Oggetto del Consiglio n. 2707 del 26 giugno 2002 - Resoconto
OGGETTO N. 2707/XI Discussione generale della mozione: "Ridefinizione della politica linguistica della Regione".
Mozione Premesso che:
- i dati dell'inchiesta socio-linguistica sull'uso delle lingue e dei dialetti in Valle d'Aosta evidenziano il ruolo marginale nell'uso del francese, dichiarato lingua materna da una percentuale intorno al 1 percento della popolazione;
Rilevato che:
- il forte dispendio di risorse ed energie a favore della francofonia perpetuata dall'Amministrazione regionale, non ha conseguito alcun risultato utile;
Ritenuto che:
- la politica dell'imposizione linguistica consegua effetti dannosi ed antitetici rispetto all'apprezzabile obiettivo della valorizzazione dell'apprendimento della lingua francese;
- il perseverare in ambito scolastico nell'utilizzo del francese quale lingua veicolare sia alla luce dei dati emersi dall'inchiesta della Fondazione E. Chanoux anacronistico e controproducente sia all'apprendimento delle varie materie, sia all'apprezzamento della lingua francese;
- il meccanismo concorsuale della prova preliminare di accertamento della conoscenza della lingua francese posto a sbarramento dell'accesso ai posti del pubblico impiego in Valle d'Aosta non risulti più né giustificabile né utile;
il Consiglio regionale
Impegna
la Giunta regionale a:
1) ridefinire i principi dell'accertamento del francese nei concorsi, riconducendolo a prova a punteggio;
2) eliminare dai programmi di insegnamento delle scuole elementari e medie inferiori l'uso veicolare del francese.
F.to: Frassy - Tibaldi - Lattanzi
Président La parole au Conseiller Frassy.
Frassy (FI) Riteniamo che l'argomento che portiamo all'attenzione dell'aula non sia sicuramente nuovo nell'ambito del dibattito politico, reputiamo però che sia importante ritornare su questo argomento in quanto rileviamo che ci sono delle variazioni importanti rispetto agli elementi di valutazione e di contorno all'argomento stesso ossia quella che è la politica linguistica che a vari livelli l'Amministrazione regionale persegue: dal mondo del lavoro al mondo della scuola.
Fino a ieri ognuno di noi interveniva su questi argomenti con il convincimento dei propri principi, delle proprie valutazioni e sensazioni di tipo personale, era difficile acquisire dati certi in materia ed era ancora più difficile per altri versi farseli riconoscere, l'unico sondaggio che vi era stato sulla materia risaliva alla metà degli anni '20, di conseguenza ringraziamo la Presidenza della Regione per aver dato il suo patrocinio alla Fondazione Chanoux che in maniera coraggiosa ha voluto radiografare e verificare nel terzo millennio qual è la situazione linguistica degli abitanti della Regione Valle d'Aosta.
Penso che i dati siano noti, non solo ai colleghi qui presenti, ma anche a buona parte della popolazione in quanto sono stati oggetto di ampia divulgazione e anticipazione a mezzo stampa.
Ritengo che, nell'addentrarmi nel tema centrale di questa mozione, debba essere fatta una precisazione: il ragionamento che svolgiamo poggia ovviamente su delle considerazioni di tipo politico, di conseguenza soggettive, ma il dato di base riteniamo che possa essere, a buon senso e con buone ragioni, considerato un dato oggettivo perché nessuno di noi mette in dubbio la serietà scientifica con cui è stata attuata questa inchiesta, la metodologia scientifica con cui è stata effettuata la rilevazione da parte della Fondazione Chanoux e allora la riflessione che oggi poniamo all'aula è una riflessione che riteniamo essere doverosa e conseguente rispetto a degli elementi che non possono non essere considerati da chi ha la responsabilità di incidere sulle scelte, che condizionano l'economia, che condizionano la società, che condizionano non solo la vita pubblica, ma anche e soprattutto la vita privata.
Innanzitutto vorremmo sgomberare il campo da un grosso equivoco di fondo ed è un equivoco che ha accompagnato nei tempi passati recenti ogni discussione che, pur volendo essere seria, pacata, non strumentale, veniva fatta sul francese o sul bilinguismo più in generale: vogliamo scindere il concetto di bilinguismo, di insegnamento, di utilizzo della lingua francese dalla concezione più ampia dell'autonomia della Valle d'Aosta, riteniamo che sia riduttivo, oltre che pericoloso, definire il binomio "bilinguismo" uguale "autonomia" perché correremmo il rischio, nel momento in cui venisse appurato, come per certi versi è appurato, che il bilinguismo di fatto è rimasto un simulacro, un feticcio, una tradizione culturale, ma non è più una realtà, di mettere in discussione la nostra autonomia e questo è un rischio che riteniamo nessuno debba correre, perciò invitiamo i colleghi che interverranno nel dibattito a rifuggire dalla tentazione di sostenere che la messa in discussione di un certo tipo, di un certo sistema bilingue voglia dire la messa in discussione dell'autonomia.
Cos'è per la nostra forza politica il bilinguismo? Per la nostra forza politica il bilinguismo essenzialmente deve essere agganciato a situazioni di tipo funzionale. Le lingue, è notorio, sono momenti di comunicazione, la comunicazione serve a mettere in contatto le persone, serve ad aggregare informazione, serve a dialogare. Se le lingue conseguono risultati differenti, riteniamo che sia giusto dedurre che vengono quanto meno mal utilizzati quegli elementi che stanno alla base stessa della comunicazione.
In Valle d'Aosta abbiamo dei principi costituzionali che sono sanciti dallo Statuto, legge costituzionale dello Stato, che individua nel bilinguismo e nell'insegnamento della lingua francese in un numero di ore pari a quella dell'italiano alcune affermazioni cardine dalle quali diventa difficile smuoversi se non riportando il dibattito in una dimensione - se non in una sede diversa - che è quella di una riforma di una legge costituzionale, ma, al di là di quanto è scritto nel nostro Statuto, siamo consapevoli, e in parte siamo stati coprotagonisti, di una serie di iniziative legislative regionali che hanno dato secondo alcuni attuazione - esasperazione secondo altri - a questi principi sanciti nel nostro Statuto.
A fronte dei tanti problemi concreti che riguardano il funzionamento della macchina pubblica, che riguardano i cittadini, rispetto alle risposte che i cittadini stessi devono avere: il diritto alla casa, il diritto ad essere nelle condizioni di poter partecipare ai concorsi pubblici in maniera paritaria, il diritto ad avere delle risposte dai servizi pubblici, la sanità in primo luogo, noi riteniamo che troppe volte l'Amministrazione regionale abbia perso il fine principale delle risposte che deve dare per anteporre a tutte queste risposte molte volte un aspetto che vogliamo ancora per il momento definire di tipo culturale.
L'aspetto di tipo culturale è in qualche maniera il modo in cui viene o dovrebbe essere affrontato il discorso linguistico in questa Regione, di conseguenza non stiamo con questa mozione facendo una battaglia contro nessuno, men che meno contro una lingua in quanto riteniamo che le lingue non possono essere considerate in nessuna situazione nemiche di nessuno per quella che è la loro essenza di tipo funzionale, riteniamo che una lingua abbia una funzione e non sia sicuramente un fine ultimo a cui debba tendere un'amministrazione o un chiunque tuteli la lingua stessa, perciò vorremmo proprio evitare un dibattito che scivoli sul filo della polemica e della strumentalizzazione per capire le ragioni che nelle varie parti politiche possano sussistere o meno al mantenimento o, come noi auspichiamo, alla revisione di quella che è la politica linguistica in questa Regione. Che significato ha oggi affrontare i dati della Fondazione? I dati emersi dalla ricerca della Fondazione sono numerosi, io penso che però tre elementi siano fondamentali rispetto al discorso che vogliamo fare.
La lingua materna. Sappiamo che la lingua materna, o langue maternelle come la si definisce, è importante nel poter capire e caratterizzare la connotazione personale, l'identità personale e culturale di una popolazione. La connotazione della lingua materna in riferimento al francese non raggiunge l'1 percento. I Piemontesi, nostri confinanti regionali, hanno una percentuale che supera, seppur di poco, l'1 percento e questo è un dato che può far riflettere.
Non è stata rilevata in quanto l'inchiesta si limitava ad intervistare gli abitanti residenti probabilmente anagraficamente, ma non solo di nascita valdostana… sono sicuro che se il dato è dell'1 percento su 120.000 persone… se ci fosse stato nelle lingue indicato anche l'arabo, probabilmente avremmo dovuto prendere atto che i tanti Magrebini, che sono qui per motivi di lavoro o che hanno conseguito la residenza, supererebbero di gran lunga le persone che parlano il francese.
Questo cosa vuol dire? Vuol dire che non si può ignorare il dato oggettivo con il quale ci incontriamo ogni volta comunichiamo: si riconosce nel gruppo linguistico francese una percentuale dello 0,75, il che vuol dire che sentono come lingua materna il francese un numero di persone maggiore rispetto a quelle che effettivamente si riconoscono in questo gruppo linguistico.
Questi due dati di per sé significativi, in quanto ci danno il senso dell'identità culturale dei nostri concittadini, sono suffragati da un altro dato importante, che è il dato sul quale vengono investite ingenti risorse: la scuola e il lavoro, l'utilizzo del francese nella scuola e nel lavoro è dello 0,09 percento. Allora, colleghi, è evidente che non possiamo far finta di ignorare queste situazioni, quando esse, oltre che essere avulse dalla realtà sociale e culturale dei nostri concittadini, rischiano di diventare dei freni alle risposte che l'amministrazione pubblica dovrebbe dare.
L'ambito scolastico. Ci ricordiamo tutti che questa legislatura è iniziata con una legge voluta per una scelta politico-ideologica da parte della Giunta, sostenuta con qualche difficoltà dalla maggioranza, con qualche distinguo, ma poi per spirito di coalizione approvata, una legge che ha creato un profondo spirito di ribellione nell'ambito della società valdostana perché sentita come una legge imposta, perché sentita come una legge che non aveva un'attinenza rispetto a quello che era il "sentito" del mondo scolastico.
Le difficoltà di insegnamento penso che siano note nelle scuole, difficoltà di insegnamento alle quali corrisponde la difficoltà di avere libri di testo che spieghino i programmi nazionali in lingua francese; mi riferisco alle scuole medie inferiori e alle scuole elementari, dove spesso i nostri ragazzi studiano su dispense fotocopiate, rabberciate alla meno peggio da parte di insegnanti di buona volontà a discapito della qualità dell'apprendimento e con notevoli difficoltà di insegnamento dello stesso corpo docente, molte volte insegnare materie tecniche in una lingua che non è la lingua materna crea le note difficoltà dell'appropriatezza dei termini.
Il mondo del lavoro non è esente da queste difficoltà che un'esasperazione della lingua francese tende a creare. Qualcuno sostiene che il francese nei concorsi è posto a tutela dei Valdostani sul presupposto, peraltro da verificare, che l'essere Valdostano vuol dire conoscere il francese, di conseguenza la prova di sbarramento dei concorsi è messa a tutela dei Valdostani per quanto attiene il diritto al lavoro e l'accesso al posto pubblico, se così fosse, sarebbe stato sufficiente cambiare meccanismo. Avevamo fatto una proposta legislativa concreta nell'ambito della sanità che prevedeva di modificare l'impostazione della prova di francese, eliminandola da prova di sbarramento e mettendola a prova di punteggio - proposta che è stata respinta da tutte le forze politiche presenti in questo Consiglio -, di conseguenza avevamo inventato un meccanismo che aveva quanto meno il pregio di mantenere il valore culturale del francese, ma di non rendere il francese come elemento di sbarramento, perché?
Perché abbiamo la consapevolezza che con 120.000 abitanti è difficile applicare il principio dell'autosufficienza, è difficile applicare il principio autarchico per cui i Valdostani possono e riescono a fare tutto, nella sanità ne abbiamo degli esempi e, in nome di questo principio ideologico, in nome di quello che dovrebbe essere soltanto un valore di tipo culturale, in certi periodi abbiamo rischiato di chiudere le sale operatorie, abbiamo ritardato nel dare risposte nell'ambito della sanità. Riteniamo che il diritto alla salute sia un diritto primario rispetto a quelli che possono essere altri diritti, di conseguenza il meccanismo non funziona.
Dov'è il problema, colleghi consiglieri? Il problema è che il francese diventa un problema nel momento in cui diventa un elemento di barriera, nel momento in cui diventa un ostacolo alla funzionalità delle risposte che l'amministrazione pubblica deve fornire.
Non accorgersi di queste cose vuol dire in parte mancare alle proprie responsabilità e doveri istituzionali, vuol dire fare una scelta non di attualità, ma di nostalgia rispetto a dei valori di tipo culturale che devono rimanere nell'ambito del contesto culturale e che non possono condizionare per l'intero quella che è la vita pubblica e quella che è la vita privata che si svolge in questa Regione.
