Resoconto integrale del dibattito dell'aula

Oggetto del Consiglio n. 2167 del 26 luglio 2001 - Resoconto

OGGETTO N. 2167/XI Disegno di legge: "Approvazione del Piano socio-sanitario regionale per il triennio 2002/2004". (Discussione generale)

CAPO I PIANO SOCIO-SANITARIO REGIONALE 2002/2004

Articolo 1 (Approvazione del piano)

1. Ai sensi dell'articolo 2 della legge regionale 25 gennaio 2000, n. 5 (Norme per la razionalizzazione dell'organizzazione del Servizio socio-sanitario regionale e per il miglioramento della qualità e dell'appropriatezza delle prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali prodotte ed erogate nella Regione) ed in armonia con il piano sanitario nazionale e con i principi fondamentali della legislazione statale in materia sanitaria e sociale, è approvato il piano socio-sanitario regionale per il triennio 2002/2004, allegato alla presente legge.

2. La Giunta regionale è autorizzata ad apportare gli eventuali adattamenti al piano di cui al comma 1 che si renderanno necessari a seguito dell'entrata in vigore del piano sanitario nazionale 2001/2003 e del piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001/2003.

3. I progetti obiettivo e le azioni programmate previsti dal piano socio-sanitario regionale 1997/1999 sono prorogati fino al momento del loro completamento o della loro modificazione con deliberazione della Giunta regionale.

CAPO II SERVIZI SOCIALI

Articolo 2 (Definizione)

1. Per servizi sociali si intendono tutte le attività, escluse quelle svolte dal Servizio sanitario regionale, relative alla predisposizione e alla erogazione di servizi, gratuiti e a pagamento, o di prestazioni economiche volte a garantire la qualità della vita, le pari opportunità, la non discriminazione, i diritti di cittadinanza e destinate a rimuovere e a superare le situazioni di bisogno che la persona incontra nel corso della sua vita.

Articolo 3 (Fondo regionale per le politiche sociali)

1. A decorrere dall'esercizio finanziario 2002, è istituito il Fondo regionale per le politiche sociali.

2. Confluiscono nel Fondo tutti gli stanziamenti, spese correnti e spese di investimento, del bilancio pluriennale della Regione afferenti a interventi in materia di servizi sociali e socio-educativi, ad eccezione di quelli necessari per l'assolvimento delle funzioni trasferite ai sensi dell'articolo 2 del decreto legislativo 22 aprile 1994, n. 320 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Valle d'Aosta).

3. Il Fondo è ripartito tra gli enti locali in base al periodo di vigenza del bilancio pluriennale della Regione con possibilità di aggiornamenti annuali, fatta salva una quota di spettanza della Regione per l'espletamento delle funzioni di sua competenza.

4. I criteri di ripartizione del Fondo sono stabiliti dalla Giunta regionale, tenendo conto che gli enti locali devono garantire quote di cofinanziamento degli interventi.

Articolo 4 (Partecipazione dei cittadini alla spesa sociale)

1. La Giunta regionale, al fine di assicurare uniformità ed equità dei trattamenti, definisce le soglie d'accesso alle prestazioni agevolate e individua i servizi gratuiti e quelli che comportano il pagamento di una quota di compartecipazione da parte dei cittadini che ne fruiscono, dei componenti la loro famiglia anagrafica, nonché dei loro ascendenti, discendenti e coniugi di questi ultimi.

2. La condizione economica dei soggetti tenuti alla compartecipazione alla spesa sociale è determinata sulla base dell'indicatore regionale della situazione economica.

3. Gli enti erogatori dei servizi richiedono ai soggetti di cui al comma 1 la dichiarazione sostitutiva contenente gli elementi necessari a determinare l'indicatore di cui al comma 2.

Articolo 5 (Competenze della Regione)

1. Nel rispetto dei principi di cui alla legge regionale 23 ottobre 1995, n. 45 (Riforma dell'organizzazione dell'Amministrazione regionale della Valle d'Aosta e revisione della disciplina del personale):

a) il Consiglio regionale determina gli indirizzi politici e programmatici delle politiche sociali, individuando le relative risorse finanziarie;

b) la Giunta regionale:

1) svolge funzioni di programmazione, di indirizzo operativo, di coordinamento e di controllo;

2) definisce gli standard strutturali e gestionali dei servizi sociali e socio-educativi;

3) assicura l'assistenza tecnica, su richiesta degli enti gestori dei servizi sociali, nonché i compiti di raccordo in materia di informazione e circolazione dei dati ai fini della valutazione delle politiche sociali;

4) promuove l'istituzione di un apposito organismo partecipativo e consultivo nel settore delle politiche per anziani, con il coinvolgimento degli enti locali, del terzo settore e delle parti sociali;

5) disciplina il coordinamento funzionale tra il Servizio sociale regionale e il Servizio sociale del Comune di Aosta;

6) provvede all'assegnazione e all'erogazione delle risorse finanziarie, mediante la ripartizione del Fondo regionale per le politiche sociali;

7) provvede all'attuazione dei programmi dell'Unione europea o di altri organismi internazionali nei settori delle politiche sociali, anche con il coinvolgimento degli enti locali;

8) promuove azioni per il sostegno e la qualificazione degli organismi del terzo settore;

9) definisce le soglie d'accesso alle prestazioni sociali agevolate e determina i criteri di partecipazione alle spese di funzionamento dei servizi sociali e socio-educativi da parte dei beneficiari e dei loro familiari;

10) esercita funzioni e competenze in materia di:

10.1 servizio sociale, ferme restando le competenze del Comune di Aosta;

10.2 formazione ed aggiornamento degli operatori sociali e socio-educativi;

10.3 adozioni e affidamenti familiari, comunità, altre strutture di accoglienza e assistenza educativa per i minori;

10.4 inserimento in strutture di accoglienza di adulti in situazione di disagio;

10.5 invalidi civili, ciechi civili e sordomuti;

10.6 servizi di interesse regionale per disabili psichici, nonché informazione in materia di accessibilità ed ausili;

10.7 prestazioni economiche, escluse quelle per le quali non vi è alcuna valutazione discrezionale di natura specialistica.

Articolo 6 (Competenze dei Comuni)

1. Al conferimento delle funzioni non espressamente mantenute in capo alla Regione ai sensi dell'articolo 5, si provvede con le modalità previste dall'articolo 11 della legge regionale 7 dicembre 1998, n. 54 (Sistema delle autonomie in Valle d'Aosta).

Articolo 7 (Equiparazione dei diplomi di educatore professionale)

1. In attuazione dell'articolo 2, comma primo, lettera r), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d'Aosta), e nel rispetto delle disposizioni di cui alla legge 21 dicembre 1978, n. 845 (Legge-quadro in materia di formazione professionale) e al decreto ministeriale 8 ottobre 1998, n. 520 (Regolamento recante norme per l'individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell'educatore professionale, ai sensi dell'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502), il diploma regionale rilasciato al termine dei corsi biennali per educatori professionali é equiparato, nell'ambito dell'ordinamento regionale, a quello rilasciato al termine del corso triennale 1995/1998.

CAPO III MODIFICAZIONI DI DISPOSIZIONI VIGENTI

Articolo 8 (Modificazioni della legge regionale 25 ottobre 1982, n. 70)

1. L'articolo 15 della legge regionale 25 ottobre 1982, n. 70 (Esercizio delle funzioni in materia di igiene e sanità pubblica, di medicina legale, di vigilanza sulle farmacie ed assistenza farmaceutica), è sostituito dal seguente:

"Articolo 15

(Disciplina per l'impiego di sorgenti di radiazioni di categoria B)

1. Al rilascio dei nulla osta previsti dall'articolo 29, comma 1, del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230 (Attuazione delle direttive 89/618/Euratom, 90/641/Euratom, 92/3/Euratom e 96/29/Euratom in materia di radiazioni ionizzanti) provvede il dirigente della struttura regionale competente in materia di igiene pubblica, con proprio provvedimento, previo parere della Commissione tecnica regionale costituita presso la stessa struttura.

2. La Commissione tecnica regionale di cui al comma 1, che esprime parere anche sulle richieste di nulla osta di competenza prefettizia previsti dall'articolo 29 del d.lgs. 230/1995, è composta dai sottoelencati soggetti, o loro delegati:

a) il dirigente della struttura regionale competente in materia di igiene pubblica, con funzioni di presidente;

b) un ingegnere della struttura regionale competente in materia di assetto e tutela del territorio;

c) il dirigente della struttura competente in materia di igiene e sanità pubblica dell'Azienda USL della Valle d'Aosta;

d) un medico specializzato in radiologia, designato dall'Azienda USL della Valle d'Aosta;

e) il responsabile della Sezione radiazioni e rumore dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (ARPA);

f) un funzionario designato dalla Direzione regionale del lavoro;

g) il comandante del Corpo valdostano dei vigili del fuoco.

3. Con deliberazione della Giunta regionale sono definite, in conformità a quanto disposto dall'articolo 29, comma 2, del d.lgs. 230/1995, le modalità di presentazione delle richieste dei nulla osta, le modalità ed i tempi per l'istruttoria ed il rilascio, nonché le modalità di presentazione delle richieste per l'eventuale riesame delle richieste respinte e le modalità ed i tempi per il riesame.".

Articolo 9 (Modificazioni della legge regionale 27 agosto 1994, n. 59)

1. Dopo il comma 1 dell'articolo 1 della legge regionale 27 agosto 1994, n. 59 (Acquisto dall'Ordine Mauriziano di Torino dell'immobile sede del presidio ospedaliero regionale, in comune di Aosta), è aggiunto il seguente:

"1bis. Al fine di incrementare le entrate proprie di parte corrente del bilancio, l'Azienda USL della Valle d'Aosta è autorizzata ad adottare i provvedimenti necessari all'affidamento della gestione della farmacia di cui al comma 1. Tali provvedimenti devono contenere apposito piano finanziario, da sottoporre preventivamente al giudizio di congruità da parte delle competenti strutture regionali.".

Articolo 10 (Modificazioni della legge regionale 4 settembre 1995, n. 41)

1. Dopo la lettera l) del comma 1 dell'articolo 4 della legge regionale 4 settembre 1995, n. 41 (Istituzione dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (ARPA) e creazione, nell'ambito dell'Unità sanitaria locale della Valle d'Aosta, del Dipartimento di prevenzione e dell'Unità operativa di microbiologia), sono aggiunte le seguenti:

"lbis) lo svolgimento delle attività tecniche ed analitiche di supporto all'attività di controllo e di vigilanza svolta dal Corpo forestale valdostano, senza oneri a carico dello stesso;

lter) il monitoraggio sul territorio regionale dei parametri correlabili con le dinamiche globali di cambiamento meteo-climatico;

lquater) i controlli strumentali delle emissioni prodotte dagli impianti di riscaldamento per le finalità di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n. 203 (Attuazione delle direttive CEE numeri 80/779, 82/884, 84/360 e 85/203 concernenti norme in materia di qualità dell'aria, relativamente a specifici agenti inquinanti, e di inquinamento prodotto dagli impianti industriali, ai sensi dell'articolo 15 della legge 16 aprile 1987, n. 183) ed al titolo II della legge 9 gennaio 1991, n. 10 (Norme per l'attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell'energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia).".

2. L'articolo 8 della l.r. 41/1995 è sostituito dal seguente:

"Articolo 8

(Nomina)

1. Il Direttore generale dell'ARPA è nominato con le modalità di cui all'articolo 13 della legge regionale 25 gennaio 2000, n. 5 (Norme per la razionalizzazione dell'organizzazione del Servizio socio-sanitario regionale e per il miglioramento della qualità e dell'appropriatezza delle prestazioni sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali prodotte ed erogate nella Regione).".

3. L'articolo 11 della l.r. 41/1995 è sostituito dal seguente:

"Articolo 11

(Rapporto di lavoro)

1. Il rapporto di lavoro conseguente alla nomina di Direttore generale è a tempo pieno, regolato da contratto di diritto privato a termine, di durata quinquennale, non rinnovabile per più di due volte consecutivamente e non prorogabile oltre il settantesimo anno di età.

2. I contenuti del contratto di cui al comma 1 sono stabiliti con deliberazione della Giunta regionale con la quale sono fissati, altresì, gli emolumenti, il cui ammontare è determinato fino ad un massimo del 70 per cento del compenso e delle eventuali maggiorazioni fissati per il Direttore generale dell'Azienda USL della Valle d'Aosta.".

4. Gli articoli 9, 10, 13 e 14 della l.r. 41/1995 sono abrogati.

5. La lettera l) del comma 1 dell'articolo 29 della l.r. 41/1995 è abrogata.

6. La lettera d) del comma 1 dell'articolo 30 della l.r. 41/1995 è sostituita dalla seguente:

"d) le verifiche connesse con l'esercizio e la manutenzione degli apparecchi a pressione di vapore e di gas e degli impianti di riscaldamento.".

7. Dopo la lettera d) del comma 1 dell'articolo 31 della l.r. 41/1995 è aggiunta la seguente:

"dbis) formulazione del parere di idoneità ai fini dell'autorizzazione sanitaria ai sensi dell'articolo 2 della legge 30 aprile 1962, n. 283 (Modifica degli articoli 242, 243, 247, 250 e 262 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265: Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande) e dell'articolo 25 del relativo regolamento di esecuzione, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 26 marzo 1980, n. 327.".

Articolo 11 (Modificazioni della legge regionale 5/2000)

1. La lettera j) del comma 3 dell'articolo 6 della l.r. 5/2000 è sostituita dalla seguente:

"j) i rimborsi relativi alle prestazioni in forma indiretta da erogare con i limiti e nei termini previsti dalla normativa statale in materia.".

2. Al comma 2 dell'articolo 30 della l.r. 5/2000 le parole "i cui ambiti territoriali sono stabiliti dal piano socio-sanitario regionale" sono soppresse.

3. Il comma 7 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è sostituito dal seguente:

"7. Le disposizioni in materia di utilizzo della certificazione di piena conoscenza della lingua francese di cui all'articolo 7 della legge regionale 3 novembre 1998, n. 52 (Disciplina dello svolgimento della quarta prova scritta di francese agli esami di Stato in Valle d'Aosta), recate dall'articolo 8 della medesima l.r. 52/1998 e dall'articolo 2 della legge regionale 8 settembre 1999, n. 25 (Disposizioni attuative dell'articolo 8, comma 3, della legge regionale 3 novembre 1998, n. 52), sono estese, con le modalità di cui ai commi 8 e 9, alle procedure di accesso all'impiego del personale del Servizio sanitario nazionale presso l'azienda USL.".

4. Il comma 8 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è sostituito dal seguente:

"8. Il possesso della certificazione di cui all'articolo 7 della l.r. 52/1998 esonera permanentemente dalla prova di accertamento della conoscenza della lingua francese prescritta per l'assunzione nelle qualifiche del personale del Servizio sanitario nazionale per l'accesso alle quali è richiesto un diploma di istruzione secondaria di secondo grado o un titolo di studio inferiore.".

5. Il comma 9 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è sostituito dal seguente:

"9. Il possesso della certificazione di cui all'articolo 7 della l.r. 52/1998, se accompagnato dal compimento di uno dei percorsi formativi di cui al comma 10, esonera permanentemente dalla prova di accertamento della conoscenza della lingua francese prescritta per l'assunzione nelle qualifiche del personale del Servizio sanitario nazionale per l'accesso alle quali è richiesto un diploma di laurea o un diploma universitario.".

6. Il comma 10 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è sostituito dal seguente:

"10. I percorsi formativi possono consistere in corsi di formazione in lingua francese appositamente organizzati dall'azienda USL, secondo modalità definite con deliberazione della Giunta regionale e comunque in armonia con le disposizioni di cui all'articolo 5 della l.r. 25/1999, ovvero in percorsi interni alla formazione universitaria riconosciuti a coloro che sono in possesso di uno dei seguenti titoli:

a) laurea o diploma universitario conseguiti in corsi universitari convenzionati con l'Amministrazione regionale o in corsi dell'Università della Valle d'Aosta-Université de la Vallée d'Aoste per i quali sia stata individuata, ai sensi dell'articolo 4, comma 2, della l.r. 25/1999, la sussistenza di rilevanti percorsi di studio in lingua francese;

b) laurea o diploma universitario conseguiti in università o istituti universitari francofoni;

c) laurea o diploma universitario conseguiti al termine di percorsi formativi che abbiano previsto periodi riconosciuti di studio in università o istituti universitari francofoni;

d) titolo di specializzazione post-laurea conseguito presso università o istituti universitari francofoni;

e) laurea in scienze della formazione primaria conseguita nei corsi svolti per la Valle d'Aosta;

f) diploma rilasciato dalla scuola di specializzazione per la formazione degli insegnanti della scuola secondaria conseguito nei corsi svolti per la Valle d'Aosta;

g) laurea o diploma universitario riconosciuti contemporaneamente in Italia e in Francia a seguito di accordi bilaterali;

h) laurea in lingue valida per l'accesso all'insegnamento della lingua francese nelle scuole secondarie.".

7. Il comma 11 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è sostituito dal seguente:

"11. Ai soli fini dell'accesso alle qualifiche amministrative, per le quali è richiesto un diploma di laurea o un diploma universitario, sono esonerati dalla prova di accertamento di conoscenza della lingua francese coloro che risultino in possesso della certificazione attestante il compimento del percorso formativo previsto dall'articolo 5 o dall'articolo 6 della l.r. 25/1999.".

8. Dopo il comma 11 dell'articolo 42 della l.r. 5/2000 è aggiunto il seguente:

"11bis. Il possesso dei titoli di conoscenza linguistica di cui ai commi 8, 9 e 11 è utile ai fini della corresponsione, al personale assunto in servizio, dell'indennità di bilinguismo prevista dalla legge regionale 9 novembre 1988, n. 58 (Norme per l'attribuzione dell'indennità di bilinguismo al personale della Regione).".

9. Dopo il comma 11bis dell'articolo 42 della l.r. 5/2000, inserito dal comma 8, è aggiunto il seguente:

"11ter. Limitatamente al personale sanitario e tecnico sanitario, nell'ambito delle procedure di selezione per titoli finalizzate all'assunzione di personale a tempo determinato ed al conferimento di incarichi di supplenza provvisori connessi ad esigenze straordinarie o a progetti a termine, gli aspiranti sprovvisti del prescritto requisito di conoscenza della lingua francese sono inclusi in apposite graduatorie aggiuntive da utilizzare, esclusivamente per assunzioni a tempo determinato, in caso di esaurimento delle corrispondenti graduatorie ordinarie dei candidati in possesso di tutti i requisiti richiesti.".

10. Dopo il comma 11ter dell'articolo 42 della l.r. 5/2000, inserito dal comma 9, è aggiunto il seguente:

"11quater. Al personale assunto a tempo determinato per effetto delle disposizioni di cui al comma 11ter non può essere corrisposta l'indennità di bilinguismo fintanto che non abbia sostenuto, con esito positivo, la prova di accertamento della conoscenza della lingua francese.".

11. Dopo il comma 11quater dell'articolo 42 della l.r. 5/2000, inserito dal comma 10, è aggiunto il seguente:

"11quinquies. Il conferimento degli incarichi di direttore generale, di direttore sanitario o di direttore amministrativo dell'azienda USL è subordinato al preventivo accertamento della conoscenza della lingua francese, secondo modalità definite dalla Giunta regionale.".

CAPO IV DISPOSIZIONI FINALI

Articolo 12 (Interpretazione autentica dell'articolo 2 della legge regionale 7 dicembre 1979, n. 70)

1. L'articolo 2 della legge regionale 7 dicembre 1979, n. 70 (Provvidenze a favore dei nefropatici cronici in dialisi iterativa o sottoposti a trapianto renale) va interpretato nel senso che l'assegno mensile di assistenza integrativa regionale non può, comunque, avere decorrenza anteriore alla data di presentazione della relativa istanza da parte del paziente.

Articolo 13 (Abrogazione di norme)

1. Dalla data di approvazione della deliberazione della Giunta regionale di cui all'articolo 3, comma 4, sono abrogate le seguenti leggi regionali:

a) 15 dicembre 1982, n. 93;

b) 21 dicembre 1990, n. 80;

c) 26 maggio 1993, n. 46.

2. Dalla data di approvazione della deliberazione della Giunta regionale di cui all'articolo 3, comma 4, sono altresì abrogate le seguenti disposizioni:

a) gli articoli 35, 36 e 38 della legge regionale 15 dicembre 1994, n. 77;

b) comma 5 dell'articolo 16 della legge regionale 12 gennaio 1999, n. 1;

c) comma 1 dell'articolo 5 della legge regionale 27 gennaio 1999, n. 4;

d) l'articolo 38 della legge regionale 3 gennaio 2000, n. 1.

3. Le disposizioni di cui all'articolo 30, commi 1, 3, 6 e 7 della l.r. 13/1997, la cui efficacia è stata prorogata dall'articolo 48, comma 1 della l.r. 5/2000, come modificato dall'articolo 13 della l.r. 1/2001, sono ulteriormente prorogate fino alla data di approvazione della deliberazione della Giunta regionale di cui all'articolo 3, comma 4.

4. Gli articoli 3, 5 e 30, comma 2, della l.r. 13/1997, la cui applicazione è stata prorogata dall'articolo 48, comma 1, della l.r. 5/2000, come modificato dall'articolo 13 della l.r. 1/2001, cessano di avere efficacia dalla data di entrata in vigore della presente legge.

5. Le disposizioni di cui all'articolo 4 della l.r. 13/1997, la cui applicazione è stata prorogata dall'articolo 48, comma 1, della l.r. 5/2000, come modificato dall'articolo 13 della l.r. 1/2001, sono ulteriormente prorogate fino alla data di approvazione delle deliberazioni della Giunta regionale di cui all'articolo 11 della l.r. 54/1998.

6. Al comma 3 dell'articolo 7 della legge regionale 27 maggio 1994, n. 19 (Norme in materia di assistenza economica), le parole "integrata da due sanitari di livello apicale di cui uno specialista nella patologia interessata," sono soppresse.

Articolo 14 (Entrata in vigore)

1. La presente legge sarà pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2002, ad eccezione dell'articolo 7 e dei commi 2, 3 e 4 dell'articolo 10, che entreranno in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione.

Allegato

(Omissis)

PrésidentJe vous rappelle que la Vème Commission nous a livré un nouveau texte de ce projet de loi avec un certain nombre d’amendements, que la IIème et la Vème Commission ont exprimé à la majorité un avis favorable sur ce nouveau texte en introduisant cependant d’ultérieurs amendements. Le Conseil permanent des Collectivités locales a exprimé son avis favorable.

La parole au rapporteur, le Conseiller Cuc.

Cuc (UV)Nel leggere il Piano socio-sanitario regionale 2002/2004 per la Valle d'Aosta si intuiscono da subito alcune novità rispetto ai piani precedenti:

- siamo di fronte ad un piano di ampio respiro che per i temi posti e gli obiettivi enunciati può avere una prospettiva di vita ben più lunga del triennio di validità previsto dalla legge;

- siamo di fronte ad un piano che, essendo il primo dopo la legge regionale n. 5/2000, governa e non gestisce più la sanità valdostana applicando coerentemente la separazione dei ruoli sancita tra Regione e azienda USL;

- siamo di fronte ad un piano "autoctono" prodotto per la prima volta interamente con professionalità interne all'Amministrazione regionale, segno di una crescita culturale e professionale che ha dato un buon risultato di impianto e di contenuti;

- siamo infine di fronte ad un piano operante in una sanità in evoluzione, una sanità dal governo difficile in tutte le regioni, caratterizzata ovunque da una forte crescita dei costi e da scelte politiche a livello nazionale non ancora dichiarate, anche se in parte già intuibili.

Nel partecipare ai lavori delle commissioni e nell'ascoltare i numerosi temi trattati abbiamo maturato la consapevolezza che questo piano, per la complessità e la dinamica degli sviluppi normativi e di indirizzo in corso, non sia stato di facile ideazione. Si pensi solo alla realizzazione di questo documento politico come ad un difficile lavoro di mediazione tecnica fra indirizzi nazionali di sanità e di assistenza sociale ancora incerti da un lato e la volontà politica di dare risposta alle forti aspettative di risanamento e di risposta a bisogni sanitari e sociali a livello locale dall'altro.

Per questa ragione traspare dalla filosofia politica di questo piano un modello globalmente coerente e funzionale di risposta all'analisi dei bisogni di salute e di assistenza sociale che la popolazione valdostana ha portato all'attenzione dei servizi, degli operatori e delle varie organizzazioni in questi ultimi anni, un modello innovativo e per certi aspetti anticipatore di scelte che le altre regioni si stanno apprestando a compiere, un giudizio complessivamente positivo condiviso dalle parti sociali interpellate. Le risposte che il piano propone sono state individuate partendo proprio dall’analisi dei bisogni e non assecondando o perpetuando gli attuali schemi organizzativi e funzionali.

Vi sono degli elementi di innovazione forti e quasi "provocatori" sia dal lato dei bisogni, ad esempio la possibilità di ricorrere alle medicine non convenzionali, sia dal lato dell'organizzazione del piano dell'offerta con la previsione di inserimenti del privato nel mercato della sanità e dell'assistenza sociale.

Sicuramente il piano affronta argomenti critici e centrali per il dibattito politico, quali la responsabilizzazione di tutti alla spesa, la scelta di separazione tra il momento dell'individuazione delle linee di politica sanitaria (linee strategiche) e la loro attuazione in fase di bilancio a fronte di risorse che sappiamo non essere infinite, ma ritornerò più avanti su questi punti.

Quello che ci sembra importante sottolineare è che la difficile sfida messa in campo da questo documento consiste nel portare un miglioramento nella sanità e nelle politiche sociali valdostane che passa attraverso delle sfide anche culturali, delle scelte difficili, dei momenti di crescita politica, di confronto costruttivo, attraverso dei meccanismi di corresponsabilità articolati e complessi.

