di fronte a me la pensasse in modo diametralmente opposto, perché, giustamente, ci troviamo su fronti opposti e sotto questo punto di vista la visione che lui ha rappresentato naturalmente non mi vede condividere praticamente nulla, o ben poco, insomma; anche le visioni che si confrontano in Europa sono diverse e, sotto questo punto di vista, ripeto che l'unico vero obiettivo che dobbiamo darci è quello, almeno sotto la nostra visione, di avere un'Europa più forte e mai subalterna.
Presidente - Si è prenotato il consigliere Distort, ne ha facoltà.
Distort (Lega VDA) - Mi permetto di dare un taglio un po' particolare a questo intervento, ed è il taglio del dialogo, nel senso letterale del termine "dialogos", cioè due logoi, due visioni, che parlano, due sguardi della stessa realtà, da angolature diverse, che colloquiano. Perché questo, secondo me, potrebbe - senza nulla togliere ad altri interventi - rafforzare l'efficacia di questo dialogo di oggi, della discussione di oggi.
Il dialogo è esattamente con l'assessore Caveri, perché giustamente l'assessore Caveri, che ha introdotto l'argomento, ha portato alla luce diversi elementi. Vorrei allora mettere in discussione, costruire una sana e costruttiva discussione su questi argomenti.
Il primo. Il fatto che ci sia, come ha detto l'Assessore, un'attività che presuppone l'utilizzo di fondi europei, beh, è fuori da ogni dubbio. Sarebbe impensabile che non esistesse e che l'Assessore che ha in delega esattamente l'argomento delle politiche europee, quindi dell'utilizzo dei fondi europei, dicesse che non si è fatto assolutamente nulla.
Il problema però è quanto si sono utilizzati i fondi europei rispetto a tutte le opportunità disponibili. Si tratta di parlare di parlare di progetti avviati coi fondi europei, dei fondi utilizzati, delle dinamiche messe in atto per sfruttare tutte le opportunità finanziarie provenienti da questo colosso finanziario che è l'Europa di Bruxelles. In sintesi, si tratta di dimostrare che l'attività dell'Assessorato si è rivelata all'altezza di utilizzare tutte le risorse disponibili dei fondi europei per il bene del nostro territorio. In caso non siano state utilizzate tutte, si tratta di spiegare per quale motivo questo sia avvenuto.
A lei, devo dire, assessore Caveri, devo riconoscere l'onestà intellettuale, perché mentre ha esposto la sua relazione a un certo punto ha detto: "Per complicazione o paura dei meccanismi dei fondi europei si preferisce usare i fondi regionali". Le do onore di onestà intellettuale, sperando che non si tratti invece di un'excusatio non petita.
È chiaro che comunque questo è un elemento discriminante e, devo dire, è questa la riflessione che deve porsi il Consiglio oggi, cioè sapere se appunto siano stati messi in atto tutti quei meccanismi che permettono di essere all'altezza, di avere le capacità. Nessuno mette in dubbio che ci sia una profonda difficoltà nell'avere accesso ai fondi europei, però ciò che è difficile, chiaramente, non giustifica il fatto di non riuscire a farcela.
Lei quindi è abbastanza intelligente per saper leggere la differenza tra una sterile polemica e uno sprone costruttivo. Io penso che lei sappia dove collocare il mio intervento.
Vorrei poi riflettere su altri punti. Il fatto che ha utilizzato un termine che è ormai diventato canonico, "Euroscetticismo": noi sappiamo che l'uso di certe parole è pilastro della manipolazione mentale o ideologica; questo avviene da sempre, da quando esiste il linguaggio ci sono termini evocativi, tant'è che un ambito, una disciplina che si occupa di linguaggio si chiama "semantica", cioè va proprio a cercare le radici di certe parole, e nelle radici di certe parole si nasconde una propensione o un'avversità. Parlare quindi di euroscettici è chiaro che mette in evidenza una situazione di per sé... si colloca in una dimensione automaticamente negativa chi ha dei dubbi su un modello di Europa.
Perché noi oggi non stiamo parlando di "Europa sì, Europa no". Penso che nessuno, dopo il secondo conflitto mondiale, si permetta di dire "Europa no", ma soprattutto nessuno, dopo che l'Europa è stata costruita dall'Impero romano, nessuno, dopo che prima dell'Impero romano i Celti - e guardo il collega Lucianaz, che vedo apprezzare questo richiamo ai Celti - avevano già costruito l'identità europea.
Ma la parte del gigante sappiamo benissimo che l'ha fatta un'idea, un'idea costruita su un fatto storico, su Cristo incarnato, Dio incarnato morto e risorto: è il Cristianesimo, che ha costruito l'anima dell'Europa. Quel minimo comune multiplo quindi, - quella base di valori di cui abbiamo sentito parlare stamattina dalla Presidente - che è stato espresso e richiamato poc'anzi dalla collega Guichardaz esiste, ma questa base di valori si esprime con una "V" maiuscola: sono i valori dell'identità storica cristiana, non sono valori confessionali, sono valori culturali.
Cos'è che c'è che lega un Greco con uno Scandinavo? Cos'è che mette in comune un Italiano con un Danese? Uno Spagnolo con un Tedesco? Cos'è che mette in comune? La lingua? No. La storia? No. L'ordinamento statale? No. L'economia? Sì, adesso che si parla di euro, ma la storia dell'economia, il tessuto economico? No.
Cos'è che collega? Cos'è che fa sentire il Greco, il Portoghese, lo Spagnolo, il Danese, il Tedesco e L'italiano parte di una realtà che supera? È l'identità cristiana. Questi sono i valori a cui si tratta di fare riferimento e sono esattamente i valori che questo modello di Europa non ha preso in considerazione.
Certo che non prendere in considerazione questi valori vuol dire non costruire un organismo con un'anima, vuol dire togliere l'animo o non dare l'animo a un organismo.
Abbiamo un esempio nella storia della letteratura: il mostro di Frankenstein, frutto di una tecnologia avanzatissima. Impossibile, evidentemente mai realizzato, ma bellissima l'idea di poter pensare in modo prometeico al fatto che si possa dar vita a un organismo mettendo insieme semplicemente delle parti e dando impulsi vitali. Ma in realtà questo organismo non ha un'anima, è lo zombi.
Questa è quindi una riflessione che noi dobbiamo fare e che noi in questo Consiglio regionale, luogo delle scelte, luogo della concretezza, ma anche luogo dello scambio di idee, dobbiamo mettere in atto. Dobbiamo approfondire questi discorsi.
Sempre partendo dai suoi interventi, assessore Caveri, lei ha citato il dramma della guerra russo-ucraina. Chi mette in discussione questo dramma? Il fatto è che il dramma della guerra russo-ucraina ha una sorta di paternità, o di maternità, che si colloca nel totale fallimento dell'Europa nel gestire una mediazione. Perché nel 2014 il referendum sul Donbass portava l'80% dei voti a favore dell'indipendenza rispetto all'Ucraina per aderire alla Russia. L'80% del consenso cittadino, tenuto totalmente inascoltato.
Ma le questioni per le quali l'Ucraina ha deciso di non ascoltare sono questioni che riguardano l'Ucraina, non mi permetto oggi di entrare a fare una valutazione sulle politiche interne dell'Ucraina, di uno Stato o di un altro Stato, certamente, ma sta di fatto che l'Europa non ha assolutamente sostenuto e non ha assolutamente gestito un'attività di mediazione importante in una polveriera dichiarata: era una bomba a orologeria, si sapeva che c'era, si sapeva che l'orologio era stato avviato, si trattava soltanto di capire, di pensare quando questa bomba sarebbe esplosa.
L'altro discorso è: noi oggi siamo tutti turbati - ma anche per un discorso di manipolazione dei media - sul fatto dei dazi. Io adesso mi permetto di addentrarmi in un tema che riguarda fondamentalmente le competenze di chi di economia ne sa ben più di me. Guardo il collega Aggravi, guardo nella direzione del collega Marguerettaz, che in questo momento non vedo, ma comunque ci sono persone ben più titolate di me.