L'impegnativa che proponiamo in questa mozione di conseguenza è un'impegnativa che serve semplicemente ed esclusivamente ad attualizzare al terzo millennio quello che può essere l'utilizzo o meno della lingua francese: nessun pregiudizio linguistico, ma nessuna esasperazione linguistica. Sicuramente non si può dire che qualcuno è più valdostano di altri perché parla in francese, altrimenti l'1 percento sarebbe valdostano e il restante 99 percento dovreste dirci voi che cos'è.
La "Union Valdôtaine", che è un partito che ha fatto del francese la propria barriera ideologica, è un partito che non mi sembra sia ridotto all'1 percento, di conseguenza vuol dire che è un partito che prende i voti anche di tutte quelle altre persone che non si riconoscono francofone e che non riconoscono nel francese la lingua madre, allora penso che non ci si debba trincerare dietro al "così è stato e così sempre sarà" perché la politica è fatta della capacità di interpretare l'evoluzione dei tempi e noi riteniamo che i tempi siano maturi per affrontare in maniera seria questo argomento e, quando diciamo "in maniera seria", diciamo "in maniera seria", cioè non con escamotages tipo quelli della formazione per le 40 ore o della maturità bilingue. In "maniera seria" vuol dire prendere atto che questo tipo di politica linguistica ha ottenuto risultati diametralmente opposti rispetto agli intendimenti e inconsistenti rispetto alle risorse impiegate, rispetto allo sforzo che lo stesso apparato amministrativo fa in questo settore.
Penso che non ci sia da scandalizzarsi, di conseguenza, se si chiede che nei concorsi, e dunque nell'accesso al pubblico impiego, la prova venga mantenuta, ma non più con una funzione di sbarramento, non più con una funzione pregiudiziale, ma con una prova a punteggio. Cosa vuol dire?
Vuol dire che se qualcuno non saprà il francese, andrà comunque a coprire quei posti pubblici essenziali, non percepirà l'indennità di bilinguismo salvo sostenere un esame successivo, ma consentirà all'amministrazione pubblica di essere funzionale. Non possiamo permetterci il rischio di avere un medico mediocre che conosce il francese e di lasciare magari a casa o in altri ospedali medici eccellenti che il francese non lo conoscono, anche perché il servizio che viene reso è un servizio di tipo professionale e quella appartenenza linguistica o quella conoscenza linguistica sono nel 99 percento dei casi irrilevanti rispetto alle funzioni pubbliche che devono essere svolte, di conseguenza sacrifichiamo al 99 percento un principio che è ridotto all'1 percento.
Sulla scuola chiediamo quanto abbiamo illustrato all'inizio di questo intervento: che si abbandoni questa velleità di utilizzare come lingua veicolare il francese, che non è un caso che a 50 anni dallo Statuto non abbia ancora trovato pratica attuazione nelle scuole superiori: nelle scuole superiori la difficoltà tecnica delle materie non consente l'insegnamento in lingua francese. È questa la verità che l'Assessore Pastoret ben conosce perché se è stato difficoltoso… in quanto solo dieci anni fa, sette anni fa si è riusciti a portare l'uso veicolare nelle scuole medie inferiori, non sarà possibile portarlo nelle scuole superiori in quanto mancano i testi, i programmi di insegnamento sono complessi e sarebbe ben difficile ipotizzare che l'Assessorato si possa far carico di commissioni scientifiche che si mettano a sostituire i compiti che svolgono gli editori quando stampano i libri che servono per lo sviluppo dei programmi scolastici.
Questo è il senso della mozione. Questa è l'unica intenzione che il nostro gruppo si propone nell'affrontare questo argomento. Non mi resta che confidare e confidare politicamente in quello che sarà il dibattito che quanto meno dovrebbe consentirci di esporre in maniera seria i punti di vista delle varie forze politiche alla luce della realtà odierna senza violenze costituzionali, senza colpi di mano, senza attacchi all'autonomia, ma con la serena consapevolezza che la politica la si fa nel tempo in cui si vive.
Si dà atto che il Consigliere Lanièce lascia l'aula consiliare alle ore 10,34.
Président La discussion générale est ouverte.
La parole à la Conseillère Charles Teresa.
Charles (UV) Pour commenter cette motion je partirais par deux axiomes ou plus simplement par deux définitions:
- "Le français en Vallée d'Aoste: problème dont on discute depuis au moins 140 ans";
- "Le français de la Vallée d'Aoste: histoire et réalité, choix identitaire et de c?ur. Les Valdôtains normalement ne le discutent pas, c'est un problème souvent des autres".
La motion de "Forza Italia" dont nous discutons s'insère dans ce long discours qui est plein de lumière et d'ombre.
En synthèse je veux rappeler l'histoire des langues des Valdôtains et non pas, comme le disait le collègue Frassy, par nostalgie, mais selon justice et, naturellement, avec calme comme il a dit et comme il a souhaité, donc ceux qui connaissent cette histoire sont priés de patienter, ceux qui ne la connaissent pas ont le devoir de comprendre s'ils veulent analyser consciemment la situation et éviter les équivoques de fond dont parlait le collègue tout à l'heure.
En partant de l'Ordonnance de Villers-Cotterêt en 1539 - le français était déjà langue parlée en Vallée d'Aoste -, à ce point-là, le français devient langue officielle dans les Etats de Savoie, mais justement c'était langue déjà parlée, déjà acquise, comme on le voit, que sais-je, dans des "graffiti" ou dans les maximes qu'on trouve sur les murs des châteaux. Cette décision a été confirmée quelques années après en 1561 par le Duc Emmanuel-Philibert qui dit: "Faisons savoir qu'ayant toujours et de tout temps été la langue française en notre Pays et Duché d'Aoste plus commune et générale que point d'autre et, ayant le peuple sujet dudit Pays averti et accoutumé de parler ladite langue plus aisément que toute autre, aurions entendu que, nonobstant nos dits statuts et ordonnances, aucuns désobéissants usent en leurs procédures, tant de justice que d'autres, de la langue latine, laquelle, outre ceux qui ne la savent pas user parfaitement, n'est si intelligible au peuple comme la langue française…" et je laisse le restant.
A ce temps-là la langue de culture naturelle et traditionnelle des Valdôtains est le français, d'abord parce que les dialectes sont franco-provençaux, ensuite parce que dans notre Vallée le français succéda directement au latin, il ne s'agit donc pas d'une langue d'importation, mais d'une langue née ici de manière naturelle à travers l'évolution linguistique. Il ne faut pas non plus oublier que la formation de la Vallée d'Aoste en tant que Pays politique coïncide avec la naissance et la formation de la langue française.
Si le patois est la langue maternelle des Valdôtains au sens stricte du terme - mais on verra cela plus tard -, dans le sens qu'il est parlé par la mère à l'enfant, le français est la langue de la Patrie valdôtaine, c'est-à-dire du Pays d'Aoste et cela officiellement aussi au cours du XVIème siècle, du XVIIème siècle, du XVIIIème siècle et bonne partie du XIXème siècle. A l'époque du Risorgimento notre Pays était encore une Région totalement de langue française.
Pratiquement tout le monde était scolarisé depuis au moins un siècle, à partir de la fin du XVIIème siècle à travers les écoles rurales, et notre Vallée, dans l'Etat unitaire, avait le plus bas pourcentage d'analphabétisme parce que le nombre d'illettrés était pratiquement négligeable.
Tout le monde donc parlait, lisait, écrivait en français. Au temps de l'Unité italienne la plupart de la population ne comprenait pas un mot d'italien. Le français était la seule langue des actes publics et la plupart des Valdôtains parlaient le patois ou mieux les patois, on pouvait en compter au moins une centaine de variantes et le patois était exclusivement une langue orale.
Le Statut Albertain établit pour les dispositions concernant le Parlement que si l'italien était la langue officielle, les Parlementaires de langue française avaient la faculté de s'exprimer en français. C'étaient des temps admirables, démocrates et attentifs aux minorités, bien que je veux ajouter qu'à ce temps-là toute la Savoie était encore liée au Pays d'Aoste, au Piémont et ainsi de suite. Quelques épisodes pour rappeler cette histoire.
Lors du procès au Socques de Turin, qui se déroula en italien en 1855, les Valdôtains eurent droit à un interprète. Après le rattachement de la Savoie à la France et avec l'Unité d'Italie les sujets francophones furent réduits aux Valdôtains et à quelques vallées piémontaises, puis on commença à penser que l'unité politique de la Nation devait se refléter dans l'uniformité du langage et commencèrent les problèmes, justement il y a 140 ans.
L'on commença par supprimer l'enseignement du français au Collège Saint-Bénin, on écrivit au Ministre qui fit marche arrière au début en reconnaissant encore une place au français, je l'appelle admirable Ministre!
On arrive en 1862 au pamphlet nationaliste d'un Parlementaire d'une très belle ville toscane, Lucques, Giovenale Vegezzi Ruscalla, qui écrivit: "Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale in alcune valli della Provincia di Torino", la Municipalité d'Aoste se chargea des frais d'une réponse écrite par le Chanoine Edouard Bérard, une réponse qui serait bien de connaître aussi à fond, mais je reviendrais au texte de Vegezzi Ruscalla pour y trouver des analogies avec la motion d'aujourd'hui.
En 1873 reprend avec force la pénétration de l'italien à l'école: l'Ecole normale d'Aoste perdit complètement le français comme langue véhiculaire en 1884 et dans les mêmes années on introduit l'italien au Tribunal d'Aoste.
Les avocats eurent au début des problèmes sérieux à se reconvertir à une nouvelle langue - il n'existait point de cours organisés par l'Alliance française ou, pardon, par l'Alliance italienne! -, on raconte qu'un avocat, invité pendant la plaidoirie à parler une langue qui n'était pas la sienne et qu'il n'avait jamais appris, déposa sa toge et s'éloigna du Tribunal.
L'arrivée du chemin de fer à Aoste en 1886 favorisa l'introduction de l'italien.
Une prise de conscience forte à l'égard de la langue historique de la Vallée d'Aoste se vérifia en 1909 avec la fondation de la Ligue valdôtaine, puis il y eut les années qu'on voudrait oublier, à partir des années '20 quand la situation empira avec le Fascisme, lorsqu'on appliqua une véritable persécution contre la langue française en arrivant aux excès de l'avant guerre quand on voulut transformer, traduire de façon ridicule les noms des communes et on prévoyait même la transformation des noms de famille et là ce n'est pas une comédie, comme en parle "Foglio Azzurro", mais ce fut vraiment le début d'une tragédie.
Après toutes ces considérations il est bien inutile de dire que nous sommes devenus bilingues par l'introduction de l'italien et bien des siècles après avoir été francophones sous tous les points de vue.
Après toutes les adversités, les persécutions, les misères à la langue maternelle bien sûr qu'il a fallu récupérer avec fatigue le terrain perdu. Quand je dis "langue maternelle" ici, je n'entends pas la langue de ma mère qui est allée à l'école pendant le Fascisme, qui ne lui a pas permis d'apprendre un mot en français et qui étudiait le catéchisme par c?ur parce que le curé n'utilisait pas une autre langue et donc ne pouvait pas l'enseigner dans une autre langue, dans ce cas j'utilise la langue maternelle qui est entendue dans son vrai sens élargi et plus proche de notre situation et qui peut être bien la langue grand-maternelle ou la langue des ancêtres ou encore la langue d'un choix identitaire, langue du c?ur et de la raison, langue de notre terre, de tout ce qui nous entoure, des noms des villages, des hameaux, des montagnes - sauf les montagnes dont les noms ont été traduits - et au fond la langue dans laquelle notre histoire est écrite.
Quand je dis "langue de c?ur", moi je ne veux pas maintenant commenter les données de l'enquête de la Fondation Chanoux - ce qui sera fait par d'autres -, mais je veux simplement mettre en évidence un élément du sondage parce que chacun choisit ce qu'il croit le mieux répondre à son sentiment. Je veux mettre en évidence que si la réponse à la question "quelle est votre langue maternelle?" a un pourcentage très bas, j'ai appris avec surprise et satisfaction que ce pourcentage est cinq fois plus grand à la question: "quelle langue permet mieux d'exprimer vos sentiments?", ce qui m'a très favorablement frappé et me permet de dire que cette langue est aussi la langue de c?ur de nombre de Valdôtains. Voilà pourquoi la motion à mon avis contient des injustices et je crois que dans certains cas elle est aussi offensante à l'égard du peuple valdotain.
On parle de proscrire le français des écoles quand on dit: "eliminare dai programmi d'insegnamento delle scuole elementari e medie inferiori l'uso veicolare del francese", alors il y a qui frémit comme le feraient nos aïeux parce qu'il s'agit au fond d'une offense à l'identité valdôtaine.
Quelqu'un s'est demandé: mais est-ce que Vegezzi Ruscalla s'est-il réincarné en Vallée d'Aoste? Parce qu'il soutenait les mêmes thèses de l'italianisation contre les efforts des Valdôtains d'être respectueux de leurs origines et fiers de leur identité. Je propose de le laisser se reposer dans l'ancien cimetière de Lucques Vegezzi Ruscalla et encore je me permets de dire que peut-être il était encore plus justifié parce que c'était un moment historique imbu de nationalisme, alors qu'aujourd'hui tous se remplissent la bouche de fédéralisme.