L'azienda USL è chiamata a rispondere sul fronte del controllo del budget legato agli obiettivi pattuiti con la Regione, gli operatori del settore (medici e non) sono chiamati a rispondere sulla spesa indotta dall'utilizzo fatto dei servizi presenti a livello regionale, gli enti locali sono chiamati a prendere atto che ormai, anche per loro, la legge n. 328/2000 con il Fondo nazionale per le politiche sociali porterà nelle politiche sociali i medesimi meccanismi di finanziamento, di razionalizzazione e di responsabilizzazione già presenti sul versante sanitario.

Anche il cittadino, riferimento principale dell'azione di governo, viene avvertito con grande onestà che non sarà più possibile garantire tutto a tutti altrimenti si finirà con l'abbassare i livelli di assistenza e togliere denaro utile a bisogni primari e che perciò sarà necessario scegliere.

Il piano indica dei momenti e degli strumenti per la concertazione i quali, oltre al "Patto per lo sviluppo della Valle d'Aosta", sono quelli previsti da un'apposita Conferenza sociosanitaria regionale, forse di non semplice organizzazione e gestione, ma importante per il suo ruolo di "camera di compensazione" di tutte le istanze ed indispensabile come strumento per la programmazione.

La Giunta e il Consiglio, attraverso la separazione delle scelte politiche dalla fase di approvazione dei finanziamenti necessari, sono chiamati entrambi in causa, ciascuno per le proprie competenze, ad indicare la programmazione coerente ai finanziamenti compatibili.

Se da un lato il piano garantisce le prestazioni per i livelli essenziali di assistenza a fronte di una spesa nota, quella annuale pari alla voce di bilancio più il "disavanzo" che in realtà è una sottostima, per il resto occorre concertare le scelte sulle risorse disponibili e sulla responsabilizzazione di tutti alla loro fattibilità.

Il passaggio dell'approvazione del piano da parte del Consiglio non si limita ad una votazione politica, ma coinvolge tutti in scelte di programmazione e di destinazione delle risorse disponibili che vengono operate a beneficio e salvaguardia della salute dei Valdostani, scelte di destinazione delle risorse che se incanalate su un versante, di fatto vengono tolte ad un altro. Tali scelte implicano delle responsabilità di cui tutti dobbiamo essere coscienti.

Il piano ha individuato il nodo della spesa ed ha anche individuato dei percorsi assistenziali adatti a contenerla o a ridurla settorialmente. Si pensi ad esempio alle molte forme di assistenza residenziale alternativa al ricovero che, depurando la struttura di Viale Ginevra da una serie di prestazioni improprie (oggi erogate) abbasserà il costo per ogni utente dimesso e porterà ad una maggiore efficacia clinica e assistenziale.

L'offerta include un ampio ventaglio di servizi sociosanitari integrati, anche per consentire all'Ospedale di migliorare la sua efficacia clinica e la sua efficienza gestionale. Tanti sono infatti i servizi che potrebbero essere gestiti da altre strutture territoriali ovviando così ad un uso non sempre corretto da parte dei cittadini abituati a pensare all'Ospedale come l'unico riferimento sanitario esistente.

Sotto il profilo tecnico gli spunti interessanti per incidere sugli attuali costi attraverso l'alternativa al ricovero per acuti sono:

- la riconversione del Beauregard a struttura di riabilitazione e lungodegenza;

- la realizzazione di RSA che, oltre a togliere dalle attuali microcomunità l'utenza impropria composta da malati di Alzheimer, demenze e, in un nucleo dedicato presso la struttura di Verrès, i malati psichiatrici, offriranno una nuova tipologia di servizi residenziali a lungo termine per specifiche tipologie di utenti;

- le attuali microcomunità che, senza l'attuale convivenza di anziani con persone con altre tipologie e problemi non solamente dovuti all'età, miglioreranno l'assistenza rendendola più pertinente ai bisogni dell'anziano;

- il centro residenziale di cure palliative per chi, malato di tumore e in fase terminale, può vivere la sua condizione clinica e umana in un ambiente protetto e specifico, umanamente più adatto alla persona ammalata e alla sua famiglia;

- il "Country Hospital" (Ospedale di comunità) che, già sperimentato in alcune realtà, sembra presentare dei vantaggi notevoli attraverso il coinvolgimento dei medici di medicina generale (maggiormente responsabilizzati nel ruolo) e un'assistenza di qualità che migliora le prestazioni evitando l'ospedalizzazione. Tutte soluzioni complementari e alternative all'Ospedale con importante contenimento dei costi: se il ricovero in Ospedale costa 800 mila lire al giorno (cifra minima) in alcune di queste strutture (RSA ad esempio) non supera le 250 mila.

L'integrazione è sempre presente così come la volontà di dare all'assistenza territoriale un maggiore impulso poiché la maggior parte delle patologie o dei bisogni non richiede, fortunatamente, l'ospedalizzazione ed è doveroso quindi che si faccia ricorso a strutture che, rispettando l'efficacia, clinica o sociale, assolvano anche ad un obbligo di efficienza gestionale.

Parlando di appropriatezza e di razionalizzazione, il piano indica una strada importante anche se ancora difficile da comprendere per i non addetti ai lavori, ma è una strada che, se ben percorsa, porterà la sanità valdostana ad avere prestazioni di qualità superiore, eliminando da un lato disagi per il cittadino accolto in strutture non pertinenti al suo bisogno e dall'altro costi elevati per erogare servizi con strutture preposte a fornire altri tipi di risposta.

La Valle d’Aosta ha sempre speso più delle altre regioni per assistere e curare la sua popolazione offrendo servizi, come quelli per gli anziani ad esempio, che sono stati presi a modello dal Ministero della sanità per altre realtà e che si sono qualificati per la capillare diffusione sull'intero territorio e per l'attenzione alla personalizzazione delle prestazioni erogate.

Tutto questo, unito ai molti sportelli consultoriali sul territorio, ai centri di supporto traumatologico di alcuni principali comprensori sciistici, ha avuto e continua ad avere un costo, come è giusto che sia, poiché costituisce un patrimonio di servizi irrinunciabile ed un investimento sulla salute della nostra popolazione. Si tratta ora di scegliere le strade giuste per mantenerlo e migliorarlo.

Il piano è quindi attento al contenimento delle spese e, attraverso soluzioni innovative quali quella delle "Aree di confine", punta a mantenere vivo l'interesse dei medici verso l'Ospedale regionale a cui forniscono le loro prestazioni. Ideando un modello che crea interessanti sinergie sia sotto il profilo assistenziale sia sotto quello dei costi per la mobilità passiva, il piano prevede la possibilità di un accordo con il Piemonte, in particolare con la confinante area del Canavese.

Infatti i residenti delle due aree geografiche, indipendentemente dai confini amministrativi, ma essenzialmente in base ai propri bisogni di cure, potranno indifferentemente utilizzare strutture e professionalità presenti nelle reti dei due servizi sanitari regionali. Il vantaggio, oltre a quello dei costi, è anche quello di una migliore qualità assistenziale e di un aumento dell'offerta reale.

Questo piano non ha certamente la pretesa di arrogarsi l'esaustività di tutte le necessità e di tutte le esigenze. Con umiltà politica ha previsto che la lettura dei bisogni venga periodicamente aggiornata e rivista alla luce delle risorse disponibili e delle linee di indirizzo programmatico statale che, nonostante la nostra autonomia, siamo costretti a seguire ed accogliere, a volte anche subendone i contraccolpi economici.

Come tutti i documenti programmatici a lunga scadenza, complessi ed articolati, ha punti su cui alcuni avrebbero voluto più schematicità o calendarizzazione. La sanità e le politiche sociali coinvolgono nella gestione dei servizi molti enti e soggetti diversi, istituzionali e non, pubblici e, da domani, anche privati; trattasi dunque di pianificazione complessa e per tale ragione si è voluto dare l'ultima parola all'organo decisionale per eccellenza: il Consiglio regionale.

In concreto e mediando le posizioni emerse nelle fasi conclusive dei lavori della V Commissione portiamo a conoscenza del Consiglio la volontà espressa dalla Giunta di contribuire, in sede di approvazione del bilancio, all'indicazione delle priorità e degli obiettivi che si intende raggiungere a fronte delle risorse destinate. Questa disponibilità permetterà, in fase di discussione nelle commissioni nei lavori propedeutici all'approvazione del bilancio, di partecipare alle principali scelte di programmazione sociosanitaria regionale. Questo a conferma del fatto che il piano, per la puntualità e la sistematicità con cui ha esposto obiettivi ed azioni, non ha l'intenzione di esimersi da una verifica di attuazione una volta concordate le scelte e assegnate le risorse.

Le idee, quando sono pertinenti, quando rivestono carattere di innovazione, quando vengono prodotte da delle convinzioni, ma soprattutto quando ci sono, penso che non vadano mai respinte sulla base di un principio, ma vadano discusse con grande serenità, con impegno e responsabilità concrete perché è in gioco un valore importante qual è la salute della popolazione valdostana.

Vorrei concludere con una nota personale. Posso immaginare che il dibattito che seguirà su questo Piano sociosanitario ci permetterà di approfondire vari punti ed argomenti; il rischio può essere di incentrare troppo questo dibattito su temi a prevalente connotazione partitica.

Da domani, nel leggere o nell'ascoltare quanto di questo piano sarà passato nella percezione dei non addetti ai lavori, vorrei accorgermi di essere riuscito a trasmettere e a valorizzare gli importanti contenuti di questo documento. Sarebbe un segnale positivo, per tutti, di superamento delle demagogie e di impegno ad un lavoro comune, concreto e propositivo. Ringrazio anche il Consigliere Ottoz che ha partecipato con me alla stesura di questo documento.

Annuncio che presentiamo un emendamento all’articolo 9. Trattasi della modificazione della legge regionale n. 59/1994. Questo per recepire anche un'osservazione segnalata dall’Ordine dei farmacisti laddove si autorizza l’azienda USL ad adottare i provvedimenti per affidare la gestione della farmacia acquistata dall’Ordine Mauriziano di Torino: per maggiore chiarezza vengono aggiunte le parole "nel rispetto della normativa vigente".

Tutto questo per precisare in modo inequivocabile che, non essendo l’USL titolare della farmacia, la stessa potrà essere gestita da privati o società di privati o comuni. Questi ultimi a loro volta potranno gestirla in economia oppure per mezzo di azienda speciale. Altra possibilità: una gestione in consorzio fra i comuni o società costituite fra comuni e farmacie già dipendenti della farmacia stessa.

Si dà atto che, dalle ore 19,00, presiede il Vicepresidente Viérin Marco.

PresidenteÈ aperta la discussione generale.

La parola al Consigliere Ottoz.

Ottoz (UV)Vorrei aggiungere qualche elemento più personale alla relazione che abbiamo predisposto assieme al collega Cuc.

La nostra Regione è la prima a predisporre un piano che integri in un insieme coerente l’aspetto sanitario a quello socio-assistenziale in applicazione al piano nazionale, a quel piano che rappresenta un po' il momento conclusivo, una specie di consacrazione della cosiddetta "riforma Bindi".

Da qualche parte si è obiettato, lo hanno fatto ad esempio le rappresentanze sindacali in commissione durante le audizioni, che le altre regioni non avrebbero proceduto a licenziare loro piani "in primis" perché in realtà il precedente Governo non era riuscito ad approvare il piano a fine legislatura, inoltre poiché le linee guida del programma del Polo delle Libertà, che ha sostituito il Centro Sinistra al governo del Paese, esprimono una precisa volontà di modificare radicalmente la filosofia del Centro Sinistra riguardo a tutto il Welfare e alla sanità in particolare.

Lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, alle sue periodiche considerazioni sulla necessità del contenimento della spesa pensionistica ha aggiunto nei giorni scorsi per la prima volta precise considerazioni sulla spesa sanitaria. Viviamo insomma un momento di delicata confusione, opportunamente quindi questo piano, anche se da un lato applica una riforma che qualcuno giudica già superata non dal punto di vista dei concetti, ma perché sarà modificata dal punto di vista politico, l’applica volando molto alto con grande qualità e fornendo un'ampia e completa panoramica di tutti i bisogni della cittadinanza che discende da un'analisi puntuale fatta sul territorio all’interno delle strutture, in tutta la struttura sanitaria, una panoramica dei bisogni della cittadinanza valdostana e fotografando tutto lo stato dell’arte delle strutture esistenti, le direzioni nelle quali sarebbe opportuno che queste evolvessero e gli strumenti grazie ai quali potranno essere perseguiti e raggiunti gli obiettivi conseguenti alle scelte politiche che verranno fatte in corso d’opera.

È quindi un piano di grande qualità, steso con grande professionalità e nato da un'approfondita analisi e lettura dei bisogni di salute dei cittadini valdostani. Vola talmente alto, oserei dire, che salvo per alcuni limitati aspetti, malgrado si proponga esplicitamente una visibilità non più che triennale, conserverà, salvo correzioni di rotta, una notevole validità per almeno 5-6 anni.

Esso integra in modo coerente l’aspetto sanitario a quello socio-assistenziale, un settore quest’ultimo nel quale la nostra Regione per unanime consenso è alla avanguardia assoluta sul piano nazionale.

Avendo irreversibile la grande scelta di portare la sanità sul territorio il potenziamento dei distretti è infatti l’altra faccia della deospedalizzazione. È flessibile poiché dice con chiarezza che cosa e perché, suggerisce il come e il dove, ma non dettaglia il se, il quando e il quanto. Se in alcuni settori esistono in ogni caso ridotti margini di manovra per ovvi motivi pratici, nelle parti più innovative esso lascia spazio alla definizione delle priorità, definizione che è demandata al Consiglio in sede di bilancio, come diceva il collega Cuc, sede in cui sono definite o meglio dovrei dire approvate le scelte programmatiche annuali.

Sembra aprire con più decisione al privato, evidenzia un forte impegno sulla medicina preventiva correttamente identificata come uno strumento essenziale per il contenimento della spesa sanitaria attraverso la riduzione del rischio di contrarre patologie. È molto apprezzabile in questo senso l’inserimento "à part entière" nella medicina preventiva della medicina sportiva, specie per quanto concerne gli impegni nei confronti dei giovani, dei minori e anche degli ultrasessantacinquenni e dei disabili.

Contiene un importante capitolo sulla tutela dei rischi infortunistici e sanitari negli ambienti di vita e negli ambienti di lavoro. Propone una sinergia con l’Ospedale di Ivrea perché assieme a quello di Aosta entrambi possano operare su un bacino di utenza di oltre 300.000 persone considerato la soglia minima per offrire un miglior servizio ai pazienti e realizzare contemporaneamente importanti economie di scala.

Il problema della spesa non va mai dimenticato. Si potranno inoltre, come rilevato dall’Assessore in commissione, evitare alcuni doppioni di primariato. Esprime un forte impegno sul piano della revisione complessiva della legislazione in materia di assistenza economica con l'istituzione dell’indicatore regionale della situazione economica. Vediamone in maggior dettaglio alcuni aspetti.

La scelta del territorio. Le condizioni patologiche e gravi e le fasi acute sono e devono essere l’eccezione e non la regola ovviamente; per questo una sanità meno ospedalocentrica richiede da un lato un ospedale più specializzato e più attrezzato, tecnologicamente avanzato, che disponga di professionalità di primo ordine e dall’altro richiede la disponibilità di strutture piccole, agili, ben distribuite sul territorio che rispondano a tutti i bisogni non acuti dei cittadini e che possano quindi farsi carico dei pazienti per l’appunto in fase post acuta, quando sono dimessi dall’Ospedale, dei cosiddetti "lungodegenti" e degli affetti da malattie croniche.

Molti servizi vanno addirittura disseminati sul territorio: ecco allora i poliambulatori distrettuali, ecco l’hospice, le RSA, i piccoli country hospitals, le microcomunità tarate sul versante assistenziale, i micropoliambulatori - che possono nascere dal libero associazionismo dei medici che trova però limiti quantitativi, vuoi normativi, vuoi contrattuali che andrebbero rimossi -, l'ospedalizzazione domiciliare, la possibilità di ottenere alcuni servizi direttamente nelle farmacie fino all’assistenza domiciliare integrata, oggi già sperimentata nel Comune di Aosta.

Parafrasando una popolare trasmissione tivù servono sul territorio medici e non solo ricette. Si tratta di una sfida che deve passare attraverso un'informatizzazione diffusa, attraverso l’accettazione da parte dei medici dei nuovi strumenti di comunicazione e di un processo di formazione continua che rimetta in discussione conoscenze, abitudini e comportamenti molto, talora troppo radicati, non solo ricette, un progetto ambizioso che richiede al di là dei costi un salto culturale per tutti: pazienti e sanitari, che deve integrare in un'unica rete medici di base e pediatri che vorremmo ridiventassero tutti medici di famiglia e medici specialisti.

Non solo: infermieri, assistenti sanitari, operatori pediatrici, ostetriche, fisioterapisti della riabilitazione, forse non mediche queste, circa 310 persone in tutto sul territorio oggi insufficienti. Costruire e far funzionare questa rete è la vera sfida che ci pone questo piano.

Va considerata con attenzione in questo quadro una richiesta ribadita con forza in commissione sia dai rappresentanti degli enti locali, sia dai sindacati: che le microcomunità e le RSA siano due cose diverse e distinte. La posizione degli enti locali riguarda soprattutto evidentemente gli aspetti finanziari, più differenziate sono le motivazioni addotte dalle altri parti sociali.

Vanno in ogni caso valutati costi e benefici di una chiara separazione dei ruoli di queste strutture territoriali. Grande apprezzamento incontra l’ipotesi di trasformazione del Beauregard in una struttura per post acuti e lungodegenti che non si esclude di affidare ad una gestione privata. Vanno peraltro rassicurati coloro che temono che il conseguimento dell’obiettivo superi di molto l’arco di questo piano triennale dovendosi realizzare dopo la definitiva e solo dopo la definitiva sistemazione di viale Ginevra.

Le priorità. La flessibilità del piano, lo abbiamo visto, suggerisce il come e il dove, ma non dettaglia il se, il quando e il quanto. La politica, come l’economia, non può ragionare a risorse infinite e il costo totale di quanto ipotizzato, qualora tutto realizzato, contrasta qualunque approccio realistico; non si può avere tutto ancor meno nel triennio.

Le scelte di cosa realizzare anno per anno sono perciò demandate al Consiglio regionale al momento dell’approvazione del bilancio di previsione, la nostra finanziaria, votando la quale il Consiglio assume la responsabilità delle scelte. Le commissioni però non intervengono nella fase di predisposizione del documento di bilancio, una fase che è riservata all’Esecutivo ed ai tecnici.

Nonostante la massima disponibilità della Giunta e dell’Assessore alla sanità in particolare a discutere il bilancio in commissione capitolo per capitolo, il documento è presentato in commissione in fase molto avanzata, praticamente definitiva, quando l’incastro di ogni voce di spesa nell’insieme e ogni verifica di compatibilità finanziaria sono già stati oggetto di un processo tecnico talmente complesso da rendere problematico per i commissari, ammesso che ciò fosse possibile ed opportuno, proporre ed approvare emendamenti. Per incidere nelle scelte in un certo senso al momento dell’approvazione del piano è troppo presto e al momento dell’approvazione del bilancio è troppo tardi.

Il privato. È apprezzabile la previsione di una maggiore apertura e di un maggior riconoscimento del ruolo del privato nella nostra sanità. In particolare l’Assessore ha accettato, e lo ringraziamo, la proposta della II Commissione di integrare il capitolo "Aggiornamento dei bisogni" chiarendo meglio i criteri secondo cui decidere se realizzare determinati servizi all’interno del sistema pubblico o acquistarli all’esterno. Non esistono infatti solo efficienza ed efficacia; dobbiamo imparare soprattutto nella sanità a ragionare anche in termini di economicità e la distinzione non è sottile né capziosa.

Il controllo della spesa e il controllo di gestione sono infatti il tallone di Achille del sistema pubblico a causa della difficoltà di determinare preventivamente i costi con una sufficiente precisione. Esistono è pur vero i DRG, ossia i costi standard per le varie prestazioni nei confronti dei quali verificare se le spese sono in linea, ma sono forse opportune anche qui alcune considerazioni.

Se moltiplicando il DRG per il numero di prestazioni fornite il conto non quadra, sorge il problema di come sia stata spesa la differenza e di come incidere per ridurla. Nel predisporre un piano di fattibilità di un servizio da fornire nel settore pubblico le aree di incertezza del preventivo finanziario riguardano il costo della prestazione vera e propria, il numero delle prestazioni che andremo a fornire, la rigidità del sistema che andiamo ad implementare e la sua resistenza a successive configurazioni: la logistica, il personale, la formazione, ogni volta che nella dinamica vivace dell’aggiornamento dei bisogni l’esigenza si modifica e dobbiamo riconvertire il servizio, o una sua parte, in altro servizio di cui sia sorta la necessità.

Sono costi anche quelli di riconversione. Non sono poi escluse cattive sorprese al momento del consuntivo. Il privato, a parità di qualità del servizio fornito - sottolineo: a parità di qualità del servizio fornito - la cui vigilanza, il controllo di questa qualità spetta necessariamente alla parte pubblica, è caratterizzato invece da un costo chiaro e definito contrattualmente e preventivamente di ogni prestazione.

L’unica alea sta nel numero delle prestazioni che andremo a fornire, cioè nel fatto che i bisogni che si evidenziano siano quelli preventivati oppure no, alea peraltro presente anche nel caso di una produzione interna nel servizio pubblico.

Quando poi il costo richiesto dal privato per fornire il servizio in nome e per conto del servizio pubblico fosse inferiore al DRG si realizza addirittura un'economia sicura anche rispetto ai costi standard. Ciò non significa assolutamente che il privato sia meglio del pubblico o viceversa, significa semplicemente che, dovendo installare un nuovo servizio che non sia riservato per legge al pubblico, dovremo sempre chiederci prima, a parità di qualità del servizio per i nostri cittadini, considerando anche i nostri costi per controllare questa qualità, se spenderemmo di meno realizzandolo in casa o comperandolo fuori. È la certezza dei costi che potrebbe fare la differenza.

L’indicatore della situazione economica. Si tratta di un grande atto di coraggio della Giunta che condividiamo senza riserve. "? un meccanismo che andrebbe rivisto nel suo insieme?", lo dice il piano, e aggiungiamo: cancellando pregiudizi duri a morire che non mettono tutti i cittadini su un piano di parità oggi. Auspichiamo che l’indicatore regionale della situazione economica divenga il riferimento unico per tutte quelle fattispecie in cui al livello di reddito si lega un diritto all’assistenza economica o all'erogazione di un contributo e non sia limitato alla sanità o alla assistenza sociale. Esistono troppe situazioni oggi in cui i redditi pesano in modo diverso in funzione del lavoro o della professione o della categoria del cittadino.

Il secolo breve è finito da 12 anni, non esistono né santi né ladri per legge; esistono commercianti, agricoltori e professionisti onesti ed esistono lavoratori dipendenti che arrotondano evadendo anche loro le loro brave imposte. Si effettuino i controlli necessari, si colpiscano i disonesti, la fiducia del cittadino nelle istituzioni non può prescindere dalla fiducia delle istituzioni nel cittadino.

L’indicatore unico dovrebbe quindi diventare il riferimento oggettivo di ogni legge che eroghi assistenza, contributi o riconosca diritti in funzione del reddito. Gli obiettivi di ogni legge, l’analisi delle circostanze specifiche e la natura degli aiuti devono ovviamente modulare la soglia alla quale scatta l’aiuto, però 30 milioni di un agricoltore non possono essere uguali a 60 di un lavoratore dipendente, mi si passi una grossolana semplificazione sulle cifre: per ogni agricoltore onesto 30 milioni sono e rimangono la metà di 60 milioni.

Concedetemi alcune considerazioni finali. Sarà necessaria una grande attenzione al rispetto dei tempi per ridurre le ricoperture da duplicazione di servizi. I nuovi servizi, quando li spostiamo ad esempio sul territorio, creano di per sé ricoperture perché non si può interrompere un servizio prima di cominciare l’altro; è inevitabile perciò nel breve che salgano i costi e ciò è particolarmente vero per la deospedalizzazione.

La realizzazione delle strutture per post acuti dovrà essere accompagnata necessariamente dallo smantellamento dell’eccesso di ospedalizzazione dell’acuto, pena costi insostenibili; la transizione però andrà fatta in fretta per ridurre le diseconomie ed evitare cristallizzazioni e incrostazioni durevoli. Le successioni temporali sono perciò critiche.

Vanno intensificati gli sforzi per porre rimedio alla carenza di alcune figure professionali, penso agli infermieri, agli anestesisti, ai fisioterapisti. Considerare l’accertamento della conoscenza del francese uno sbarramento che di per sé provoca scarsità di risorse professionali è semplicemente una comoda scusa per chi vuole strumentalizzare il dibattito politico.

Per alcuni ruoli il problema è strutturale, riguarda solo l'insufficiente produzione di queste figure professionali in tutte le università italiane. Non diamo perciò alcuna colpa al francese se non riusciamo a reperire risorse che non esistono. Qualora, e solo qualora il loro turnover sia anomalo, interroghiamoci piuttosto sul perché se ne vanno coloro che già lavorano da noi; analizziamo in questo caso l’ambiente di lavoro, i riconoscimenti economici, i meccanismi degli incentivi. Se si tratta di risorse carenti su tutto il mercato, se dovremo entrare in concorrenza con altre realtà ospedaliere, sarà opportuno farlo con attenzione e con accortezza. La differenza di costo, potrebbe trattarsi ad esempio del vitto ed alloggio degli specializzandi, mi riferisco in particolare al problema dell’anestesia, potrebbe essere posta a carico dell’Assessorato, fuori dell’USL, per precise figure professionali, in modo che non pesi sul bilancio dell’USL stessa creando problemi di contrattazione. Servono scelte coraggiose in questo settore.

Le affermazioni di principio, specie sulla deospedalizzazione, sono assolutamente e totalmente condivisibili e condivise, ma richiedono un salto di cultura nei pazienti e nei medici di base. In caso contrario tutti continueranno ad andare al Pronto soccorso dell’Ospedale per qualunque piccolo problema ed i medici di base continueranno a far ricoverare i loro pazienti pur di scaricare qualche responsabilità oppure per azzerare i tempi di attesa per le liste.