Noi ci scandalizziamo sui dazi, che comunque sono degli strumenti di regolamentazione e di tutela, o di autotutela, per interessi di una nazione rispetto all'altra, o di equilibri generali: penso che, da quanto ne so di economia, il concetto di quote, di quote di produzione, rientri nello stesso argomento. Nel momento in cui l'Europa ha definito certe quote e per certi Stati l'impossibilità a superare certe quote, significa che è una diversa versione di applicazione dei dazi, significa comunque controllare la produzione di un Paese piuttosto che di un altro, penalizzando uno a vantaggio di un altro.
Qualcuno ha levato la sua voce, così come oggi si levano le voci nei confronti di dazi? No, perché evidentemente c'è stato un meccanismo forse un po' più sottile che è stato messo in atto e così è successo che per anni, anni e anni, alla fine, noi abbiamo accettato supinamente questa situazione.
Poi il concetto, per ultimo, sto quasi per finire... assessore Caveri, Lei ha detto: "Noi vogliamo..." Ah, piccola parentesi: io non voglio in questo modo evocare un fatto personale da parte sua, ma voglio invece avviare un dialogo costruttivo. Io penso che questo sia perfettamente comprensibile e lo costruisco, giustamente, sulla base del suo intervento.
Lei a un certo punto dice: "Noi vogliamo un collegamento diretto con Bruxelles e non sottostare alla triangolazione con Roma". Su questo, allora, c'è un precedente storico che tutti noi, che abbiamo tradotto "De bello Gallico", dovremmo ricordarci, perché al di là del pensare alla traduzione di Caesar, eiectis militibus, eos incitavit ad pugnam, è il significato: si tratta di andare a capire. Tradurre il "De bello Gallico" vuol dire capire il "De bello Gallico".
Ma perché parlo oggi del "De bello Gallico"? Semplicemente per la mia passione per il mondo classico? No, perché racconta esattamente cosa è successo. La Gallia è stata conquistata con un'attività quasi fulminea da parte delle legioni di Cesare, per un semplice fatto: perché le varie tribù galliche si riferivano a Cesare individualmente. Il contrasto del mondo gallico nei confronti dell'avanzata delle legioni di Roma è stato superato, è stato vinto, non solo dall'abilità di Roma, dalla capacità di Roma, ma soprattutto anche dalle divisioni. Pensare quindi al concetto divide et impera: è la base dell'affermazione di qualunque potere sopra poteri deboli.
Pensare quindi che noi dobbiamo riferirci a Bruxelles, relazionarci con Bruxelles, senza transitare per Roma, è una bella idea dal punto di vista romantico, ma non funziona.
Io vedo già delle espressioni da parte sua che dice: "No, non è quello che intendevo". Probabilmente avrà giustamente occasione di replicare, però io direi che è estremamente importante. Non voglio sollevare dei vulnus al suo intervento, voglio semplicemente, attraverso questa analisi, approfondire un punto di vista che racconta un'Europa dal punto di vista pratico, dal punto di vista strategico, anche.
Riguardo al pensare che la rappresentatività della Valle d'Aosta a Bruxelles possa essere più incisiva della rappresentazione che la Valle d'Aosta, insieme a un territorio, a uno Stato nazionale, possa presentare le proprie istanze, secondo me sono due dinamiche diverse, dove è del tutto evidente la comprensione di qual è la dinamica che porta più effetto.
In conclusione, io aggiungo anche un altro elemento.
Sul fatto del cosiddetto... cioè, dell'ipotesi di riarmo dell'Europa e di un esercito europeo, permettetemi di dire. Fermo restando che vorrei capire come certe eccellenze a livello dei vari eserciti nazionali possano collocarsi in una visione generale e globale di esercito europeo, perché diventa un po' difficile da spiegare. Mi riferisco per esempio agli Alpini. Gli Alpini sono un'eccellenza dell'esercito italiano, un'eccellenza che insegna eccellenze ad altri reparti di altre nazioni. Cosa vogliamo fare, quindi? Immaginare un esercito in cui questa realtà, e non lo dico semplicemente per campanilismo come appartenente alle truppe alpine, in congedo chiaramente...
Innanzitutto è chiaro che c'è un discorso di grande difficoltà organizzativa. Alla fine si rischia di avere un gigante, un colosso, tipo i Caschi blu, che il più delle volte si sono rivelati degli ostaggi nelle vicende belliche più che essere una vera e immediata risposta alla strategia di riaffermazione della pace.
Su quest'ultimo delirio di Bruxelles, sul riarmo e sulla costituzione di un esercito europeo, che distruggerebbe definitivamente ogni resistenza delle sovranità nazionali, io penso, spero, che possa prevalere il buonsenso.
Tra l'altro, è anche curioso che questo modello e questa iniziativa, così come anche l'iniziativa assolutamente drammatica di pensare a un intervento europeo in guerra in ambito del territorio ucraino... che, tra l'altro, ha un regista, che è il Regno Unito, che paradossalmente si è tolto dall'Unione europea e vuole ora mettersi a capo di una legione imperiale, per contrastare e per risolvere con la guerra qualcosa, un conflitto, che non è minimamente stato capace di risolvere quando era il momento della trattativa e della diplomazia.
Ribadisco, in chiusura, che è questo modello di Unione europea che non ci convince assolutamente, e, proprio con una capacità di visione verso il futuro e di speranza verso il futuro, noi speriamo nell'affermazione di un altro modello di Unione europea, che abbandoni questo sistema oligarchico, guerrafondaio, autoritario, giacobino, massonico, laicista, per lasciare spazio invece a un altro modello, un modello di Europa basato sui valori cristiani, un'Europa centrata sulla persona, sui popoli, sulla storia, sul rispetto della storia, della propria storia, e dove vi siano politiche effettive per la natalità e per la famiglia.
Questa, e solo questa, è l'Europa in cui crediamo e per cui spendiamo quotidianamente la nostra attività di resistenza.
Presidente - Consigliere Jordan, ne ha facoltà.
Jordan (UV) - In occasione della Sessione europea e internazionale del Consiglio regionale, a integrazione di quanto è già stato detto nella mattinata di oggi, vorrei porre anche io l'accento su qualche tema e fare alcune considerazioni.
Nel corso della discussione di oggi è emerso in maniera forte il tema della montagna, montagna che deve essere intesa non solo come spazio fisico, ed è stato detto bene, ma come elemento importante dell'identità, della nostra identità europea.
Io non voglio banalizzare il tema e nemmeno ripetere cose che si danno per scontate, ma se ha senso la Sessione europea, se hanno senso gli interventi che facciamo qui in Consiglio, allora gli interventi di oggi devono essere in qualche modo raccolti da chi ha competenza in materia, dalle forze politiche, da tutti noi, perché si raccolgano questi interventi e si traducano in atti che possano in qualche modo indicare o sostenere la nostra posizione, ancorché non sia unanime.
È noto che le aree montane rappresentano la parte essenziale del nostro patrimonio naturale, culturale ed economico, eppure sappiamo benissimo che sono territori vulnerabili, dove la marginalità geografica si somma a criticità socio-economiche, che richiedono risposte mirate, lungimiranti, che sovente non arrivano per la montagna.
L'Unione europea, attraverso la PAC, la Politica agricola comune, e la Politica di Coesione, in qualche modo ha riconosciuto il ruolo strategico della montagna. Questo è un primo passo, come è stato detto questa mattina. Le misure come le indennità compensative vanno in quel senso: compensare degli svantaggi naturali, esse sono uno strumento essenziale per evitare l'abbandono dei terreni e per mantenere questo presidio sul territorio, presidio dei nostri agricoltori.
Ancora, altri interventi nel Programma dello Sviluppo rurale, in qualche modo sostengono, incentivano o ricambiano il ricambio generazionale, la diversificazione. Sono elementi positivi.