J'espère par conséquent que les requêtes des signataires de la motion soient simplement provocatrices parce que, si ce n'est pas ainsi, on devrait considérer la seconde requête en particulier comme incroyable, inouïe, contraire au bon sens parce qu'on "jetterait aux orties" des décennies d'efforts et surtout contraire aux intérêts culturels de la Vallée d'Aoste et encore on ne tiendrait sourdement en aucun compte l'importance de notre langue historique dans la nouvelle Europe et dans le parcours d'ouverture et de connaissance entre les peuples que l'Europe souhaite et qui est indispensable de nos jours, mais cela peut-être, si j'ai bien compris, est aussi l'idée du collègue Frassy parce que, si ce n'était pas comme ça, on transformerait en définitive une opportunité et une richesse en nationalisme linguistique borné, largement dépassé et d'un anachronisme dangereux.
Président La parole au Conseiller Marguerettaz.
Marguerettaz (SA) Certamente i risultati della ricerca svolta dalla Fondazione Chanoux sono difficilmente analizzabili - confesso di essere ancora alla ricerca di tutte le domande perché è di un'estensione notevolissima tanto che la mia segretaria, alla quale avevo chiesto di stamparla, mi ha detto che ci voleva un mese per scaricarla da Internet. Mi sembra tuttavia che la sintesi che taluni giornali hanno fatto di questa enorme ricerca, non so se forzando o meno la mano, è stata: il francese o non esiste o esiste molto poco nella nostra Regione, diciamo, più che non esiste, non è praticato.
"Forza Italia" parte da questo assioma, sempre che questo risulti essere tale, e molto semplicisticamente fa delle osservazioni e da queste ne fa discendere delle proposte.
Perché dico semplicisticamente? Perché a leggere la mozione sembra - ed è scritto così - che, siccome questi dati dicono che la lingua francese è ritenuta lingua materna da una percentuale intorno all'1 percento della popolazione, la politica dell'imposizione linguistica è dannosa, il perseverare nell'utilizzo del francese quale lingua veicolare è anacronistico e controproducente, il meccanismo concorsuale va rivisto e via dicendo.
A me di questi tre "ritenuto che" ha colpito particolarmente il secondo, laddove si dice - sempre che abbia bene interpretato il pensiero dei colleghi di "Forza Italia" -: abroghiamo l'applicazione degli articoli 39 e 40 e torniamo al periodo precedente, vale a dire ai tempi dell'insegnamento della lingua francese, punto. Perché mi ha sconcertato questa analisi? Perché i colleghi di "Forza Italia" hanno forse dimenticato che l'applicazione degli articoli 39 e 40 risale… a quanti anni fa, Assessore, dieci? Ecco, allora dire che in Valle d'Aosta il fatto che il francese sia una lingua materna solo per l'1 percento della popolazione sia causato dall'applicazione degli articoli 39 e 40 nella scuola media e adesso nella scuola superiore, mi sembra forzato.
C'è poi un'altra contraddizione che è emersa nell'illustrazione del collega Frassy, ad un certo punto il collega dice: "Nelle scuole mancano gli strumenti, mancano i testi, sovente gli insegnanti non sono all'altezza di insegnare in francese".
Se questo è un problema, allora credo che vada affrontato più seriamente di come è stato esposto, non mi si venga a dire, siccome gli insegnanti hanno delle difficoltà per via della mancanza dei testi, tanto vale non insegnare più il francese. Io credo invece, che l'insegnamento di una lingua, quale il francese nel nostro caso, sia certamente più efficace e produttivo quanto più questa lingua viene praticata e che l'aver inserito nell'ambito scolastico l'insegnamento in lingua, quindi andando oltre l'insegnamento della lingua, non può portare dei danni alla lingua stessa. Sono pronto su questo a sfidare qualsiasi pedagogista, anche pur non pretendendo così tanto.
Noi riteniamo quindi come "Stella Alpina" che l'insegnamento del francese sia un'attività sulla quale caso mai investire maggiori energie proprio per quelle carenze lamentate dal collega Frassy. Se è così, Assessore, bisogna far sì che i nostri insegnanti abbiano testi, abbiano competenze sempre più adeguate perché questo insegnamento venga svolto in maniera seria, professionale e conseguentemente efficace.
Altre riflessioni possono essere fatte per quanto riguarda gli altri punti toccati da questa mozione. Lo ha ricordato il collega Frassy: in questa legislatura siamo passati attraverso la riforma dell'esame di Stato e tutti ricordano all'epoca quale fu il mio atteggiamento sulla questione.
Devo dire che rimangono ancora dal mio punto di vista alcune perplessità sulla modulazione con la quale si è pervenuti alla disciplina dell'esame di Stato, tuttavia quel passo, che per il sottoscritto è stato comunque difficile, ha portato un'importante novità nella nostra Valle.
Ho sempre dato atto, anche quando ero all'opposizione, che l'aver considerato definitivo il titolo di studio della scuola superiore per quanto riguarda la conoscenza del francese e nell'accesso dei posti di lavoro del pubblico impiego sia stato un passo estremamente significativo che in questa legislatura è stato fatto. Forse - perché qui non è più chiaro - nelle intenzioni di "Forza Italia" c'è quella di eliminare il francese dai concorsi? Non si dice così, si dice: "ridefinire i principi dell'accertamento del francese nei concorsi, riconducendolo a prova a punteggio".
È altrettanto vero che il collega Frassy, quando ha illustrato questa proposta, ha parlato sempre e solo della sanità e sul discorso della sanità il collega Frassy sa che, per quanto riguarda la "Stella Alpina", ha trovato un certo terreno di incontro, voglio infatti sottolineare la posizione politica della "Stella Alpina", che, quando si votò la legge sulla sanità, si astenne, a differenza delle altre forze di maggioranza, sull'articolo 8 che era quello che prevedeva le modalità di svolgimento dei concorsi e quindi la prova del francese.
Ma perché solo sulla sanità noi "Stella Alpina" abbiamo fatto un particolare ragionamento? Perché la sanità è un settore diverso.
Condivido quello che ha detto il collega Frassy quando ha detto che la Valle d'Aosta non può essere autarchica in tutti i campi ed è proprio su questo punto che è partito il nostro ragionamento su un settore qual è quello della sanità, ma al tempo stesso stiamo molto attenti "a non fare di tutta un'erba un fascio" perché, caro Dario, il fatto che ci sia nei concorsi pubblici la prova del francese, checché se ne dica, è una grossa tutela per i posti di lavoro per dei Valdostani perché se è vero che in campo sanitario non abbiamo l'autarchia, non abbiamo probabilmente sufficienti risorse, immaginando invece di abrogare questa prova da tutti gli altri temi, ho facilmente in mente cosa potrebbe capitare, faccio un esempio per tutti, in campo scolastico.
Oggi chi studia da insegnante elementare o di medie nelle altre regioni ha scarsissime possibilità di impiego nella sua regione e infatti c'è un pendolarismo di insegnanti nel resto d'Italia che fa paura. Togliere la prova di concorso di francese per un settore come questo, vuol dire riportare la nostra Regione sullo stesso piano di tutte le altre. Noi possiamo fare quelli che dicono che i Valdostani non parlano francese, che se il Valdostano è quello che non parla il francese, è stupido che ci sia il francese che lo tuteli, possiamo fare tutti i bei discorsi e i ragionamenti che vogliamo, ma la realtà - e a me piace molto la real politic - è questa.
Mi rivolgo a tutte le forze - e qui dico qualcosa anche alla "Union Valdôtaine" - per dire che, per quanto riguarda la questione linguistica di questa Regione, saremo tutti chiamati innanzitutto ad analizzare molto attentamente i risultati di questa ricerca per fare una riflessione che vada al di là di una mozione di "Forza Italia" pur con il pregio che può questa può avere per stimolare un dibattito. È necessario che si approfondisca la questione, che ci si confronti assai più di quanto si sta facendo oggi, cercando di evolvere il nostro cammino politico in questo senso.
Nel momento in cui riuscissimo ad abbandonare, gli uni e gli altri, la prospettiva ideologica con cui ci si avvicina a questo tema per affrontare di più il ragionamento sull'opportunità che questa materia può essere, e senz'altro è, per la nostra Regione, potremmo davvero progredire in maniera più efficace ed efficiente. Tuttavia da quando ho visto questa mozione di "Forza Italia" ho un "tarlo" che mi porto dentro, mi sono chiesto "cui prodest", cioè quale necessità politica ha "Forza Italia" di presentare una mozione come questa? Ho fatto delle ipotesi, c'è una necessità, forse, che deriva dall'assenza di una voce qual è quella del vostro amico Borluzzi, il quale, non essendo presente in quest'aula, cerca di occupare questo spazio antifrancofono dalle pagine dei giornali, ma credo che la questione linguistica sia più che altro un pretesto.
Questa è un'idea che mi sono fatto io e sarò ben felice di essere smentito dai colleghi di "Forza Italia". Credo che al centro della questione non ci sia non sia il discorso linguistico, credo che sia più un discorso politico: si avvicinano le elezioni, Borluzzi non parla più tanto sui giornali del francese, non so se avete notato, adesso parla più di "Forza Italia" e dice: "Questi sono quelli che fanno il discorso anti-Sinistra, invece in Valle d'Aosta bisogna fare un discorso anti-Union". Ho letto questo recentissimamente, evidentemente le elezioni si avvicinano anche per Borluzzi, il quale cerca di attirare l'attenzione dicendo: "State attenti che se votate "Forza Italia"", questi sono pronti ad andare in maggioranza con la "Union Valdôtaine". A questo proposito "Forza Italia" ha tutto l'interesse a dimostrare che non è vero: "che noi siamo più puri di Borluzzi, che abbiamo dei principi, che abbiamo degli ideali", principi e ideali che ho visto…
(interruzione del Consigliere Frassy, fuori microfono)
… no, non gli parlo da anni, ma leggo e queste cose sono state scritte su "La Stampa", sono pubbliche, è chiarissimo, c'è proprio scritto che "Forza Italia" è pronta a fare l'accordo con la "Union Valdôtaine", io lo riporto e chiedo a voi se è vero. Chiedendo a voi se è vero, vi chiedo un'altra cosa…
Frassy (fuori microfono) … sei preoccupato?
Marguerettaz (SA) … molto preoccupato, sono talmente preoccupato che voglio avere chiaro il quadro oggi, se è possibile.
Ho letto con molta attenzione su Internet un'intervista fra te, Massimo, e Jans della "Union Valdôtaine", dove si delineava il futuro della Valle, si parlava di prospettive più o meno liberalistiche per l'economia valdostana e, mi ha colpito molto una cosa che tu hai detto in quella intervista perché di solito "excusatio non petita", no? Tu hai detto: "E qualcuno pensa che noi andiamo a fare questo facile discorso con l'Union Valdôtaine, neanche per idea, noi abbiamo dei principi irrinunciabili sui quali se si troverà un accordo…", eccetera, allora per chiarirmi e per chiarire a Borluzzi, al vostro elettorato, all'elettorato di Borluzzi la questione, vi chiedo: le cose che chiedete con questa mozione sono uno di quei punti irrinunciabili? Grazie.
Président La parole au Conseiller Cuc.
Cuc (UV) Permettez-moi de faire quelques considérations à propos de ce thème et surtout à propos de quelques parties de la motion présentée par les collègues de "Forza Italia".
Avant tout la politique linguistique dans la Vallée d'Aoste est certainement thème lui-même qui pourrait nous faire discuter pendant des heures, peut-être des journées entières.
Notre Région est souvent connue par son particularisme linguistique et institutionnel, nous sommes une Région autonome, bilingue ou mieux plurilingue. Un peu d'histoire, même pas trop ancienne, nous rappelle que déjà après l'Unité d'Italie la langue française était menacée par les soucis de certains hommes politiques d'unifier le Pays par la diffusion en tous lieux de l'italien.
La répression fasciste cherche à détruire toute forme d'aspiration autonomiste ou du maintien du particularisme de notre Région, rappelons-nous de l'italianisation forcée de nombre de communes, petit exemple, mais distinctif d'un certain style de politique. L'autonomie administrative dans notre Vallée, réglée par le Statut spécial, promulgué par le Président de la République italienne en février 1948, établit des différences importantes. Le Statut avec les articles 38, 39, 40 prévoit qu'en Vallée d'Aoste la langue française doit avoir les mêmes droits que la langue italienne et donc les actes publics peuvent être rédigés dans une langue ou dans l'autre, dans les écoles de n'importe quel ordre ou rang il est réservé à l'enseignement du français un nombre d'heures égal à celui qui est consacré à l'enseignement de la langue italienne.