Va svolta quindi un'approfondita azione di comunicazione. Non va sottovalutato il fatto che l’ospedale ipertecnologico, un ospedale tecnologicamente avanzato, diventerà sempre più un polo di attrazione ponendosi in antitesi con la volontà di deospedalizzare, la gente vuole andare dove pensa che le cure siano migliori. La tendenza inarrestabile alla moltiplicazione di esami strumentali prima di formulare qualunque diagnosi rafforza ulteriormente questo concetto.

Siamo al paradosso che quanto più sarà tecnologicamente avanzato l’Ospedale, tanto più esso attrarrà i pazienti e i loro medici e nella migliore delle ipotesi ciò renderà difficile lo spostamento della medicina sul territorio, nella peggiore delle ipotesi duplicherà i costi. D’altra parte sarebbe altrettanto paradossale mantenere un ospedale arretrato affinché la gente non ci voglia andare, non avrebbe senso.

Mi sia concessa una piccola considerazione personale. Si fa strada in tutto il mondo nell’ambiente medico che l’ecografo, in particolare l’ecografo portatile, sarà lo stetoscopio Sprag - sapete, non quello con il pezzo di legno, ma quello che ci si mette nelle orecchie - del medico di base del XXI secolo. Ogni medico avrà - si dice - il suo bravo ecografo portatile e se c’è bisogno di un'ecografia, te la fa.

Ciò cozza oggi contro il monopolio di ogni forma di diagnostica per immagini, riserva di caccia della Radiologia. Non esistono radiazioni nell'ecografia, non c’è problema di radiazioni ionizzanti o non ionizzanti o di qualunque genere, non c’è materiale radioattivo. Esiste però il monopolio e ciò provoca notevoli e maggiori costi da una parte e l’impossibilità di diagnosi tecnologicamente avanzate e poco costose sul territorio dall’altra. È una riflessione che lascio alla vostra attenzione.

A medio termine la soluzione di questo contrasto tra il progresso dell’Ospedale, che diventa sempre più polo di attrazione, e la necessità di spostare l’assistenza sul territorio potrebbe consistere in parte nella telemedicina, un tema che il piano non approfondisce perché è un discorso ancora prematuro, ma che non è più futuribile. Non mi riferisco ovviamente alle telecomunicazioni, ai computer, a quel discorso di rete informatica a cui accennavamo in precedenza che oggi è tecnologicamente scontato anche se richiede un salto culturale per i medici.

Penso piuttosto alla telediagnostica, alla telechirurgia mediante robot, alla teleterapia, al telecontrollo delle terapie; uno strumento intermedio di cui già disporremmo oggi, o meglio disponiamo già della necessaria tecnologia perché abbiamo sufficiente ampiezza di banda per farlo, potrebbe essere l’uso della teleconferenza che è uno strumento arcaico quasi in informatica. Vi lascio immaginare cosa potrebbe rappresentare per i malati delle microcomunità o delle RSA o dei poliambulatori sul territorio o dei country hospitals, eccetera, poter fare una sessione di cinque minuti con il loro medico di base sul posto in teleconferenza con il primario dell’Ospedale sentendosi all’Ospedale di viale Ginevra.

Questo rafforzerebbe il senso di un ospedale diffuso sul territorio, di tecnologia diffusa sul territorio e non di una roccaforte della tecnologia in viale Ginevra e limiterebbe quindi in parte la tendenza al ricovero ad Aosta. Da seguire con attenzione saranno anche nell’immediato futuro i sistemi esperti, basati sull'intelligenza artificiale, soprattutto per un primo filtro diagnostico di lettura degli esami strumentali.

Infine, sul piano del controllo contestuale della qualità delle prescrizioni, delle ricette e della spesa sanitaria, sarebbero opportuni controlli sulla congruità di tre elementi: la patologia diagnosticata in funzione dei farmaci prescritti, in funzione dell'interazione fra più farmaci se più di uno per il controllo di effetti collaterali incrociati.

Un conto è la verifica, peraltro oggi fatta però a mano e solo a campione, di un certo numero di ricette per verificare chi prescriva troppo frequentemente farmaci troppo costosi e perché lo faccia; più utile sarebbe un controllo automatico e informatizzato non solo sul prezzo, ma sulla qualità della terapia, sulla sua congruità con la patologia e fatto su tutto l’universo delle ricette prescritte dai nostri medici di base.

È vero, il grande progetto nazionale di un decennio fa circa della lettura automatica delle ricette è fallito e anche esso purtroppo insisteva solo sul versante dei costi. Oggi i tempi sarebbero più maturi. Si tratta di nuovi sistemi e il salto culturale che auspichiamo permetterà a questi sistemi di introdurre ulteriori elementi di risparmio senza alcuna degradazione del sistema del servizio sanitario ai pazienti. Vorrei concludere ribadendo la necessità di un efficace controllo della spesa, mi ripeto in questo caso, grazie ad un'attenta valutazione dei costi comparati tra il produrre all’interno e acquistare all’esterno presso strutture private.

Riservandoci un severo controllo della qualità del servizio le strutture private, che saranno sempre più presenti sul mercato a seguito del prossimo decollo dei fondi integrativi, potranno contribuire notevolmente ad evitare che la spesa rischi di mantenersi costantemente fuori controllo, in particolare i costi fissi.

A Napoli durante la guerra esisteva il caffè e il caffè-caffè. Il primo, il caffè, non era caffè, ma un succedaneo, figlio dell’economia bellica; per questo, per distinguerlo dall’intruglio di orzo, cicoria e chissà cos’altro, il caffè vero si chiamava caffè-caffè ed era molto più prezioso. Se siamo veramente convinti che certi servizi possano essere forniti con la stessa qualità e con costi inferiori per la comunità, qualora decidessimo di affidarli al settore privato, facciamo attenzione a scegliere il privato-privato.

PresidenteSe siamo tutti d’accordo, sospendiamo i lavori.

I lavori riprenderanno alle 21.

Si dà atto che la seduta è sospesa dalle ore 19,43 alle ore 21,26 e che alla ripresa dei lavori riassume la presidenza il Presidente Louvin.

Président La parole au Conseiller Beneforti.

Beneforti (PVA-cU)C’è da stare attenti a parlare dopo gli interventi di Ottoz e del relatore, che hanno raggiunto un alto livello; io sono più "terra terra", sono proprio alla valdostana?

(ilarità dell’assemblea)

? sono fra quelli che frequentano la Piastra dell’Ospedale, sono uno che ascolta. E bisognerebbe che qualcuno vi facesse riferimento, bisognerebbe che ci andasse, che qualche mattina si mettesse seduto là ad ascoltare, così come in altri ambulatori, a quello di analisi, di qua, di là, e ascoltasse? Perché poi, quando vengono qui a fare il discorso della spesa, del costo, dei prezzi, mi sembra di sentire il ministro, che stasera ha detto: "Caro Vicquéry, i ticket li devi mettere tu"?

Devo dire, scherzi a parte, che il piano è ben scritto, è corretto; è un piano in cui non manca nulla, si parla di tutto. Tutto è elencato. Chi lo legge attentamente si fa certamente una cultura, se non ce l’ha. Il piano triennale contiene le cose da fare, ma non dice né quando né come verranno realizzate: per tutto c’è tempo, non ci sono scadenze! Anche i principi ispiratori del Piano sociosanitario 2002-2004 sono condivisibili, tutto sta a metterli in pratica e a renderli credibili, onde evitare che, come si suol dire, il tutto rimanga un "libro di sogni", come è successo anche nel passato.

Questo non lo diciamo solo noi dell’opposizione, lo hanno affermato anche le organizzazioni sindacali mediche e non mediche, che hanno partecipato alle audizioni avvenute in V Commissione consiliare. Di questo piano è stato detto che è positivo sul piano dell'impostazione e del bisogno; che riprende il precedente piano e rilancia la territorialità della sanità. E ancora, che occorre non ripetere gli errori del passato e colmare i ritardi; occorre formare gli operatori sul territorio; occorre rilanciare il ruolo del medico di base; occorre potenziare sul piano tecnologico l’Ospedale e il territorio.

Queste sono state le affermazioni che hanno fatto le organizzazioni sindacali, mediche e non mediche, che ho ascoltato in V Commissione e che ho sentito fare anche fuori del Palazzo regionale. Devo dire che concordiamo con queste osservazioni. Del resto sono le osservazioni che abbiamo sempre fatto, che - come qualcuno dice - sono il nostro "cavallo di battaglia". Ma queste osservazioni, anche le migliori, non possono rimanere sempre un punto di contatto con il piano precedente o con quelli che seguiranno.

Se certi aspetti indicati restano solo un punto di contatto, ci troveremo sempre nelle attuali condizioni: l’Ospedale sarà sempre congestionato e rimarrà il solo punto di riferimento di cura e riabilitazione; i servizi territoriali non saranno mai valorizzati e potenziati, l’integrazione sociosanitaria resterà solo un atto di buona volontà. Per non aver fatto niente - o poco - nel passato, oggi ci ritroviamo ad affrontare aspetti vecchi e innovativi, per cui il compito non è dei più facili.

Dobbiamo riconoscerlo, la sanità fino ad oggi è stata gestita alla giornata, senza mettere in atto linee e programmi prestabiliti, quei programmi che voi, come maggioranza, vi eravate dati. Il Piano sociosanitario 1997-1999 è rimasto praticamente sulla carta.

Mi si dica cosa è stato realizzato di quel piano, poi prorogato, nonostante poi che nella politica sanitaria, in questo periodo, uno dei due punti di un certo rilievo a cui fare riferimento era proprio il Piano sociosanitario, al quale oggi dite di voler dare continuità. Era la legge regionale n. 25/2000, approvata dal Consiglio regionale, a seguito della "riforma Bindi". Non voglio polemizzare, ma ho l’impressione che nella sanità valdostana esistano un uso, una consuetudine, che devono essere modificati. Non si possono approvare leggi e documenti che poi restano sulla carta!

Infatti, approvata la legge di riforma, non solo non si è dato applicazione al Piano sociosanitario, ma neppure a quella legge!

La gestione ha seguito il solito "tran tran", basta leggere le delibere che settimanalmente vengono approvate dall’USL, nonché le mozioni, interpellanze e interrogazioni presentate dall’opposizione, per rendersene conto. Il "tran tran" da noi denunciato non è indolore, perché oltre a non dare un servizio adeguato alle esigenze degli utenti, ha un costo enorme; anche il 2000 si è chiuso con un ulteriore disavanzo di 24 miliardi (ci avete già mandato la proposta di legge con cui bisogna rimediare e impegnare quei 24 miliardi!)

Non sto qui a ripetere ciò che ho già esposto in occasione dell'illustrazione della mozione con la quale il nostro Gruppo chiedeva l’istituzione di una commissione di indagine sulla politica sanitaria in Valle d’Aosta prima di approvare l’attuale Piano sanitario. Abbiamo chiesto una commissione di indagine per verificare lo status della sanità in Valle d’Aosta, prima di arrivare all'elaborazione del Piano sociosanitario, vista la situazione che stavamo attraversando.

Ma voglio richiamare la vostra attenzione su una necessità che ritengo opportuna, anche se non determinante, dato che i problemi bisogna conoscerli per poterli gestire.

Senza voler aprire una polemica, credo che una rotazione alla testa della politica sanitaria in Valle d’Aosta si renderebbe necessaria. Siccome le idee camminano con le gambe degli uomini, e sono gli uomini che creano gli usi e le consuetudini, un cambiamento porterebbe certamente ad un rinnovamento della gestione sanitaria. In certi settori non può né deve rimanere a vita qualcuno.

Cari colleghi, visti gli obiettivi vecchi e nuovi che secondo la Giunta e l’Assessore il Piano sociosanitario contiene, ciò che ci ha meravigliato è il mancato apporto dei comuni all’elaborazione ed approvazione del piano. Non so se ci sono stati degli incontri riservati fra le parti, ma la lettera del Consiglio permanente degli enti locali ci ha lasciato perplessi.

La lettera datata 4 luglio u.s. esprime parere favorevole al Piano sociosanitario 2002-2004 senza alcun confronto o audizione in sede di commissione consiliare permanente.

Com’è possibile che i comuni, nonostante le lamentele dei loro concittadini per l’inefficienza che sussiste anche sul territorio nei servizi sanitari e sociosanitari, nonostante il ruolo che assegna loro la riforma sanitaria e la legge regionale, non abbiano sentito il dovere di confrontarsi neppure a livello di commissione consiliare? Questo è grave!

Nel momento in cui si tratta di dare una risposta ai problemi del territorio, di valorizzare e potenziare i servizi sanitari e sociosanitari sul territorio, di realizzare l’integrazione sociosanitaria e realizzare le RSA, di conoscere il parere degli enti locali sulla gestione dell’USL, visto il ruolo assegnato ai distretti e che è previsto anche dal piano, viene a mancare - almeno a noi dell'opposizione - proprio l’apporto di coloro che devono operare per garantire sul territorio i servizi necessari per una migliore qualità della salute dei loro concittadini.

Noi, che gradiamo ascoltare ed essere ascoltati, non possiamo lasciar passare sotto silenzio questo fatto, anche perché oltre ad essere interessati al problema, riceviamo dal territorio tante lamentele da parte degli assistiti e degli ammalati ma, guarda caso, anche dagli amministratori che ci chiedono come mai nei Poliambulatori di Morgex, di Donnas, di Châtillon, mancano i primari, mancano coloro che possono fare visite specialistiche, manca il personale. Molte volte i cittadini vi si recano a vuoto ed il primo che trovano dice loro di ritornare.

Di fronte a questa situazione gli enti locali non sentono il bisogno di venire ad incontrarsi e discutere di organizzazione, anche solo per dimostrare che intendono svolgere il ruolo che la legge assegna loro.

È vero che la grandissima maggioranza degli amministratori comunali si riconduce alle forze politiche della maggioranza che governa la Regione, e che pertanto ciò che viene fatto al centro va sempre bene (o comunque non vorrei pensare che debba andare sempre bene).

Il delegare gli altri a fare non porta alla piena applicazione del piano, tanto meno ne realizza, come è accaduto fino ad oggi, gli obiettivi che lo stesso contiene a favore del territorio, fra questi l’attivazione dei servizi alternativi all'ospedalizzazione, cioè i distretti di base, le RSA, le case famiglia.

Credo che queste iniziative mirate sul territorio debbano essere concordate, che su queste ci debba essere un confronto con le amministrazioni locali. Inoltre non possono restare indifferenti di fronte al disavanzo nella sanità di decine di miliardi, che aumentano continuamente.

Devono capire che bisogna affrontare il problema finanziario, attuando anche quel processo di territorializzazione dei servizi sanitari per i cittadini che oggi sono concentrati nell’Ospedale regionale, rendendo operanti ed efficienti i distretti esistenti. Occorre potenziare le strutture pubbliche tramite il coinvolgimento in una politica di concertazione di tutti i soggetti interessati, che operano sul territorio e nei presidi ospedalieri. Questa è la strada che bisogna seguire!

Ma, cari colleghi, i problemi non basta indicarli, occorre dire anche quali sono le priorità, le linee che si intendono seguire, le risorse umane ed economiche che si intendono investire. Bisogna dire anche quali sono i tempi di realizzazione degli aspetti vecchi ed innovativi, non basta dire che il piano è triennale; se certi problemi non si affrontano subito, dall'inefficienza si passa al degrado e alla "malasanità". Ci sono dei problemi che non possono aspettare tre anni o essere ricondotti al piano successivo.

Del resto, quanto da noi affermato sulla politica sanitaria si riscontra anche nelle valutazioni delle organizzazioni sindacali. Un'organizzazione come la CISL ha presentato in commissione un documento dove afferma di non concordare con i contenuti del piano ed esprime la propria opinione.

E questo vuol dire che con le organizzazioni sindacali non c’è stata quella concertazione che ci doveva essere, quel confronto che si doveva aprire anche con le parti sociali. Il confronto non c’è stato, altrimenti non sarebbe stato presentato quel documento! È stato presentato anche un documento in maniera unitaria, ci sono appelli, richieste di modifiche, di cui non è stato tenuto conto: non si venga a dire che se n’è tenuto conto!

Anche per il sindacato il piano è alquanto aleatorio, manca di concretezza, risente della mancata concertazione. Questo è un piano più imposto che accettato. Il piano stabilisce le linee generali, poi è la Giunta, che decide quando e come prendere le iniziative, tenendo conto delle risorse a disposizione. E ciò, cari amici miei, comporta il ritorno a quel "tran tran" che ricordavo prima, riporta ad una gestione della sanità di tipo clientelare e di parte, dove la filosofia per risolvere certi problemi è ancora tutta da inventare.

Come pure si fa il piano sanitario e non si dice come si deve utilizzare il medico di base sul territorio. Allora come si fa a chiedere a noi di avallare un piano che indica tutto e niente, dove tutto è rimandato alle scelte della Giunta regionale? Basta leggere l’articolo 1, che dice: "la Giunta è autorizzata altresì ad apportare gli eventuali adattamenti al piano che si renderanno necessari a seguito dell’entrata in vigore del Piano sanitario nazionale, e del Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003".

Noi approviamo un documento che non sappiamo come sarà riempito? è una scatola vuota, e da noi non tornerà più; non ne veniamo a conoscenza se non con la presentazione di interpellanze, interrogazioni e mozioni per sapere come è stato integrato il nostro piano da quello nazionale, o da altre leggi che possono venire.

La Giunta decide perfino in merito ai progetti obiettivo e alle azioni programmatiche previste dal Piano sociosanitario 1997-1998; decide la partecipazione dei cittadini alle spese sociali e determina gli obiettivi delle politiche sociali; questo dice l’articolo 5 del Piano sociosanitario! E il Consiglio regionale che ci sta a fare? E gli enti locali che ruolo svolgono?

All’articolo 11 riproponete la conoscenza della lingua francese per gli operatori della sanità, senza tener conto sia delle esigenze di personale sanitario che delle richieste avanzate in tal senso anche dai banchi dell'opposizione. Oggi, perché forse su questo articolo c’è un po' di crisi, troverete un accomodamento all’interno della vostra maggioranza; ma se la soluzione, Assessore, fosse stata trovata, anziché oggi, in occasione dell’approvazione della legge che recepiva la riforma sanitaria, forse avremmo già risolto la crisi del personale all’interno dell’Ospedale e sul territorio: non dico tutto, ma molto avremmo potuto fare!

Al problema delle risorse umane, nel piano, sono dedicate alcune pagine, ma è importante comprendere che occorre coprire i posti vacanti e, se necessario, rivedere la pianta organica e indire i concorsi, onde evitare lo stato di precarietà e i passaggi a mansioni superiori che, nel modo in cui sono avvenuti, sono stati iniqui e ingiustificati. Non si può continuare, all’Ospedale e all’USL, ad erogare mansioni superiori a pioggia, agli amici degli amici, a quelli che sono in determinati posti!

Fra il 2000 e il 2001 sono stati dati più incarichi superiori che nei precedenti 15-20 anni - e io sfido chiunque a dimostrarmi il contrario - senza dare applicazione appieno al contratto di lavoro. Inoltre occorre attuare una formazione mirata per tutto il personale dell’Ospedale, dell’USL e del territorio; occorre mettere in atto una politica del personale in modo che nessuno si senta discriminato, in modo che i migliori non lascino la Valle d’Aosta per altri ospedali, come è avvenuto e forse sta ancora avvenendo; occorre curare l’informazione sanitaria nei confronti dei cittadini, all’interno e all’esterno delle strutture.

Io mi soffermo su queste riflessioni e indicazioni, perché sono convinto che senza le risorse umane capaci, formate e serene, anche i propositi più accattivanti rimangono sulla carta. È necessario porsi il problema dell'umanizzazione delle strutture ospedaliere e realizzare quel famoso "progetto accoglienza", promosso da qualche anno e mai realizzato in pieno. Occorre che la biblioteca torni ad essere il "fiore all’occhiello" che era un tempo per l'Ospedale.

Al capitolo delle risorse strutturali sono elencate le cose che la Giunta intende realizzare con le ristrutturazioni in tre fasi nell’Ospedale regionale e nei presidi concernenti il Beauregard e l’ex Maternità. Sono passati oltre dieci anni dall’inizio dei lavori di ristrutturazione dell’esistente e non si sa quando arriveremo alla fine! Certamente, visto il tempo trascorso e le spese sostenute e da sostenere, a quest’ora sarebbe stato realizzato l’ospedale nuovo, contro il quale la vostra maggioranza si è scagliata con veemenza, senza rendersi conto che con la stessa spesa avrebbe potuto essere già consegnata ai Valdostani una struttura nuova, degna di un capoluogo di regione ai confini dell’Europa.

Oggi siamo ancora qui, con l’Ospedale regionale che da dieci anni è un cantiere di lavoro e lo sarà ancora per molto tempo, mentre ancora i malati di mente sono in attesa del loro centro, di cui si parla, ma che non si realizza mai, mentre il centro di riabilitazione deve attendere la ristrutturazione del Beauregard, mentre i malati di cancro devono emigrare per sottoporsi alla radioterapia di cui hanno bisogno. Queste sono le strutture che attendono di essere realizzate, altrimenti chi ne deve usufruire si trova in queste condizioni.

L’integrazione sociosanitaria: è da tempo che sento affermare che è una priorità strategica del piano, per cui mi auguro che sia la volta buona e che venga realizzata nel modo più razionale sul piano organizzativo, affinché ne possano trarre beneficio le categorie dei cittadini giovani, anziani, disabili, come i malati di mente, i tossicodipendenti e gli alcolisti, i cronici oncologici, i trapiantati e gli emodializzati.

Ma questa integrazione sociosanitaria è necessaria, è importante. L’altro giorno ho raccontato questo fatto in V Commissione, ve lo ripropongo perché è un esempio: un vecchietto ultrasettantenne, una volta uscito dal Beauregard, doveva fare le iniezioni e è venuto da me a chiedermi a chi poteva rivolgersi. "Rivolgiti al comune", gli ho detto, "sei del Comune di Aosta, vai in comune". È andato, è arrivata l’infermiera professionale - almeno penso che fosse una infermiera professionale - e gli ha detto: "Lei che vuole? Noi non possiamo mica farle le iniezioni. Cerchi qualcuno, se le paghi".

Lui le dice: "Guardi che ho una certa età, non sto bene, il medico mi ha mandato a casa, ma devo fare le iniezioni". A quel punto l’infermiera gliela fa. Il giorno dopo torna e la trova con una scatolina in mano di pillole. Guardi, invece delle punture - gli dice - prenda queste pasticche, così non torna più ed è tranquillo. Ora, questa è l’assistenza integrativa che si dà ai nostri anziani, da parte del Comune di Aosta? Ammetto che le pasticche gli facciano lo stesso effetto delle iniezioni, ma vi sembra logico questo? ? Se volete vi faccio nome e cognome!

Nel piano si riprende anche la prevenzione a vari livelli. È encomiabile come è stato scritto il capitolo, però anche queste buone intenzioni non devono rimanere sulla carta, perché poi si scopre che c’è il rischio di amianto alla Cogne, che ci sono ancora tetti di edifici di Aosta costruiti 50 anni fa coperti con lastre di Eternit in cui sono presenti fibre di amianto. È possibile che l’USL e l’ARPA, dal 1992 ad oggi, non abbiano sentito il dovere di effettuare le verifiche e i controlli necessari? Che si debba sempre prendere iniziative e segnalare ad enti e istituzioni, quando avrebbero dovuto loro stesse imporsi un programma di verifica e di controllo?

Ho citato questi due esempi, quello del vecchietto e questo della sicurezza, per dire che non basta scrivere il piano, ma che occorre metterlo in pratica, occorre che le strutture funzionino! La cosa più triste per un cittadino, per un lavoratore, è quella di sentirsi solo, impotente, nel momento in cui ha bisogno di aiuto. Il cittadino legge che dovrebbero esserci dei servizi per lui, ma quando ne ha bisogno non li trova, ed è in quel momento che dalla sanità si passa alla malasanità, ed è in quel momento che si viene meno al dettato costituzionale che prevede il diritto alla tutela della salute del cittadino.

Il cittadino deve partecipare ed essere protagonista nel determinare i beni di cui deve disporre per godere di un certo benessere nella sua vita; tali beni riguardano la salute, la cultura, la casa, il lavoro, l’assistenza (come cita del resto il piano) e quindi i servizi sociosanitari che deve avere a disposizione dalla nascita alla morte. Ed è alla luce del rapporto che deve sussistere fra il cittadino e le parti sociali che tempo fa, con una iniziativa in Consiglio regionale, abbiamo richiesto di indire una conferenza sociosanitaria a livello regionale; la nostra richiesta fu respinta, non si volle allora aprire un confronto su un problema così importante.

Tuttavia vediamo oggi con soddisfazione che la conferenza è stata inserita nel Piano sociosanitario, anche se è lasciata all'iniziativa dell’Assessore e della Giunta regionale. Riteniamo che questa iniziativa debba essere istituzionalizzata e che debba aver luogo a scadenza fissa, perché il bilancio dell’attività, dell’andamento dei servizi, dell’uso delle risorse umane ed economiche, deve avvenire periodicamente, in modo da correggere gli errori che si possono commettere con la partecipazione di tutte le parti sociali.

Su questa conferenza, che riteniamo positiva, chiudo questo intervento e lascio alla collega Squarzino terminare il discorso sulla parte più sociale, riservandomi di intervenire nuovamente, qualora ritenga di non avere avuto i chiarimenti richiesti.

Si dà atto che dalle ore 21,51 presiede il Vicepresidente Lattanzi.

PresidenteLa parola al Consigliere Rini.

Rini (UV)Stiamo per approvare il secondo Piano socio-sanitario per il periodo 2002-2004, piano che avrà sicuramente delle ripercussioni positive anche negli anni successivi al 2004 e che per alcuni importanti punti riprende - ed è giusto che sia così - le decisioni e le scelte assunte nel 1997, in particolare per quanto riguarda l’integrazione sociosanitaria, il potenziamento e la valorizzazione dei servizi sul territorio, la riconferma del modello satellitare. Modello che permetterà di decongestionare l’Ospedale da tutte quelle prestazioni a basso contenuto clinico, che potranno essere effettuate sul territorio in strutture pre e post-ospedaliere, coinvolgendo maggiormente i soggetti che già operano sul territorio.