Ma non basta. In questo settore servono maggiori risorse, servono strumenti normativi più efficaci.
Il sostegno delle aree montane credo che debba inserirsi in un disegno più ampio, quello dell'Europa delle Regioni, come è stato detto bene questa mattina dalla Presidente: un'Europa che riconosca e valorizzi le diversità territoriali, che ascolti le istanze locali e che le traduca in politiche efficaci. È in questo senso che le Regioni di montagna devono essere considerate come interlocutori strategici nella definizione delle politiche europee.
Dobbiamo farci parte attiva verso il Governo per chiedere il rafforzamento del ruolo delle Regioni nella programmazione dei fondi europei. L'assessore Caveri ha parlato di un cambio, per esempio, sulla PAC, anziché piano regionale un piano nazionale.
Le sfide della montagna - transizione ecologica, digitalizzazione, mobilità - tutti temi che sono già stati portati, necessitano di azioni concrete ed efficaci che solo le Regioni possono in qualche modo proporre. La montagna non riguarda solo chi la abita: la montagna è una risorsa per tutti, per tutta la Comunità europea, un baluardo contro il dissesto, il dissesto idrogeologico, è un serbatoio di biodiversità, è un'opportunità di crescere.
Dobbiamo quindi diventare - l'incontro di stamani è visto proprio in questo senso - anche noi una lobby europea, così come ci sono le lobby che condizionano le scelte politiche, ma la nostra è una lobby in senso positivo del termine, una lobby che possa favorire, è una lobby nel nome della montagna europea, che faccia sentire coralmente la sua voce. Sono tanti gli elementi dove potremmo trovare dei punti comuni e quindi fare lobby: trasporti, energia, acque, tutti temi che in mattinata sono già stati citati.
Se non riusciamo noi a creare questa lobby della montagna, non aspettiamoci che lo facciano i governi nazionali.
C'est pour cela que le soutien au régionalisme constitue un pilier fondamental pour la construction d'une Union européenne plus cohésive, plus participative et plus proche des citoyens.
Reconnaitre le rôle stratégique des Régions revient à promouvoir un modèle de gouvernance multiniveaux qui valorise la diversité et renforce la légitimité démocratique des institutions européennes. On connaît bien, on le sait : les Régions en tant que collectivités territoriales sont les mieux placées pour comprendre les besoins spécifiques des communautés locales et mettre en œuvre des politiques publiques efficaces et adaptées.
Dans cette optique le régionalisme apparait comme un outil de proximité, d'innovation institutionnelle et de participation active aux processus des décisions européennes. Par ailleurs, le régionalisme est au cœur de la politique de cohésion qui vise à réduire les disparités économiques, sociales et territoriales.
La montagne est un lieu dans lequel les différences et les disparités sont les plus importantes. Pour cela je pense que ce serait bien de s'interroger sur quelle est l'architecture institutionnelle meilleure pour le futur de l'Union européenne et comment se décline la représentativité des députés européens.
D'une part, à mon avis, il est nécessaire donner davantage souveraineté à l'Union européenne en matière de défense et d'économie, cela représente une avancée stratégique majeure pour renforcer l'unité, la stabilité et l'efficacité de l'Union européenne, une Europe plus unie dans les domaines de la défense et des affaires étrangères serait en mesure de parler une seule voix sur la scène internationale ; cela renforcerait sa crédibilité et son influence face aux grandes puissances mondiales.
L'attribution des compétences accrues à l'Union européenne permettrait une réaction plus rapide et plus de cohérence face aux crises économiques, sanitaires, énergétiques et permettrait d'investir collectivement dans le secteur stratégique, contribuant ainsi à améliorer la compétitivité de l'Union européenne.
D'autre part, compte tenu du thème de la sensibilité de l'ensemble des citoyens européens au-delà des divisions nationales et régionales, je crois qu'une représentation régionale des Députés pourrait signifier un ancrage plus fort du Parlement européen dans le territoire.
Les régions européennes représentent des caractéristiques économiques, sociales et culturelles très différentes, un Député représentant directement une région pourrait mieux porter à l'attention de l'Europe les besoins spécifiques de ce territoire, améliorant ainsi l'efficacité des politiques européennes.
De plus, et je termine, la représentation régionale pourrait rapprocher les citoyens et les institutions européennes et renforcer la confiance dans une Europe que le plus souvent est aperçue comme lointaine et trop compliquée.
Presidente - Assessore Sapinet, ne ha facoltà.
Sapinet (UV) - Quelques considérations sur les activités que l'assessorat œuvres publiques, territoire et environnement porte de l'avant à l'intérieur du milieu transfrontalier et un petit résumé de ce 2024.
Dans le cadre des accords de coopération dont la Région fait partie, l'espace Mont-Blanc représente un cas particulier puisqu'il a été créé en 1991, suite à une entente informelle entre les collectivités territoriales et le Ministère de l'environnement d'Italie, de France et de Suisse.
Je tiens à rappeler que depuis sa première séance qui s'est tenue en 1992 à Aoste, la conférence transfrontalière s'est toujours réunie au moins une fois par année avec la présence de 15 représentants des autorités locales, régionales et nationales des trois pays. Quinze ça veut dire 5 représentants pour chaque territoire.
La participation de la Région à la conférence et aux actions concrètes de l'espace Mont-Blanc est réglée par la loi régionale numéro 13 du 2 mai 1995, qui prévoit la participation de l'Assesseur régionale en charge de l'environnement à la conférence en tant que vice-président, tandis que les autres membres régionaux sont issus de la commune de Courmayeur, de l'Unité des Communes valdôtaines Valdigne-Mont-Blanc et, depuis 2016, de l'Unité des Communes valdôtaines Grand Combin.
En préambule à mon intervention je tiens aussi à souligner que l'Espace Mont-Blanc est mentionné dans la feuille de route du Traité du Quirinal, l'accord italo-français pour une coopération bilatérale renforcée, signé à Rome le 26 novembre 2021, pas seulement parmi les initiatives de coopération, mais aussi dans le contexte des politiques stratégiques des deux pays en matière d'adaptation au réchauffement climatique, de protection de la biodiversité dans les Alpes, ce qui témoigne la reconnaissance au niveau interactif de la valeur du travail transfrontalier réalisé sur ce thème.
En 2024 les activités de la conférence transfrontalière Mont-Blanc ont été principalement consacrées au projet de constitution de l'Espace Mont-Blanc en Groupement Européen de Coopération Territoriale : GECT.
Le GECT, outil de droit européen vise à permettre aux collectivités publiques de se réunir en une nouvelle entité douée de personnalité juridique avec l'objectif de faciliter la collaboration au-delà des frontières et de surmonter les obstacles qui entravent la coopération territoriale. A été un travail d'équipe, un travail d'équipe avec le Ministère de l'Environnement, le département des affaires régionales et des autonomies de la présidence du Conseil des ministres, un travail d'équipe même ici à l'intérieur du Gouvernement avec le collègue Caveri, que je remercie, et ses structures.
Un travail qui n'est pas terminé mais qui a vu, comme on disait, en 2024 des étapes importantes. Un travail effectué qui a permis de définir les éléments essentiels pour ce qui sera le futur GECT.
Le Comité exécutif s'est réuni le 23 janvier 2024 à Saint-Rhémy-en-Bosses, a défini l'objectif, les missions, les organes et le lieu du siège, ce qui termine en particulier le droit applicable. Une première ébauche des documents fondateurs, soit la Convention, le statut, a ainsi été élaborée et présentée aux membres de la Conférence transfrontalière Mont-Blanc, réunie le 17 décembre à Chamonix.
Au-delà de l'ambitieux projet du GECT, en 2024 se sont poursuivis les autres activités et les projets de l'Espace Mont-Blanc : la gestion de la Casermetta au Col de la Seigne, l'organisation des séjours transfrontaliers et la feuille de route "Adaptation au changement climatique dans l'Espace Mont-Blanc". La feuille de route est un document stratégique transfrontalier qui a le but de promouvoir le développement durable, un développement adapté aux nouvelles conditions climatiques de l'arc alpin.