Je rappelle encore l'intégration récente du Statut spécial, article 40 bis, du 1993 votée par le Parlement de la République, qui permet l'enseignement de la langue allemande dans les écoles de la communauté germanophone, alors dans ces écoles l'enseignement est donc trilingue: allemand, français et italien. Toujours depuis 1993 l'enseignement est également plurilingue dans toutes les écoles moyennes de la Région car on a ajouté l'enseignement et l'apprentissage de la langue anglaise. A partir de l'année 2000 l'anglais a été introduit à titre expérimental même à l'école élémentaire et les résultats sont encourageants. Toujours en 1993 une loi régionale, la n° 89, réglemente toute une série d'initiatives d'action et de promotion culturelle et scientifique dans le respect du bilinguisme existant en Vallée d'Aoste. N'oublions pas les conventions signées avec les Universités de Turin, de Liège, avec l'Académie de Grenoble et la Fondation ensuite de l'Université de la Vallée d'Aoste.
Très synthétiquement j'ai voulu faire un petit panorama de notre situation, des principales actions développées dans les dernières décennies, mais c'est aussi important rappeler que l'année 2001 a été programmée, par l'Union européenne et le Conseil de l'Europe, "l'Année européenne des langues" avec le but de célébrer la diversité linguistique de l'Europe et le développement et l'apprentissage des langues.
Chaque langue possède une valeur spéciale, une valeur unique, un signe de distinction de la culture d'une communauté, elle est bien plus qu'un simple ensemble de sons et de mots, une langue est en quelque sorte le code génétique d'un peuple.
La Commission européenne soutient que la maîtrise de plusieurs langues est devenue une condition indispensable pour permettre aux citoyens de l'Union de bénéficier de toujours plus amples possibilités professionnelles et personnelles. L'expérience montre que l'apprentissage de plusieurs langues dès le plus jeune âge c'est un facteur de réussite scolaire, il développe les capacités et l'agilité intellectuelle des enfants. En même temps le Conseil de l'Europe aide les Etats membres à mettre en place de nouveaux programmes linguistiques et encourage l'enseignement des langues et la formation des enseignants, alors vous comprenez bien que je ne suis pas d'accord surtout avec la deuxième partie de la motion: éliminer l'enseignement de la langue française dans les écoles primaires.
On ne peut pas effacer l'histoire de notre Vallée, notre culture, aller contre même les indications de l'Union européenne, indications et programmes étudiés et rédigés par des experts, des hommes politiques certainement pas de la dernière heure et surtout pas respecter notre Statut.
Les réflexions, les enquêtes, les analyses menées par la Fondation Chanoux sont très intéressantes et peuvent être un point de départ pour un débat approfondi sur la réelle situation de la politique linguistique dans notre Région et sur l'emploi des ressources afin d'arriver aussi à une meilleure efficacité dans les méthodes d'enseignement. En même temps je remercie aussi les collègues de "Forza Italia" car avec cette motion en quelque sorte "découvrent un peu les cartes", ils font bien comprendre à la population valdôtaine quelle est l'attitude de cette force politique à l'égard non seulement de la langue française, mais aussi quelle est sa considération de notre culture. Finalement les Valdôtains, tous ceux qui regardent peut-être avec sympathie cette force politique ont la possibilité de découvrir le vrai esprit de ses représentants, un esprit pas trop valdôtain!
Président La parole au Conseiller Tibaldi.
Tibaldi (FI) Mi inserisco nel dibattito per fare alcune considerazioni, naturalmente stimolato da altre considerazioni che sono state fatte poc'anzi, fermo restando che il nostro pensiero è stato riassunto nell'illustrazione che il collega Frassy ha fatto a suffragio della nostra mozione.
Il lavoro svolto dalla Fondazione Chanoux è servito ad ufficializzare qualcosa che già era notoriamente conosciuto, cioè che la lingua francese non è di fatto parlata in Valle d'Aosta, se non all'interno di quest'aula, dove con coerenza pregevole il Presidente della Regione e pochi altri suoi colleghi la utilizzano correntemente. Al di fuori di queste poche persone, che si contano sulla punta delle dita, non ho mai sentito parlare francese in Valle d'Aosta, forse qualche turista: i turisti d'Oltralpe naturalmente si rivolgono, quando ci chiedono qualcosa, nella loro lingua madre, che è il francese.
La Fondazione Chanoux ha portato alla luce e ufficializzato questo dato, che già era conosciuto, ma che è un dato assolutamente normale, è un dato che è il segno dei tempi di un'evoluzione biologica, culturale e linguistica che si è verificata nella nostra Regione e che ci fa capire come la nostra Regione sia ormai profondamente italianizzata - piaccia o non piaccia agli interlocutori di quest'aula - ed è talmente italianizzata che addirittura la lingua francese viene riconosciuta come lingua madre solamente da una esigua percentuale. Dialetti come il calabrese o il piemontese sono più diffusi del francese nella nostra Regione.
D'altronde questi sono fatti significativi, sono fatti che conosciamo e non possiamo disconoscere, anche se qualcuno di voi tenta invano di sostenere con pervicacia l'esistenza di un dogma che in realtà non sussiste più.
Anzi possiamo dire che la questione francofona sta andando verso un lento ma inesorabile esaurimento, ma questo non per colpa del Fascismo o di certe nostalgie rievocate dalla Consigliera Charles, che è anche professoressa - e noi abbiamo apprezzato il suo intervento professorale e di taglio meramente didattico in quest'aula -, ma proprio perché la società sta cambiando velocemente: i fenomeni migratori, la comunicazione mediatica, l'industrializzazione hanno influito inevitabilmente su questi cambiamenti che hanno permeato la nostra società e dobbiamo avere il coraggio di prenderne atto.
Voi sapete che la legislazione, le iniziative politiche, gli atti di ogni governo devono cercare di adeguarsi a quelli che sono i mutamenti che avvengono nella società, tant'è che per dare una prima risposta alla Professoressa Charles, che diceva che il dibattito sul bilinguismo sussiste da circa 140 anni, utilizzerò un articolo pubblicato da una sua collega su "Informa IRRE Valle d'Aosta". L'autrice è Marisa Cavalli, e il titolo è già significativo: "Bilinguisme: y en a marre", se traduco bene: "Bilinguismo: ne abbiamo le "scatole" piene!"
Questa Professoressa fa un'analisi del fallimento di una serie di conferenze organizzate dallo stesso IRRE Valle d'Aosta in merito alla presenza di Valdostani, e soprattutto di Valdostani qualificati.
Tali conferenze, incentrate su temi linguistici, bilinguismo e plurilinguismo, hanno visto quasi sempre l'auditorio deserto. Vi darò lettura di alcuni concetti -, ove la stessa autrice si pone giustamente dei quesiti. Come mai non c'era alcuna presenza qualificata? "Peu d'enseignants…" - pochi insegnanti- "… très peu de chefs d'établissement…" - pochi capi di istituto - "… très peu d'hommes politiques…" - neppure uomini politici, strano - "… très peu d'étudiants universitaires…" - nemmeno studenti - "… très peu de public non scolaire…", praticamente un fallimento.
Poi traccia una serie di ipotesi, "è giusto interrogarsi adesso…" - dice - "… sulle ragioni di questa assenza di pubblico. Prima ipotesi: forse qualcuno non ha ritenuto motivante uscire dal nostro immobilismo locale, in qualche maniera guardare altrove, guardare al di là delle nostre frontiere. Seconda ipotesi: il mezzo utilizzato per rilanciare il dibattito ad un livello di società sul tema bruciante del bilinguismo, gli oratori - questa potrebbe essere un'altra causa - erano personaggi prestigiosi, di tutto rispetto, forse non c'è stato il coraggio di confrontarsi con persone di questa levatura culturale e professionale.
Gli aspetti organizzativi: gli orari erano pensati in maniera adeguata? "Noi crediamo di sì…" - scrive lei - "… però potrebbe essere anche questo il problema. Il luogo, la sala scelta, austera, forse non era il luogo giusto. E ancora: le débordement…" - lo straripamento - "… le istituzioni scolastiche sono già subissate da una serie di iniziative, naturalmente questa si aggiunge alle numerose già esistenti, oltre alla verticalizzazione della scuola di base e così via, e ovviamente gli insegnanti potrebbero essere super impegnati e quindi non partecipare, la sovrastimolazione, la demotivazione…" e infine dice: "… "si raschia il fondo del barile", è possibile che si abbia la rappresentazione che in Valle d'Aosta non ci si occupi che di questioni relative all'educazione bilingue a detrimento di altre questioni che sono decisamente più importanti".
Lei conclude chiedendosi come mai questa assenza di interesse. Sarebbe opportuno che qualche persona qualificata - e qui dentro immagino ce ne siano - desse una risposta.
Non so se la risposta a questa illustre Professoressa sia già pervenuta da parte delle istituzioni, in ogni caso noi poniamo il problema, perché questo disinteresse? Perché sta a testimoniare quello che stiamo dicendo: che il problema linguistico, visto nella maniera dogmatica e costrittiva così come voi lo avete impostato, sta giungendo a un naturale esaurimento, quindi cercate di salvaguardare l'esistenza di un bilinguismo, che ormai esiste solo sul dettato statutario, secondo una sorta di imposizione, analoga a quella che Mussolini utilizzò all'epoca per diffondere l'italiano. È inutile tacciare di Fascisti gli altri, quando i primi Fascisti siete voi, che state utilizzando gli stessi metodi deprecabili del ventennio per cercare di mantenere lo "status quo", anche se non ci sono i presupposti sociali e culturali perché ciò avvenga.
Ecco perché con la nostra mozione vogliamo ammonirvi, se non ve ne siete ancora accorti, del fatto che state vivendo in una sorta di "torre d'avorio", che la Valle d'Aosta intorno a voi sta cambiando e sta vivendo un cambiamento epocale, favorito dalla globalizzazione. Cambiamento che non potete e non riuscirete a fermarlo con meccanismi che fino adesso si sono dimostrati fallimentari.
Le ingenti risorse investite dalla comunità valdostana, a cui faceva cenno il collega Frassy, hanno prodotto l'esatto effetto contrario: non siete riusciti a francesizzare, come credevate, una porzione di popolazione più significativa di quel modesto 1 percento che è sortito dall'inchiesta socio-linguistica svolta dalla Fondazione Chanoux. E perché non siete riusciti a farlo? Perché il vostro dogma è scaduto, perché lo avete impostato secondo una logica impositiva …
(interruzione del Presidente della Regione, fuori microfono)
… poi mi risponderà. Questo vi deve far riflettere, Presidente, non siete rappresentativi esclusivamente della minoranza dell'1 percento che si riconosce nella madrelingua francese, siete largamente rappresentativi, ma quell'1 percento rappresenta probabilmente quelle poche persone che qui dentro comunicano utilizzando la lingua di Voltaire. Prendendo spunto dalle affermazioni storiche fatte dalla Consigliera Charles, è vero che il francese è diventato lingua ufficiale fin dalla metà del XVI secolo, ma è altrettanto vero, e questo lei lo ha abilmente sottaciuto, che il francese è diventato lingua ufficiale perché è stato imposto da Emanuele Filiberto nonostante una delegazione valdostana degli Stati generali si rivolgesse allo stesso duca, senza ottenere naturalmente risposta affermativa, affinché venissero ripristinati gli idiomi originali. Il francese ha avuto una origine ancor più violenta rispetto all'italiano, perché qualche secolo fa il francese venne deciso dall'alto e non sentito come proprio dalla comunità.
L'italiano si è radicato in Valle d'Aosta grazie alla ferrovia e alle vie di comunicazione. È forse per quella ragione che ora ci sono dei momenti di ripensamento sul riaprire velocemente il collegamento ferroviario con Chiasso?
Purtroppo il vostro dogma si fonda su un antagonismo fra la Francia e l'Italia che è datato nei secoli, una Francia che, come ben sanno persone che di cultura qui ne hanno di gran lunga superiore alla mia in materia storica, si è costituita come Stato-Nazione ben prima dell'Italia, che era ancora frammentata in staterelli, secoli addietro; una Francia che ha voluto esportare ed espandere la propria cultura e anche la propria lingua in aree confinanti o ben distanti, come si verificò durante l'epoca del colonialismo.
È un antagonismo che viviamo ancora oggi: basti pensare a quando il Ministro francese Gayssot ha rallentato volutamente la conclusione dei lavori del tunnel, cercando di isolare l'Italia dalle comunicazioni con la vicina Francia, o quando il Ministro francese Tasca ha lanciato invettive pesanti nei confronti del "Governo Berlusconi" e comunque nei confronti dell'Italia che il "Governo Berlusconi" in quel momento rappresentava al "Salone del libro" a Parigi o, quando ancora, - e questi sono esempi che sono riportati dalle cronache quotidiane - le motovedette francesi in mare aperto preferiscono far sì che le carrette del mare con gli immigrati in condizioni deprecabili siano dirottate sulle coste italiane piuttosto che sulle coste francesi.
Sono episodi che testimoniano un antagonismo naturale, storico e culturale che esiste fra i due Paesi e che voi avete cercato di enfatizzare in dogmi ripresi nel vostro Statuto politico e inculcati in certa mentalità locale, purtroppo per voi con un clamoroso fallimento: ecco perché è necessario rivedere questo modo di pensare e noi lo abbiamo posto sottoponendovi la mozione.