Non dimentichiamoci che sono oltre 300 soggetti, come è già stato detto, che dovranno ricevere degli strumenti adeguati ed un maggior coordinamento, e che permetteranno un'attività più organica con evidenti vantaggi sia sul piano economico-finanziario, sia per quanto riguarda le prestazioni immediate sul territorio, oltre ad un miglior servizio a favore di quanti veramente necessitano di cure a maggior contenuto clinico e con particolare complicanze e che troveranno un ospedale per acuti decongestionato, dove sono e saranno sempre più presenti le tecnologie complesse, atte a risolvere i casi più complessi e più difficili.

Grande importanza avranno i distretti, che saranno i principali interpreti dei bisogni sociosanitari dei cittadini. Fondamentale sarà la valorizzazione dell’autonomia degli enti locali, ai quali oltre alla decisionalità saranno erogati i finanziamenti sufficienti; finanziamenti che dovranno essere devoluti con rapidità e con delle modalità semplici, più semplici possibili.

Per alcune patologie ad alta specializzazione si dovrà necessariamente lavorare su di un bacino di utenza più ampio rispetto al territorio regionale, realizzando una rete sanitaria interaziendale interregionale tra la Valle d’Aosta e il vicino Piemonte. Molta importanza viene data alla tutela ambientale, oltre che alla prevenzione, con la possibilità di diagnosi ed esecuzione di alcuni esami di laboratorio direttamente sul territorio, con indubbi vantaggi per i cittadini dislocati sul territorio, come per quelli residenti nel capoluogo regionale, che avranno a disposizione delle strutture meno affollate.

Dovremo sempre più programmare per risolvere i bisogni di salute; bisogni che verranno rilevati dall’Osservatorio epidemiologico regionale che si occuperà anche dell'informazione da dare ai cittadini. Una buona programmazione non potrà che migliorare il rapporto fra benefici e costi. Importante sarà la costituzione di un sistema misto pubblico-privato per l’erogazione dell'offerta dei servizi che dovranno garantire degli alti livelli di qualità e di sicurezza. Importante è la Conferenza sociosanitaria regionale, che si proporrà come luogo di confronto per la discussione e le scelte da operare.

Come ben sappiamo, la riforma sanitaria prevede che ogni regione debba farsi un piano che sia adatto ai suoi bisogni e alle proprie esigenze, ma tenendo conto delle linee generali dettate dallo Stato, per cui i margini di manovra in alcuni casi risultano notevolmente ridotti. La V Commissione ha giustamente dato una grande importanza al piano ed in commissione una lunga serie di audizioni, compresi anche gli enti locali - il collega Beneforti forse non è stato informato, ma noi abbiamo sentito gli enti locali e c’è stato un dibattito anche con loro -, hanno permesso di approfondire e capire meglio l’atto che stiamo per approvare.

Hanno permesso di prendere atto, oltre che delle positività dell’azione svolta dall’Assessorato e dall’USL, anche delle carenze che ancora esistono e che si spera di poter superare con questo provvedimento. Tanto è già stato fatto, ma sicuramente tantissimo rimane da fare per risolvere i problemi degli anziani, dei giovani, dei disabili, in particolare per quanto riguarda le fasce più deboli e per la predisposizione delle tanto attese RSA.

Con questo piano intendiamo privilegiare il benessere del cittadino considerandolo nella sua globalità. In commissione, anche i più critici, hanno definito questo un "ottimo documento", nel quale si trovano delle risposte che potranno soddisfare appieno la domanda di salute e di servizi a favore dei più disagiati per gli anni a venire. Nello stesso tempo, lo hanno definito - come è stato detto anche oggi - un "libro dei sogni", che non dà delle certezze sulla realizzazione e non prevede un percorso predefinito. Spetterà a questo Consiglio decidere, tenuto conto delle risorse finanziarie, logistiche ed umane.

Spetterà a questo Consiglio decidere quali saranno le priorità e la Giunta dovrà operare in base ad un preciso mandato dello stesso. Spetterà ad ognuno di noi decidere responsabilmente, seguendo le linee tracciate dal piano, affinché la Valle d’Aosta possa diventare un modello anche per quanto riguarda la sanità ed il sociale.

Nel sociale molto è già stato fatto e nel settore sanitario rimane ancora tantissimo da fare, ma non dobbiamo dimenticarci che fino al 1994 non eravamo proprietari dell’Ospedale e non avevamo margini di manovra. Si sta comunque recuperando a grandi passi e tutti lo possono constatare. Con questo documento oggi operiamo una scelta importante: decidiamo il futuro del comparto sociosanitario. Sarà una meta ambiziosa, toccherà a questo Consiglio decidere quale strada intraprendere e con quali mezzi raggiungerla. Non credo che la meta sarà raggiunta nei tre anni, ma in questi tre anni dovremo cercare di fare più strada possibile con i mezzi che possediamo.

Una volta scelte le strade ed il carro adatto, tutti dovremo tirare questo carro nella giusta direzione, e se qualcuno tirerà in sensi diversi od opposti, non farà che rallentare l’andatura e sarà sua la responsabilità del raggiungimento dell’obiettivo in tempi più lunghi.

Si dà atto che dalle ore 22,06 riassume la presidenza il Presidente Louvin.

PrésidentLa parole à la Conseillère Squarzino Secondina.

Squarzino (PVA-cU)Come premessa vorrei sottolineare un'affermazione che è stata fatta oggi, qui, e anche in commissione: che questo è il primo piano a livello nazionale che si protende fino al 2003. Sarà anche vero. Ma nel tempo per il quale è stato prorogato l’attuale piano in vigore, altre regioni hanno prodotto i loro piani, in attuazione del Piano sanitario nazionale 1998-2000, così come lo ricorda chiaramente il Piano sanitario nazionale quando elenca le varie regioni.

Ci sono dieci regioni che hanno programmato per il 2001-2002, mentre questo periodo non è preso in considerazione dal piano della Regione Valle d’Aosta. Quindi, paradossalmente, il nostro primato è frutto di un precedente ritardo; ricordiamo che il piano attuale è prorogato di due anni.

Questo piano è stato confezionato per più di un anno dagli uffici preposti, tanto che il primitivo documento 2000-2002 è stato poi trasformato in piano 2002-2004, cioè è stata cambiata la copertina. È un piano discusso in sede politica, presentato - sottolineo questa parola - alle "parti sociali" e portato all’attenzione delle categorie.

Quando è pervenuto alla sede istituzionale preposta all’esame del piano, la commissione, che è quella che deve esaminare dal punto di vista istituzionale il piano prima che approdi in Consiglio, i tempi si sono improvvisamente accorciati. È stato licenziato dalla Giunta il 7 giugno, assegnato alle commissioni il 13 giugno, espresso il parere il 19 luglio, approdato in Consiglio il 24 luglio: 40 giorni lasciati alla commissione?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? cosa c’entra? C’entra sì, Assessore, questo! Sembrano tanti questi 40 giorni? Sembra efficienza? Non credo! Un documento così importante ha bisogno di tempo per essere discusso e non si può soltanto pensare di fare alcune maratone in due o tre settimane!

Il piano precedente, approvato dalla Giunta il 2 agosto 1996, è stato approvato dal Consiglio il 6 marzo 1997, sei mesi esclusa la pausa estiva. C’è stato il tempo sufficiente perché i vari problemi fossero affrontati, esaminati, discussi. Le commissioni hanno programmato una serie di incontri e, quando è stato il momento di esaminare i problemi emersi, le scelte fatte, i punti critici, la legge stessa, la maggioranza ha deciso che il tempo a disposizione era scaduto. E se la sottoscritta o altri membri della commissione mettevano sul tavolo della discussione dubbi, interrogativi, aspetti non chiari, il commissario o il presidente di maggioranza ribadivano che quelle domande andavano rivolte all’Assessore.

E dato che durante l’audizione quelle domande non erano state poste in quel momento, in quel frangente, era strumentale porle adesso! Allora prendo atto che la Giunta, maggioranza consenziente, scandisce i tempi del lavoro delle commissioni e stabilisce quanto tempo i Consiglieri possono discutere. E questo sempre nell’ottica della valorizzazione del Consiglio e della sua centralità. Queste cose le diciamo tante volte, ma è un comportamento che si ripete!

Ribadisco ancora che un documento così importante avrebbe anche richiesto una seduta consiliare che non durasse tre giorni e due notti, e che relegasse questo tempo così importante alla fine del dibattito. Inoltre questo documento avrebbe richiesto più tempo per la preparazione dei Consiglieri. Mentre gli uffici e l’Assessore hanno lavorato su questo piano per un anno e mezzo, in 40 giorni la sede istituzionale preposta all’esame di questo documento, la commissione consiliare, deve sbrigarsi e velocemente esprimere un parere! Questo come premessa.

Come è stato costruito questo piano? La preparazione del piano è passata attraverso la rilevazione dell’esistente con apposite schede, lo dice il piano allegato: la rilevazione delle criticità, delle proposte operative rispetto ai diversi settori dell’attività sociosanitaria. Cioè l’analisi dei bisogni è avvenuta tramite le informazioni e le esperienze dei responsabili dei servizi interessati, di chi cioè ha ruoli di responsabilità diretta nell’erogare servizi al cittadino.

Nessuno mette in dubbio la capacità, l'inventività dei dirigenti, come ha ricordato anche l’Assessore in audizione; ma si vuole qui rilevare come i bisogni da cui parte il piano siano stati definiti con una visione di parte. Dove stanno gli utenti? Dove stanno le associazioni di volontariato, di non profit, i sindacati? Dove stanno anche i dati oggettivi sullo stato di salute della popolazione? Dov’è quell’osservatorio epidemiologico previsto da una legge regionale del 1982, che addirittura è previsto nel piano precedente? Se noi prendiamo il Bollettino regionale su cui è stato pubblicato il piano, a pagina 1498, è previsto questo osservatorio epidemiologico. Siamo arrivati all’assurdo che uno strumento che avrebbe dovuto funzionare da tempo e fornire i dati, è considerato qui, nel piano, una novità. Eppure questo doveva essere elemento costitutivo dell’Assessorato!

Sì, hanno cambiato nome, lo hanno allungato, hanno ampliato l’ambito dei suoi contenuti, ma è uno strumento che - elemento costitutivo dell’Assessorato - non ha mai funzionato, e l’Assessore stesso si è assunto, fin dal novembre 1997 in Consiglio, la responsabilità di questa disfunzione. Siamo contenti che porti il peso di queste decisioni, ma il guaio è che, così facendo, sottrae alla Regione dei dati necessari per analizzare la situazione. Senza dati oggettivi come si è proceduto? Sono stati evidenziati bisogni che i servizi hanno intercettato.

Allora è chiaro che ogni bisogno, proprio perché è colto da un servizio, viene anche recepito in modo settoriale: ci sono i bisogni degli anziani, dei disabili, dei minori, dell’infanzia, dei tossici, degli psichici, degli ammalati chi di tumore, chi degli alcolisti, e via dicendo. Ma ci sono anche dei bisogni, nell’ambito sociale soprattutto, trasversali o bisogni che non rientrano nelle varie categorie prese in esame, e questi bisogni non sono rilevati. Perché non sono stati rilevati? Perché non si è interpellato chi, per il ruolo che svolge, ha proprio le antenne sul territorio attrezzate per intercettare questi bisogni?

In commissione, per esempio, le osservazioni che la Caritas ha fatto al riguardo sono state esemplari e faccio due o tre esempi: giovani accolti in comunità a 18 anni, maggiorenni, che, una volta diventati maggiorenni, sono detti "autonomi", senza verificare se lo sono anche dal punto di vista della capacità a gestire la propria vita, senza offrire loro un sostegno nel passaggio dal momento in cui sono nella casa protetta della comunità al momento in cui devono assumere la responsabilità della propria vita, di un lavoro.

Ci sono bisogni degli extracomunitari che non sono riconducibili solo al buono pasto; ci sono poveri che sono diffusi in tutta la regione. I tecnici ci hanno detto che bisogna distinguere fra i vari bisogni: ci sono i bisogni latenti, i bisogni manifesti, i bisogni inespressi, i bisogni soddisfatti.

E ci hanno detto che hanno lavorato solo sui bisogni manifesti e/o soddisfatti. Si è costruito un piano che ha validità triennale, e che arriva fino al 2004, basandosi solo sui bisogni che sono stati manifestati o già soddisfatti, senza preoccuparsi di percepire bisogni latenti o inespressi. E poi si dice che questo piano ha un grande valore strategico! È un piano basato su dati parziali; non ha colto una serie di dati importantissimi, perché non ci si è attrezzati per farlo, né si è voluto coglierli!

A pagina 149 del piano, si parla dell'istituzione di una commissione regionale sullo stato di povertà in Valle d’Aosta, una commissione che, a parere dell’Assessore, nel corso delle audizioni, "non dà risultati, non abbiamo nulla di concreto, possiamo al massimo inventarci una qualche indagine conoscitiva". Questa commissione, che è in grado di lavorare, ci chiediamo quante volte ha lavorato, quante volte si è riunita, quanto è stata sollecitata.

Una riunione, ripeto, una riunione! Se non si sa quale ruolo far svolgere a questa commissione, la commissione non serve. Ad esempio, la commissione se è già stata istituita perché non si è pensato di utilizzarla per confrontarsi sul piano? E se è stata istituita, perché viene elencata come un'azione da fare? È già fatta! Addirittura è già fatta e si è già visto che non serve, dice l’Assessore. Si è riunita dall’anno scorso una volta, per quello non ha funzionato.

Questo a dimostrazione che non c’è un’attenzione reale a questi problemi e a questo settore, se non dopo che i giornali ne parlano. Qui come sul mal funzionamento dell’Ospedale: solo quando i giornali ne parlano, allora l’Assessore interviene. Ma non è questo un modo per programmare!

Questo piano ha avuto una fase di discussione con gli attori sociali, ma in questa fase di gestazione del piano ci si è dimenticati di coinvolgere i rappresentanti del settore sociale nella definizione delle scelte. Eppure, proprio a pagina 8 del piano è affermata come cosa positiva e addirittura innovativa: la partecipazione alle scelte dei rappresentanti dei settori sociali.

Non c’è stato il coinvolgimento dei sindacati, non c’è stato il coinvolgimento di settori importanti della comunità e dei cittadini. Nei confronti dei sindacati c’è stata, come ricordava prima il collega Beneforti, un'informazione sul testo che è stato predisposto, non c’è stata una scelta insieme degli obiettivi prioritari.

Tutti i sindacati sono stati chiari a questo proposito. Leggo le dichiarazioni del Segretario della CGIL all’audizione del 16 luglio, che dice: "Lamentiamo che non sono stati rispettati i momenti del confronto concertativi. Questo dovrebbe avvenire in tre fasi, una fase propedeutica, una fase centrale e una fase conclusiva. È mancata completamente la fase propedeutica. Non vogliamo assolutamente esautorare il ruolo esecutivo, però pensiamo che quando si elaborano delle linee guida di così grande valore, occorre preventivamente avere un confronto con le parti sociali per vedere se ci sono degli obiettivi comuni. Per noi il confronto deve avere tre tappe, ma la tappa iniziale, quella propedeutica, è stata saltata, nel senso che ci sarebbe dovuto essere una riunione, una tappa in cui, anziché sottoporci il cartaceo completo, sarebbe stato opportuno presentare le linee guida, i criteri, gli elementi di base".

E allora fanno una proposta chiara: chiedono che ci sia almeno un momento annuale, che sia anche un momento di monitoraggio, che li veda presenti in questo confronto sistematico con l’Assessorato; chiedono inoltre che alla fine di ogni anno di questa triennalità di piano socio-sanitario ci sia una fase organica di confronto che i sindacati ritengono di grande valore, perché la difficoltà di questi piani è che non ci si può rivedere ogni tre anni con tutto quello che nel frattempo è successo.

Ma questo giudizio è espresso in modo chiarissimo nel documento che i sindacati unitariamente hanno formulato proprio con questo approccio e cito la frase con cui iniziano le loro valutazioni: "Dobbiamo rimarcare con forza come sia stata disattesa la metodologia concertativa, posta alla base del patto dello sviluppo".

Altre regioni, l’Emilia Romagna, ad esempio, prevedono la partecipazione degli altri soggetti nel definire il piano di salute e prevedono una pianificazione operativa, oppure istituiscono tavoli di consultazione come l’Umbria. Eppure, e qui lo ribadisco, il nuovo concetto di salute, a cui il piano fa riferimento, avrebbe richiesto un diverso approccio, come sicuramente l’Assessore avrà avuto modo di valutare.

Qui sto riprendendo alcune parole del responsabile della Direzione generale studi e documentazione sanitaria del Ministero della sanità, il quale dice che questa nuova modalità di intendere il problema sanitario, di nominarlo non più come sanità, ma come salute, quindi il passaggio dal concetto di sanità al concetto di salute, "richiede un coinvolgimento di tutta la comunità", e dunque "il passaggio dalla sanità alla salute può essere simbolicamente indicato come il passaggio da una sanità concepita come un problema individuale, ad una salute intesa come obiettivo dell’insieme dei cittadini, di una comunità che vuol prendere in mano il proprio destino e che si organizza in modo da garantire ad ogni cittadino l’espressione piena delle proprie potenzialità fisiche, psichiche e sociali".

Proprio perché questo nuovo concetto di sanità richiede un cambiamento culturale, richiede la partecipazione dei cittadini e il loro consenso, si sarebbe dovuto prevedere delle fasi in cui i cittadini, i loro rappresentanti potessero essere coinvolti e non informati alla fine!

Come credo che sia normale nell’atteggiamento della maggioranza e dell’Assessore anche di fronte ai Consiglieri che sono i rappresentanti dei cittadini; noi, in genere, siamo informati sulle decisioni prese, e poi ci chiedono di ratificare queste decisioni! Questo atteggiamento però è un atteggiamento che va contro la filosofia attuale, che chiede di coinvolgere i cittadini.

Cosa contiene questo piano? Qualcuno lo ha definito come un piano "tutto dire e niente fare". Trovo molto efficace questa definizione, è una definizione che proviene da persone che lavorano nel suo Assessorato, quindi è gente competente che lo padroneggia bene?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? certo, lo licenziamo subito, direi proprio di sì. Un piano "tutto dire e niente fare", per dire che su questo piano c’è tutto o quasi tutto quello che potrebbe essere detto in materia socio-sanitaria. Mi ritrovo benissimo nell’elenco di tutte le cose che i colleghi relatori o anche il collega Rini hanno detto come contenuti. Certo, ci sono tutte queste cose, ma il guaio è che c’è una discrepanza fra le cose dette e il passaggio al fare. Ci sono dei bei principi che non trovano poi una loro traduzione. È un piano che contiene alcuni dati che poi non utilizza, non prende in carico, e non si chiede allora di fronte a questo dato come si interviene, come si agisce.

Ad esempio, si ricorda che noi siamo una regione ricca, che il reddito medio per famiglia è di 35,8 milioni e si nota che è circa 10 milioni in più rispetto alla media nazionale. Tutto questo che ricaduta ha con i limiti del reddito minimi che la regione prende in considerazione? Con le erogazioni, con i sussidi, con i contributi che la regione distribuisce? Perché, se è vero che la media del reddito è più alta di quella nazionale, allora anche il livello di vita è diverso, ed è chiaro che non possiamo misurare il povero qui come il povero in un’altra regione italiana, dove c’è un reddito di molto inferiore.

Si affermano dei principi, ripeto, ma poi si prescinde dalle loro conseguenze o dalla loro presa in carico. Nel piano, a pagina 149 per esempio, si riconosce come criticità l'impossibilità di collegare l’erogazione del minimo vitale a soggetti per i quali sia stato elaborato un progetto di inserimento sociale. Quindi questo è un elemento che non funziona, è appunto una criticità. Ma rispetto a questa criticità che è minima - è chiaro, uno non si mette qui ad evidenziare tutti gli elementi critici del piano - non si prevedono delle azioni o degli obiettivi corrispondenti; si prende atto di questo e basta.

Allora che senso ha esprimere dei giudizi, se poi non si traggono le conseguenze rispetto ai dati che vengono formulati? Poi è un piano che potrebbe essere definito "un trattato", nel senso che anche rispetto ai vari problemi presenta diversi scenari organizzativi: si può fare in questo modo, c’è questa ipotesi, c’è quest’altra: si fa l’elenco delle ipotesi, ma poi non dice quale viene accettata, su quale cade la scelta. Credo che il piano non dovrebbe presentare delle ipotesi di scelta, ma dovrebbe dire quale scelta viene accettata, quale viene approvata, quale viene conseguita. È un piano che indica degli obiettivi così generici, anche là dove li indica, che non sarà possibile, o sarà difficilissimo, valutarli! Faccio un solo esempio: si parla della lotta al fumo e della lotta all’alcol senza dire di quanto si vuole diminuire la dipendenza.

Nel piano nazionale almeno si dice a quale livello di dipendenza siamo e ci si dà un obiettivo. Se non ci diamo un obiettivo di dove vogliamo arrivare, come facciamo a stabilire se abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci siamo posti? Se è generico, allora vanno bene tutte le iniziative, perché tutte sono finalizzate in quel settore a lottare contro il fumo, contro l’alcol, e via dicendo.

Cosa mi serve indicare obiettivi e azioni generiche, se poi non posso vedere se li ho raggiunti sì o no? Se poi si dice: "ma guarda, questa azione in realtà non è proprio così, l’abbiamo declinata in modo diverso", allora è un’altra cosa che fate, è un’altra cosa che valutate, e soprattutto non date a chi vota questo piano gli elementi per poter poi valutare il piano stesso.

Probabilmente il piano per voi è un documento di lavoro, è una raccolta di tante cose che possono essere fatte, e nel corso di questi tre-quattro anni ne farete alcune di più, altre di meno, ma in base a quali principi e a quali scelte? Vengono date nel piano delle indicazioni che potrebbero trovare subito un riscontro nella legge, ma che, non trovando posto nella legge, rimangono nell'indeterminatezza.

Riprendendo l’esempio fatto dal collega Beneforti, il piano prevede come strumento di partecipazione la Conferenza sociosanitaria regionale, ma dato che non sono indicati i tempi entro cui tale conferenza sarà istituita e resa operativa, anche questo strumento rimane nel limbo, sospesa, in attesa che l’Assessore si faccia carico della sua istituzione. Ma se è così importante ed urgente, perché non se ne prevede l'istituzione subito in legge? Noi presentiamo degli emendamenti a questo riguardo.

Non indica questo piano come raggiungere le finalità che afferma di voler perseguire. Ora, può sembrare un piano letto tutto in negativo: non fa questo, non fa quello, non fa quell’altro; ma ho detto prima che il piano contiene una serie di proposte interessantissime nei vari settori, sì, interessantissime, belle, però se non so quale di queste viene attuata, come, quando e se, è un bel documento di lavoro fatto a schede, e poi quando ci sarà l’occasione, se qualcuno lo deciderà, se ci saranno risorse, forse qualcosa sarà attuata. Ma come faccio io che approvo questo piano, a sapere cosa approvo, cosa sarà effettivamente realizzato e cosa non lo sarà?

C’è un tema che è estremamente interessante ed è il problema della deospedalizzazione, che va risolto contestualmente con la riduzione di posti letto in ospedale, nell’ottica di far diventare l’Ospedale una struttura per pazienti acuti e di aumentare sul territorio la possibilità di essere curati. Questo era un obiettivo che era già presente nel piano in vigore, e non si sono visti passi significativi. Si sono individuati i motivi per cui non si sono realizzati gli strumenti che consentivano la deospedalizzazione?

Qui non c’è nessuna valutazione sul perché non si è riusciti; si continua a riproporre quelle che sono le possibili soluzioni, qui ne sono indicate tante e sono tutte valide: la microcomunità, la RSA, la comunità alloggio, l’ospedale di comunità. Ma se non viene detto in che modo, come, dove, con quali risorse queste cose vengono realizzate, quali azioni intraprendere per realizzarle, quale integrazione fra le diverse tipologie di risposta, quale rapporto con la riduzione dei posti letto, se non viene indicato con chiarezza tutto questo, è un piano che rimane ancora nel generico, è un piano che farà la fine del piano precedente e cioè sarà attuato solo, se e quando l’Assessore deciderà di attuarlo?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? sì, lo ripeto, Assessore e ne ho ben donde!

Dato che mi interessa la questione delle microcomunità, e dato che non capisco qual è il rapporto fra queste diverse tipologie di risposta, ho interpellato in commissione l’Assessore, i tecnici, l’USL, e ho avuto risposte molto diverse l’una dall’altra, proprio sulla fisionomia che hanno queste diverse tipologie di strutture residenziali. Cosa andiamo ad approvare, se anche chi ha confezionato questo piano e che deve poi realizzarlo, ragiona in modo diverso?

Assessore, lo stesso piano, nella sua presentazione, non è così chiaro: da una parte, parla del modello valdostano imperniato sulla microcomunità, dall’altra, quando parla delle RSA, afferma che queste accoglieranno essenzialmente persone con problemi clinico-assitenziali per l'Alzheimer e per i coma. Non solo, ma non si capisce che rapporto c’è fra queste microcomunità, le RSA, gli ospedali di comunità, e non si capisce quale livello di gravità viene preso in considerazione.

Sì, teoricamente; ma in realtà le microcomunità, quelle che sarebbero il modello valdostano dell’assistenza, oggi non funzionano e le si vogliono far funzionare non riportandole alla funzione sociale per cui erano state realizzate, ma dando loro egualmente una caratteristica socio-sanitaria non così grave come le RSA, dove però ci saranno soltanto i dementi. E allora quel modello originale valdostano che era imperniato sulle microcomunità, diventa ora un modello valdostano originale imperniato sulle RSA riservate solo ad ammalati psichiatrici. Il modello valdostano prevede nell’assistenza socio-sanitaria una struttura dedicata ai malati psichiatrici, mentre tutta la normativa in materia vieta l’isolamento e la separatezza di questa tipologia di ammalati. Abbiamo fatto anche il reparto di Psichiatria a parte, quindi qui siamo sulla buona strada dell'innovazione!