Les activités sur ce thème sont coordonnées par l'Assessorat des ouvrages publics, du territoire et de l'environnement avec le support technique très important de Fondation Montagne sûre et de l'Agence de protection de l'environnement de la Vallée d'Aoste.
Parmi les initiatives en cours, il figure le projet PrévRisk, prévention des risques d'adaptation au changement climatique dans le territoire de l'Espace Mont-Blanc, financé par le programme Interreg Alcotra 2021-2025.
En 2024 les activités ont permis en particulier l'organisation, le 18 juillet à Courmayeur, d'une journée transfrontalière sur les risques d'origine glaciaire et périglaciaire, avec la participation du Département national de la protection civile italienne et du Ministère de la transition écologique et de la cohésion des territoires français. La séance, ouverte par le Président de la Région, a permis un échange entre experts et acteurs du territoire tant sur les aspects techniques que sur la communication. Les conclusions des travaux, que j'ai eu l'honneur de coordonner, ont fait l'objet d'un document commun, italo-français, sur ce thème de très grande actualité pour nos territoires que nous vivons même dans ces jours. Par ailleurs, l'Espace Mont-Blanc est engagé dans la réalisation d'autres initiatives sur le changement climatique.
Nell'ambito della politica della montagna, l'Assessorato Opere pubbliche, territorio e ambiente coordina la partecipazione ai lavori della Convenzione delle Alpi. La Convenzione delle Alpi è il trattato internazionale sottoscritto nel 1991 dagli otto Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall'Unione europea con l'obiettivo di promuovere politiche comuni di valorizzazione e di protezione delle regioni alpine, assicurando uno sviluppo sostenibile e un uso responsabile delle risorse nonché la salvaguardia degli interessi economici delle popolazioni residenti.
Attraverso la Convenzione, i Paesi alpini si sono impegnati ad adottare misure condivise in diversi ambiti tematici. In particolare, l'Italia ha approvato e ratificato i protocolli attuativi in materia di protezione della natura e tutela del paesaggio, pianificazione territoriale e sviluppo sostenibili, difesa del suolo, agricoltura di montagna, foreste montane, turismo, trasporti ed energia.
L'Italia ha ratificato la Convenzione con legge n. 403 del 14 ottobre 1999 e approvato i protocolli di attuazione della Convenzione con la legge n. 50 del 5 aprile 2012.
La Convenzione delle Alpi riunisce ogni due anni i Ministri degli Stati alpini - per l'Italia il Ministro con delega all'Ambiente - ed è l'organo che prende le decisioni più importanti. Ogni Stato, a rotazione, assicura quindi la Presidenza della Convenzione.
Con l'obiettivo di coinvolgere attivamente gli enti territoriali, le istituzioni locali e gli attori locali più rilevanti, il Ministero dell'Ambiente italiano ha istituito il tavolo di coordinamento della delegazione italiana in Convenzione delle Alpi, che si incontra periodicamente, condividendo i temi da discutere a livello internazionale.
La Regione ha approvato, con le delibere di Giunta regionale n. 1726 del 2012 e n. 10 del 2014, la propria partecipazione al tavolo di coordinamento e ai vari gruppi di lavoro tematici, ai quali intervengono anche altri enti, come il Parco nazionale del Gran Paradiso, il Parco del Mont Avic, Fondazione Montagna Sicura, la Fondazione Courmayeur e la Fondazione Grand Paradis. Il coordinamento delle attività è assicurato dal dipartimento Ambiente, d'intesa con il dipartimento Programmazioni, risorse idriche e territorio dell'Assessorato Opere pubbliche, territorio e ambiente.
Nel corso del 2024 la Regione ha preso parte ai lavori del tavolo di coordinamento della delegazione italiana, finalizzato principalmente alla condivisione dei temi e del programma di attività del prossimo biennio 2025-2026, che vedrà l'Italia alla guida della Presidenza della Convenzione.
Le priorità che caratterizzano e che caratterizzeranno i lavori sono: conservare e valorizzare la biodiversità e gli ecosistemi alpini; intraprendere iniziative ambiziose per il clima; offrire una buona qualità della vita alle persone nelle Alpi.
Obiettivi ambiziosi, obiettivi importanti, così come importante e costante dovrà essere il lavoro da portare avanti per il raggiungimento di questi punti.
Presidente - Assessore Carrel, ne ha facoltà.
Carrel (PA) - Nel quadro della Sessione europea di questo Consiglio, mi concentrerò nel tracciare un quadro complessivo indirizzato a illustrare le attività svolte dalla nostra Regione nel 2024 in ambito agricolo per l'attuazione delle politiche promosse dall'Unione europea.
Sin dal mio insediamento mi sono costantemente confrontato con il sistema Europa, imbattendomi in alcune criticità applicative che mi hanno fatto riflettere sull'importanza di un confronto e di un'interlocuzione diretta fra le piccole realtà, questione che abbiamo condiviso più volte anche all'interno del governo (e con il collega Caveri) e insieme alla Commissione europea.
Il fatto che le norme vengano scritte a livello europeo determina inevitabilmente l'insorgere di problematiche concrete a livello locale, che vanno portate all'attenzione degli uffici europei competenti, nell'ottica di trovare soluzioni e modalità applicative che davvero siano di sostegno allo sviluppo rurale dei nostri territori.
Nel dettaglio, in questa mia relazione mi concentrerò su particolari argomenti di grande interesse per il settore rurale valdostano, analizzando le dinamiche ma anche le problematiche applicative a esso connesse: il Completamento di Sviluppo rurale 2023-2027 e la Politica agricola comune, il Fondo AgriCat, la programmazione agricola europea, i macro temi per lo sviluppo futuro dell'agricoltura, il sistema di qualità nazionale per il benessere animale, il ricambio generazionale e il diritto di restare e, infine, la formazione e innovazione e digitalizzazione.
Per quanto attiene al CSR 2023-27, voglio in primo luogo sottolineare l'impegno che abbiamo profuso con il tavolo che ha voluto l'Assessorato Agricoltura e risorse naturali, insieme a tutti i decisori politici e i portatori d'interessi del settore agricolo nella nostra regione, per andare a portare sui tavoli decisionali europei le esigenze del nostro territorio di montagna, caratterizzato da complessità, difficoltà e svantaggi di carattere morfologico, logistico e demografico.
In quest'ottica, in oltre due anni, mi sono più volte interfacciato con gli organi competenti quali AGEA, fino ad arrivare alla Commissione europea, nonché con il Ministro dell'Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, al fine di portare all'attenzione dei rispettivi vertici le criticità applicative di alcune misure europee, spesso rese ancora più macchinose dalla progressiva centralizzazione degli strumenti non attuativi e finanziari, che caratterizzano sempre più le politiche agricole a livello euro-unitario, nazionale e regionale.
La programmazione CSR 2023-27 - che a differenza del PSR non è un programma indipendente, bensì il complemento di un piano nazionale - è stata avviata nel 2023 ma si è concretizzata nel corso del 2024, grazie a un percorso partecipato, che ci ha permesso d'intervenire in maniera puntuale, cercando, nei limiti del possibile, di adattare questo documento alla realtà e alle esigenze concrete degli agricoltori e degli allevatori valdostani, rendendolo sempre più attuale e vicino alle aziende.
Come Regione, attraverso il confronto con le altre Regioni, abbiamo ottenuto di regionalizzare gli interventi del piano nazionale, ovvero a far sì che ognuno di essi venisse applicato al nostro territorio, in modo da rispettarne le peculiarità e portare reali vantaggi alla realtà locale.
Riuscire a far valere nelle diverse riunioni le nostre specificità è stato senza dubbio un lavoro molto complesso e difficile, che però ha portato a risultati soddisfacenti.
Sin dalla primavera 2023 ho fortemente voluto l'organizzazione d'incontri diretti sul territorio valdostano, proprio per consultare i protagonisti del mondo agricolo e confrontandomi con loro relativamente alle esigenze del settore.