Il francese deve essere concepito come opportunità linguistica e non come mezzo di protezionismo culturale, come mi è sembrato di capire anche dall'intervento del collega Marguerettaz. Altrimenti sarà un altro "buco nell'acqua". Se non abbiamo la capacità di confrontarci e utilizziamo lo strumento linguistico per elevare barriere a difesa di possibili ingressi di intelligenze, di conoscenze che vengono dall'esterno, penso, collega Marguerettaz, che decreteremo un altro débacle nell'utilizzo degli articoli 38, 39, 40 dello Statuto speciale. Abbiamo sottolineato e proposto in questa mozione due punti. Il primo, l'utilizzo del francese in maniera non lesiva dei diritti dei malati e del più generale diritto alla salute. Non possiamo subordinare il diritto alla salute all'obbligo di conoscenza di una lingua, lo abbiamo ribadito in una proposta di legge e oggi ci teniamo ad evidenziarlo.
Il secondo punto: non possiamo continuare ad utilizzare il francese come lingua veicolare a danno della migliore conoscenza dei contenuti didattici e scolastici, perché oggi l'utilizzo del francese nella scuola, come strumento di comunicazione, ha indebolito le conoscenze e le competenze dei nostri ragazzi. L'Assessore non sarà assolutamente d'accordo, ma se fa un'analisi critica dei livelli culturali conseguiti oggi rispetto a quelli conseguiti tempo fa, a parità di livello di studio, si renderà conto che, a causa di un insieme di fattori, ma anche a causa dell'utilizzo veicolare del francese, le competenze dei nostri studenti sono purtroppo di gran lunga inferiori.
Con questa mozione intendiamo rimettere in discussione determinati principi, senza alterare i valori fondanti dell'autonomia, ma senza neppure continuare a travisarli. Non si può più supportare un bilinguismo di facciata, un bilinguismo di carta. Dobbiamo ricollocare il bilinguismo nella sua reale dimensione, in quella reale dimensione che è emersa dall'inchiesta socio-linguistica e che già appartiene alla stragrande maggioranza della popolazione.
Président La parole au Conseiller Nicco.
Nicco (GV-DS-PSE) Il tema è complesso. Questa mozione dei Consiglieri di "Forza Italia", anche se nel deliberato si riferisce a specifiche questioni: "ridefinire i principi dell'accertamento del francese nei concorsi…; eliminare dai programmi di insegnamento delle scuole elementari e medie inferiori l'uso veicolare…", eccetera, implica una riflessione più generale su quella che possiamo definire la "questione della lingua", ovvero su una delle corde più sensibili e perennemente tese del dibattito sia politico, sia culturale nella nostra Regione perché è strettamente connessa alle questioni dell'identità e quindi ai fondamenti stessi dell'autonomia.
Penso che il punto di partenza per una costruttiva e possibilmente serena discussione su un tema così complesso possa essere la constatazione di un dato di fatto, ovvero che la Valle d'Aosta è oggi largamente, profondamente italianizzata da un punto di vista linguistico.
Un dato di fatto che sarebbe fuorviante voler mascherare. Anche in questo Consiglio la maggioranza di noi, compreso il sottoscritto, si esprime in lingua italiana per la semplice ragione che quella è la lingua in cui, per il particolare curriculum di ognuno di noi, meglio ha appreso ad articolare un ragionamento e, siccome privilegia il contenuto rispetto allo strumento linguistico, usa la lingua italiana. Così in tribuna stampa, nei media…, Alessandro Camera scrive in lingua italiana su "La Stampa", Danila Chenal scrive in lingua italiana su "La Vallée" e Renato Godio fa servizi al TG3 in lingua italiana.
Non possiamo fermarci lì però, alla constatazione della realtà attuale. Credo che, per stabilire una corretta azione politica, un'azione politica piuttosto che un'altra, occorra capire come siamo giunti a questo tipo di realtà e quindi riandare a quel percorso storico, che in parte è stato evocato dalla collega Charles, complesso e travagliato.
Sono d'accordo con il Consigliere Frassy quando dice che dobbiamo avere la capacità di interpretare l'evoluzione dei tempi - guai a noi se non fosse così -, ma dobbiamo anche nello stesso tempo avere la consapevolezza delle ragioni che hanno prodotto questo tempo presente, questo particolare tempo presente, e quindi ha fatto bene la collega Charles a richiamare alcuni passaggi essenziali di quella storia. Voglio focalizzare anch'io sinteticamente due elementi.
In primo luogo credo che non possiamo mai dimenticare l'appartenenza a pieno titolo della Valle d'Aosta ad un contesto francofono per un periodo molto lungo - e questo poi ha segnato indelebilmente la Regione: toponimi, antroponimi e quant'altro -, contesto francofono di cui abbiamo fatto parte a partire dal momento stesso in cui in Europa si sono delineate delle distinte aree linguistiche e culturali.
Da allora, fino a metà Ottocento, abbiamo fatto parte organicamente, integralmente, di quel contesto, anche se la Valle d'Aosta era situata geograficamente sul versante della penisola italiana. Sarebbe interessante approfondire un po' questa parte perché qui forse ci sono interpretazioni diverse, io andrei un po' al di là del 1561: langue d'oïl, langue d'oc, franco-provenzale.
Non credo che ci sia stata un'evoluzione naturale verso una di queste parlate, ma che ci siano stati fattori già allora eminentemente politici che hanno fatto sì che una di quelle lingue si imponesse come lingua ufficiale su tutte le altre e questo anche in Valle d'Aosta, arrivando al 1561, passando attraverso passaggi intermedi, graffiti di Fénis e verbali dell'Assemblea dei Tre Stati e quant'altro. Qui apro una piccola parentesi per dire al collega Tibaldi che è vero, ci fu una delegazione valdostana che chiese che non si passasse alla lingua francese, ma era semplicemente una delegazione di notai i quali utilizzavano dei formulari in lingua latina e non li volevano sostituire con i formulari in lingua francese.
Questo fece sì che nel 1850 Laurent Martinet, Deputato della Valle d'Aosta al Parlamento subalpino, potesse scrivere a un suo collega: "qu'il est de stricte vérité que le 19/20 des habitants de la Vallée d'Aoste ne connaissent pas la langue italienne".
Dunque non esisteva una questione della lingua in Valle d'Aosta fino ad allora: francese e patois, su due livelli diversi, erano pacificamente i codici linguistici che la stragrande maggioranza dei Valdostani, a seconda delle situazioni, utilizzava.
C'è poi un secondo elemento, altrettanto essenziale, su cui forse si è un po' sorvolato: la profonda e radicale trasformazione della realtà linguistica e demografica della Valle d'Aosta.
Anche qui bisogna aggiungere una precisazione: radicale trasformazione determinata da vicende solo in parte frutto di una naturale evoluzione socio-economica e largamente indotta invece da interventi esterni, artificiosi, articolati, pervasivi, di natura politica. È allora che nasce la "questione della lingua".
Nel processo di unificazione italiana i Valdostani hanno perso la partita sul piano politico-istituzionale perché la Valle d'Aosta è diventata un semplice arrondissement della Provincia di Torino e capiscono che, se vogliono continuare ad esistere in quanto popolo, devono identificare un elemento attorno a cui continuare a riconoscersi, questo elemento diventa la lingua francese. Lo capisce bene anche lo Stato italiano, tant'è che comincia lì un sistematico attacco contro l'uso del francese in Valle d'Aosta. È stato ricordato l'opuscolo di Vegezzi Ruscalla.
C'è una continuità impressionante fra quell'opuscolo e i decreti mussoliniani del 1939 per la riduzione in forma italiana della denominazione dei comuni. Le stesse cose che già chiedeva Vegezzi Ruscalla sono poi state realizzate nel 1939, con una serie di eccessi parossistici che talvolta è anche opportuno ricordare, altrimenti non si capiscono bene tutti i passaggi della storia. Faccio solo un paio di esempi, ma ce ne sono purtroppo tantissimi. Un Fascista aostano nel 1940 scrive:
"Quei pochi vermi solitari esistenti in Valle d'Aosta che si credono in obbligo di insegnare il catechismo e di predicare nella lingua nemica per essere compresi, non si può fare a meno di paragonarli a quei cocciuti asinelli dello sturzionismo, purgati poi, uno alla volta, dal santo manganello".
Questo è il clima in cui si viveva in Valle d'Aosta nel 1940. Gli esempi potrebbero essere molti altri. Si potrebbe parlare della "speciale azione di epurazione" che viene propugnata dalla Federazione fascista di Aosta "contro ogni singolo insegnante" che osasse contravvenire alle direttive sull'italianizzazione o, ancora, ricordare l'ostracismo - e non è termine che ho coniato io, ma è termine che si usava allora - a cui talvolta erano soggetti i Valdostani che chiedevano di essere assunti in quegli stessi cantieri, in quelle stesse aziende in cui invece trovava occupazione molta manodopera che proveniva da altre regioni.
Un piano organico di italianizzazione. Trovo singolare però che, nel parlare dell'opuscolo di Vegezzi Ruscalla, si ponga quasi sempre solo l'accento sul fattore linguistico e quindi sulle sue proposte di scrivere Polleino o Bionazzo o Camoscio e altre amenità simili.
Quello era un piano organico che proponeva ben altre cose, proponeva, ad esempio, l'istituzione, poi pienamente realizzata, di "un numeroso presidio" ad Aosta, caserme e presenza militare, non si sa mai… allora faccio una breve digressione per dire che sarebbe molto interessante capire come questo poi ha inciso nell'italianizzazione della Valle d'Aosta, capire come determinati quadri dell'Esercito hanno operato contro un certo tipo di evoluzione dell'autonomia della nostra Regione, e lo dico non senza un certo spirito polemico, anche in riferimento a prossime programmate oceaniche manifestazioni sul cui carattere e significato credo che, almeno da parte di certe forze politiche, si sarebbe dovuta fare qualche più approfondita riflessione.
Progetto organico, quello di Vegezzi Ruscalla e dei suoi successori, che sul piano linguistico ha ampiamente raggiunto i suoi obiettivi, ma è un progetto che è invece sostanzialmente fallito su un altro piano, quello politico-istituzionale, e qui c'è un paradosso su cui dovremmo discutere e confrontarci perché è una Valle d'Aosta linguisticamente italianizzata quella che ha saputo riconquistare e difendere con successo e ampliare la propria autonomia politica.
Qui credo che qualche ragionamento sul rapporto lingua/identità/autonomia possa e debba essere fatto. Molti ricordano spesso alcuni testi di Chanoux, a partire da "Pour notre patrimoine linguistique" del 1923.
Mi pare che la chiave di lettura tuttora valida stia in un altro suo scritto, redatto venti anni dopo, in un contesto ormai profondamente mutato sul piano della composizione demografica della Valle d'Aosta, e cioè "L'esprit de victoire", in cui Chanoux scrive: "Le peuple valdôtain continue, dans son ignorance du langage des aïeux, à penser valdôtain, même avec le langage des dominateurs". Vi è per Chanoux dunque qualcosa di più profondo della lingua a connotare il "penser valdôtain", vi è, come traspare d'altronde da tutta la sua opera, una sostanza politico-istituzionale che è l'ineliminabile volontà dei Valdostani di autogovernarsi, che è stata ribadita sotto tutti i regimi: Regno sabaudo, Rivoluzione francese, Italia unita. Ed è una sostanza che va oltre l'aspetto linguistico e continua ad esistere anche se è espressa con un diverso codice linguistico.
Questo mi sembra un elemento importante di riflessione a cui possiamo aggiungere altre considerazioni. L'insistere - e lo dico agli amici della "Union Valdôtaine" - su di un unico aspetto, quello linguistico, o comunque il privilegiarlo nel definire quella identità che giustifica il particolare "status" della Valle d'Aosta, può indurre qualcuno - e lo suggeriva prima il collega Frassy - a trarre determinate conseguenze perché, una volta dimostrato che a considerare il francese come lingua madre è l'1 percento, sarebbe proprio quello "status" particolare a poter essere messo in discussione. Ancora, non mi sembra corretto caricare il fattore linguistico di altri più generali significati, quasi una "forma mentis", come talvolta si fa.
Ci si può esprimere in perfetto francese, da Académie française, ed essere degli impenitenti e viscerali centralisti. La lingua allora può essere un elemento identitario, ma è certamente sempre, principalmente, uno strumento, un codice che, proprio per la sua essenza, è utilizzato indifferentemente per esprimere situazioni non solo diverse, ma in certi casi anche opposte.
Proprio la lingua francese è stata l'elemento attorno al quale in un determinato periodo si è raccolta la resistenza del popolo valdostano, ma quella stessa lingua per altri popoli è stata la lingua della colonizzazione, a partire dall'Algeria. Era in francese che il fascista Le Pen interrogava i militanti del Fronte di liberazione nazionale.