Nel frattempo, come viene gestita tutta questa fase in cui ci sono richieste continue di assistenza per lungodegenti e non si trova una risposta? Mancano posti letto rispetto a queste esigenze; gli stessi medici a cui abbiamo chiesto quali sono le priorità della sanità in Valle, ci hanno indicato i lungodegenti. Quindi o si lavora in questo senso, oppure non si fa nessun passo avanti! Ma rispetto a questo tema così importante vorrei che lei mi trovasse una o due indicazioni chiare nel piano, in cui si dice che cosa di fa, quali tempi, con quali risorse.

Il piano dice dove, ma con quali tempi e con quali risorse, con quale tempistica, questo non lo dice! E credo che sia questo il limite maggiore del piano, cioè il piano è un documento che non indica priorità, non indica tempistica, non indica procedure, non indica risorse; allora, cosa andiamo a votare?

Ho sentito dire da molti che deciderà poi il Consiglio al momento del bilancio. Ma lei pensa davvero che al momento del bilancio ci sarà effettivamente la presentazione da parte sua di tutte le priorità, quando già ha deciso lei tutto? No! Allora, quello che noi chiediamo è un’altra cosa e abbiamo proposto un emendamento in questo senso. Cioè noi riteniamo che ci debbano essere dei momenti in cui la parte istituzionale, che è il Consiglio, come anche la parte sociale, siano chiamati ad esprimersi su quelle che sono le priorità annuali del piano.

Il collega Cuc diceva che noi, decidendo il bilancio, governiamo la sanità. Ma come possiamo dire di governare, se non diamo indicazioni seriose? Nel piano ci sono scritti centinaia di progetti, ma non sono indicate le priorità, su cui impegnare le risorse che - lo sappiamo - non sono infinite. E questo piano, altro grosso limite, non indica per i diversi progetti le risorse che sarebbero necessarie. Come facciamo a fare delle scelte, se non sappiamo quanto peso hanno queste scelte rispetto alle risorse che abbiamo?

Chiederemo anche che uno stesso momento di riflessione annuale sulle priorità sia previsto per le parti sociali. Assessore, questo forse è l’unico tipo di piano che lei è in grado di proporre e di portare avanti, perché andando a riguardarmi la discussione fatta in questa sede nel settembre 1999, quando abbiamo discusso quel documento che lei ha portato all’esame del Consiglio concernente le problematiche del settore sanitario, già allora io dicevo che: "Il fatto che nel piano 1997 si fosse scelto come programmazione di predisporre elenchi di interventi, senza definire la priorità, ha consentito nella fase di attuazione del piano di non capire più in cosa consisteva la programmazione, perché se questa è un elenco indiscriminato di progetti, cosa si andava a realizzare? Di volta in volta del piano si realizzava quello che in quel momento, su pressione di un settore professionale preciso nella sanità o di una forza politica presente in maggioranza o perché l’Assessore aveva delle pressioni in altro senso, o per altri motivi che non conosco, quello che aveva più forza per imporsi.

In questa "non chiarezza" di programmazione come è possibile che vengano fatte delle scelte razionali? Per forza, si sono fatte delle scelte che, come dice la relazione introduttiva al piano del 1993, rispondono a singole esigenze, ma non rispondono ad un disegno razionale, e le conseguenze sono quelle che sono! Non possiamo pensare che il sistema complesso della sanità riesca a crescere in modo organico e funzionale nelle varie parti, quando si interviene senza un disegno preciso in una parte o nell’altra del sistema. La "non chiarezza" di programmazione non ha consentito finora il funzionamento di questo sistema". E questo limite c’è ancora in questo piano.

L’unica cosa chiara, su cui non ci sono dubbi, riguarda il modello ospedaliero, che è basato sulla ristrutturazione e sull’ampliamento dell’attuale edificio di viale Ginevra, decisione questa che aveva già determinato il nostro voto non favorevole al precedente piano. Eppure allora eravamo in maggioranza. Posizione che ribadiamo oggi, nel senso che siamo convinti che la scelta fatta: "no" alla ristrutturazione dell’attuale struttura ospedaliera e "no" al nuovo ospedale, sia una scelta perdente. E molti di coloro che avevano allora approvato questa scelta, cominciano ad avere alcuni dubbi.

Ancora due cose sulla legge di accompagnamento, che regolamenta tutto il settore sociale, mentre la legge n. 5/2000 era più sul settore sanitario. A me sembra molto povero questo disegno di legge sul settore del sociale, così importante; qui è proprio ridotto a due articoli molto scarni.

Soprattutto in questo settore non vengono affatto recepiti nella legge, mentre sono affermati a parole nel piano, i principi della "283", che ha introdotto novità importanti, una nuova cultura, che non trova riscontro nell’attuale testo.

Presenteremo degli emendamenti sia per prevedere strumenti che consentano la partecipazione dei cittadini, del terzo settore, dei sindacati, del volontariato, sia spazi e momenti in cui lo stesso Consiglio intervenga per definire quelle priorità che il piano oggi non indica. La legge si preoccupa anche della conoscenza del francese: su questo poi interverremo. Faccio notare all’Assessore che per leggere il piano è necessario conoscere l’inglese, non il francese, tanto è costellato di parole inglesi: dal country hospital, alla continuing care, e via dicendo, per cui le propongo non un corso, ma un esame di inglese, per chi deve prima leggere il piano e poi applicarlo!

PrésidentLa parole au Conseiller Lanièce.

Lanièce (SA)Il Piano socio-sanitario, in discussione oggi, denota un evidente studio approfondito e presenta diversi elementi interessanti, finalizzati ad organizzare il settore socio-sanitario della nostra regione. È un Piano che fa un salto di qualità rispetto all'impostazione del precedente Piano, da cui si discosta per diverse novità, e rappresenta quindi una svolta nella programmazione e nella gestione del più importante dei servizi, quello cioè legato alla qualità dello stato di salute di una comunità e della sua speranza di vita migliore.

Le novità di questo Piano da sottolineare sono diverse, a dimostrazione anche dell’attenzione posta nella redazione dello stesso, e riguardano più precisamente: il ruolo della committenza assegnato al distretto, come interprete fondamentale delle istanze socio-sanitarie degli utenti; l’impulso alle medicine non convenzionali sempre più in voga ai giorni nostri, visto anche le percentuali, pari al 70 percento dei Valdostani che ne fanno uso, fatto che dimostra come il Piano voglia stare al passo con i tempi.

Vi è poi una forte apertura al privato nella realizzazione e nella gestione delle strutture sanitarie, il tutto in un contesto generale di monitoraggio del fabbisogno, tenendo sempre ben presenti le tre fasi individuate dalla legge n. 512, cioè autorizzazione, accreditamento e accordo.

Altrettanto importante è l’impulso dato all’Osservatorio regionale epidemiologico e per le politiche sociali, e la valorizzazione dei sistemi informativi, che permetterà di conoscere immediatamente dati ed analisi sui bisogni di salute e di assistenza sociale della popolazione, in modo da poter contribuire al monitoraggio e alla valutazione degli obiettivi prefissati e al conseguente aggiornamento.

Altro fatto nuovo è la volontà di realizzare una rete sanitaria interaziendale interregionale con il Canavese, realizzando così un bacino di utenza di circa 310.000 utenti, in modo da creare sinergie, razionalizzando così la spesa sanitaria e rispondendo in maniera integrata al fabbisogno assistenziale delle popolazioni di riferimento attraverso un'offerta assistenziale variegata e qualificata.

Altra novità importante è la valorizzazione delle strategie di prevenzione e di tutela ambientale, sia nella vita di tutti i giorni, sia nell’ambito lavorativo, ottenibile attraverso la prevenzione e la promozione della sicurezza nell’ambiente domestico, nell’ambiente di lavoro, sulle strade, attraverso anche la promozione del miglioramento del contesto ambientale: vedi gestione dei rifiuti, qualità delle acque, dell’aria, controllo dell’inquinamento elettromagnetico e da radiazioni ionizzanti in campo medico.

E infine anche con la promozione di sani stili di vita, basati su una sana alimentazione, su un'educazione all’attività fisico-motoria, sulla lotta contro il fumo e contro l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

Oltre a queste novità, vi sono altri aspetti positivi da sottolineare, come il decongestionamento dell’Ospedale da tutte le prestazioni improprie e a basso contenuto clinico, con la conseguente territorializzazione dell’assistenza sanitaria basata sui distretti, che diventano pertanto la chiave di volta dell’assetto territoriale del servizio socio-sanitario, garantendo un rapporto corretto fra sanità nel territorio e sanità ospedaliera, favorendo così il processo di deospedalizzazione di molte funzioni.

Un altro aspetto riguarda il riordino e lo sviluppo definitivo dell’assistenza riabilitativa, con le conseguenti scelte di riorganizzazione ospedaliera e di riattribuzione di funzioni interne di incremento dell’offerta territoriale.

Infine è da riscontrare la positività dell'integrazione socio-sanitaria, da attuare a livello istituzionale, gestionale e professionale, attraverso la promozione di collaborazioni fra la Regione, l’Azienda USL, la struttura competente in materia di politiche sociali, gli operatori sociali e sanitari, e gli enti locali, che tutti insieme devono adoperarsi per conseguire comuni obiettivi di salute.

Come ho già affermato, questo Piano si differenzia molto da quello precedente, non solo per le numerose novità, ma soprattutto per una diversa impostazione, fondata su un ruolo politico programmatico di pianificazione sanitaria basata sul fabbisogno di salute, dando concreta applicazione al principio generale della riforma sanitaria che afferma che ogni regione deve definire le proprie necessità, sulla base della domanda di salute, e deve programmarle.

Si tratta quindi di un documento di governo e non più di gestione della sanità regionale, che assicura una programmazione sanitaria che tiene conto delle vecchie e delle nuove esigenze di salute della popolazione attraverso l’utilizzo di strumenti, quali l’Osservatorio epidemiologico, i sistemi informativi, la relazione sanitaria e socio-assistenziale, che permetteranno di verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati con l’azienda USL, a fronte di risorse predefinite con i vincoli imposti dal bilancio.

L’idea forte che emerge dal Piano sociosanitario che stiamo analizzando è la centralità della persona, che si nota sia dall'importanza attribuita alle politiche di prevenzione, sia dalla prossimità ai cittadini attraverso un decentramento dell’offerta sanitaria, non solo con i distretti, ma anche attraverso una rete integrata dei servizi che prevedono oltre ai consultori e ai poliambulatori, altre strutture come ad esempio l’hospice per malati terminali, l’ospedale di comunità, il nuovo ruolo affidato alle farmacie, intese come sportello a servizio dei cittadino e come punto nei quali svolgere alcune prestazioni sanitarie, la realizzazione di micropoliambulatori di medici di base, senza dimenticare l’importanza fondamentale dell'assistenza domiciliare integrata.

In questa direzione vanno viste anche le scelte che hanno già portato all'istituzione di uno sportello dedicato alla tutela della salute degli immigrati, e alla futura realizzazione dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza, dell’Osservatorio per la famiglia e delle RSA, la cui realizzazione è quanto mai necessaria in modo da superare il grave ritardo accumulatosi in questi anni e recuperando al loro ruolo specifico le microcomunità, che ora, di fatto, suppliscono anche alla mancanza sul territorio valdostano delle RSA.

Ovviamente, vista anche la complessità di questo documento e soprattutto tenendo conto della materia molto delicata qual è quella socio-sanitaria, non posso esimermi dall’esprimere alcuni personali rilievi, che mi auguro vengano presi come argomento di meditazione e approfondimento, in attesa che il tempo possa dimostrare o meno la fondatezza di queste mie considerazioni.

Innanzitutto prendo spunto da quel concetto di centralità della persona che emerge sostanzialmente da questo Piano; mi corre l’obbligo di sottolineare alcuni passaggi dove, in merito, si ravvisa qualche manchevolezza del Piano stesso.

La categoria dei giovani, ad esempio, viene poco considerata, nel senso che viene toccata marginalmente dal Piano più che altro in termini di recupero - vedi ADE e comunità per minori -, non si fa riferimento alla relativa legge regionale, e mancano interventi finalizzati alla prevenzione del disagio giovanile che, stando ai risultati di una recente indagine condotta dalla Caritas, rappresenta una forte preoccupazione per la comunità valdostana, tenuto conto anche delle manifestazioni conseguenti a tale disagio, quali dipendenza da alcol e da droghe, abbandono scolastico e anche il triste fenomeno del suicidio, che in Valle d’Aosta ha raggiunto livelli altissimi, senza essere ancora oggi - per quanto di mia conoscenza - in presenza di un tentativo di analisi e di valutazione delle cause di questo grave fenomeno da parte del Dipartimento di salute mentale, a cui ben più di 2 anni fa, a seguito anche di una mia mozione consiliare, era stato demandato tale compito.

Vi è poi il problema collegato ai ritardi burocratici e temporali legati all'erogazione di alcuni sussidi di assistenza economica, come ad esempio il minimo vitale, o il problema dei buoni pasto per ora erogati - a quanto mi è stato riferito - solo dal Comune di Aosta. C’è forse una marginale considerazione dei poveri e delle loro gravi problematiche. Forse ciò è dovuto alla mancanza però di un Osservatorio regionale sulla povertà.

Inoltre non si trovano accenni alla residenza primaria per queste fasce deboli della popolazione, cioè all'esigenza abitativa, che rappresenta comunque una problematica di tutt’altro che facile soluzione, tenuto conto che questo problema riguarda anche gli extracomunitari sempre più presenti nella nostra regione, a cui dobbiamo dare risposta, non lasciandola solo in capo alle strutture di accoglienza della Caritas.

Un problema più generale consiste nel suggerire, anche se penso che non ce ne sia bisogno, che a fronte di una scelta che va nella direzione di decentrare dei servizi sanitari sgravando così l’Ospedale da parecchie attività, occorre far sì che ci sia una conseguente territorializzazione delle risorse umane, mediche e infermieristiche, problema importante anche alla luce delle attuali carenze di personale.

Facendo invece riferimento al disegno di legge n. 124, vorrei fare due considerazioni. La prima riguarda l’articolo 9, dove si consente all’azienda USL di adottare i provvedimenti necessari all’affidamento della gestione della farmacia, fatto che potrebbe creare dei problemi alla luce della legge n. 465/1968 riguardante le norme concernenti il servizio farmaceutico.

Ora, l’emendamento presentato va nella direzione di eliminare il rischio che ci siano delle osservazioni da parte della Commissione di Coordinamento e un eventuale blocco del provvedimento, tenendo conto del fatto che nella legge n. 465 sono previsti dei parametri basati sul rapporto fra abitanti e numero di farmacie.

La seconda riguarda invece l’articolo 10 relativo all’ARPA, dove si sarebbero potute aggiungere altre competenze che vengono già svolte da altre agenzie in Italia, cioè pareri sulla predisposizione delle autorizzazioni del V.I.A., la gestione del Sistema informativo regionale ambientale e i pareri sullo sviluppo sostenibile. Vi è poi la questione della radioterapia. Vedo che il Piano ospita fra le sue pagine alcune iniziative nei confronti di questa gravissima malattia, il tumore, che costituisce la seconda causa di morte in Valle d’Aosta. Voglio ricordare che dal 1993 il sottoscritto si è impegnato, con molteplici iniziative consiliari, a sensibilizzare la Giunta regionale, per accelerare al massimo le procedure di realizzazione e quindi di operatività del reparto di Radioterapia. Una politica sanitaria corretta non può non tenere conto di un problema sentito ben al di là dei dati numerici relativi al bacino di utenza necessario per certi interventi.

Auspico e invito l’Assessore, in questo senso, che il moderno efficiente reparto di Radioterapia, che sognano i cittadini valdostani, possa divenire al più presto realtà, magari - anche se questa forse è una richiesta eccessiva - entro la fine di questa legislatura. Si tratta di una scelta improrogabile, che tutti i Valdostani attendono con fiducia.

Tale progetto ambito potrà essere realizzato anche e soprattutto se miglioreranno i rapporti di coordinamento fra i vari uffici dei vari enti che si occupano della ristrutturazione dell’Ospedale, i cui lavori hanno causato notevoli disagi agli utenti. Dobbiamo quindi immedesimarci nei malati, per comprendere quanto a volte possono pesare i rumori, i disagi conseguenti, nonché le limitazioni di libertà di movimento determinate dai cantieri collocati fra e nei vari reparti. Mi auguro che anche in tal senso vi sia da parte dell’Assessore la giusta considerazione.

E veniamo infine alla "spinosa" questione del francese, che verrà in seguito, in modo più approfondito, illustrata dal collega Marguerettaz. Se ne è parlato moltissimo, anche sui giornali, nei giorni scorsi, e credo che la posizione del Gruppo della Stella Alpina sia ormai chiara.

Lungi da me l’idea di penalizzare la lingua francese come valore culturale, etico e sociale della Valle d’Aosta; qui, però, dobbiamo renderci conto che quando si parla di sanità occorre mettere al primo posto l’esigenza dei pazienti, dei cittadini e dei malati, e ciò va di pari passo con la necessità di potersi avvalere di uno staff medico e paramedico competente, altamente professionalizzato e avanzato in ogni campo delle discipline mediche.

Non credo, a questo punto, che il criterio di conoscenza della lingua francese debba ancora costituire uno sbarramento per i medici e gli infermieri specializzati, che vorrebbero portare presso le nostre strutture sanitarie il loro contributo professionale e talvolta addirittura scientifico di alto livello. Forse è il caso di riflettere un attimo, distogliendo lo sguardo dall’aspetto esclusivamente politico ed ideologico, cercando invece di ricordarci che la salute delle persone deve essere il primo e indispensabile obiettivo di una società civile, che vuole offrire ai propri cittadini le condizioni e le professionalità migliori per vedere tutelata la propria salute.

La Stella Alpina ritiene che una riflessione sulle modalità di utilizzo del francese nel settore della sanità sia quanto mai necessaria, occorre però che la decisione di quando e come farlo venga presa di comune accordo fra le forze politiche che compongono questa maggioranza.

Oggi non siamo qui per fare alcun strappo, ma per ribadire correttamente la nostra posizione e per dare, nel contempo, la nostra disponibilità a qualsiasi iniziativa legislativa e politica che abbia come obiettivo un'analisi approfondita sul ruolo della lingua francese all’interno del comparto sanitario valdostano.

PrésidentLa parole au Conseiller Fiou.

Fiou (GV-DS-PSE)Condivido il giudizio positivo sul piano in discussione, giudizio che quasi tutti gli interlocutori sociali hanno espresso durante le audizioni in commissione. Giudizio positivo sui principi ispiratori, sull’impianto, per le caratteristiche universalistiche e pubbliche che ricalcano quelle del Piano sanitario nazionale e delle ultime leggi di riforma in materia.

Un piano aperto, in sintonia con le nuove filosofie della politica socio-sanitaria, un piano ambizioso, "ma"?.. "Ma" un piano un po' tanto generale e, in questo, diverso dai precedenti, che lascia le porte aperte a tante soluzioni concrete, oppure a nessuna e che potrebbe quindi anche rimanere letteratura sanitaria, se non si fissano momenti di individuazione delle priorità, dei tempi di realizzazione degli obiettivi che il piano stesso delinea.

Anche questo dubbio su una certa aleatorietà del piano ha accomunato molti interlocutori sociali che ho richiamato, insieme ai quali anche noi, in base alle esperienze di questi ultimi anni, cercavamo di individuare nel piano specifici e precisi percorsi che realizzassero le affermazioni relative alla deospedalizzazione, alla crescita sul territorio di una rete di risposte di qualità ai bisogni sanitari non acuti, all'istituzione delle RSA per riconsegnare alle microcomunità il loro ruolo sociale più che sanitario.

Gli estensori del piano possono anche aver ragione nel voler riservare allo stesso il ruolo di indicare le grandi linee di politica socio-sanitaria e demandare le scelte concrete conseguenti ad altri momenti. Ma essendo queste scelte non solo di carattere gestionale, ma ancora programmatorio nell’individuare priorità e tempi delle iniziative concrete, o politico nel dare ad esempio maggiore incisività alle scelte territoriali piuttosto che privilegiare una visione ospedalocentrica, emerge un'esigenza di individuare qualche occasione in cui il Consiglio sia chiamato ad esprimersi su questo secondo livello programmatorio.

Questa occasione potrebbe essere rappresentata dalla presentazione di un piano annuale delle iniziative che si intende concretizzare, parlo di iniziative, non solo di strutture; questo potrebbe essere un documento che anticipa il momento del bilancio, oppure ad esso contestuale, ed essere coerente con le previsioni finanziare dello stesso, ciò senza mettere in discussione l’apertura a fatti nuovi che si potrebbero presentare nel corso dell'attuazione di detto piano, come avviene in qualsiasi altro settore quando leggi nazionali o altri avvenimenti intervengono e fanno modificare anche pianificazioni che sono state approvate. Entrando nel merito del piano, lo stesso ruota intorno all'idea della deospedalizzazione e alla territorializzazione di tutta una serie di servizi, mirando al duplice obiettivo di disintasare l’Ospedale eccessivamente oberato di attività di routine, che potrebbero essere svolte altrove, e dall’altra di avvicinare tali attività all’utente, fra l’altro diminuendo anche attese e costi.

Non possiamo che condividere questi orientamenti, tutt’al più non ci rimane che sollecitare di portarli avanti con maggiore convinzione, perché finora, pur in presenza di analoghe dichiarazioni di principio, non abbiamo visto investire sul territorio grandi sforzi per cambiare lì significativamente la risposta ai bisogni sanitari. Cresce a rilento il ruolo dei distretti, fondamentale per promuovere lo sviluppo e l'innovazione della sanità sul territorio.

Ci sono poi anche trascuratezze su questioni banali, che non saranno granché, ma che fanno pensare ad un'attenzione un po' marginale verso situazioni in trasformazione. Faccio un esempio anche qui molto banale, ma per rendere l’idea: non si dà ascolto agli operatori interessati alle iniziative di ristrutturazione del Poliambulatorio di Donnas, che vorrebbero venissero corrette scelte discutibili di progetto che potrebbero influenzare negativamente il lavoro futuro, questioni di locali, di misure inadeguate, eccetera; nessuno li ascolta!

C’è poi la questione dei ritardi nell'istituzione delle RSA; questo fatto non è indifferente, perché ha spostato sulle microcomunità l’onere di rispondere ai bisogni sanitari che non sarebbero stati un loro compito fondamentale, dicevo prima, snaturando un po' la loro funzione sociale.

C’è un problema che poi va chiarito riguardo a questa trasformazione delle microcomunità, che ha determinato uno spostamento di assistenza sanitaria in una struttura sociale. Ora, mentre per i servizi sociali si prevede una compartecipazione alle spese da parte dell’utenza che può essere anche consistente, normalmente le prestazioni sanitarie invece sono gratuite al di là di eventuali ticket. Le attuali microcomunità che si fanno carico di servizi soprattutto sanitari, per il solo fatto di chiamarsi microcomunità, quindi servizio sociale, chiedono una compartecipazione finanziaria importante agli utenti.

Non solo, essendo i costi dell’assistenza sanitaria necessariamente più alti di quella sociale, questa fa aumentare le rette anche a coloro che nelle microcomunità usufruiscono solo dell’assistenza sociale. Mi sono soffermato su questo aspetto, per esprimere un auspicio: non vorrei che l’intreccio, anche positivo, che c’è in questo piano fra assistenza sociale e sanitaria, che può realizzarsi soprattutto sul territorio, mettesse in moto un meccanismo che faccia pagare all’utente l’assistenza sanitaria, perché questa semplicemente si svolge sul territorio.

Così come queste considerazioni impongono il superamento dell’attuale ambiguità fra microcomunità e RSA, perché questa ambiguità, oltre ad essere causa di inadeguatezze nell’assistenza sanitaria in strutture non sufficientemente organizzate per questo, comporta anche ingiustizia nella compartecipazione ai costi dei servizi. Tutto questo ragionamento ovviamente sta in piedi se le RSA hanno una valenza di residenza sanitaria in senso generale e quindi non solo con specializzazione psichiatrica, come mi pare si vada individuando in questa fase.

Si pone in materia anche il grado di coinvolgimento degli enti locali, perché vediamo i comuni sempre più estraniarsi rispetto al prendersi carico e responsabilità nella gestione delle microcomunità e quindi anche a fare degli investimenti da parte del loro bilancio all’interno delle microcomunità.

Condivido invece pienamente quanto previsto nel piano per attuare la deospedalizzazione, realizzando a tal fine una serie di piccole strutture, ma specializzate sul territorio, sia per diagnosi precoci che come "ospedali di comunità" (passatemi il termine un po' schematico). Come condivido che al decentramento sul territorio deve corrispondere una chiamata a raccolta di tutte le risorse professionali e strutturali che nel territorio operano, per farle partecipare ad un unico progetto.

Quindi medici di base, farmacie, eccetera, devono entrare in una rete intesa non solo come rete informatica, cosa di per sé fondamentale, ma come rete di servizi coordinati. Le resistenze di molti di questi operatori ad entrare in tale rete non devono far diminuire l’impegno e la convinzione nel perseguire questo obiettivo, così come bisogna porre in atto un lavoro di informazione dell'opinione pubblica, anch’essa sovente un po' troppo ospedalocentrica.

Un altro aspetto del piano mi sembra aprire prospettive interessanti ed è l’avvio di rapporti con il Piemonte, con l’Ospedale di Ivrea in particolare, per individuare sinergie che possono incrementare la qualità delle prestazioni realizzando contemporaneamente condizioni di compatibilità economica - ad esempio, concordare una distribuzione di chirurgia ad alta specializzazione - che coprano entrambe i bacini di utenza.

Ho insistito finora su alcuni degli aspetti sanitari del piano non per sottovalutare quelli sociali, ma condivido qui una valutazione dell’Assessore quando in commissione ha affermato: "Abbiamo alti livelli nel sociale, siamo invece un po' più in difficoltà nel settore sanitario".