Tra novembre e dicembre del 2023, grazie a questi confronti, è stato possibile proporre le richieste di modifica nella finestra di notifica n. 4, ai sensi dell'articolo 119, punto 9, del Regolamento, e inviare questo pacchetto di modifiche al Ministero entro la fine del 2023, ottenendo, dopo un lungo iter, l'approvazione da parte della Commissione europea il 30 settembre 2024. Questo a testimonianza, appunto, di quanto ho sostenuto prima, che il passaggio - anche per le modifiche, per le notifiche, anche a livello ministeriale - è ovvio che comporta dei tempi molto più lunghi.
Al percorso partecipato di cui sopra hanno fatto seguito, quindi, alcune modifiche sostanziali, sia al PSR, che si concluderà il 31 dicembre 2025, sia al CSR 2023- 27, con l'obiettivo di rendere più agile il passaggio dalla vecchia alla nuova programmazione dello Sviluppo rurale.
Si pensi, ad esempio, al maggior valore ambientale che si è scelto di attribuire ai prati e ai pascoli valdostani, incentivando la transazione dell'agroambientale al biologico che oggi, grazie all'adesione di circa 450 aziende e alla copertura di circa 25.000 ettari, ha consentito alla Valle d'Aosta di raggiungere il primato a livello italiano in termini di superficie biologica. Detto passaggio ha finalmente certificato la biologicità delle nostre superfici prato-pascolive.
Relativamente alla PAC, attuale e futura, a livello europeo e nell'ambito delle politiche promosse dell'Unione europea, l'Assessorato ha portato la voce della Valle d'Aosta nelle consultazioni E-Gab del Comitato delle Regioni, ribadendo più volte in questi contesti quanto sia pericoloso allontanare le politiche europee e gli strumenti di programmazione dal livello territoriale, soprattutto per quel che riguarda le politiche di sviluppo rurale e locale, storicamente gestite con programmi regionalizzati.
Per quanto attiene al Fondo AgriCat, l'interlocuzione istituzionale con i predetti enti è stata particolarmente attiva in occasione dei tristi eventi calamitosi che hanno colpito il nostro territorio il 29 e il 30 giugno del 2024 e lo hanno poi nuovamente interessato, attraverso un interessamento dei boschi, dei sentieri, dei pascoli valdostani, il 16 e il 17 aprile 2025.
Accanto ai colloqui diretti con il Ministero e le relative direzioni competenti del Ministero, ma soprattutto con il Presidente della Commissione Politiche agricole, già nei primi giorni del luglio 2024, con una nota specifica, mi sono interfacciato direttamente e costantemente con i vertici del Fondo AgriCat, il fondo mutualistico nazionale per la gestione dei rischi catastrofali, al fine di riconoscere l'evento alluvionale come causa di forza maggiore non prevedibile e quindi, come tale, destinatario di un sostegno da parte del fondo; questo fondo si alimenta con pagamento annuale diretto di una quota pari al 3% dei premi FEAGA, ricevuti da parte di ciascun agricoltore potenzialmente beneficiario. Malgrado il pagamento di questa quota, a seguito dell'evento alluvionale di cui sopra, le aziende valdostane colpite e in possesso di un fascicolo aziendale attivo sul SIAN non hanno potuto beneficiare dell'aiuto previsto dal fondo, poiché tali aiuti ammettono esclusivamente eventi alluvionali come le esondazioni e non comprendono né eventi franosi né slittamenti di terreno, fenomeni, questi, caratteristici della morfologia del nostro territorio.
Questo elemento, che poi è stato compensato con altri fondi europei, credo che sia un elemento che dobbiamo attenzionare proprio per cercare di portare le politiche europee e i fondi che andiamo a destinare realmente vicini alla nostra Regione, perché in Valle d'Aosta solamente una piccola parte del nostro territorio sarà e potrà essere esondata, potrà avere dei problemi di esondazione, mentre il restante territorio avrà sempre dei problemi lì a livello di frane e slittamenti, ma non sicuramente di esondazione.
Nel caso specifico, AgriCat si è rivelato quindi di scarsa utilità per la maggior parte delle aziende operanti sul territorio valdostano, poiché è rimasto un sostegno su carta che, a conti fatti, non si è concretizzato, non permettendo ai nostri allevatori e agricoltori di beneficiarne effettivamente.
Da parte dell'Assessorato e della Regione è stato quindi necessario garantire modalità di sostegno alternative, introducendo una misura specifica, nella legge regionale n. 17 del 2016, per fornire un primo aiuto reale ai propri agricoltori e allevatori a titolo parziale di compensazione dei danni.
Mi sembra quindi di fondamentale importanza che si continui a lavorare congiuntamente a livello regionale, per conseguire il rafforzamento delle misure di protezione contro i rischi climatici e gli eventi atmosferici estremi e consentire l'accesso a strumenti realmente calibrati sulle specificità, garantendo maggiore resilienza economica e ambientale.
Per quanto attiene alla prossima programmazione agricola europea, alla luce della comunicazione strategica della Commissione europea sul futuro del sistema agroalimentare dell'Unione europea al 2040, ritengo essenziale ribadire il ruolo delle Regioni - in particolare delle realtà di piccola dimensione, ma di alta valenza territoriale, come la Valle d'Aosta - proprio per ottenere misure e applicazione di tali misure sempre più rispondenti alle reali esigenze di ciascun territorio, con le sue specificità e le sue casistiche oggettivamente diverse e svariate.
In merito alla strategia che la Commissione europea sta sviluppando, è evidente che questa si sta orientando verso un sistema agroalimentare con una visione e questa visione comprende l'attrattività per i giovani, garantendo: un reddito dignitoso; la competitività e resilienza di fronte alle crisi e tensioni globali; la sostenibilità nei limiti ecologici e un'equa valorizzazione delle diversità territoriali; l'obbligo e il diritto di rafforzare il diritto di rimanere.
Questi obiettivi europei si sposano, se ben adattati alla nostra realtà, con le proprie storiche e strutturali, come quelle della Valle d'Aosta, quali ad esempio il presidio del territorio, l'agricoltura di montagna, le filiere corte e le qualità delle nostre produzioni.
Per quanto attiene ai macro temi sviluppati nel testo orientativo della Commissione europea in materia di sviluppo dell'agricoltura, voglio sottolineare che la Valle d'Aosta, in virtù delle sue dimensioni ridotte e delle sue caratteristiche morfologiche, può essere considerata a pieno diritto un laboratorio di sostenibilità e resilienza nel quadro della transizione ecologica e della strategia rurale e, al contempo, può rivendicare un ruolo di Regione pilota.
Questi macro temi sono, nel dettaglio:
la zootecnia territoriale e multifunzionale, basata sulla differenziazione dei modelli aziendali in agricoltura, che non prevede più un approccio unico, bensì un approccio cucito sulle esigenze dei singoli territori, e investe l'agricoltore e l'allevatore di una molteplicità di ruoli;
l'agricoltura e l'allevamento sostenibili e di qualità, fondati su esperienze consolidate in pratiche agroecologiche, colture e produzioni biologiche, con valorizzazione delle DOP e delle IGP e input al settore bio;
la resilienza ambientale, ottenuta sia attraverso la gestione del patrimonio prato-pascolivo, in modo da contenere le criticità legate all'erosione dei suoli e al dissesto idrogeologico e prevenire fenomeni d'incendio, sia attraverso adattamenti già attivi al cambiamento climatico in alta quota e a gestione sostenibile delle risorse idriche e forestali.
Per quanto riguarda un altro tasto dolente che ho citato, il tasto del Sistema qualità nazionale per il benessere animale (SQNBA), l'Assessorato Agricoltura e risorse naturali ha svolto un ruolo attivo e determinante, intervenendo sul CSR con l'innalzamento del limite dei capi elevati a 90 nel decreto ministeriale ad esso relativo; una soglia, questa, che ha consentito d'includere la maggior parte degli allevamenti valdostani nel sistema di certificazione, garantendo così il riconoscimento formale di una zootecnia rispettosa delle diversità territoriali e attenta alle razze autoctone.