In conclusione: siamo in una Valle d'Aosta profondamente, irreversibilmente mutata, in cui vive ed opera una comunità composita, in cui ci sono i discendenti di quei 19/20 che non conoscevano la lingua italiana, a cui si sono aggiunti e con cui si sono intrecciati Lombardi, Piemontesi, Veneti, Sardi, Calabresi, nuclei importanti e consistenti per i quali il francese non potrà mai essere un fattore identitario. Nuclei che si sono integrati nella realtà valdostana, senza con ciò rinunciare alla propria identità, così come i Valdostani che sono emigrati altrove, a Parigi, si sono integrati in quella realtà, senza mai dimenticare di essere Valdostani.
Proprio per questo oggi mi pare importante porre l'accento principalmente sugli aspetti politico-istituzionali distintivi della Valle d'Aosta: autogoverno e federalismo, perché questi aspetti sono ad un tempo identitari e generali, sono identitari per il popolo valdostano, ma sono tali da poter essere ugualmente condivisi e fatti propri anche da tutte le altre componenti della comunità valdostana e sono perciò potenziale elemento unificante di questa comunità, così come la lingua francese lo è stata a suo tempo, a metà Ottocento, all'inizio del Novecento.
In tale contesto, senza mai dimenticare le cose che ho detto all'inizio, i due passaggi essenziali a cui ho fatto prima riferimento, cioè secolare appartenenza della Valle d'Aosta ad un contesto francofono e italianizzazione largamente forzata, indotta, occorre costruire passo passo una politica linguistica che sappia positivamente coinvolgere l'assieme della comunità valdostana, unire e non dividere, rifuggendo da impostazioni che possono essere interpretate come l'imposizione di un modello ideologico o lasciar trasparire la volontà di improbabili restaurazioni, una politica in cui la lingua francese possa continuare ad essere irrinunciabile patrimonio per il popolo valdostano e la cui conoscenza sia apprezzata, come già più volte ricordato in quest'aula, per molti importanti aspetti positivi di ordine generale: lingua di una grande cultura, di Montesquieu, di Rousseau, di Voltaire, e strumento essenziale di comunicazione, oltre che con le popolazioni d'Oltralpe, all'interno dell'Europa unita.
Mi pare che questi siano motivi più che sufficienti per ribadire che l'Amministrazione deve porre in essere tutte quelle iniziative ed attivare tutti quegli strumenti che ne consentano la più ampia e la migliore conoscenza, anche sulla base di un'analisi critica dell'azione che è stata fin qui condotta, che probabilmente non è stata sufficientemente incisiva, che forse è stata troppo attenta a verifiche formali e magari viziata anche dalla monetizzazione a suo tempo introdotta.
Rispondendo con ciò proprio ad uno dei precisi orientamenti della comunità valdostana che emerge dal sondaggio: oltre l'82 percento degli intervistati considera la conoscenza del francese in Valle d'Aosta almeno assez important, il 15,4 fondamentale, il 30,3 très importante, il 36,4 assez importante.
Président La parole à la Conseillère Squarzino Secondina.
Squarzino (PVA-cU) È difficile intervenire dopo le parole del Consigliere Nicco, dopo il suo quadro storico, la sua ricostruzione e dopo le sue indicazioni che in alcuni punti riprenderò.
Oggi siamo qui sollecitati a partire dai dati del questionario. Ora credo che il questionario sia molto più ricco di quanto non voglia far apparire la mozione che i colleghi hanno presentato. Questi mettono in luce un aspetto, il fatto che l'1 percento della popolazione parla la lingua francese e tutti gli altri non la parlano. E da questo dato fanno derivare una serie di considerazioni. Credo che dal questionario emerga un altro dato più importante di questo, che, secondo me, è riduttivo ed è riduttivo proprio perché va nella logica di individuare solo un aspetto di questa realtà complessa che è la Valle d'Aosta.
Dal questionario emerge che siamo di fronte ad una Regione plurilingue: ciascuno di noi non parla solo una lingua, ma ogni abitante della Valle d'Aosta usa codici linguistici diversi: due, tre, quattro a volte, molti di più di quello che appare dallo schema rigido cui fa riferimento la mozione: francese sì, francese no; italiano sì, italiano no. Si tratta di un dato interessante da prendere in considerazione, e che ritroviamo nelle risposte date a due domande, che sono significative dell'importanza che una lingua ha per ogni persona.
Nelle risposte alle domande: "quale lingua o dialetto usa nei momenti di rabbia?" oppure "in quale lingua o dialetto pensa fra sé e sé?", si vede che moltissime persone usano più codici linguistici. Anche in questi momenti di rabbia o di riflessione molti usano due lingue: chi italiano e franco-provenzale, chi italiano e francese, chi italiano e altro, chi francese, italiano e franco-provenzale, chi francese e franco-provenzale, chi italiano, franco-provenzale e francese, chi italiano e piemontese, chi franco-provenzale e piemontese, chi italiano e sardo, chi italiano e veneto e via dicendo.
È vero che le lingue non hanno tutte la medesima importanza: il 70-80 percento degli intervistati in questi momenti usa l'italiano, un 32-33 percento usa il franco-provenzale (patois) e un 3-5 percento usa il francese, riproducendo la frequenza con cui le lingue più diffuse (ed importanti per il vostro fine) sono presenti nell'uso quotidiano.
La somma di queste percentuali non è uguale a cento, perché in molti casi ci sono persone che usano più codici linguistici. Anzi, per essere più precisi, solo il 50 percento degli intervistati usa solo l'italiano, tutti gli altri usano più codici linguistici. Questo dato rispecchia l'immigrazione che ha caratterizzato la storia della popolazione che vive in Valle.
Qualcuno faceva notare che potremo inserire fra non molto anche l'arabo fra le lingue parlate ad ulteriore dimostrazione che siamo di fronte ad una società multilingue che nel tempo si è stratificata a causa di successive immigrazioni. Siamo un po' un carrefour, un luogo dove, nel corso degli anni molti sono arrivati in Valle a cercare lavoro, portando le loro energie, la loro esperienza; ed avendolo trovato si sono fermati ed hanno contribuito a creare questa Valle insieme a tutti quelli che nel corso della storia hanno lavorato e vissuto in questa regione. Direi anche che il plurilinguismo evidenziato dal questionario è anche frutto della politica scolastica attuata in regione. Non condivido pertanto l'affermazione contenuta nella mozione, ricordo che "il forte dispendio di risorse ed energie a favore della francofonia perpetuata dall'Amministrazione regionale non ha conseguito alcun risultato utile".
Credo invece che il fatto che molti, al di là della lingua madre, conoscano il francese e lo apprezzino, è frutto di una politica scolastica che ha "preso" sul serio, che si è fatta carico dell'insegnamento del francese. Possiamo anche non condividere alcune scelte politiche che sono state nel tempo dettate più da ragioni ideologiche che non da ragioni didattiche: abbiamo ad esempio discusso a lungo anche in consiglio della prova di francese all'esame di Stato; non condividiamo la scelta fatta dalla maggioranza. Ma siamo convinti che il francese sia una delle componenti culturali linguistiche importanti di questa comunità. Avevo già detto circa un mese fa, quando ero intervenuta su questo questionario di indagine, che il passato linguistico di questa Regione ci tramanda la lingua francese come un tesoro prezioso.
Gli interventi sia della collega Charles che del collega Nicco hanno ben evidenziato come questo patrimonio sia prezioso ed importante. La lingua francese va offerta a tutti in modo che continui ad essere percepito come un patrimonio culturale importante e condiviso: ciascuno si accosta a questa lingua con sentimenti diversi, per ciascuno lo studio del francese può avere una risonanza diversa (collegamento con le proprie radici, culturali nuovi, ecc.) ma è attraverso la scuola che questa lingua diventa un patrimonio da tutti condiviso.
E se si imposta seriamente lo stesso insegnamento bilingue, secondo quanto indicato dagli articoli 39 e 40 dello Statuto, si giunge, come il collega Cuc ha ricordato, alla consapevolezza che è necessario costruire una scuola plurilingue. Rimane aperta la questione: sul funzionamento di questa scuola plurilingue, su come viene insegnato il francese, quali i risultati raggiunti?
È un problema aperto. Gli incontri e le conferenze dell'IRRE, cui accennava il collega Tibaldi, avevano proprio lo scopo di presentare modelli plurilingue diversi in tutta Europa e in altre parti del mondo, di aiutare a capire che non c'è un unico modello di scuola bilingue o plurilingue, non c'è un unico modo per accostare i ragazzi alle lingue, questo per dire che anche nella nostra valle occorre ripensare ai modelli adottati. Va infatti rifiutata questa semplificazione della politica culturale scolastica regionale che si presenta come un modello culturale definito che viene imposto sulla scuola.
I risultati andrebbero invece verificati, bisognerebbe analizzare con chiarezza le cose che succedono e da queste partire per cambiare. L'Assessore sa bene che nelle materie scientifiche in Valle d'Aosta alcuni raggiungono risultati scadenti, riguardando una carenza di preparazione in queste materie. Lei sa bene che c'è una forte selezione nella scuola media e lei sa anche che, proprio nel momento in cui si è voluto impostare il modello di applicazione degli articoli 39 e 40 nella scuola media inferiore, la scuola ha chiesto che si mettessero risorse particolari per accompagnare gli alunni, perché si era consapevoli che si voleva realizzare una scuola più difficile.
Mettiamoci nell'ottica di un bambino; se abbiamo detto prima che il 50 percento della popolazione parla almeno in casa due codici linguistici, dialetto e lingua, è chiaro che, arrivando a scuola, se ne trova magari uno o due nuovi… quindi è una scuola più difficile, ma questo non ci fa dire: "Noi comunque la vogliamo, costi quello che costi". No, ci deve far dire: "Vediamo quali sono i problemi, partiamo dai dati reali e su questi lavoriamo". Dobbiamo sottolineare che purtroppo abbiamo visto che molte volte ci sono studi e ricerche che vengono fatte sulla scuola, ma i cui dati non si utilizzano e credo che sulla scuola andrebbe capovolta l'impostazione.
Ricordo che, quando era Assessore l'attuale Presidente del Consiglio, Louvin, discutendo su un modello di scuola si era per un attimo sognato… poi non si è realizzato e questo mi dispiace, ma per un attimo si era detto: "Diamo fiducia alla scuola, indichiamo alla scuola alcuni obiettivi chiari nell'ambito del plurilinguismo che devono essere raggiunti alla fine del corso scolastico, diamo alla scuola gli strumenti e poi lasciamo all'autonomia didattica delle scuole di individuare come, con quali modelli, con quale organizzazione raggiungere quegli obiettivi".
Un limite fondamentale che io vedo nella politica scolastica della Regione rispetto al bilinguismo è proprio quello di non interpellare e non coinvolgere sufficientemente la scuola. Se alla scuola si danno spazi per la responsabilità, se si danno i mezzi, le scuole lavorano. Lo abbiamo visto molto bene quando si è chiesto alle scuole di immaginare un modello di bilinguismo per la scuola media dell'obbligo e le scuole hanno lavorato per tre, quattro, cinque anni, hanno predisposto un modello che ha cominciato a funzionare.
Purtroppo, poi, nel momento della difficoltà, non si sono più date alle scuole le risorse di cui avevano bisogno, e le scuole si sono sentite abbandonate.
La scuola deve sapere con chiarezza qual è il fine - e qui non c'è sempre chiarezza -, deve sapere che il fine di tutta questa operazione culturale è l'alunno, è l'apprendimento da parte del ragazzo di strumenti culturali necessari per conoscere e per muoversi in questa realtà complessa. Quando la scuola percepisce che ci sono altre finalità estranee alla scuola stessa, come ad esempio, la rifrancesizzazione della regione, è chiaro che la scuola non accetta più supinamente quanto le viene proposto. In genere la scuola non usa un atteggiamento di aperta ribellione, al massimo lo fanno i ragazzi in alcuni momenti. Invece gli insegnanti lasciano dire, poi, nella propria classe, nel proprio lavoro, di fronte ai casi concreti, realizzano quello che è possibile realizzare in quella situazione, al di là delle cose che vengono loro chieste.
Credo che questo sia uno dei punti focali su cui la politica culturale e scolastica di questa Regione deve riflettere e su cui deve cambiare rotta. Il fine della politica scolastica è di dare strumenti culturali; se il fine della politica scolastica è invece quello della rifrancesizzazione, come da molte parti è stato dichiarato, possiamo dire che questo obiettivo non è stato raggiunto, perché non si può andare contro l'evoluzione storica. La politica scolastica non ha raggiunto l'obiettivo di rifrancesizzare la scuola, come qualcuno forse sperava, ma ha consentito - di questo bisogna darle atto - alla maggioranza delle persone di lingua madre italiana che vivono e lavorano in valle di conoscere ed apprezzare il francese.
La realtà storica ci dice che il rapporto che ciascuno di noi instaura con la propria lingua non dipende da dettami esterni, ma dal cuore (qualcuno ha detto). È questo che ci detta la scelta del codice linguistico con cui noi ci relazioniamo con gli altri, con il mondo e con noi stessi.
