Resoconto integrale del dibattito dell'aula

Oggetto del Consiglio n. 1797 del 22 gennaio 1991 - Resoconto

OGGETTO N. 1797/IX - Iniziative per una soluzione del conflitto in atto nel Golfo Persico. (Reiezione di risoluzione)

Dolchi (Presidente del Consiglio) - Il Consiglio regionale è convocato in sessione straordinaria ed urgente a seguito di richiesta sottoscritta da quindici Consiglieri per discutere le iniziative per una soluzione del conflitto in atto nel Golfo Persico.

Come da accordi che sono intervenuti nel corso delle varie riunioni che si sono succedute e che hanno provocato questa riunione straordinaria, ed a seguito anche dell’orientamento manifestato dalla conferenza dei Capigruppo riunita questa mattina, lo svolgimento dei lavori dovrebbe aver luogo come segue. Il Consiglio regionale, ufficializzata la sua adunanza odierna, si trasferisce nella sala sottostante per un confronto con le organizzazioni sindacali, con le associazioni, i sindaci, i parlamentari della Valle d’Aosta. Questa mattina si è pensato che per interventi del tempo massimo di sette-otto minuti il Consiglio regionale avrebbe potuto ascoltare i due parlamentari, il rappresentante dei sindaci, il rappresentante delle organizzazioni sindacali, delle associazioni ed eventualmente delle forze studentesche, in modo che fra tre quarti d’ora il Consiglio possa nuovamente riunirsi in questa sala, dove ogni gruppo potrà riprendere la parola per un tempo massimo di cinque minuti. Dopo di che è auspicabile l’adozione di una risoluzione che ufficializzi la posizione del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

Se non ci sono obiezioni, ci conviene sospendere la seduta per avere questo confronto-incontro con le organizzazioni che hanno promosso le varie iniziative in questi giorni e poi ritrovarci qui per il dibattito ufficiale - e formalmente nella sua sede naturale - da parte del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

Come Presidenza credo che ci sia poco da aggiungere a quelle che sono state le intenzioni che hanno promosso questa iniziativa. Far cessare la guerra, far avanzare la ragione, credo che sia uno slogan abbastanza valido; a Parigi chi ha partecipato come me a L’arbre de Noël ha visto tanti manifesti nella zona di Nanterre, dove c’era scritto, riprendendo il famoso verso della poesia di Prévert: "quelle connerie la guerre". Credo che questi sentimenti che ci fanno respingere la guerra come mezzo di distruzione, come momento di dolore, di odio fomentato, di passioni esasperate, ma soprattutto di sangue, di lutti, di dolore, di uccisioni, debbano far trionfare un sentimento di pace e far seguire tutte le strade della diplomazia perché le uccisioni cessino.

Se non vi sono obiezioni, sospendo la seduta.

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Si dà atto che la seduta è sospesa dalle ore 16,48 alle ore 17,43.

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[in appendice, gli interventi delle organizzazioni sociali]

Presidente - Il Consiglio riprende i suoi lavori, ricordo che stamattina nella conferenza dei Capigruppo era stato realizzato l’accordo secondo il quale i gruppi che intendevano intervenire lo avrebbero fatto con un loro rappresentante con interventi del tempo massimo di cinque o sei minuti. Prima di iniziare questa tornata di interventi, la parola al Presidente della Giunta per alcune informazioni.

Bondaz (DC) - Solo una comunicazione che mi sembra doveroso fare al Consiglio perché erano corse voci sia per motivi di stampa, sia per la situazione che si sta vivendo in questo periodo, di impiego di militari valdostani nel Golfo. La stampa di oggi aveva riferito che un battaglione degli Alpini sarebbe partito per la Turchia.

In relazione a queste notizie ho ritenuto doveroso prendere delle informazioni precise sia al comando militare valdostano, sia al Ministero della Difesa, sia presso il Ministro della Difesa stesso, ed ho avuto assicurazioni che era stata prevista la partenza per la Turchia nell’ambito di una esercitazione già programmata sin da due anni or sono del Battaglione Susa, nel quale vi erano anche alcuni giovani valdostani.

Verso le ore 12 ho appreso, probabilmente anche molti di voi lo avranno sentito, che questa esercitazione prevista in Turchia è stata annullata, per cui nessun valdostano si può pensare che vada in Turchia in questi frangenti.