Tanto lavoro credo che rimanga da fare, perché purtroppo la realtà della zootecnia valdostana, caratterizzata da metodi di pascolamento peculiari e da allevamenti di razze bovine autoctone, inizialmente non solo non è stata in alcun modo presa in considerazione e tutelata a livello europeo nella sua diversità ed eccezionalità, ma non è stata neppure prevista l'ipotesi di stabulazione di tipo misto, tipica della nostra regione.
Per questo motivo, nel futuro intendo impegnarmi in prima persona, e credo che dovremmo farlo tutti, per difendere la stabulazione mista - frutto di una tradizione e di un adattamento secolare alle caratteristiche morfologiche del nostro territorio, e nella tutela della soglia relativa alla certificazione del benessere animale - affinché questo venga inserito direttamente nella programmazione europea 2028-34.
Anche perché credo che sia sotto gli occhi di tutti che il benessere animale per il sistema valdostano di allevamento valdostano sia un sistema sicuramente da certificare e sicuramente da valorizzare, in quanto le nostre mandrie godono sicuramente di uno stato di salute buono, tant'è che - lo dico spesso quando mi trovo a confrontarmi sia a livello europeo che a livello ministeriale e di Governo nazionale - noi, le nostre mucche, le chiamiamo con un nome e non sicuramente con un codice. Già questo la dice lunga sul modo in cui cerchiamo di lavorare e sul modo in cui gli allevatori lavorano con le proprie mandrie, al di là di quello che poi le varie direttive e i vari decreti devono secondo noi includere nel futuro.
Allo stesso tempo abbiamo svolto, insieme alle altre Regioni dell'arco alpino, un lavoro di concertazione serrato al fine di valorizzare il modello zootecnico montano, caratterizzato da aziende a conduzione familiare. Entrambi sono passi concreti verso l'attuazione del principio dell'Unione europea secondo cui non esistono modelli unici, soluzioni coerenti con i contesti locali.
Per quanto attiene al ricambio generazionale e al diritto di restare, è una mia convinzione che nella nuova programmazione europea si debba rafforzare questi comportamenti virtuosi, esattamente come ha fatto e come sta facendo la Valle d'Aosta.
Riguardo al ricambio generazionale, l'Assessorato, nell'ambito del CSR, ha provveduto ad aumentare il premio d'insediamento per i giovani agricoltori, affiancandolo alla già presente misura di sostegno di questa categoria. Un passo importante ma che poi necessita di tutti gli altri passi per rendere l'azienda realmente sostenibile.
Guardando alla prossima programmazione europea 2028-34, sosterrò con convinzione l'introduzione di un aiuto sociale per l'agricoltura di montagna, un riconoscimento economico che premi gli agricoltori che scelgono di restare e coltivare i territori difficili, nonostante la marginalità e le sfide strutturali.
In un tempo di transizione ecologica e fragilità ambientale, è mia opinione che sia fondamentale riconoscere e sostenere chi, con il proprio lavoro quotidiano, rende più sostenibile e coesa l'Europa rurale.
Infine, per quanto attiene alla formazione, innovazione e digitalizzazione, la Commissione sta promuovendo un'agricoltura digitale basata sulla conoscenza mediante investimenti, sulla connettività, sull'innovazione tecnologica e sui sistemi AKIS, acronimo inglese di Sistema di conoscenza e innovazione in ambito agricolo. Un pacchetto organico d'interventi volti a promuovere la formazione degli agricoltori e la condivisione del sapere. Il sistema AKIS permette un confronto tecnico fra tutti i soggetti operanti a livello regionale che, a vario titolo, erogano servizi a favore del settore agroalimentare e forestale valdostano, al fine di strutturare, nell'ambito della programmazione 2023-27, un'offerta completa, sinergica e complementare per quanto riguarda la formazione, informazione, consulenza, innovazione, ricerca e sperimentazione a supporto delle imprese agricole, alimentari e forestali regionali, per fare sì che siano davvero competitive, preparate e innovative.
Al momento sono stati attivati bandi per la formazione e per il sostegno di progetti innovativi, mentre a breve saranno attivati anche servizi di consulenza diretta alle aziende, di aiuto concreto allo sviluppo rurale agricolo valdostano.
L'approccio AKIS, indubbiamente di grande valore per uno sviluppo futuro della figura e della professionalità poliedrica dell'agricoltore e dell'allevatore, presenta alcune criticità applicative sul nostro territorio. Come, ad esempio, la limitazione dei bandi d'innovazione a un orizzonte temporale di soli due anni, durata, questa, troppo ridotta per riuscire ad appurare l'effettiva efficacia della scelta innovativa intrapresa.
Le nostre aziende hanno caratteristiche che implicano orizzonti di sperimentazione di durata sicuramente quinquennale, funzionale ad un'analisi più approfondita dei risultati raggiungibili e delle potenzialità innovative sperimentate, con l'obiettivo di scegliere con maggiore consapevolezza la strada da intraprendere.
In questo ambito la Valle d'Aosta può candidarsi a pieno titolo come territorio sperimentale, sfruttando la dimensione contenuta per testare modelli agro-tecnologici integrati, in sinergia con le sue istituzioni informative e scientifiche. Il mio auspicio è che, attraverso una visione agricola europea lungimirante e particolareggiata, la prossima programmazione permetta alla nostra regione di vedere riconosciute le sue specificità e tutelate le sue eccellenze.
Concludendo, il futuro dell'agricoltura europea è fortemente legato alla capacità di valorizzare i territori e la Valle d'Aosta, con il suo patrimonio naturale, sociale e produttivo, è chiamata a svolgere un ruolo proattivo nella nuova stagione strategica europea, trasformando le sfide della montagna in opportunità per l'Europa intera.
Se realmente l'obiettivo espresso dalla Commissione europea è quello di salvaguardare e difendere la zootecnia territoriale multifunzionale, l'agricoltura sostenibile, la resilienza ambientale e il diritto di rimanere, sono convinto che sia fondamentale creare delle misure specifiche, mirate e adattate alle specificità dei nostri territori, così particolari e così complessi.
Ciò non implica l'investimento di maggiori risorse ? perché il numero delle risorse è un altro tema su cui potremmo ancora discutere ? ma anche a parità di risorse potremmo portare dei risultati sicuramente migliori, se fosse possibile avere un contatto diretto e avere un'attenzione specifica per le peculiarità dell'allevamento e dell'agricoltura della nostra regione.
Presidente - Consigliere Lucianaz, ne ha facoltà.
Lucianaz (GM) - Il gruppo a cui appartengo mi ha sollecitato a intervenire. Sarò breve, questa è la buona notizia.
Della discussione di questa mattina emergono chiare due visioni di questa Europa: quella aministrativa, e ne hanno parlato per oltre dieci minuti l'assessore Sapinet, per oltre venti minuti l'assessore Carrel, giustamente, elencandoci tutta una serie di importanti - a volte anche superflue, a mio modo di vedere - attività sul territorio. L'assessore Caveri, giustamente, invece, ha saputo giostrare tra l'aspetto amministrativo e politico.
Infatti, è su questo argomento che vorrei dire solo due brevi cose, essendo notorio che non appartengo né al World Economic Forum, né a Bilderberg, né tanto meno al Goldman Sachs o ai fondi che derivano dalla USAID.
E sono ben distante dalle posizioni di Conte e Draghi, dalla loro vergognosa campagna in periodo Covid, vergognosa! Forse emergerà un po' alla volta quanti atti terroristici hanno compiuto.
Ma sono distante anche da Monti, da Merz, da Macron. Tengo a dire che quest'Europa è preoccupante, è preoccupante per il cittadino, perché è la fiducia che manca al cittadino.