Sicuramente i livelli di risposta ai bisogni sociali che diamo sono già buoni, anche se le risposte che stiamo dando necessitano di evolvere con l’evoluzione dei bisogni e il piano mi pare che apra la strada a questa evoluzione.

Per il sociale ancora più che per il sanitario è debole il ruolo degli enti locali. Se si esclude il Comune di Aosta, gli altri comuni delegano molto, direi troppo di compiti che sarebbero anche loro, alla Regione. Questa debolezza è imputabile in parte all'evoluzione sanitaria delle microcomunità, che ha cambiato ruolo. E i comuni non le hanno prese in carico, perché rispondessero ancora a quei bisogni di costituire punto di riferimento per una popolazione anziana che non può più essere assistita in casa, ma che è autosufficiente, e che avrebbe trovato in queste microcomunità un punto di riferimento importante.

Il ruolo debole dei comuni, eccettuato Aosta, è sottolineato anche dai rappresentanti delle associazioni di volontariato, che chiedono un maggior coinvolgimento del mondo del volontariato nella definizione della qualità dei servizi. Coinvolgimento quindi degli interlocutori sociali e una maggiore responsabilizzazione degli enti locali sono obiettivi da mettere in conto, pur nelle difficoltà che questo comporta, per superare l’eccessivo ricorso alla surroga della Regione e per far partecipare alle scelte e alla gestione rappresentanze che sono più vicine e quindi più sensibili alle esigenze che nascono sul territorio e in mezzo agli utenti.

Ancora alcune questioni relativamente al francese, visto che è stato sollevato sui giornali e c’è stata anche una presa di posizione adesso in Consiglio, da parte di chi mi ha preceduto. Sulla verifica della conoscenza del francese, insisto sulla verifica, abbiamo posizioni diverse anche in maggioranza, ci sono posizioni diverse fra le varie forze e questo non mi stupisce, altrimenti saremmo una sola forza. Sottolineo però che questo non vuol dire che ci siano differenze sull’idea che si ha sul ruolo del francese nella nostra comunità, dove penso che le differenze siano sicuramente molto meno accentuate.

Sulle verifiche, invece, abbiamo già avuto modo di discutere anche animatamente all’interno della maggioranza: ne ricordo una per tutte, in occasione del famoso articolo 42, ma lo abbiamo fatto con l’intenzione di trovare le mediazioni e sovente queste non ci hanno neanche del tutto soddisfatto, ma le abbiamo accettate in una logica di maggioranza.

Mi pare normale, ripeto, che fra forze diverse ci siano differenze anche su temi importanti; tutto sta però nel lavoro comune per trovare un percorso su cui tutti possano lavorare. Oggi, sul tema del francese, come è stato fatto per la legge sul Difensore civico, abbiamo visto percorrere anche altre logiche. La cultura di governo consolidata e forte, a cui ha fatto riferimento La Torre alcune ore fa, viene interpretata diversamente e porta ad atteggiamenti diversi, perché penso che tutti ci vogliamo far carico di questa cultura di governo forte, convinta.

Faccio qualche esempio: quando il sottoscritto, in occasione del già citato articolo 42, ha fatto un intervento che ha delineato in termini molto netti la nostra posizione in merito alla verifica preliminare del francese, questa è stata preceduta da un intenso dibattito in maggioranza anche duro, ma non sugli organi di informazione.

Oggi avviene il contrario: si solleva un gran calderone sui giornali, alla televisione, e non c’è stato un vero confronto in maggioranza, se non a livello di informazione in una preconsiliare. Per questo mi permetto solo di dubitare che questo possa essere visto come atteggiamento di vera cultura di governo consolidata e forte.

Nel merito della proposta, viene posto il problema della verifica in modo settoriale solo per la sanità, nel momento in cui si conclude un iter deciso in maggioranza dopo le discussioni sull’articolo 42, di omogeneizzare i criteri di verifica per questo settore, così come era avvenuto in altre situazioni. Ripeto, questa era una decisione che allora noi abbiamo incassato, proprio per logica di maggioranza. Ora viene riproposta in un momento in cui sul piano pratico il problema è quasi inesistente, in quanto sono marginali i casi in cui la questione del francese influisce sui meccanismi di accesso a professionalità difficili da reperire.

Propone un sistema di punteggio che ha già sollevato grosse perplessità in altre situazioni e in altre occasioni perché giudicato punitivo delle professionalità. Tralascia poi di affrontare situazioni, secondo me più ingiuste, come il mancato riconoscimento dei titoli del vecchio esame di maturità; teniamo conto che coloro che hanno il vecchio titolo di maturità, come quelli che hanno sostenuto il nuovo esame, hanno fatto tutti tredici anni di francese.

Abbiamo poi insieme bocciato altre proposte, non uguali a quelle fatte ora dalla Stella Alpina, ma con una logica analoga. Per questo non possiamo condividere la loro posizione, anche se vorremmo essere insieme, ma insieme a tutte le forze di maggioranza, promotori di occasioni diverse di riflessione su questo tema, perché tutti abbiamo momenti di insoddisfazione rispetto al modo in cui viene fatta la verifica del francese.

Spero che si presentino occasioni vere di approfondimento, in maggioranza preferibilmente, non per escludere gli altri, ma per gli effetti pratici che questa condizione potrebbe sortire, non escludendo il confronto più allargato anche per raccogliere, in proposito, contributi di tutti, se questi ovviamente vengono avanti in termini costruttivi.

PrésidentLa parole au Conseiller Piccolo.

Piccolo (SA)Credo che l’ora tarda costringa un po' tutti a cercare di essere il più possibile concisi.

Il settore della sanità e del sociale è un settore, a noi tutti ed in particolare a me, molto caro. Occorre pertanto dare effettiva attuazione a questo nuovo Piano sociosanitario, un piano dal contenuto che anche altri hanno definito "a carattere generale", che si prefigge, peraltro, anche alcuni ambiziosi obiettivi. Va dato atto all’Assessore Vicquéry di aver individuato alcune precise e puntuali scelte che - ci auguriamo tutti - possano essere realizzate in tempi ragionevoli, in quanto sono problematiche, secondo me, che non possono attendere oltre.

Voglio pertanto brevissimamente accennare alcuni problemi, sui quali mi auguro l’Assessore Vicquéry, nella replica, possa confermare positivamente la loro definizione. Qualcuno potrà dire: "déjà vu", "déjà entendu", ma una frase latina quanto mai opportuna in questo momento dice "repetita iuvant", e in questo caso è importante ricordare e sottolineare alcune problematiche che a me stanno a cuore. Mi riferisco in particolare, come primo obiettivo, al decentramento e al potenziamento dei vari servizi sul territorio, al funzionamento pieno e più puntuale dei distretti sociosanitari, alla nomina dei suoi direttori per un miglior coordinamento ed un migliore e razionale servizio rivolto ai cittadini residenti.

Altro problema sono le RSA, più volte citate in questo consesso, sulle quali occorre veramente fare il punto per sapere quante di queste strutture sono ipotizzabili per soddisfare l’esigenza dell’utenza, in particolare per la "fascia anziani". La considerazione nasce dal fatto che le microcomunità non sono più in grado di soddisfare, né questo del resto è il loro compito, particolari casi di persone anziane che necessitano di continua assistenza, persone non autosufficienti e non più assistibili a domicilio.

Ricordo, come ho già fatto in altre occasioni in questo Consiglio, che le RSA devono trovare collocazione in prossimità di strutture ospedaliere o poliambulatoriali, in quanto è indispensabile la presenza costante di personale medico e paramedico, e sappiamo tutti quanto è difficile in questa realtà valdostana trovare figure professionali di quel tipo.

Un ulteriore problema sono i malati di mente. Purtroppo sono molte le persone che versano in stato di infermità mentale. Alcuni familiari e tutori hanno manifestato, oltre che il proprio disagio per i loro cari, anche quello di recarsi in istituti fuori Valle, dove da tempo i malati sono ospitati, alcuni dei quali - come l’Assessore sa bene - cercherebbero di poter rientrare nella nostra Regione. E a proposito della RSA occorrerebbe, proprio per il tipo particolare di utenza, pensare ad una più costante presenza di fisioterapisti per la riabilitazione: di questo l’Assessore è certamente a conoscenza.

Concludo sottolineando l’importanza del ruolo del privato sociale e della cooperazione sociale, componenti sempre più necessarie, sia per ridurre la burocrazia dell’ente pubblico, sia per sfruttare, a vantaggio della collettività, le grandi risorse del volontariato da cui questo settore è animato ed in gran parte promosso. Occorre infatti non vanificare l’impegno delle persone coinvolte è quindi necessario, da una parte, dare indicazioni e regole precise riguardo alle attività gestite e al controllo delle stesse, e dall’altro decidere, con rapidità, i finanziamenti necessari.

Queste erano alcune personali considerazioni e suggerimenti per portare il contributo al dibattito in corso e che credo possano essere considerate di primaria importanza. Pertanto nell’attesa della replica dell’Assessore Vicquéry concludo chiedendo di tener in debito conto quanto da me evidenziato, e dichiaro il voto favorevole al Piano sociosanitario.

PrésidentLa parole au Conseiller Frassy.

Frassy (FI)È difficile cercare di fare un ragionamento organico su una materia che è complessa di per sé, come la sanità, in quanto è una materia che ha un interesse assorbente sia delle funzioni amministrative, sia soprattutto delle esigenze di ognuno di noi come cittadini. Prima di addentrarci nell’esame del piano, prima di addentrarci nell’esame della legge di approvazione del piano stesso, ritengo sia necessario fare un ragionamento a mo' di preambolo di questa discussione, perché oggi siamo chiamati ad approvare il Piano socio-sanitario.

E non è, Assessore, una domanda retorica per il gusto di fare della filosofia, anche perché il Piano socio-sanitario, per la mole di lavoro che immagino abbia occupato gli uffici, per gli approfondimenti e il tempo che ha occupato alle commissioni, per il tempo che sta occupando al dibattito consiliare, deve essere sicuramente un qualcosa di molto importante.

Il precedente piano, come ricorderanno i colleghi, occupava un triennio che stava a cavallo fra gli anni 1997-1999; oggi, nel 2001, ci approntiamo ad approvare il piano del triennio 2002-2004. C’è stato "un buco" di due anni fra il precedente piano e il piano attuale, e sarebbe interessante capire cosa è successo nella proroga che c’è stata del piano precedente. Questo però non è stato oggetto di riflessioni neppure in sede di confronto in commissione.

Noi, oggi, nel cuore dell’estate, siamo chiamati con una certa urgenza, e non sappiamo se sia il frutto di un eccesso di diligenza del Presidente della V Commissione, Rini, o se sia in effetti il frutto di un'urgenza amministrativa o di un'urgenza sanitaria.

Abbiamo sentito nei corridoi, ma nessuno lo ha ripetuto finora, che nei fatti l’urgenza non c’è, se non fosse per un articoletto della legge n. 5/2000 che viene modificato e che riguarda i meccanismi di nomina del Direttore dell’ARPA. Certo che se tutta questa fretta è limitata a questo accadimento che riteniamo tutto sommato contingente, devo dire che non abbiamo reso un gran servizio alla prospettiva di gestione della sanità del prossimo triennio, anche perché in effetti - così è scritto in legge - questo piano, tolta questa norma, entrerà in vigore dal 1° gennaio 2002.

Ora io non posso non riprendere brevemente un passaggio fatto da chi mi ha preceduto e che penso possa essere confermato anche dai colleghi di maggioranza, seppure nel loro intimo, non avendo probabilmente motivo quanto meno politico di esternarlo in questa sede, che c’è stata una difficoltà, ma soprattutto una fatica nei ritmi incalzanti, nei tempi che non consentivano quegli approfondimenti necessari, approfondimenti che non riteniamo essere strumentali, che non riteniamo essere frutto di morbose curiosità, ma che riteniamo essere frutto di responsabile interessamento di chi è chiamato ad esprimere un giudizio su una materia molto importante per i suoi riflessi finanziari, sui conti pubblici, per i suoi riflessi sulla salute dei cittadini, per tutta una serie di riflessi che noi ben conosciamo.

Allora mi domando: è possibile che l’Assessore, che è il "deus ex machina" della macchina sanitaria in Valle d’Aosta, che dispone della collaborazione di una struttura che consta di duemila e passa persone, perché questo è l’organico dell’USL, e ai vari livelli viene attivato nei momenti in cui devono essere verificate le situazioni sulle quali poi si "tirano le fila" per regolamentare le riflessioni, e che dispone, non dimentichiamo, della struttura regionale dell’Assessorato, abbia bisogno di oltre un anno e chieda a noi Consiglieri, che non disponiamo di nulla più della nostra buona volontà e intelligenza, delle consulenze che in base alle conoscenze, all'insistenza con cui ci muoviamo, riusciamo, "gratis et amore Dei", a carpire al nostro approfondimento?

Assessore, penso che un ringraziamento lei lo dovrà comunque fare ai Consiglieri, che hanno fatto uno sforzo non indifferente, Assessore, perché se lei vede i nostri banchi, sono il segno della concretezza degli approfondimenti! Non sono sicuramente gli interventi che sono stati fatti frutto di una filosofia dilatoria di quelle che possono essere le tempistiche di lavoro e di approvazione di documenti importanti come questo. E allora, Assessore, è sicuro lei che la fretta che è stata messa in V Commissione sia una fretta salutare alla prospettiva della sanità in Valle d’Aosta?

Noi abbiamo dei dubbi e cercherò in maniera sintetica di dire perché probabilmente in questo frangente temporale l’accelerazione che l’Assessore ha voluto dare a questo Piano sociosanitario rischierà di essere uno degli elementi che andrà ad inficiare molto probabilmente la stessa funzionalità e praticabilità del piano.

L’Assessore ricorda, nelle premesse del Piano sociosanitario, il lungo e travagliato cammino della sanità nazionale; parte dalla prima riforma, di cui si è perso anche il riferimento legislativo, ricorda la seconda riforma del decreto legislativo n. 502/1999 e ricorda quella che noi definiamo, e insieme a noi anche molti cittadini che con essa si sono impattati, "la nefasta terza riforma" dell’allora Ministro Bindi, che emanò lo sciagurato decreto legislativo n. 229/1999.

Ed è stato tanto sciagurato quel decreto legislativo che per la terza volta ha riformato i massimi sistemi della sanità nazionale, che il successivo ministro che apparteneva sempre all’area riformista ulivista del Centro-Sinistra, ha dovuto tirare il freno a mano alla "riforma Bindi", il Ministro Veronesi ha dovuto imporre una serie di stop a quella che era stata decantata come "la rivoluzione copernicana della sanità nazionale".

E dopo il freno a mano tirato dal Ministro Veronesi, oggi è evidente che gli operatori della sanità innanzitutto, i cittadini utenti dei servizi sanitari, ma anche le regioni ed enti delegati di responsabilità gestionali e non solo, si domandino cosa ne sarà della "riforma Bindi".

Penso, Assessore, che un po' tutti noi che siamo addetti a quelle che sono le questioni politiche, abbiamo avuto modo di captare, fin dalla recente campagna elettorale, ma poi subito dopo l’insediamento del "Governo Berlusconi" e poi ancora con la nomina dei ministri, quali sono gli orientamenti del secondo "Governo Berlusconi". E sono degli orientamenti abbastanza chiari, che in tempi brevi porteranno a responsabilizzare maggiormente le regioni, a delegare ulteriormente competenze alle regioni in materia di sanità.

Lo Stato si manterrà competenze di indirizzo generale molto limitate e saranno delle competenze che andranno probabilmente a definire dei parametri base, dei limiti minimi del Servizio sanitario nazionale, dopo di che sarà la capacità di progettazione, di programmazione economica e finanziaria delle singole regioni a dare concretezza sul territorio a quelle che sono le prestazioni da erogare ai propri cittadini.

Se questo è lo scenario, e noi siamo convinti che questo sia uno scenario a medio-breve, siamo sicuri, Assessore, che sia stato opportuno dopo due anni di ritardo - e poi vedremo cosa è accaduto in quel periodo - imprimere questa accelerazione? Non sarebbe stato forse opportuno non dico perdere tempo, ma sul presupposto - che immagino l’Assessore possa sottoscrivere anche se noi non lo condividiamo - che la sanità valdostana nella "prorogatio" 2000-2001 del piano del triennio 1997-1999 ha fatto dei passi avanti, immagino che l’Assessore abbia un'analisi di questo tipo, continuare a fare secondo questa filosofia altri passi avanti, nel momento in cui venivano cambiate le regole del Servizio sanitario nazionale?

Ci troviamo nel cuore dell’estate ad approvare un documento con la consapevolezza che è un documento che nasce superato, con un documento che quando andrà a regime a gennaio 2002 non sarà più un documento utile per quelle funzioni di programmazione, perché saranno cambiate tante cose.

Se così è, la prima riflessione che voglio fare entrando nel vivo del documento, Assessore, è che questo piano potremmo finire di discuterlo adesso, perché probabilmente i colleghi che sono intervenuti prima hanno sottovalutato la portata delle norme contenute nel piano stesso e nel disegno di legge, in quanto all’articolo 1, comma 2, si legge: "la Giunta regionale è autorizzata ad apportare gli eventuali adattamenti al piano di cui al comma 1?" - è quello del quale stiamo discutendo, che consta di quasi 200 pagine - "? che si renderanno necessari a seguito dell'entrata in vigore del Piano sanitario nazionale 2001-2003 e del Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2001-2003". Praticamente la Giunta ha la possibilità di adeguare questo piano a quella che sarà l’evoluzione della riforma nazionale sulla sanità.

Se questa è la filosofia, forse stiamo facendo filosofia, perché gli indirizzi, ammesso che ci siano in questo piano, sono indirizzi che possono essere oggetto di semplice modifica con degli atti di Giunta. Se così sarà, vuol dire che avremo fatto un inutile sforzo per approfondire la materia. Però, considerando che lo sforzo noi lo abbiamo fatto, riteniamo necessaria una serie di considerazioni che vadano al di là di questo preambolo, perciò vorrei addentrarmi nella premessa al piano.

Quali sono, Assessore, i presupposti del Piano socio-sanitario? La domanda è retorica, perché i presupposti del Piano socio-sanitario si trovano a pagina 5 e sono individuati come i principi ispiratori. L’Assessore in maniera sintetica, e per certi versi anche chiara, individua sette punti; li riepilogo sul presupposto che tutti li conoscano, non mi soffermo a commentarli rimandandone l’analisi approfondita nel corso della discussione:

- punto 1: distribuzione equilibrata dei servizi sul territorio;

- punto 2: individuare la prevenzione come momento fondamentale;

- punto 3: sviluppare il sistema di conoscenza e di valutazione dello stato di salute e dei bisogni sanitari sul territorio regionale;

- punto 4: promuovere l’efficienza e la qualità degli interventi (chi non lo vorrebbe?);

- punto 5: coordinamento fra le istituzioni e fra gli operatori ai fini dell'integrazione (aggiungo io: "auspicata da sempre") degli interventi;

- punto 6: completamento (e anche qui, evviva!) del processo di aziendalizzazione, ma poi ne parleremo di ciò che è accaduto nei due anni in cui il piano precedente era prorogato;

- punto 7: sviluppare la diffusione e la qualità dei servizi sociali promovendo l’autonomia e la responsabilità di gestione degli enti locali (e anche qui vedremo cosa fa la legge con il fondo unico per quanto riguarda il discorso sociale).

Chi è che può dire che questi principi ispiratori del piano non sono condivisibili? Penso nessuno, forse possiamo aggiungerne altri con uno sforzo di fantasia, ma sono principi che riteniamo essere esaustivi.

Dopo di che l’Assessore, a pagina 7, in un flash di poche righe, ci parla della continuità e dei punti di contatto con il precedente piano, perché non siamo proprio all’anno zero di quella che è la programmazione perlomeno di tipo cartaceo, di tipo teorico, perché c’era un piano precedente, e dice che il presente piano si pone in continuità con quello precedente.

Non avevamo dubbi, c’è una continuità politica, c’è una continuità di impostazione amministrativa, perciò è evidente che fin quando non andremo al governo, la Valle d’Aosta non potrà avere una sanità diversa. Ma questo fa parte di un altro atto. E qui, Assessore, ci sono degli elementi sui quali mi dilungherò per avere delle risposte nel corso della sua replica, a chiusura del dibattito generale.

I punti di contatto con il precedente piano sono tre: il decongestionamento dell’Ospedale, la valorizzazione e il potenziamento dei servizi territoriali e l'integrazione sanitaria. Questi sono i punti di contatto e di prosecuzione con il precedente piano. Non mi soffermo sugli aspetti innovativi perché li affronterà successivamente il collega Tibaldi.

Ma su quale analisi diciamo che questi punti di contatto con il precedente piano sono da riprendere in questo piano? L’Assessore, in commissione, devo dire che è stato onesto, perché ci ha detto: "nel precedente piano avevamo teorizzato la decongestione dell’Ospedale, il potenziamento dei servizi sul territorio e l'integrazione socio-sanitaria, le RSA". Il bilancio, Assessore? Pochino, perché questi punti sono i punti portanti, insieme a quelli innovativi, del nuovo piano.

Allora, se nel triennio 1997-1999 e nella proroga del biennio successivo non si sono concretizzati quelli che erano gli elementi portanti del vecchio piano e che sono tuttora elementi qualificanti del nuovo piano, quali analisi sono state fatte sul fallimento di quelle impostazioni che vengono riproposte nel nuovo piano?

Quali sono i limiti, gli impedimenti che hanno creato questa impossibilità di realizzare, ripeto, dei principi condivisibili? Su questo, Assessore, non è stato scritto un rigo! Se non si analizzano le cause di un fallimento precedente, la riproposizione di quel principio rischia di ripercorrere lo stesso iter del principio precedente, di fallire in quello che è il suo scopo, in quello che è il suo obiettivo, in quella che è la sua conclusione. Di questo, Assessore, non si dice nulla!

Altri esempi, l’Osservatorio epidemiologico: questa era un’altra di quelle cose che dovevano essere ormai a regime da un pezzo e sappiamo benissimo quali sono state le traversie di questo intervento che doveva essere innovativo. Allora abbiamo delle perplessità su quelle che sono le "gambe" di questo piano, anche perché qui nessuno si è reso conto che questo Consiglio, al di là di questi documenti omnibus, che contengono il massimo sistema della filosofia in campo sanitario, perde il controllo della gestione sanitaria.

L’USL è un’azienda, e ci sta bene, ma è un’azienda che attinge risorse dalle casse regionali, è un’azienda che ha un contratto con l’Amministrazione regionale.

Allora noi abbiamo fatto la legge n. 5 all’inizio del 2000, dopo di che abbiamo perso di vista tutto quello che accadeva, anche perché la legge n. 5 a questo Consiglio delegava un compito marginale, ma importante, ed era il compito che gli conservava l’articolo 4 intitolato la "Relazione sanitaria e sociale", e lo leggo: "La struttura regionale competente in materia di sanità, salute e politiche sociali predispone ogni anno, con riferimento all’anno precedente, la relazione annuale sanitaria e sociale, quale strumento informativo e di conoscenza delle dinamiche e delle esigenze del mondo della salute, nonché dei bisogni sanitari, di assistenza, sociali espressi nella regione". Questo era il comma 1.

"La relazione annuale?" dice il comma 2 "? sanitaria e sociale è valutata e interpretata anche sulla base delle risultanze della relazione sanitaria dell’azienda USL e lo stato di salute della popolazione e i risultati raggiunti in rapporto?" ho perso il filo perché in questa copia stampata è saltata qualche lettera, ma leggo il comma 3 che è quello più significativo "La relazione annuale è presentata dalla Giunta ed è approvata dal Consiglio, ed è pubblicata sul Bollettino ufficiale?".

Cosa vuol dire questo? La Giunta lavora per un anno con l’USL, dopo un anno fa il conto consuntivo della sanità in modo che vi possa essere una valutazione in termini politici, ma anche in termini di efficacia, di quelle che sono state le iniziative di indirizzo politico e quelle che sono state le iniziative gestionali dell’USL, e poi la pubblica sul Bollettino, perché tutti i cittadini hanno diritto di sapere qual è lo stato di salute della sanità valdostana.

Assessore, qual è lo stato di salute della sanità valdostana nel 2000? A luglio abbiamo l’urgenza di programmare la sanità valdostana dal 2002 al 2004, ma non sappiamo cosa è successo nella sanità valdostana nel 2000! Nel 2000, ad aprile, l’Assessore ci ha propinato non l’esame del 1999, ma del 1998, perché gli uffici avevano fatto la situazione della sanità sul 1998 e nell’aprile 1999 i colleghi ricorderanno di aver valutato il bilancio gestionale della travagliata e conflittuale gestione della sanità fra l’Assessore e l’allora commissario, perché eravamo ancora in regime commissariale.

Allora come possiamo oggi parlare di programmazione, quando sappiamo che la programmazione non è oggetto di controllo alcuno? Non abbiamo la possibilità di avere altri momenti, che non siano quelli del consuntivo.

Mi auguro che l’Assessore ci spieghi i motivi per i quali ad oltre sette mesi non ci sia ancora una relazione; quei parametri di tipo incentivante che sono stati oggetto di discussione ieri, siamo sicuri che non debbano prevedere che ci siano anche delle tempistiche?

Ne terrà conto lei, Assessore, nelle attribuzioni di risultato e nei premi che verranno corrisposti ai livelli apicali dell’USL, oppure no? Mi auguro che ad agosto, come il Consiglio a luglio ha piegato la testa su queste carte, l’Assessore e i vertici dell’USL facciano altrettanto per portare i primi di settembre, in quest’aula, la relazione sanitaria del 2000 e magari anche del 1999, che dovrebbe essere cosa già fatta!