La politica, la scuola può allargare l'orizzonte linguistico e culturale di ciascuno di noi, ma non riesce ad imporre, per fortuna, il linguaggio con cui ciascuno di noi traduce i propri sentimenti più intimi. In base ai dati sopra esposti, credo che noi dobbiamo adottare un atteggiamento più laico nei confronti della politica del francese nelle scuole, uno sguardo più laico che dovrebbe aiutarci a togliere tutte quelle "incrostazioni" che nel tempo sono state messe in base a dettami ideologici. Basti pensare, per esempio, alla prova di francese all'esame di Stato, ma soprattutto alle varie prove preliminari di accertamento della lingua francese, che vengono fatte per accedere ai diversi posti pubblici: sono segno di un'incrostazione ideologica che ci portiamo dietro e che diventano oggi quasi un pedaggio da pagare per inserirsi nella società valdostana. Ricordiamo, tra l'altro, che l'approccio ideologico non aiuta a facilitare il consenso rispetto ad un dato culturale così importante.
Un'ultima annotazione riguarda il tema dell'identità valdostana che il collega Nicco ha affrontato. Qui mi ritrovo completamente d'accordo sul concetto di identità valdostana che è stato presentato, il concetto di identità è un concetto complesso e ambiguo che va declinato nei diversi contesti storici e non può essere riassunto e ricompreso in un unico elemento. Il voler fare in Valle d'Aosta un'equazione: una lingua, il francese, uguale un'identità valdostana, uguale uno Statuto speciale, l'autonomia, secondo me, non rispecchia la realtà, è un voler introdurre quasi uno schema fisso artificiale su una realtà complessa.
Di fatto, nella società complessa in cui oggi siamo, non c'è più un unico elemento identitario, non c'è più una sola lingua che caratterizza una comunità, lo stesso questionario lo dice chiaramente. Come valutiamo quel 50 percento che parla più lingue? Ciascuno di questi non può riconoscersi in una sola un'identificazione linguistica.
Non solo, ma ciascuno di noi non si identifica più con un unico territorio, ciascuno di noi è cittadino della Valle d'Aosta, ma è anche cittadino italiano e cittadino europeo, cioè la storia ci porta proprio ad acquisire più identità. Se poi incominciassimo a fare dei questionari sull'identità nuova che emerge dai nuovi sistemi informatici, aggiungeremmo elementi nuovi a quelli che concorrono a definire una identità.
L'identità è una scelta personale che ciascuno di noi si costruisce nel tempo, come singolo e come comunità, e non è qualcosa di fisso. credo che dai dati esaminati e dalla riflessione conseguente, debba emergere una maggiore attenzione al taglio ideologico che viene dato al francese: si deve rifiutare il taglio ideologico con cui molte volte si affrontano i problemi del francese nella scuola, mentre occorre valorizzare il francese come lingua culturale.
Président La parole au Vice-président Lattanzi.
Lattanzi (FI) Chiedo venia ai colleghi, ma ho voluto, ho dovuto dare un contributo a questo dibattito, un dibattito importante e lo si è percepito dalle tensioni che hanno caratterizzato la discussione, sicuramente tensioni più alte, più attente, più motivate che non su altre iniziative che abbiamo discusso in quest'aula. Quando il collega Frassy ha iniziato l'illustrazione della mozione, si è sentito uno stranissimo assordante silenzio di concentrazione e di attenzione e questo a testimonianza che parlare del francese in quest'aula consiliare è affrontare un argomento complesso e delicato.
Noi crediamo che sia uno di quei tabù che si portano dietro tutta una serie di sentimenti positivi e negativi sui quali fino ad oggi non si è voluto e spesso potuto aprire un dibattito, pena essere tacciati di anti-autonomia, di anti-etnia, di anti-valdostanità, di "anti" comunque e non a favore di qualcosa. Certo è un tema che suscita sentimenti importanti perché nasconde dietro di sé molteplici motivazioni rispetto allo strumento della lingua francese, sentimenti positivi da parte di quel famoso 1 percento che ritiene questa lingua la lingua madre, che la usa in famiglia e che la insegna ai propri figli - di cui abbiamo autentici promulgatori anche in quest'aula, pochi, forse giustamente coerenti con quella percentuale, alcuni dei quali conosco direttamente: il Presidente Louvin, il Presidente Viérin che so essere portatori sinceri di un valore interiore, personale, familiare -, altri che vedono nel francese un valore culturale importante e quindi lo promuovono, lo sostengono, magari senza fondamentalismi, senza isterismi; così come legato ai sentimenti positivi del francese c'è sicuramente l'interesse economico: non possiamo dimenticare infatti che al francese è collegata un'indennità di bilinguismo che nel comparto pubblico fa, ha fatto e probabilmente è destinata a fare ancora la differenza sotto l'aspetto dei sentimenti; così come non possiamo dimenticare che al francese è stato collegato lo Statuto che ha permesso a questa Regione di acquisire libertà, autonomia, benessere, non dobbiamo dimenticare che legata al francese c'è stata l'opportunità di beneficiare da parte dello Stato italiano di tutta una serie di prerogative che altre regioni, proprio non disponendo di questa prerogativa, non hanno potuto avere.
Al francese sono collegati anche, purtroppo, dei sentimenti negativi ed è giusto ricordarli, qualcuno li ha già citati: il fastidio di chi non è francofono di sentirsi dare dell'anti-Valdostano solo perché non ha avuto l'opportunità di imparare questa lingua, di chi ha dovuto per obbligo scolastico affrontare delle prove più difficili che altri colleghi in altre regioni, chi ha dovuto per lavoro studiare una lingua che non era la lingua madre semplicemente perché, se non studiava la lingua non madre, non lavorava in questa Regione, così come il fastidio, il sentimento pesante di chi, emigrando magari cento anni fa in questa Regione, ancora subisce il marchio della differenziazione etnica semplicemente perché non dice, non che non parla, ma non dice di parlare francese e poi molti altri sentimenti.
Credo quindi che questa mozione abbia avuto perlomeno questo valore: quello di portare in quest'aula un dibattito delicato, importante. Qualcuno si è chiesto perché lo facciamo.
Il collega Marguerettaz ha detto: forse i colleghi di "Forza Italia" lo fanno cercando di dare una libera interpretazione del pensiero di Borluzzi, che ritengo essere veramente difficile da interpretare, per non farsi superare sul dibattito dell'anti-Unionismo o forse perché hanno la necessità di rimarcare una primogenitura, una rappresentatività dell'italofonia in Valle d'Aosta. Credo che siano domande alle quali non vale la pena rispondere, se non con la verità, caro Marguerettaz: la verità è che noi rappresentiamo con questa mozione il sentimento di molti Valdostani che chiedono solo di dire la verità e la verità è valore, così come molti altri, per noi è un valore, così come la bugia è un disvalore per quanto ci riguarda, e dire la verità vuol dire quello che poi ha detto la Fondazione Chanoux, forse con interessi diversi, perché sappiamo chi è a capo di quella fondazione, sappiamo perfettamente che l'evidenziazione di un malessere linguistico non va nella direzione di eliminare il francese, ma di modificare gli strumenti per la promulgazione del francese in questa Valle, sappiamo perfettamente che dietro a quello studio c'è la volontà chiara di fare una scuola separata, questo è stato detto pubblicamente, però è stata detta la verità, almeno da quelle persone è stata detta la verità e chi ha promosso quella indagine ha sempre sostenuto la verità, ha avuto il coraggio e la coerenza di dire la verità: "Noi vogliamo, vista la situazione valdostana, proteggere la lingua francese, che riteniamo un valore importante e addirittura madrelingua, creando una politica e delle iniziative diverse, più radicali, fino al separatismo linguistico con la creazione di una scuola francofona".
Una battuta personale: io non sarei contrario perché ritengo che nella libertà è giusto che chi ha un valore abbia il diritto di sviluppare quel valore, probabilmente quella scelta di fare una scuola separata potrebbe implicare un separatismo ideologico ed etnico che non è favorevole e su cui forse è opportuno discutere. Certo, più verità è quella di Etienne Andrione, a capo della Fondazione, che dice: "Guardate che questa è la situazione" e che con questi dati giustifica una sua idea, espressa in maniera molto chiara, di una più radicale separazione della cultura del francese dal marasma che lui dice essere oggi imperante. Così come crediamo che non sia corretto perpetrare una falsità: c'è chi sostiene di essere fortemente per il francese, di considerarlo un valore e lo tradisce sistematicamente, non essendone poi portatore. Qui abbiamo dei maestri: chi è d'accordo con il francese, ma è contro il francese; chi è a favore del bilinguismo, ma è contro il bilinguismo; chi è a favore dell'autonomia, ma è contro i processi di autonomia.
Mi corre l'obbligo di dire al Consigliere Marguerettaz, che ha parlato a nome della "Stella Alpina", che la "Stella Alpina" non ha brillato per chiarezza su questo tema perché, al di là di riprendere l'iniziativa che "Forza Italia" con una legge ha portato in quest'aula, cioè quella dell'eliminazione dello sbarramento nella sanità della lingua francese, inteso come sbarramento e non come opportunità… poi abbiamo assistito a degli slalom strepitosi su questo tema per non infastidire i francofoni doc, per non infastidire però neanche gli italofoni che li votano, questa non credo che sia una cosa corretta, credo che sarebbe più corretto dire, come stiamo facendo noi, esattamente quello che si pensa, perché mi posso permettere di dire in quest'aula esattamente quello che penso su questo tema.
Noi perché lo facciamo? Perché crediamo che sia un dovere portare questo tema in quest'aula in un momento in cui le riforme e i cambiamenti sono, non dico alla porta, ma entrati in casa nostra; viviamo questa situazione con estrema difficoltà perché i cambiamenti possono anche essere portatori di opportunità, ma inevitabilmente un cambiamento porta delle difficoltà, riforme e cambiamenti che vedono anche nello Stato italiano processi di devoluzione, processi di radicalizzazione e abbiamo sentito alcune regioni che propongono di fare dei dialetti, la lingua parlata, di regioni che lavorano su statuti che diano un riconoscimento al loro dialetto.
È un tema importante e noi abbiamo ritenuto importante che si potesse aprire questo discorso, anche perché riteniamo che sia importante e giusto comprendere cosa fare di questa lingua, del francese.
Abbiamo evidenziato una serie di problemi strutturali, però mi permetto di riprendere alcuni passaggi dell'intervento sia della collega Charles sia del collega Nicco, che ho apprezzato, nel senso che da una parte mi sembra semplicistico dire che in Valle d'Aosta si parla italiano solo perché per un decennio qualcuno lo ha imposto, è semplicistico perché, se fosse vero che il Fascismo è riuscito nell'opera parlamentare, legislativa e impositiva e magari con il manganello a imporre una lingua e questo ne è l'effetto, credo che non si renderebbe giustizia a tutti quelli che in questa Valle l'italiano lo hanno parlato da sempre, ce lo hanno portato e lo hanno fatto diventare un valore in quanto lingua materna per almeno il 99 percento dei Valdostani.
Qualcuno dice: "L'italiano è stato imposto perché sono stati cambiati tutti i cartelli, i nomi dei paesi e delle città, è stato imposto nelle scuole", ma non è tanto diverso da quello che sta succedendo.
Ho visto in questo ultimo decennio i cartelli dei nostri paesi cambiare completamente, "capoluogo" diventare "chef-lieu" eppure nessuno ha cominciato a parlare francese e il Consigliere Cottino, che sorride, non fa parte di quell'1 percento di Valdostani che parla francese, eppure esprimendosi in francese qui, come il collega Cuc.
La gare, tutti cercano la stazione in Valle d'Aosta, ma i Valdostani cercano la stazione; eppure il cartello, la toponomastica, i provvedimenti che avete approvato per la modifica della toponomastica e dei piani regolatori non hanno favorito il francese, anzi l'effetto è stato contrario. Credo che lo favoriscano molto di più quelli che il francese non lo impongono, non vorrei mettere in imbarazzo nessuno, ma ho dei colleghi della "Union Valdôtaine" che non lo impongono, ma lo promuovono perché lo parlano correttamente e perfettamente, molto meglio di chi invece dice essere sua lingua materna, ma a casa prende i voti con il patois, e che forse fanno al francese un'opera più importante e più propositiva.
L'altro ieri ho ricevuto dall'asilo di mia figlia, che ha quattro anni e mezzo, il dossier dei compiti che all'asilo hanno fatto anche in francese, io ne sono stato orgoglioso perché il pensare che mia figlia stia imparando due lingue mi gratifica, ma mi infastidisce sapere che, se devo essere operato in Ospedale, il primario non è lì per competenza, ma solo per un concorso bilingue.