Giustamente quindi il taglio amministrativo che dà questo governo è comprensibile, le risorse sono direi quasi infinite, oserei dire, però il cittadino italiano, il cittadino valdostano, vede un'Europa diversa. Vede un'Europa per esempio di una von der Leyen Presidente che non è andata a processo o, meglio, non è stata condannata perché manca il corpus delicti del suo vergognoso contratto di 71 miliardi di euro con la Pfizer. visto che ha cancellato il messaggio, non c'è più il corpus delicti.
Quest'Europa che condanna ed estromette dalla corsa elettorale gli avversari tipo Georgescu o Le Pen o adesso, è notizia di questi giorni, AfD, tanto che Cacciari si sente in dovere di dire: "Se la Germania mette al bando AfD, la democrazia si spara nelle palle". Esattamente la Germania si sta "sparando nelle palle" come anche l'Europa. State facendo, state, chi sostiene von der Leyen e i partiti, anche qui presenti in quest'aula, che sostengono von der Leyen: si stanno "sparando nelle palle" della fiducia, che i cittadini dovrebbero avere in questa istituzione.
Un'Europa in cui crediamo tutti, ma sicuramente non in questa Europa che ci state e ci stanno proponendo.
L'Europa è anche quella degli scandali delle lobby. Io ho apprezzato l'intervento del collega Jordan, che sostiene una lobby della montagna, è un bel concetto. Io vorrei vedere l'assessore Caveri con una borsa piena di denaro camminare nei corridoi di Bruxelles, perché è quello che stanno facendo le lobby, che condizionano fortemente le attività dei Parlamentari europei.
Spero proprio che questo non succeda e sparisca questo modo di fare politica. Qualcuno ha detto, 2.000 anni fa: "Fuori i mercanti dal tempio". Io credo che questa attività sia vergognosa, sia vergognosa perché sicuramente non rappresenta il principio di democrazia al quale tutti quanti qui ci appelliamo.
Termino con il fatto che ieri abbiamo appreso che i costi delle bollette elettriche aumenteranno perché aumenta il prezzo del petrolio. Con tutte le grandi dichiarazioni di sensibilità ambientali - ho sentito spesso l'assessore Sapinet parlare di sviluppo sostenibile - di necessità di contrastare i cambiamenti climatici, qua si è ancora legati al prezzo del petrolio, anche quando paghiamo le bollette; noi, in Valle d'Aosta, con la CVA che produce a pieno regime!
Termino con la guerra. Assessore Caveri, questa sua presentazione del lavoro di 156 pagine m'ha scioccato già alla prima pagina, quando scrive che "Trump, Presidente eletto, ha fatto la scelta di cambiare la rotta rispetto alla difesa militare dell'Europa e con una certa connivenza con Putin".
Questa - è naturale - è una sua interpretazione, però lei è anche Assessore dei Valdostani e leggere queste cose su una relazione ufficiale fa un po' specie. Tanto che poi aggiunge: "Il vecchio continente rischia di essere marginalizzato e pure vittima dell'aggressività russa, il cui disegno di espansione appare evidente". Mi sembra peggio, scusi assessore Caveri, mi sembra peggio di un volantino del peggior periodo dittatoriale...
Sì, sì, sì. Guardi, siamo a questi livelli.
Smettetela quindi, per favore, con queste panzane sulla Russia che vuole invadere l'Europa. Qualcuno ci sta mangiando, ci sta marciando bene anche politicamente, ma state diventando ridicoli.
"Mai visti scenari così bassi nei rapporti con gli Stati Uniti": beh, io ho notato che invece la Presidente del Consiglio, la giovane, la donna, la Meloni, ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti. Io non vedo dei rapporti così bassi.
Sicuramente la Commissione europea ha dei pessimi rapporti con gli Stati Uniti, e questa non è stata una scelta della Valle d'Aosta, probabilmente.
Termino qui, ricordandovi che voi state facendo un'attività amministrativa. I Valdostani andranno a esprimersi presto col voto, ribadendo quanto le vostre scelte siano legate, giustamente, alla montagna di denaro che arriva dall'Europa, per chi è capace a raggiungerla, mentre mettono in difficoltà, queste scelte scellerate europee, i cittadini valdostani.
Presidente - Consigliere Cretier, ne ha facoltà.
Cretier (FP-PD) -. Siccome ho sentito sparare, vorrei sparare, a salve, anche io.
L'Europa è schiacciata tra i colossi economici dei diversi blocchi, con una guerra interna al Continente, in una crisi energetica pressante e, non ultimo, le scelte scellerate degli Stati Uniti e i dazi di Trump.
I temi riportati dalla relazione sulle attività svolte dalla Regione autonoma Valle d'Aosta nell'anno 2025, ci dimostrano, sotto un certo punto di vista generale, la complessità dei programmi cofinanziati con i fondi europei, ma allo stesso tempo ci fa riflettere sulle tante opportunità che vengono offerte e che, con grande capacità, riusciamo a cogliere e a capitalizzare, nel vero senso della parola, con i trasferimenti finanziari.
Tra le tante priorità ve ne sono alcune, come i trasporti, un argomento che giornalmente calca le pagine dei nostri giornali per i collegamenti transfrontalieri e anche interni, il settore energetico, legato doppiamente all'ambiente e per norme comuni sugli approvvigionamenti per i mercati interni, e, non da meno, il tema della democrazia, della trasparenza e della salvaguardia della libertà, il pluralismo dei media e l'indipendenza editoriale, ormai compromessa in alcuni Paesi.
Ma vorrei soffermarmi sulla politica di coesione e sulla politica agricola comune, che alcuni colleghi, il collega Jordan e l'assessore Carrel, hanno già annunciato, ma che io conosco e su cui posso esprimere un giudizio, sintetico ma assolutamente positivo.
Un impatto positivo sul settore, che però adesso passa attraverso Roma con il compendio.
I numeri dimostrano il caloroso risultato economico e l'impatto reale al sostegno finanziario delle aziende valdostane, come già ricordato. Certo, sono richiesti impegni seri e che impegnano le aziende che hanno accettato questa tipologia di contratto, diciamo la formula del contratto, dell'impegno. Passaggi difficili, che però dettano la strada futura e un sostegno economico finanziario per le aziende e per le famiglie, e che compensano realmente i costi per il mantenimento della seppur delicata situazione agrosilvopastorale valdostana.
Un risultato che va consolidato nel tempo, con passaggi generazionali, apertura alle innovazioni, ma i costi sono ancora troppo alti, gli impegni per l'imprenditore e la sua famiglia ? il reddito finale è risicato ? che sicuramente non aiutano il settore.
Ma non ci sono solo i finanziamenti diretti alle aziende, ci sono altri importanti aspetti legati alla formazione e alla gestione dei fondi europei, necessaria e fondamentale per il personale, oltre al miglioramento del sistema informativo che, purtroppo, ogni anno cambia, intendo dire a livello di AGEA.
Siamo in una regione alpina molto fragile e la pericolosità è elevata per dissesto idrogeologico. Il clima è cambiato, ma non è cambiata né la situazione strutturale del territorio e delle proprietà, né quella delle aziende agricole e della loro gestione, in particolare di quelle medio-piccole, che se da una parte ci danno una garanzia di un curato mantenimento delle superfici coltivate, dall'altra non riescono a contenere l'abbandono, l'avanzata dei boschi d'invasione, versanti non presidiati, e il conseguente spopolamento per il ricambio generazionale, certo, assieme all'aumentare dei costi e delle materie prime, energia in primis.
Noi vogliamo proseguire in un cammino d'integrazione e di solidarietà, in un modello di democrazia sovranazionale il più avanzato del mondo, con un protagonismo condiviso e paritario tra gli Stati e tra i suoi cittadini.
Certo, c'è bisogno di riforme per adeguarsi al nuovo assetto, ci aspettano sfide globali, non quelle belligeranti che opprimono e devastano tutte le nazioni, ma un adeguamento delle norme in essere per lo sviluppo delle generazioni.