Perciò come vede, Assessore, ancor prima di entrare nel contesto del Piano socio-sanitario e rimanendo a delle valutazioni di tipo politico, ci sono parecchi conti che non tornano! E non tornano poi quando cerchiamo di capire cos’è il Piano socio-sanitario. Pensavamo, forse perché abituati al bilancio o al Piano dei lavori pubblici o al Piano di intervento sui beni culturali, o forse perché abituati a questo tipo di programmazione, eravamo convinti che qui effettivamente si potesse capire ciò che sarebbe accaduto nella sanità valdostana nel triennio oggetto del piano. Invece l’Assessore ci ha detto che così non è, cioè, noi l’abbiamo capito in commissione, ma l’Assessore ce lo ha confermato.

Ci ha detto: "questo non è il programma, questo è il piano, che è cosa diversa perché comporta la pianificazione, e non può essere triennale la pianificazione, perché la pianificazione sono delle linee guida e, di conseguenza, la programmazione la fa la Giunta".

Assessore, non ci siamo, perché se la Giunta fa anche la programmazione, forse ha ragione il collega Curtaz quando dice che vanno rivisti i meccanismi di partecipazione, i meccanismi di responsabilizzazione e forse anche i meccanismi di indennizzo delle funzioni! La Giunta effettivamente si sta accollando gran parte delle incombenze e degli oneri di questo Consiglio regionale! Allora, da un punto di vista politico, Assessore, non accettiamo che si possa approvare un piano - anche se non è il programma, ma è il piano - riferito al 2002-2004 e si dica che quelle sono le linee guida dalle quali l’Assessore e la Giunta possono attingere nel triennio.

Ma, Assessore, io non ho mai visto a livello comunale, a livello regionale, a livello nazionale, delle linee guida che non dico impegnino, perché sarebbe prematuro, ma che individuino delle risorse, che facciano delle stime sugli elementi finanziari sui quali concretizzare quelle che lei definiva in commissione "le linee guide". Come può essere credibile un piano sulla sanità che ogni anno cresce nei costi a botte di trenta miliardi?

Come è possibile pensare che questa "rivoluzione copernicana", che già nel triennio più il biennio precedente non ha trovato attuazione, possa trovare attuazione oggi senza individuare delle risorse aggiuntive? Si dice da qualche parte nel disegno di legge che non c’è il parere della ragioneria, perché non ha incidenza finanziaria. Va bene, può anche non averla questa legge, ma il piano, se voi non individuate delle risorse finanziarie, non date le gambe a quei sogni che sono stati scritti nelle quasi 200 pagine del piano stesso.

L’Assessore in commissione ci ha detto: "attenzione, siamo in Valle d’Aosta, vi è una sola struttura ospedaliera, vi è una sola USL" e, aggiungiamo noi, "per fortuna vi è un solo Assessore alla sanità!". Però, Assessore, capisce che la logica che questo piano avrà priorità e risorse che saranno individuate dalla Giunta, è un ragionamento che non ci può vedere assolutamente consenzienti, ma per un motivo semplice: che prima ancora di esaminare quello che avete scritto, penso che questo piano sia all’80 percento condivisibile, il piano, Assessore, lei lo sa, non riuscirà a concretizzarlo in tre anni, anche perché il suo mandato terminerà prima. Ma a parte questo, è un piano che ha necessità di risorse, ha necessità di tempi, ha necessità di priorità; perciò se la Giunta non avesse presentato questo piano, cosa cambiava oggi?

Cambiava che non c’era questa discussione, ma non cambiava nulla perché la Giunta avrebbe adottato i suoi atti, avrebbe adeguato le esigenze della sanità valdostana, come dice l’articolo 1, comma 2 della legge, alle riforme in itinere del Servizio sanitario nazionale, cioè avrebbe fatto né più né meno quello che farà con questo piano: carta bianca! Allora forse non era necessario che per avere carta bianca, si mettesse in movimento un meccanismo infernale come è questo.

Non mi addentrerò nei ragionamenti di tipo finanziario, perché sarà il mio collega Tibaldi che farà un'analisi sui rapporti costi-benefici della sanità in Valle d’Aosta, ma voglio fornire solo un dato ed è un dato che lei ha scritto da qualche parte, che ha scritto forse l’USL nel piano attuativo, sono tali e tanti i documenti che abbiamo letto in queste settimane che si confondono le fonti, ma è comunque un documento che esiste e lei sicuramente lo conosce.

Come si evince da questo dato, la stima di spesa nel 2001 per la sanità in Valle d’Aosta riserva alla sanità ospedaliera il 41 percento delle risorse; il 50 percento delle risorse, Assessore, sono già destinate alla sanità che opera sul territorio.

Mi domando, Assessore: se siamo, o quasi, all’anno zero - e parleremo dei macrodistretti in un intervento successivo perché lì c’è molto da dire, e per i bilanci, e per le prospettive - quali e quante saranno le risorse necessarie per concretizzare quella territorializzazione ulteriore, auspicata, condivisibile che è contenuta in questo piano, quando il territorio, oggi, con le carenze e con le insufficienze che lei conosce, che lei in maniera velata e garbata scrive nel piano, ci costa 125 miliardi? È su questi aspetti, Assessore, che bisogna anche confrontarsi, se è vero che dobbiamo dare delle linee guida, se è vero che dobbiamo ipotizzare dei percorsi che siano per certi versi praticabili!

Cercherò di entrare adesso nel piano, per capire delle cose che non sono state oggetto di approfondimento in commissione, cercando di non ripetere tutte quelle considerazioni che abbiamo fatto in commissione. Di conseguenza mi soffermerò su alcuni elementi che ritengo qualificanti del piano, ma deboli dal punto di vista della sua praticabilità.

L’assistenza riabilitativa nell’ambito del piano è uno di quegli argomenti sui quali il piano si sofferma in due pagine, individuando degli obiettivi e delle azioni. E negli obiettivi noi leggiamo che è necessario razionalizzare il sistema delle erogazioni, è necessario valutare l’efficacia dei programmi di riabilitazione domiciliare mista, ed è necessario garantire una di quelle difficoltà che ci sono nella sanità valdostana, in questo caso il fabbisogno di fisioterapisti, che lei sa, Assessore, è una peculiarità soltanto valdostana perché i fisioterapisti sono abbondanti dappertutto e stranamente in Valle d’Aosta sono invece merce rara!

Non sto a leggere le azioni guida, mi limito ad evidenziare come questo progetto si incentri sul rilancio termale. L’Assessore Lavoyer penso che possa intervenire su questo argomento, perché mi sembra che rispondendo ad iniziative avanzate dal nostro gruppo sull’ipotesi di Pré-Saint-Didier e di Saint-Vincent gestite in una maniera diversa, non abbia dato dei tempi compatibili con il triennio in cui dovrebbe trovare attuazione questo piano.

Teniamo presente che realtà di riabilitazione - potrei citare, senza fare nomi, cliniche famose che stanno intorno al Lago di Como - sono realtà che portano risorse alla comunità locale, sono realtà che portano risorse alle USL locali, perciò se è vero che la sanità da domani inizierà a fare dei conti sulla tasca delle effettive risorse regionali, tutto il meccanismo dell'assistenza riabilitativa, che è paradossalmente semplice perché fra i tanti problemi della sanità valdostana ipotizzare spazi diversi per l’assistenza riabilitativa è forse la cosa più semplice, ed è un volano incredibile per quello che viene definito il turismo ospedaliero nel senso positivo del termine, questa è infatti una regione che ha delle attrattive che potrebbero rendere piacevole sicuramente più di quanto non può essere il clima lacustre percorsi riabilitativi, che hanno necessità di tempi lunghi, di tempi che si misurano normalmente a settimane, quando non a mesi, il meccanismo dell'assistenza riabilitativa, dicevo, sarebbe stato un argomento sul quale andava individuata una priorità, una percorribilità, delle sinergie, e qui torno indietro alle premesse.

La sanità valdostana è una sanità povera, perché non ha i privati e i pochi privati che operano nella sanità valdostana, sono privati che spesso si confondono con la sanità pubblica tout court. Questo è un elemento che va sviscerato, invece non c’è riferimento alcuno. E questo è un elemento ancora più importante, se è vero che il futuro della sanità nazionale arriverà sulla distinzione fra quelle che sono le prestazioni pubbliche e le prestazioni private nei vari regimi ipotizzabili.

L’assillo e la preoccupazione finanziaria caratterizzano questo piano, perché l’invenzione di dire tagliamo quelli che sono i costi che riconosciamo alle altre USL, a quella del Canavese "in primis", ci porta ad ipotizzare un qualcosa di suggestivo, ma probabilmente difficilmente concretizzabile, ossia di attuare, come si legge a pagina 174 e seguenti del piano, "una rete sanitaria interaziendale e interregionale fra la Valle d’Aosta e il Piemonte". Assessore, qui facciamo un altro errore, cioè l’errore che ha fatto il suo collega Pastoret nella discussione che abbiamo fatto sull'Università. Nel momento in cui ipotizziamo di aprire la sanità valdostana nel senso di attrarre e superare quello che è il cosiddetto "limite di fuga", punto di fuga di pazienti verso altre unità sanitarie, non dobbiamo limitare questa intuizione a quelle che possono essere le sinergie con il vicino Canavese.

Ma perché? Perché l’attrazione che ha il Canavese rispetto alle strutture sanitarie valdostane, oggi come oggi, è minimo rispetto all’attrazione per la pluralità di offerta che possono dare le strutture che sono ubicate nel Piemonte, a partire da Torino ad arrivare fino a Novara.

Allora lo sforzo che dovremmo fare non è tanto quello di mettere in piedi un meccanismo che può preludere a conflittualità e a deresponsabilizzazioni. Ma dobbiamo mettere in piedi una sanità di qualità, che deve essere punto di attrazione non solo per il Canavese, ma deve essere punto di attrazione a livello quantomeno del nord-ovest.

Questo però non emerge e ci si dilunga in una ipotesi improbabile fra quella che è l’utenza valdostana - 120.000 - e quella del Cavanese - 190.000 -, si fanno i conticini del ragioniere di quanti Canavesani possono venire da noi e quanti Valdostani possono andare da loro.

Questo è un altro elemento di miopia rispetto a quello che dovrebbe essere lo sviluppo della sanità valdostana, perlomeno a quei livelli di qualità che l’Assessore ha auspicato, ma che mi sembra di poter dire che sono stati auspicati anche in commissione dai vertici dell’USL, quando sono stati auditi.

Sugli altri aspetti che riteniamo significativi e sui quali ci vogliamo soffermare, non possiamo non dedicare alcune considerazioni al country hospital. E anche qui, Assessore, è curiosa questa terminologia anglesizzante; è forse significativa, come qualcuno ricordava e come poi approfondiremo, di quella che è l'innovazione o la mancata innovazione dell’articolo 11 della legge. Il country hospital, secondo il piano 2002-2004, dovrebbe essere la chiave di volta che riuscirà finalmente a concretizzare la territorializzazione della sanità in Valle. Dovrebbe essere quel meccanismo che ci consente di limitare le ospedalizzazioni inutili, che ci consente di decongestionare l’Ospedale regionale.

Ma lo avete verificato con gli interessati? Il Presidente Rini ha detto che non era necessario, in quanto ha detto che l’Assessore aveva già fatto le sue verifiche, i suoi ragionamenti, ed aveva sicuramente sentito le parti interessate. I medici di base, per quel che ne sappiamo noi avendo avuto intendimento di sentirli, non solo ci hanno detto che non sono stati coinvolti in questa fase, ma ci hanno detto che è impossibile che i medici di base oggi possano gestire "l’ospedale di comunità", come è definito in parentesi, il country hospital. Perché? Perché l’Assessore teorizza un ospedaletto semplice, dieci-quindici posti letto ovviamente riservati alle patologie di tipo medico-clinico elementari, non patologie che abbiano necessità di interventi di tipo medico-chirurgico, soprattutto con attenzione a quelle che sono le patologie croniche, e che venga gestito da chi?

Da personale infermieristico, che può essere recuperato anche nella rotazione delle strutture dei poliambulatori, ma ovviamente una struttura di questo genere deve avere dei medici, e l’Assessore teorizza il costo zero con il massimo risultato: medici di base che attraverso il meccanismo dell’associazione dedichino parte del loro tempo a gestire queste strutture.

Assessore, abbiamo parlato con molti medici di base, ma il medico di base nella sua particolarità della professione medica, è un medico a tempo pieno. Cioè paradossalmente, mentre il medico ospedaliero è tale nel momento in cui turna nei reparti, il medico di base è un medico che dalla mattina alla sera o è in ambulatorio o è sul territorio.

Mi chiedo come è pensabile ipotizzare che i medici di base possano avere la disponibilità temporale di gestire una struttura del genere, e come è possibile pensare che possano assumersi la responsabilità di tipo amministrativo e giuridico che comporta la gestione di una struttura seppur semplice, comunque in una qualche maniera complessa, a fronte anche di quella che - mi auguro - fosse stata forse una battuta fatta dall’Assessore, che aveva quantificato gli oneri nella misura di qualche decina di mila lire per questo tipo di prestazione extra, perché l’Assessore diceva che il medico di base, quando va a fare la visita, sono 35.000-36.000 lire. Pensare che un medico di base per una cifra simile possa dedicare la mezz’ora o l’ora a questa struttura, Assessore, mi sembra fantascienza?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? sì, ma è fantascienza, e poi con la fantascienza probabilmente si possono fare i contratti, ma non si riesce ad incidere su quella che è una riforma sanitaria seria! Perciò il country hospital potrà essere una bella pensata, ma è una pensata che non avrà, anche in questo caso, gambe per camminare!

Vorrei chiudere questo mio primo intervento dedicando una particolare attenzione a quello che è il biglietto da visita della sanità, a quello che è il primo impatto della sanità con il cittadino-paziente. E il primo impatto che il cittadino-paziente ha con la sanità, se non rientra in una dimensione di programmazione degli interventi, ma rientra in una dimensione di urgenza, è il Pronto Soccorso e la medicina di emergenza, ora siglata MUA; non so se questa assonanza leggermente agreste sia il "muggito" disperato della sanità valdostana. Dopo il grido di dolore del turismo: "AIAT", il grido disperato della sanità è "MUA"!

Il Pronto Soccorso, l’attività di emergenza e urgenza, qui leggo un’affermazione sua, Assessore, poi mi limiterò a commentarla: "Riguardo all'emergenza intraospedaliera la situazione attuale vede la concomitanza di criticità quali la rotazione in Pronto Soccorso di personale medico afferente da svariati reparti ospedalieri, con formazione specifica non ottimale, e un utilizzo di personale specializzato in discipline diverse nell’attività di supporto all'urgenza. L’integrazione fra emergenza territoriale e ospedaliera appare significativamente migliorabile".

In maniera garbata e con degli eufemismi, lei parla di formazione specifica non ottimale; allora vorrei ricordare come funziona il Pronto Soccorso in questa regione, una struttura che, fra le tante che dovranno essere ristrutturate, è fra quelle che sono già state ristrutturate in tempi relativamente recenti una prima volta.

Quando è stato ristrutturato il Pronto Soccorso, probabilmente non si pensava alle sinergie che il Pronto Soccorso doveva mettere in campo; voi pensate che c’è il Pronto Soccorso che ha una posizione centrale nell’Ospedale, andando a nord verso la collina di Aosta scendendo di un piano, si riesce ad andare in Radiologia, e normalmente l’iter è: arriva l’ambulanza, c’è il politraumatizzato da incidente stradale, arriva in Pronto Soccorso e la prima cosa che decidono, dopo che gli hanno fatto una visita sommaria, è quella di fare gli accertamenti radiologici del caso.

Prendono il corridoio, scendono di un piano, fanno le lastre, ritornano in Pronto soccorso e alcune volte si accorgono che devono andare in sala operatoria, perché dal Pronto Soccorso vanno in direzione Dora rispetto alla direzione collina - cioè direzione sud - scendono di un altro piano e finalmente arrivano nelle sale operatorie.

Perciò già da un punto di vista della dislocazione del Pronto Soccorso rispetto alle strutture necessarie all'efficacia, efficienza e funzionalità di un Pronto Soccorso, già qui sono state fatte delle scelte: prima quando sono state rinnovate le sale operatorie, poi quando è stato rinnovato il Pronto Soccorso - perché mi sembra che sia avvenuto successivamente - e sicuramente in tempi successivi, recentissimi perché i lavori sono in corso, quando sono state dislocate a nord rispetto al Pronto Soccorso i nuovi locali riammodernati della Radiologia.

Ma è ovvio che nel Pronto Soccorso la formazione specifica non sia ottimale. Nel Pronto Soccorso i turni diurni hanno un internista e un chirurgo che è dato in prestito dalle varie unità chirurgiche, perciò possiamo trovare il chirurgo vascolare piuttosto che il chirurgo generale, a seconda di quello che la sorta quel giorno, in quel turno, ci riserva, abbiamo comunque un chirurgo, e poi abbiamo un medico della medicina di emergenza.

Il Pronto Soccorso in quello che è il suo trend standard conta di due medici. Di notte, quando spesso accadono le urgenze più "urgenti", i medici si riducono a due: un chirurgo e un internista. Al di là della carenza di staff presente in Pronto Soccorso, è evidente che la formazione specifica non è ottimale, perché quando c’è un solo medico che viene catapultato - e questi sono dati noti - in Pronto Soccorso dopo quindici giorni che è andato in reparto ed è da solo in Pronto Soccorso, è evidente che in Pronto Soccorso succeda quello che è successo recentemente.

È evidente che certi primari convochino delle riunioni urgenti e facciano "il quarantotto", come è successo recentemente in Ospedale, perché ci sono meccanismi che non sono più sostenibili. Di notte la Radiologia non ha, per carenze di organico, il medico radiologo che vista i referti, perciò non può fare i referti il medico del Pronto Soccorso; se ha la certezza di riuscire a leggere la lastra manda a casa il paziente, diversamente chiama il radiologo reperibile, e queste chiamate diventano sempre più numerose proprio per questa formazione specifica che lei definisce "non ottimale".

Allora, Assessore, la vicenda del Pronto Soccorso non può essere liquidata in quattro parole. La vicenda del Pronto Soccorso deve essere oggetto di un ripensamento generale, deve essere fra le priorità. Il concetto della chirurgia di emergenza è un'ipotesi che avevamo già fatto, ma l’avevamo già fatta ad inizio di legislatura. Ci ricordiamo che era emersa questa prospettiva. Sono passati due anni e mezzo e non è accaduto nulla!

Pensiamo perciò che la ristrutturazione del Pronto Soccorso debba prevedere l’attivazione di una chirurgia di emergenza o la creazione di una "task force" di emergenza, con sale riservate. Il dramma delle sale operatorie, quando non sono chiuse, è che se arriva un'emergenza in Pronto Soccorso la mattina, quando le sale operano nella programmazione delle sedute operatorie - lei scuote la testa, Assessore, ma finora è sempre andata bene e così ci auguriamo che continui ad andare -, non c’è la disponibilità immediata della sala, statisticamente su cinque sale ci sarà un intervento che volge nel breve termine a conclusione.

Oggi come oggi, non abbiamo la certezza che il Pronto Soccorso possa far fronte a quelle che dovrebbero essere le sue caratteristiche peculiari. Questo non è un aspetto di poco conto, perché riteniamo che il Pronto Soccorso sia il primo elemento di una sanità che funzioni. La sanità è l’alleviare il dolore del cittadino e il dolore massimo avviene nell’emergenza.

Ho avuto voglia, a più riprese recentemente, di frequentare i corridoi del Pronto Soccorso e la zona del cosiddetto "triage", ma i tempi di attesa sono incredibili. I tempi di attesa di questo Pronto Soccorso sono una cosa che forse lei, Assessore, non conosce; certo, le emergenze hanno la precedenza, ma ci sono diversi gradi di emergenza, ci sono diversi gradi di urgenza, e quando si deve decidere chi abbia più male, sono sempre scelte che fanno male al paziente, ma anche al medico che è messo in situazioni, molte volte, di effettuare delle scelte difficili.

Io vorrei fare ancora alcuni riferimenti al problema della valorizzazione o meglio della mancata valorizzazione delle strutture territoriali, riferendomi soprattutto ai centri traumatologici. La Traumatologia territoriale penso che sia una di quelle situazioni che sono l’evidenza di come l’influsso politico abbia risultati negativi, per non dire nefasti sulla sanità.

Abbiamo assistito a situazioni analoghe, mi riferisco all'Urologia, è un caso sotto gli occhi di tutti e sicuramente più noto di quanto non sia la vicenda della Traumatologia territoriale.

La Traumatologia territoriale era un po' un'innovazione e un fiore all’occhiello di questa regione, era nata quando ancora il Servizio sanitario nazionale era praticamente gestito al di fuori di quella che sarebbe stata la gestione regionale, mentre i centri traumatologici erano a gestione regionale e venivano costituiti nel 1988.

Nel 1988 c’era un organico che prevedeva un primario, due aiuti, due assistenti, una caposala, cinque infermieri e una segretaria; nascevano i centri di traumatologia territoriale su questa impostazione, aprivano i centri di Pila, di Courmayeur, e successivamente a questi centri si aggiunse il centro di La Thuile, è in programmazione Gressoney, è in programmazione o forse in fase di ultimazione Gressoney-Champoluc ed è in programmazione Cervinia. Oggi come oggi la Traumatologia territoriale ha un medico, che deve dividersi nella supervisione?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? prima ne aveva anche? adesso ne ha uno e non ha più la previsione di quella pianta organica nonostante siano aumentati i centri traumatologici, e nonostante che la Traumatologia territoriale venga esercitata anche nei poliambulatori. I centri traumatologici territoriali anche questi si basano sulle convenzioni: 4 medici, 600 milioni per pochi mesi.

Assessore, come è pensabile ipotizzare una territorializzazione della sanità quando quelle poche strutture esistenti, quelle poche strutture che erano anticipatrici del concetto di territorializzazione, sono spesso sottoutilizzate, sottoconsiderate? Assessore Lavoyer, che si è addormentato nel frattempo per il dibattito forse eccessivamente lungo?

(precisazione dell’Assessore Lavoyer, fuori microfono)

? no, stava riflettendo, le do pane per la mente per le riflessioni! Ma come, avete messo due anni per arrivare a questo piano e noi siamo prolissi? Stiamo terminando un’ora, ne abbiamo un’altra, Assessore, per fare le altre osservazioni sull’articolato della legge. Abbiamo cercato di dividere per non essere sintetici ed essere fraintesi. Il turismo, Assessore Lavoyer, lei sa che, oggi come oggi, e lei lo ha detto a più riprese, deve essere incentivato anche sulle qualità dei centri turistici, e lei in più di un convegno ha parlato di certificazione dei centri turistici. Ora, un centro turistico che abbia un centro traumatologico è sicuramente uno di quei centri turistici che può avere e, nell’ipotesi, attribuire delle stelle in più, come si attribuiscono per la classificazione alberghiera.

Allora non è soltanto un discorso di politica sanitaria, Assessore Vicquéry, ma diventa anche un discorso di valorizzazione dell’offerta turistica. Vorrei solo fornire dei dati su quelle che sono le situazioni che passano nei centri traumatologici durante la stagione invernale, se li trovo? il dato c’è, ma non volevo citarlo a mente, Assessore? comunque nei centri, nella stagione 1999-2000, questi sono dati statistici che l’Assessore ha, sono passati circa 4000 utenti. Questo per dire che i centri traumatologici territoriali non sono solo una bella parola, sono una realtà, che però non viene valorizzata! Quando leggiamo che i costi per la gestione di questi centri sono stimati circa un miliardo e rotti milioni, di cui 611 milioni vengono riservati ai medici?

(suona il gong per segnalare che il tempo dell’intervento è finito; tutti i Consiglieri, ad una voce, invitano il Consigliere Frassy a fermarsi)

? arriverò a concludere. No? Faccio sul secondo intervento? Concludo il periodo. Ci sono 611 miliardi, ben più del 60 percento delle risorse, che vengono utilizzati per personale convenzionato, Cottino, che sta cinque mesi in servizio. Con 611 milioni, l’Assessore lo può confermare, si assumono 4 medici che stanno in servizio tutto l’anno e i centri traumatologici diventano operativi anche nel periodo estivo. Questa è la gestione delle risorse che intendiamo noi! La gestione delle risorse che intendete voi è questa.

Si dà atto che dalle ore 23,40 presiede il Vicepresidente Viérin Marco.

PresidenteLa parola al Consigliere Tibaldi.

Tibaldi (FI)Non è che sia molto edificante condurre un dibattito, o anche sopportare da parte di chi ascolta, un dibattito a quest’ora. Sappiamo che non è la prima volta, d’altronde il tour de force che ci è stato imposto ci costringe a fare gli interventi anche a queste ore ingrate per voi e per noi. Cercherò di essere meno prolisso del mio collega Frassy, Lavoyer è già scappato?

Il Piano sociosanitario della Valle d’Aosta è indubbiamente un atto complesso e doveroso, che ogni regione deve porre in essere, per affrontare nel corso di un triennio i principali interventi nel settore socio-assistenziale e sanitario. Se ci soffermiamo a quelli che sono i principi ispiratori, all'architettura di questo piano, naturalmente questi sette principi che fanno parte del preambolo e che sono indicati a pagina 5 non possono che essere condivisibili, come detto da chi mi ha preceduto.

Naturalmente se il piano si estrinsecasse solo in questa pagina, non sarebbe un piano e potrebbe essere accolto da parte del Gruppo di Forza Italia. Come ha detto probabilmente il Presidente Rini in una recente intervista, definendolo "un gioiello", forse si riferiva solo a questa parte, perché sfogliando le pagine successive si vede che questo "gioiello" perde di brillantezza e di valore.

Ma non per fare una critica gratuita, perché il piano, in diverse parti, è redatto in maniera organica, piacevole, anzi è cognitivo, nozionistico e anche per noi è servito ad acquisire informazioni ulteriori e interessanti sul comparto della sanità valdostana.

Questo piano sociosanitario ha punti di continuità e momenti di novità che servono ad allacciare il periodo che è trascorso e che si è concluso, con quello futuro che decorrerà dal 2002 al 2004. Ma quali sono gli aspetti innovativi, le novità di questo piano? Ci sono anche qui aspetti condivisibili ma, a nostro avviso, piuttosto in ritardo e vorrei soffermarmi su alcuni.