Noi quindi parliamo dello strumento della promulgazione della lingua, riconoscendo a tutti il diritto-dovere di parlare i codici di cui parlava Chanoux, e che il Consigliere Nicco ha ripreso, e che io condivido essere lo strumento di comunicazione, come diceva il collega Frassy, e non l'identificazione di un'etnia e di un popolo perché quello crea separatismo. Saremo Valdostani nel pensiero e nella cultura, al di là del codice che si usa nel comunicare, questo è un valore profondo che condivido, non so con quanti in Valle d'Aosta, ma credo con la maggioranza dei Valdostani, e non credo che la "Union Valdôtaine" abbia preso il 40 percento dei voti grazie all'1 percento che ha promosso la francofonia, credo che forse siano più importanti le ragioni per cui un partito prende il 40 percento in una Valle che non semplicemente l'appoggio dell'1 percento dei Valdostani o perché rappresenta il francese e la francofonia in quel modo obbligatorio. Comprendo poi che chi ha certi obiettivi possa utilizzare degli strumenti che si verificano e si analizzano essere sbagliati.
Questa ricerca evidenzia che c'è un errore nello strumento della diffusione della lingua francese in Valle d'Aosta che procura rigetto a discapito del dispendio delle centinaia di miliardi in questa Valle per la promulgazione del francese in questi ultimi dieci anni.
C'è qualcosa che non funziona e noi con questa mozione esortiamo a parlare di questo problema che sotto l'aspetto culturale tutti si riconosce essere un valore e che nessuno accetta come imposizione, ma poi si continua a fare atti deliberati e strumenti di politica che impongono il francese ottenendo esattamente l'effetto contrario.
Questo è un dibattito fra Valdostani, io questo considero sia un dibattito fra Valdostani anche per chi come me è orgoglioso di parlare francese solo a Milano piuttosto che a Parigi quando posso esprimermi nel mio mediocre francese, ma sono orgoglioso di averlo imparato e di essere immediatamente additato come Valdostano, quello che parla due lingue. Questo quindi è un dibattito fra Valdostani indipendentemente dal codice che si utilizza perché è identificativo, certo, ma l'identificazione non si impone e se poi quella identificazione diventa élite, io la rigetto, se finisce per creare una casta, che solo perché parla un codice, uno piuttosto che l'altro, qualunque esso sia, crea una posizione di favore… io la rigetto.
Di questo dovremo riparlare per il nuovo Statuto perché nelle bozze che sono circolate il ruolo della francofonia e del francese è utilizzato per giustificare l'esistenza dello Statuto stesso, io lo rigetto, l'ho già detto in quest'aula, lo ribadisco, come Valdostano mi rifiuto di pensare che la mia libertà sia legata al codice che esprimo in termini linguistici, io lo rifiuto, credo che sia più corretto che i Valdostani siano autonomi semplicemente perché sono Valdostani, perché sono persone, cittadini che hanno il diritto di essere liberi, autonomi, federalisti.
Prendiamo atto delle posizioni politiche, di quelle coerenti e anche di quelle incoerenti - quelle incoerenti non mancheremo, siatene certi, di rilevarle anche all'elettorato -, qualcuno diceva che: "Siamo già in campagna elettorale, forse qualcuno strumentalizza questo tema".
Certo, che si strumentalizza questo tema perché questo sarà un tema di campagna elettorale, perché su questo tema i cittadini dovranno sapere in maniera più chiara di quello che è stato fatto nelle ultime campagne elettorali cosa si pensa dell'utilizzo degli strumenti e degli investimenti sulla lingua francese per promuovere o per obbligare la lingua francese e allora certe frasi noi le considereremo, intanto quelle della "Stella Alpina" che dice: "Bisogna investire molto di più nel francese", fermo restando che, quando si vanno a prendere i voti, si dice esattamente il contrario: che è assurdo continuare a strumentalizzare la lingua, a subire questa obbligatorietà.
Noi diciamo che bisogna investire meglio sul francese, non di più, "di più" è già tanto perché quello che stiamo spendendo per la promulgazione in maniera sbagliata e forzata, quindi con risultati negativi, è troppo, oltre che sbagliato, e non produce risultato. Non basta fare un voto di astensione su una legge che chiedeva di togliere l'esame di francese dalla sanità, non basta perché quell'astensione è un voto contrario, quella legge non è passata, anche grazie alle astensioni.
Mi sembra doveroso rispondere all'ultimo quesito del Consigliere Marguerettaz che ha riferito di un'intervista che ha letto su Internet fra il sottoscritto e un Unionista promulgatore della francofonia e nella quale il sottoscritto, alla domanda: "Farete accordi con la "Union Valdôtaine"?", ha risposto: "Faremo accordi su programmi e su valori". Lo ripeto: noi faremo accordi sui programmi e sui valori e nei programmi ci sarà un utilizzo migliore delle risorse per la promulgazione della lingua francese. Non sarà obbligatoria, non potrà essere obbligatoria, non dovrà essere obbligatoria la lingua francese in questa Valle perché, se sarà obbligatoria, se le forze politiche che si confronteranno con noi imporranno il francese, non saranno coerenti con i nostri programmi e allora preferiremo non fare alleanze con quelle forze politiche.
Président La parole au Conseiller Curtaz.
Curtaz (PVA-cU) Evidentemente il tema linguistico è nella nostra Regione sempre un tema che suscita interesse, che suscita un dibattito interessante, come abbiamo potuto sentire stamani in aula, attraverso anche alcuni interventi, a mio giudizio di buon livello, che hanno affrontato il tema con competenza e onestà intellettuale.
Credo dunque che questa mozione, presentata dal gruppo di "Forza Italia", abbia quantomeno un merito: quello di far dibattere il tema alla luce di un elemento nuovo, costituito dai dati dello studio della Fondazione Chanoux.
Dati che meritano una riflessione più profonda di quella che è stata finora svolta e che vanno interpretati in maniera complessiva, senza estrapolare degli elementi tesi a suffragare una tesi piuttosto che un'altra.
Reputo tuttavia che la mozione dei colleghi di "Forza Italia" abbia un difetto: quello ancora una volta di impostare il problema linguistico nella nostra Regione in maniera ideologica. Io ritengo, forse anche al di là delle vostre intenzioni, colleghi di "Forza Italia", che voi commettiate lo stesso errore che imputate alla controparte politica.
Non avete torto ad imputare ad una parte politica un uso spesso ideologico, potremmo anche dire strumentale - sebbene mi piaccia poco utilizzare questa parola - della lingua, ma io preferirei parlare di uso ideologico della lingua per giustificare certe scelte politiche, stiamo attenti però a non contrapporre ad un uso ideologico del francese un uso ideologico dell'italiano. Io credo che il dibattito linguistico nella nostra Regione debba partire da un principio di laicità: ci dobbiamo porre nei confronti di questa tematica in maniera laica, non ideologica, con spirito libero per esaminare la realtà per fare le scelte politiche più adeguate.
Credo che, come ha già sottolineato prima di me la collega Squarzino, da questo studio emerga una Valle d'Aosta plurilingue, una Valle d'Aosta che noi vorremmo ancora più plurilingue e mi sembra che questo multilinguismo, pur così asimmetrico, pieno di difetti, di ideologismi eccessivi, di strumentalizzazioni politiche abbia però consentito una crescita della nostra comunità in un clima di tolleranza linguistica ed è questo un bene prezioso che non sappiamo valorizzare a sufficienza perché non ci rendiamo conto cosa è successo e succede in altre parti del mondo, laddove vi sono delle intolleranze, delle contrapposizioni etniche, delle contrapposizioni linguistiche che portano a dei conflitti che ogni tanto degenerano.
Questo è un punto importante ed è per questo che mi preoccupo quando viene la proposta, adesso sento addirittura da "Forza Italia", della scuola separata…
Lattanzi (fuori microfono)… non è la proposta…
Curtaz (PVA-cU) … l'ho capita così… se non ho capito bene chiedo scusa. Penso di poter finire il mio intervento senza essere interrotto e, se ho capito male, chiedo scusa, penso però di non aver capito male. Mi preoccupo delle proposte di scuola separata, che vengano da una parte o dall'altra, perché credo che la forza di questa comunità sia quella di garantire a ciascun cittadino la possibilità di utilizzare intanto le proprie lingue ufficiali in maniera completa, libera, coinvolgente.
Oggi dobbiamo fare uno sforzo per ragionare su questi dati, per quanto mi riguarda non li trovo dei dati sorprendenti, non posso dire che lo sapevo già però, girando nei negozi di Aosta o anche a Gressan, dove abito, vedo e sento quanto emerge dallo studio. Stiamo attenti però, e questa è una riflessione forse più ampia che va fatta - condivido l'invito che il Consigliere Nicco ha rivolto soprattutto alla forza politica che più si è battuta e si batte per il francese -, a non far coincidere il francese e l'autonomia, il francese e l'identità valdostana.
L'identità valdostana si riconosce oggi in questo contesto storico in qualcosa in più del francese, altrimenti non si spiegherebbero neanche i dati che leggiamo.
Intanto pochissima gente dice che il francese è la sua lingua materna. Poca gente lo utilizza, però più gente lo apprezza, più gente si sente valdostana, più gente si sente legata al proprio territorio. Alla domanda: "Qual è il tuo territorio di appartenenza?" rispondono: "La Valle d'Aosta", più dell'Italia e più dell'Europa.
Allora abbiamo un concetto di identità che è più ampio, che è difficilmente definibile. Non basta la lingua, ci sono altre realtà linguistiche, non basta la montagna, ci sono altre valli, simili alla nostra che non hanno questo senso di identità, allora penso che forse hanno ragione quegli storici che dicono che il nostro senso di identità è - loro lo definiscono così - di carattere volontaristico. Una comunità che è tale perché si sente tale, perché riconosce di avere una base culturale e delle radici che sono comuni e si sente tale utilizzando vari elementi.
Credo che questa sia una ricchezza della nostra Regione, una ricchezza che va approfondita. Noi quindi non diciamo meno francese a scuola, diciamo più francese a scuola, più italiano, più inglese, più tedesco, forse più non si può perché gli studenti andrebbero a scuola troppe ore, allora diciamo meglio.
È questa la nostra posizione che già altre volte abbiamo avuto occasione di ripetere in quest'aula magari in maniera - non troppo chiara perché ho visto recentemente - e sono rimasto esterrefatto - un comunicato stampa del movimento giovanile della "Union Valdôtaine", nel quale si associano le nostre posizioni a quelle di "Forza Italia". Posso solo ritenere che tali posizioni siano il frutto di superficialità, di non conoscenza, di un certo qualunquismo e quindi lo annuncio già: noi deluderemo i giovani della "Jeunesse valdôtaine" perché voteremo contro questa mozione dei colleghi di "Forza Italia" per le ragioni che ho detto.
Al di là di qualche critica che è condivisibile quando si parla degli impedimenti dovuti al francese nella sanità, sfondiamo una porta aperta in quanto si tratta di battaglie che abbiamo sempre fatto e che assolutamente non rinneghiamo, perché vogliamo anche noi che un chirurgo sappia operare bene, anche se parla arabo piuttosto che cinese. Votiamo contro perché non condividiamo l'approccio ideologico a questo problema che, secondo noi, questa mozione sottintende.
Président La parole à la Conseillère Charles Teresa, pour deuxième intervention.
Charles (UV) Télégraphiquement, seulement pour souligner quelques points à mon avis contradictoires.
Quelqu'un est tombé dans le piège de confondre la langue avec l'unité politique et il se trompe et donc on tombe dans la même erreur qu'aux temps de l'Unité italienne quand on pensa que l'unité politique devait se refléter forcement dans l'uniformité du langage.
Autre argument: d'autres confondent le français avec la langue de France, grande erreur, on sait bien qu'encore aujourd'hui il est parlé, je ne parle pas des colonies de France, mais en Belgique et au Québec où il y a des littératures francophones. Je rappelle à tous que le premier Etat-Nation à utiliser le français n'a pas été la France, mais l'Etat de Savoie, premier Etat francophone né avant la France comme Etat-Nation et encore la première grammaire de la langue française a été rédigée par un Savoyard, pas un Parisien, par conséquent langue de Voltaire et de Montesquieu, comme quelqu'un a dit - et moi j'aime la littérature française à la folie -, mais aussi langue du Savoyard, François de Sales ou du Valdôtain Jean-Baptiste de Tillier…
(interruzione del Vice-presidente Lattanzi, fuori microfono)
… mais ça c'est autre chose, c'est ridicule cette remarque et encore, s'il est vrai qu'on peut se sentir Valdôtains sans connaître le français, il ne faut pas attribuer cela à Emile Chanoux. Une seule phrase n'est pas la pensée de Chanoux qui souffrait quand il était jeune de ne pas connaître assez cette langue dans laquelle il a voulu se perfectionner, pour parfaire son être valdôtain comme un engagement d'identité.
Après venons au Fascisme, qui a persécuté notre langue et qui a nié toute liberté en persécutant les opposants, quelqu'un a accusé la "Union Valdôtaine" de Fascisme, cela ce n'est pas seulement offensant, c'est injuste, c'est contre la vérité: fasciste n'est pas qui avance démocratiquement, qui rencontre le consensus populaire, qui fait des programmes clairs, qui a l'intention de les appliquer et de travailler de conséquence.
Président La séance est levée, elle reprend dans l'après-midi à 16 heures.