Dobbiamo mettere al centro la pace e le persone, ma assieme, perché da soli non si va da nessuna parte; assieme lo possiamo fare, in una democrazia forte, rilanciando la cooperazione in un'unità europea consolidata, ma che non può cedere di fronte a forze reazionarie.
Non rischiamo di tornare indietro nelle riforme, guardiamo al futuro con orgoglio, in un'Europa solidale e federale, coesa, potenziando le riforme dove sono necessarie: ad esempio i livelli di tassazione, equi per eliminare i paradisi fiscali, alimentando una responsabilità seria su chi vuole delocalizzare al di fuori dei confini nazionali, in Paesi terzi.
Nel mondo del lavoro rimane molto da fare. Un salario minimo è necessario per dare dignità ai lavoratori, di qualsiasi tipologia essi siano. Ancora troppi contratti pirata e contratti precari: troppo difficile pensare a costruire una famiglia, avere dei figli e pensare in modo positivo per il proprio futuro. Senza stabilità occupazionale non c'è una programmazione futura.
Ma un pensiero libero va, mio personale, anche alla sana imprenditoria, quella che rischia del proprio, ma che a volte deve dare le condizioni per quanto riguarda la sicurezza e i contratti illegali.
Siamo in una zona di montagna, i problemi li conosciamo bene tutti, anche le soluzioni, ma bisogna destinare le risorse in modo differenziato, se vogliamo compensare i costi per vivere in questo ambiente difficile e mantenere i servizi e le amministrazioni locali. Lo faremo con un intervento regionale, ma è necessario che lo faccia in modo continuativo anche l'Europa, che dagli anni 2.000 è attiva.
Infine, i temi sono tanti e importanti, ma il dialogo è alla base della democrazia e cooperazione: l'Europa deve proseguire il suo percorso con una posizione unitaria e condivisa, in una società civile organizzata, pregna di diritti e di giustizia sociale, senza dimenticare nessuno, in particolare le nuove generazioni.
Le importanti priorità guardano al continente unico, basato sulla crescita economica, sulle imprese e sull'innovazione, per garantire competitività, prosperità ed equità, per mettere allo stesso livello situazioni molto diverse, ma alla base ci sono le persone e i cittadini e tutto poggia sulla solidarietà: per garantire le pari opportunità, ad esempio.
Siccome sono necessarie delle riforme, molte riforme coordinate per affrontare le sfide globali, ma soprattutto per promuovere la pace, anche oggi, con la visita istituzionale, ho colto dei segnali importanti. Le comunità vanno tenute in vita, non solo in certi periodi ma tutto l'anno, con le relazioni forti, come è stato espresso in aula, per agire a tutti i livelli. Ma l'Europa rimane un riferimento, lo era con il Manifesto di Ventotene e lo è oggi, con la relazione sulle attività della Regione
Presidente - Ci sono altri interventi nella discussione generale?
Consigliere Ganis, ne ha facoltà.
Ganis (FI) - Ringrazio chi mi ha preceduto. Ho ascoltato attentamente la relazione dell'assessore Caveri, focalizzata sul tema, e quella del nostro Capogruppo, che ha ben evidenziato la nostra posizione in questo contesto politico.
Un'Europa in costante evoluzione, dove la nostra regione deve trovare giusto inserimento, tenendo conto delle sue caratteristiche e dei trend europei, quindi: finanziamenti, concessioni, infrastrutture, sostenibilità ambientale e innovazioni sono le vere sfide che ci aspettano.
Per questi motivi oggi siamo chiamati a discutere la relazione sull'attività della nostra Regione in merito alle politiche europee e ai rapporti internazionali per l'anno 2024, un tema di fondamentale importanza per il futuro del nostro territorio e per il benessere dei cittadini valdostani.
Il 2024 è stato un anno di sfide e di cambiamenti. Abbiamo assistito alle elezioni europee: un momento importante che ha visto i cittadini esprimersi su diverse visioni per il futuro dell'Unione, evidenziando sempre di più che il contesto geopolitico è in continua evoluzione, quindi nuove sfide economiche all'orizzonte, sociali, ambientali, guerre.
Qui mi collego a quello che ha evidenziato la collega Guichardaz: niente guerre credo che sia un desiderio universale e un anelito radicato in ogni persona, nella collega, ma credo anche in tutti noi.
Nuove sfide economiche quindi, che richiedono impegno da parte di tutti, ma soprattutto delle risorse...
Scusi, scusate, posso chiedere un po' di silenzio? Grazie.
...ma soprattutto delle risposte efficaci e lungimiranti da parte di chi amministra.
Dopo aver analizzato la relazione sull'attività della nostra Regione in merito alle politiche europee - e credo che questo sia il punto del dibattito di oggi - possiamo evidenziare che emergono degli aspetti positivi e delle criticità nell'operato di questa maggioranza.
Riconosciamo l'impegno nel partecipare al dibattito europeo e nel promuovere il ruolo della Valle d'Aosta in contesti come il Comitato delle Regioni, apprezziamo in parte l'attenzione dedicata alla cooperazione transfrontaliera e alla valorizzazione delle particolarità del nostro territorio montano, ma è importante, credo, fare molto di più.
Ricordo l'impegno nel gestire i programmi di finanziamento europeo, sia quelli in chiusura che quelli della nuova programmazione 2021-2027; in questo contesto sottolineiamo l'importanza di un utilizzo efficace ed efficiente di queste risorse per sostenere la crescita economica e sociale della nostra comunità valdostana.
Un percorso, lo ha ben evidenziato anche il collega Marquis, non semplice da adottare e che merita una particolare attenzione, tuttavia non possiamo esimerci dal sollevare alcune criticità.
Riteniamo che la relazione, pur descrivendo un'ampia gamma di attività, manchi di una chiara visione strategica. Non emerge con sufficiente chiarezza quali siano le priorità a lungo termine per la Valle d'Aosta nel contesto europeo e come le singole azioni contribuiscano a raggiungerle.
Notiamo una certa enfasi sulla rivendicazione del ruolo delle Regioni nei confronti dell'Unione europea, ma riteniamo che sia altrettanto importante un dialogo costruttivo con il Governo nazionale per massimizzare i benefici derivanti dall'appartenenza all'Unione europea. Di questo noi siamo veramente convinti.
Pur riconoscendo l'importanza del tema della transizione ecologica, ci chiediamo se l'Amministrazione regionale stia mettendo in campo azioni concrete e incisive per affrontare queste sfide cruciali per il futuro del nostro territorio.
Permettetemi una riflessione politica. Come gruppo di opposizione di centrodestra, crediamo in un'Europa dei popoli, delle Regioni, che valorizzi nella nostra identità le autonomie locali, ma allo stesso tempo siamo consapevoli dell'importanza di un'azione coordinata a livello nazionale per affrontare le sfide che ci attendono, le sfide globali.
Riteniamo, infine, che la nostra Regione debba giocare un ruolo attivo e propositivo in Europa, ma senza rinunciare alle proprie caratteristiche, alle proprie priorità.
Un europeismo critico e costruttivo, che sappia cogliere le opportunità offerte dall'Europa, senza subirne passivamente le decisioni. In quest'ottica, noi come gruppo di Forza Italia ci impegneremo a vigilare sull'operato dell'Amministrazione regionale, a stimolare sempre un dibattito aperto e trasparente sulle politiche europee e a presentare proposte concrete per il bene della nostra regione e dei nostri cittadini valdostani.
Concludo, quindi: un'Europa in evoluzione, capace di adattarsi ai cambiamenti del mondo, rispondere alle esigenze dei cittadini, affrontando le nuove sfide ma rispettando e valorizzando la nostra amata Petite Patrie, in un contesto sempre più attuale, inclusivo e in continuo cambiamento.
Presidente -Ci sono altri interventi?
Non vedo altre richieste. In considerazione dell'ora, sospendiamo il Consiglio regionale, che riprenderà alle ore 15:00.
---
La seduta termina alle ore 12:55.