Strategie di prevenzione e tutela ambientale. Prevenzione e tutela ambientale, a nostro avviso, dovrebbero essere piuttosto elementi di continuità, cioè elementi che l’Assessore e le strutture sanitarie a ciò preposte hanno già affrontato nel passato, perché la prevenzione non è solo un principio ispiratore, ma deve, o meglio, "doveva essere" un obiettivo che le autorità sanitarie dovevano porsi con un congruo anticipo, altrimenti non può che registrarsi un ritardo che è deplorevole. Lo stesso vale per l’ambiente.

Ambiente che è la carta vincente della nostra regione, e la tutela di questa carta vincente non può essere oggetto di novità, cioè di quel piano che si svilupperà e che dovrà trovare attuazione dal 2002 al 2004. Lo stesso dicasi per lo sviluppo della riabilitazione, per il ruolo di committenza assegnato al distretto e quindi al decentramento sul territorio; per quello che è l’Osservatorio epidemiologico che, come è stato detto da altri colleghi, era stato previsto puntualmente in una legge che sulla base di quello che riusciamo a rilevare è stata inattuata. Ma il punto, e questo sarà il nocciolo dell’intervento che intendo fare, il punto di novità che più ci incuriosisce è la regolamentazione di una politica basata sulla razionalizzazione e responsabilizzazione della spesa, a fronte di precisi livelli quali-quantitativi di prestazioni da erogare.

Allora, l’aspetto innovativo è che ci occuperemo anche dal 2002 al 2004 del problema costi-risorse, come gestirle, come appostarle in bilancio e come canalizzarle per i diversi servizi presenti sul territorio. Questo aspetto evidenzia subito che cosa?

Non essendo mai stato trattato in passato perché è un aspetto innovativo, come qui viene classificato, si conferma quel difetto di attenzione, di razionalizzazione, di responsabilità che da più parti è sempre stato invocato nel Sistema sanitario regionale.

Sappiamo benissimo, e peraltro sono anche condivisibili, delle affermazioni che ho sentito negli interventi dei relatori, che abbiamo una sanità caratterizzata ovunque - ne abbiamo parlato anche nell'interpellanza trattata nella scorsa seduta del Consiglio - da una forte crescita dei costi e da scelte politiche a livello nazionale non ancora dichiarate.

Però abbiamo avuto anche scelte politiche a livello nazionale che sono state adottate, attuate e che hanno creato non poche difficoltà alla sanità regionale. E sono scelte politiche che, Assessore, glielo vorrei ricordare, sono state condivise e avallate anche da chi per la Valle d’Aosta ha rappresentato, rispettivamente alla Camera e al Senato, le istanze di questa comunità. Per semplificare, l’ex Deputato Caveri e l’ex Senatore Dondeynaz hanno avallato la soppressione dei ticket. Lei ritiene, con recenti dichiarazioni, che sarebbe opportuna invece una reintroduzione dei ticket.

Quindi queste scelte programmatorie che si addebitano sbagliate a livello nazionale devono essere ponderate, prima di individuarle come sbagliate. Lei, Assessore, lo sa meglio di me, lo fa con estrema facilità! Lo abbiamo rilevato non solo in sue dichiarazioni a mezzo stampa, ma anche in questo piano, dove si fa riferimento a criticità relative a carenze di professionalità sia mediche, sia assistenziali, imputabili ad errate scelte programmatorie centrali ed universitarie.

Allora, le errate scelte programmatorie non sono solamente ed unicamente centrali, ma anche regionali, perché il "barrage linguistico" più volte indicato dalla nostra forza politica come elemento ostativo per l’accesso di nuove professionalità nel comparto sanitario non è certamente un'errata scelta programmatoria addebitabile al Governo nazionale, ma è semmai un'errata scelta programmatoria per dichiarata volontà politica che è addebitabile alla Giunta regionale e alla sua maggioranza.

Parlando sempre di queste criticità relative a carenze di professionalità sia mediche sia assistenziali, si fa l’esempio di anestesisti, radiologi, cardiologi. Noi potremmo aggiungere anche pediatri, chirurghi, ne abbiamo poche di queste professionalità. Forse, per fare una battuta, abbiamo un urologo di troppo. E vengo a quello che dicevo è l’aspetto centrale, su cui vorrei soffermare alcune riflessioni.

L’aspetto centrale è quello della spesa sanitaria, che naturalmente deve fare i conti con una coperta stretta, la coperta delle risorse. Risorse che se vengono tirate da una parte scoprono servizi dall’altra e viceversa. Sappiamo bene che non è facile conciliare la qualità e l’efficienza del servizio sociosanitario con le esigenze di cassa.

La questione finanziaria è comunque uno dei nodi gordiani del comparto sanitario, perché senza i soldi, senza la disponibilità di risorse economiche e finanziarie la garanzia dell’efficienza qualitativa del servizio viene meno. Per cominciare a fare alcune riflessioni sull'entità e sulla qualità della spesa nella nostra regione dobbiamo prendere spunto dalla legge regionale madre, che ha fissato i criteri guida per la sanità valdostana.

È la legge n. 5/2000, che prevede fra le finalità: la regionalizzazione della organizzazione dei servizi sanitari per assicurare livelli essenziali e appropriati di assistenza - che noi condividiamo - in rapporto ai bisogni sanitari della popolazione residente; l’aziendalizzazione dell’attività sanitaria che deve essere diretta ad assicurare la qualità e la razionalità dei processi organizzativi, produttivi e gestionali, nonché il controllo della formazione dei costi; la responsabilizzazione economica delle strutture con lo sviluppo delle capacità strategico-gestionali, professionali, organizzative, tecnico-operative del personale, personale che deve essere totalmente coinvolto nelle attività non solo di gestione, ma anche di responsabilità. Trascuro i due punti successivi previsti nelle finalità della legge, che non attengono direttamente ad aspetti finanziari.

Le risorse finanziarie che la Valle d’Aosta destina annualmente al comparto sanitario socio-assistenziale sono ingenti: la sanità valdostana non è povera di risorse, tutt’altro. Se guardiamo alcuni dati che ho ricavato in una tabella, attingendoli dai consuntivi approvati da questo Consiglio, per le spese di funzionamento, per la cosiddetta spesa sanitaria corrente, siamo passati da 288 miliardi del 1998 ai 327 miliardi del 2000. L’incremento è tutt’altro che trascurabile, con una spesa sanitaria di parte corrente pro capite di 2.760 milioni.

Questi sono dati che ho desunto dal consuntivo regionale. Allora, ci sono risorse. I risultati mancano e i deficit accumulati negli anni precedenti, ma anche nel 2000 e nel 2001, profilano una situazione tutt’altro che rosea. Nessuna regione italiana gode di una dotazione monetaria di livello pari alla nostra; abbiamo livelli simili nelle Province autonome di Trento e Bolzano, ma la Valle d’Aosta è proprio in testa alla classifica come quota capitaria disponibile a favore dei propri abitanti.

Purtroppo, come anche altre regioni, e questo è un fenomeno diffuso, è vero, registriamo dei deficit. Deficit di 24 miliardi nel 2000, il disavanzo - come è stato affermato e come abbiamo visto con il disegno di legge n. 136 - sarà affrontato con l’accensione di un mutuo; non è la prima volta che poste straordinarie in passivo in bilancio devono essere affrontate con il ricorso ad un indebitamento.

Nel 2001 il disavanzo si presenta decisamente più consistente, perlomeno di livelli superiori al doppio rispetto a quelli dell’anno precedente. L’Assessore, rispondendo ad una nostra interpellanza ha detto che il fabbisogno ricalcolato è di 380 miliardi, mentre la previsione del 2001 era di 320 circa.

Se facciamo la sottrazione fra queste due cifre, mancano all’appello 60 miliardi, che non sono pochi, da coprire per far fronte alla spesa sanitaria. Una nuova voragine si è aperta nei conti della sanità valdostana e di questa nuova voragine ne ha fatto esplicita ammissione lo stesso Assessore, non solamente quindici giorni fa, ma anche con dichiarazioni pubblicate su "Il Sole 24Ore".

Quali considerazioni possiamo fare? La prima è che una prima applicazione della legge n. 5/2000 non sembra ancora essere intervenuta. La invocata e auspicata legge di aziendalizzazione stenta a partire, perché la razionalizzazione della spesa e la responsabilità delle strutture non sono rilevabili. La programmazione sanitaria, si dice, viene fatta attraverso il Piano sociosanitario regionale e i relativi strumenti di attuazione.

Sappiamo che il piano fissa delle linee guida di massima, che dovranno poi essere dettagliate attraverso il piano di attuazione e il contratto di programma, per permettere una programmazione compiuta di tutti i servizi su tutto il territorio. Ma il dubbio che solleviamo è chi fa i conti previsionali e come li fa. L’Assessore magari pensa che questa domanda sia retorica. L’Assessore non ama parlare di disavanzo, preferisce parlare di sottostima. Qui si parla di sottostima delle spese e di sovrastima delle entrate, non è la prima volta che se ne parla!

Questo fa già capire che non è particolarmente utilizzato quel criterio di prudenza, che dovrebbe essere adottato quando si estendono dei conti previsionali; se uno sovrastima le entrate e sottostima le spese, e lo fa in maniera reiterata, evidenzia problemi di contabilizzazione delle poste in bilancio. Sappiamo che i fabbisogni di spesa non possono essere definiti con estrema precisione, perché ci sono alcune variabili che sono indipendenti dalla volontà del Governo regionale, ma ci sono altre variabili che invece da esso sono dipendenti.

E se sono indipendenti le variabili che fanno riferimento alla rinegoziazione dei contratti per il personale dipendente o la spesa farmaceutica convenzionata, e queste possono essere considerate delle attenuanti, non altrettanto può dirsi per altre voci di spesa come quelle che ha elencato l’Assessore qualche tempo fa, relative a spese per acquisto di beni o servizi, o materiali particolari come quello radiografico, o per il grosso incremento, che ha segnalato lui stesso, del materiale di medicina nucleare due anni fa, o per la manutenzione degli immobili spesso effettuata senza quei criteri di risparmio più volte invocati, o per la manutenzione di macchine tecnico-economali, e qua si può fare riferimento all'ingente dotazione di apparecchi informatici, di cui ha beneficiato tutta la struttura sanitaria regionale, dotazione che poi è stata improvvisamente - e non sappiamo perché - riaggiornata con ulteriori spese.

Abbiamo poi altre voci di costo come l’assistenza medico-specialistica interna, l’assistenza farmaceutica, l’assistenza ostetrico-infermieristica, le prestazioni sanitarie ospedaliere, tutte voci che sono state elencate dallo stesso Assessore e sulle quali sarebbe auspicabile un intervento più attento da parte di chi è preposto alla gestione dei flussi di cassa, perché le risorse non sono assolutamente infinite, anzi sono definite e quindi limitate, mentre i bisogni - questa è una legge economica basilare - sono illimitati.

Cercare la conciliazione fra questi due fattori è tutt’altro che facile, però noi invochiamo e auspichiamo la massima attenzione nella gestione di queste risorse. Come si fanno e chi fa questi conti previsionali? Secondo la legge n. 5/2000, che ha previsto l’aziendalizzazione dell’USL, tali conti dovrebbero essere fatti da manager, in particolare coloro che sono individuabili nella triade della sanità valdostana: il direttore generale, il direttore amministrativo, il direttore sanitario, preposti alla valutazione dei bisogni della popolazione e all’utilizzo delle risorse secondo criteri di efficienza, qualità ed economicità.

Nel luglio 2000 si è insediata al completo la nuova direzione aziendale, la cui nomina - sappiamo - è fiduciaria. Quindi c’è un rapporto di fiducia diretto e importante fra la parte politica, l’Assessore, e la parte gestionale, che è costituito da questo vertice dell’USL.

Appena insediata la direzione aziendale ha fatto riferimento a un principio di credibilità, esplicitato dalla stessa dott.ssa Riccardi in un articolo da lei esteso e pubblicato sul periodico di "Newsl" n. 4 del settembre 2000, dove, relativamente al bilancio 2000, essa diceva: "Le risorse messe a disposizione dell’azienda ad inizio anno non consentivano la predisposizione di un bilancio credibile, né tanto meno la contrattazione di nuovi obiettivi".

Con l’approvazione di una legge regionale dello scorso 26 luglio, si creavano i presupposti per redigere un bilancio credibile. Prima domanda: com’è che si può considerare credibile un bilancio, una volta che intervengono i presupposti di legge e amministrativi, quando ci troviamo poi di fronte a disavanzi di questo livello? Il tempo è trascorso, ma il bilancio non è diventato credibile, anzi ha acquisito valutazioni che possono definirsi invece incredibili.

Queste osservazioni non sono solo fatte dal nostro gruppo, ma sono state anche avanzate da chi la sanità non solo la governa, ma la controlla da più vicino. In una nota scritta dal Collegio sindacale dell’USL si legge: "L’azienda a tre quarti di esercizio è sicuramente in grado di ottenere maggiore certezza nelle previsioni di costo e quindi di redigere bilanci credibili". Quindi il collegio esplicita una nota critica su quello che aveva già indicato precedentemente in merito al bilancio preventivo 2000, come adottato nella delibera n. 1763 del 27 agosto dello stesso anno, e attribuisce scarsa attendibilità a un documento preventivo redatto nel mese di ottobre, con un meccanismo che qua si definisce "costruttivo ora per allora".

Pareri anche qui estremamente diffidenti sono stati espressi dal Collegio sindacale dell’USL quando si riferisce a quelle che sono le modalità espositive dei costi non governabili e, conseguentemente, su quello che è il giudizio complessivo del documento contabile. Vede, Assessore, che c'è qualcosa che non funziona in questa gestione contabile? E non è solo addebitabile a quei costi, a quelle variabili indipendenti dalla sua volontà come dalla volontà dei vertici dell’USL, che fanno riferimento alle scelte politiche nazionali, cioè alle scelte politiche che si fanno a Roma! È necessario quindi intervenire. Come siete intervenuti come Giunta regionale? Siete intervenuti adottando tre deliberazioni.

La prima, risale al novembre dello scorso anno. Avete fornito alcune indicazioni all’Azienda USL ai fini della razionalizzazione della spesa sanitaria. Si fa riferimento nel preambolo a quelle che sono le cause del disavanzo o della "sottostima", usiamo pure il termine che l'Assessore preferisce, di fatto si concretizza in mancanza di denaro.

Tra queste cause ci sono quelle che ho appena citato e poi l’Assessore giunge alla conclusione, insieme alla Giunta, che è necessario individuare linee di intervento per l’Azienda USL che consentano l’avvio di un processo di ottimizzazione gestionale che produca una riduzione dei costi e un incremento dei ricavi, nel rispetto della soddisfazione dei bisogni essenziali dell'utenza. Direi che è quanto meno condivisibile. In questa prima deliberazione voi individuate tutta una serie di interventi che intendete realizzare, per procedere al raggiungimento di questi obiettivi. E allora sui ricoveri ospedalieri necessita un'attenta verifica circa l’appropriatezza degli stessi anche attraverso la valutazione delle cartelle cliniche, sui prodotti farmaceutici un'attuazione di ogni iniziativa idonea all’utilizzo di farmaci di minor costo a parità di principio attivo, e così via; elencate tutta una serie di obiettivi da conseguire, fra i quali quelli relativi al materiale di cancelleria, spese telefoniche, servizi non sanitari, progetti obiettivo del personale - che sono un'altra voce di spesa rilevante - e consulenze.

Riguardo alle consulenze voi stabilite di dover utilizzare le risorse interne con la contestuale riduzione degli incarichi esterni, limitandoli ai casi in cui le risorse interne non posseggano i requisiti professionali e di esperienza necessari all’espletamento delle specifiche funzioni. Però lei, proprio quindici giorni fa, ci ha risposto che avete attribuito una consulenza esterna per poter individuare le cause che creano i buchi di bilancio e gli interventi correttivi da adottare per risolvere tale problema. È una contraddizione che non possiamo non rilevare!

A questa prima deliberazione ne fa seguito una seconda del febbraio 2001, la n. 244. È importante perché definisce il contratto di programma e i punti per la successiva adozione dei bilanci di previsione per il 2001. Nella premessa della delibera ci sono tutta una serie di dati molto interessanti che fanno riferimento ai livelli di spesa, al fabbisogno necessario per far fronte alle esigenze sanitarie locali.

Naturalmente si individuano gli obiettivi generali e prioritari da assegnare al vertice dell’USL affinché si conseguano quegli intenti di razionalizzazione della spesa più volte proclamati, ma ancora mai raggiunti. E quali sono questi obiettivi generali? Sono diversi e sono quelli che la stessa delibera suddivide in area della prevenzione, area della degenza, area territoriale distrettuale e area tecnico-amministrativa.

A questi si aggiungono poi obiettivi ritenuti prioritari e ulteriori rispetto a quelli generali, fra cui la riduzione dei costi di gestione e l’aumento dei ricavi. Quindi si ribadisce quali sono le necessità, ma si ribadisce solo la necessità di intervenirci; di fatto non abbiamo ancora capito quali sono gli strumenti che avete attuato, come li avete attuati e quali risultati ad oggi avete ottenuto.

Al primo della riduzione dei costi di gestione e dell’aumento dei ricavi si aggiungono la riduzione del tasso di ricovero in misura non inferiore al 2 percento, la riduzione delle liste di attesa, la soddisfazione dell’utenza. C’è un passaggio importante in questa delibera: "Ritenuto che tali obiettivi generali e prioritari costituiscono un riferimento per la valutazione dell’attività svolta e dei risultati di gestione ottenuti dal direttore generale e conseguentemente dal direttore sanitario e dal direttore amministrativo dell’USL per il 2001?", cioè sono obiettivi anche di carattere manageriale che riguardano le persone preposte a questi compiti. Se facciamo riferimento a quanto è accaduto due anni fa, qui ci sono altre considerazioni da fare.

Due anni fa, quando il vertice della sanità dell’USL valdostana era incarnato dal dr. Bragonzi, per 8 miliardi di disavanzo si creò una "chute de confiance". L’Assessore sorride, ma sono sue parole che abbiamo memorizzato, una "chute de confiance" fra la parte politica e la parte gestionale. E allora il disavanzo era solo a una cifra, adesso il disavanzo ormai viaggia a due cifre; allora non c’erano obiettivi così stretti, c’era più discrezionalità nella valutazione dei risultati da conseguire e negli strumenti da adottare, non c’era ancora la legge n. 5 del 2000, però si creò una frattura fiduciaria. Questa frattura fiduciaria si risolse con l’allontanamento del direttore, attraverso dimissioni apparentemente spontanee, ma sappiamo che ci fu questo calo di fiducia fra le parti.

Come dovremmo oggi ragionare di fronte ai dati che ci vengono prospettati? E pensiamo solo al 2000. Se utilizzassimo lo stesso metro di severità e di rigore, la triade al vertice della sanità valdostana dovrebbe già essere a casa! Ancor più preoccupante è se noi focalizziamo il nostro ragionamento sui dati budgetari del 2001, che vedono già a metà anno un fabbisogno ricalcolato di 380 miliardi.

Ancora alcune riflessioni. Riteniamo che sia necessario, come abbiamo già segnalato, Assessore, un intervento drastico non dico solo in termini di riduzione della spesa, perché la riduzione della spesa non deve pregiudicare quelli che sono i livelli essenziali e appropriati di assistenza e le relative prestazioni - su questo abbiamo già concordato la volta scorsa - invece, un intervento drastico sulle possibili azioni di risparmio.

Sono convinto che lei, non essendo un novizio del settore sanitario, dove invece ha un curriculum piuttosto onorevole perlomeno per la durata in cui lei esercita le proprie competenze nello stesso comparto, possa individuare i margini per poter effettuare azioni di risparmio.

Azioni di risparmio che poi si traducono in soldi che vengono destinati proficuamente alla soddisfazione delle esigenze, senza dover ricorrere in continuazione all’espediente del deficit e alla sua copertura con qualche artifizio, e quello del mutuo che abbiamo visto è necessario sulla base del disegno di legge che avete adottato come Giunta, il disegno di legge n. 136.

Riteniamo che non sia un'utopia, la possibilità di effettuare azioni di risparmio. Abbiamo fatto diversi esempi. Il Consigliere Frassy si è soffermato su alcuni esempi sostanziali: essendo lui in V Commissione vede più da vicino le immediate esigenze e le possibilità di dirottare capitoli di intervento da una parte piuttosto che dall’altra. Non vogliamo però che l’Azienda USL diventi quella "torre d’avorio" inaccessibile, dalla quale ci vengono trasmesse solo comunicazioni di carattere negativo, ovvero di intervento finanziario da parte della Regione.

E non vorremmo nemmeno che da parte sua, Assessore, continuasse - a seguito di questo processo di aziendalizzazione invocato – l'interferenza in scelte che sono di carattere manageriale; interferenza che può condizionare le scelte o rallentare o attenuare il raggiungimento di determinati obiettivi di qualità ed efficienza. Glielo dico questo, Assessore, perché sappiamo che più volte quando lei viene chiamato in causa da nostre iniziative, come interpellanze o interrogazioni, tende - probabilmente per suo carattere o strategia politica - a deviare le responsabilità verso l’alto, verso il ministero, o verso il basso, l’Azienda USL.

Verso l’alto l’ha deviata anche ultimamente in una risposta a un giornalista de "Il Sole 24Ore"; quando le venivano chiesti lumi sul deficit miliardario del 2001 lei risponde: "Sono preoccupato per le notizie che arrivano da Roma. Sento proporre solo palliativi, mentre i problemi veri non vengono affrontati di petto". Perché non era altrettanto preoccupato per le notizie che arrivavano da Roma quando c’era al governo qualcun altro? "E intanto?" continua l’Assessore?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? come le ho detto, riprendo l’esempio del ticket, Caveri e Dondeynaz hanno votato per la sua abolizione, mentre lei ha detto che sarebbe meglio reintrodurlo. Sono valutazioni incongruenti queste, perché i due ex Parlamentari hanno avallato pedissequamente qualunque scelta di carattere sanitario, però lei non era così d’accordo con questi voti espressi dai due Parlamentari valdostani.

Nelle sue dichiarazioni parla, facendo riferimento a livello governativo romano, di previsioni sbagliate; però lo stesso vige nella nostra regione, le previsioni non sono giuste nemmeno da noi. "Crescono i costi di problemi strutturali" aggiunge l’Assessore. Ma i costi di problemi strutturali come le previsioni sbagliate sono una patologia che riguarda anche la sanità valdostana, non solo quella nazionale, e non solo per una questione di consecuzione da Roma verso Aosta!

Continua l’Assessore: "Si tratta di un insieme di questioni che non dipendono dai nostri sforzi inenarrabili di risparmio". Allora, dove sono stati effettuati questi sforzi inenarrabili di risparmio? Sulla base delle delibere che prima ho citato, e quindi di quella scansione di interventi amministrativi che ha fatto la Giunta regionale in questi mesi, ci piacerebbe - magari l’Assessore ci onorerà di una risposta in sede di replica - capire se quegli obiettivi generali e prioritari hanno già dato o si pensa che daranno qualche risultato!

Oppure, dicevo, l’Assessore scarica le responsabilità verso il basso, e quindi in particolare il vertice dell’USL diventa assegnatario di responsabilità, magari di responsabilità che non si merita, non lo so, ma sono responsabilità che se sussistono vanno ad attenuare, o meglio ad incrinare quel rapporto fiduciario che si era incrinato in passato con altri direttori generali e altri commissari straordinari.

Assessore, lei ha detto - e concludo - che meglio di lei nessuno ha il polso della situazione; non riesco allora a capire come mai dirotti responsabilità verso l’alto o verso il basso?

(interruzione dell’Assessore Vicquéry, fuori microfono)

? non devo prendere per buono tutto quello che dice? Non in commissione, lo ha detto in Consiglio proprio in risposta ad un'interpellanza di Forza Italia sul "caso Bragonzi": "Meglio di me nessuno può avere il polso della situazione". E noi glielo riconosciamo, lei ormai è nella sanità valdostana da tempo immemorabile, però non riusciamo a capire come mai dirotta le responsabilità o verso l’alto o verso il basso.

A questo punto, se meglio di lei nessuno può conoscere la situazione! Come ho detto prima, sappiamo che non è un novizio del settore e quindi non può godere di alcuna attenuante da questo punto di vista. Ci deve spiegare allora, nell’ambito di questo Piano sociosanitario, qual è il ruolo che lei vuole ritagliarsi e vuole attribuirsi, perché se queste sono le premesse, le responsabilità di questi disagi finanziari non può scaricarle solo da una parte o dall’altra. Quindi, Assessore, riteniamo che la responsabilità di questi disavanzi, di queste errate scelte contabili, di questa "sovrastima" delle entrate e "sottostima" delle spese, dipenda essenzialmente e primariamente da lei!

Si dà atto che dalle ore 1,05 riassume la presidenza il Presidente Louvin.

PrésidentC’est pour deuxième intervention que le Conseiller Frassy souhaite intervenir? C’est dans vos droits. Permettez-moi de suspendre pendant deux minutes le Conseil pour une convocation des Chefs de groupe.

Si dà atto che la seduta è sospesa dalle ore 1,19 alle ore 1,22.

PrésidentLa parole au Conseiller Frassy.

Frassy (FI)Questo secondo intervento, colleghi Consiglieri, avrei ben volentieri evitato di farlo, solo che il collega Cottino ha giustamente richiesto che venisse rispettato il Regolamento e al sessantesimo minuto ho dovuto chiudere il mio primo intervento. Voglio tranquillizzare il collega Cottino e gli altri colleghi che il mio sarà un intervento brevissimo, perché nel mio primo intervento e nel primo intervento del collega Tibaldi abbiamo semplicemente dimenticato un dettaglio tecnico, cioè di annunciare la presentazione degli emendamenti. Questo era il senso del secondo intervento.

PrésidentJe pense que tous les groupes ont eu largement moyen de s’exprimer dans la discussion générale. Il me paraît judicieux de lever la séance et de nous permettre de nous retrouver demain matin, 9 heures 15, pour entendre la réplique de l’Assesseur.

La discussion est close.

La séance est levée.