Presento un ordine del giorno, che potrebbe essere un utile banco di aiuto per trovare una definizione unitaria su un ordine del giorno che il Consiglio regionale dovrà alla fine della seduta votare. Ne do lettura:

Il Consiglio regionale della Valle d’Aosta

Preso atto con viva preoccupazione dell’intensificarsi del conflitto in corso nel Medio Oriente che sta acquistando proporzioni sempre più rilevanti con il rischio di un coinvolgimento nelle operazioni belliche di Stati non belligeranti, come Israele, oggetto nei giorni scorsi di un proditorio ed esecrabile attacco da parte irakena, coinvolgimento che aprirebbe nuovi scenari di guerra e renderebbe sempre meno controllabile la già difficile situazione;

constatato che sono in corso iniziative concrete, mirate alla cessazione delle ostilità e alla conseguente ripresa del dialogo diplomatico sotto l’egida delle Nazioni Unite;

esprime il proprio appoggio a quanti nel mondo operano, in condizioni di estrema difficoltà, per una soluzione diplomatica del conflitto, nel pieno e totale rispetto delle deliberazioni assunte dalle Nazioni Unite in questi ultimi mesi, che richiedono il ritiro delle truppe irakene dal Kuwait ed il ripristino della situazione antecedente al 2 agosto 1990;

condanna l’intransigenza del regime irakeno che con il suo atteggiamento di totale disprezzo delle decisioni assunte dalla Comunità internazionale, è il responsabile dello scoppio della guerra;

auspica in extremis, un ripensamento irakeno in questo momento drammatico, che potrebbe consentire una ripresa del dialogo tra le parti, propedeutico ad un approccio globale delle problematiche del Medio Oriente, affinché tutti i popoli dell’area possano conseguire la sicurezza della pace e della giustizia, obiettivi questi realizzabili attraverso una Conferenza Internazionale di Pace sotto l’egida delle Nazioni Unite;

manifesta la convinzione che la vera pace implica il riconoscimento dei diritti di tutti i popoli e l’attenzione oggettiva agli altri;

esprime la propria solidarietà ai militari italiani impegnati nella guerra del Golfo.

Tutto ciò premesso,

Il Consiglio regionale

1) rivolge un invito sincero a tutti i protagonisti del conflitto in corso a mettere in atto iniziative coraggiose per far cessare le ostilità e per ottenere, attraverso soluzioni diplomatiche, il ripristino della legalità internazionale violata;

2) sollecita il Governo italiano a ricercare, nell’ambito di una ampia concertazione della Comunità internazionale, tutte le soluzioni possibili per porre fine al conflitto e per la definizione successiva di un nuovo assetto delle relazioni internazionali, basato sul rispetto dell’integrità di tutti gli Stati del Medio Oriente e dei diritti dei popoli.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Riccarand, ne ha facoltà.

Riccarand (VA) - Credo che la riunione straordinaria del Consiglio regionale sia stata quanto mai necessaria perché ci troviamo di fronte sicuramente ad una situazione molto grave. E’ vero che lo stato di guerra nel Medio Oriente ha origini antiche e che ormai da decenni non si può parlare di pace in quell’area; è vero che una guerra vera e propria è iniziata fin dall’inizio del mese di agosto con l’invasione del Kuwait da parte delle truppe dell’Irak; però è anche vero che adesso ci troviamo di fronte dalla metà di gennaio ad un salto di qualità nei conflitti dell’area mediorientale, un salto di intensità in questa guerra che da decenni sta travagliando i popoli di tutta quell’area. Ci troviamo di fronte ad un salto di qualità e di intensità con un intervento armato con armi micidiali, con le armi più terribili che siano mai state usate da quando esiste l’uomo, da quando esistono le guerre, con effetti distruttivi che già sono tremendi e che potrebbero ancora aggravarsi, con dei rischi di allargamento del conflitto fino a livelli che potrebbero diventare incontrollabili.

C’era a nostro avviso la possibilità di costringere l’Irak a ritirarsi dal Kuwait con un embargo attuato scrupolosamente e non nel modo insufficiente con cui è stato realizzato e che comunque già aveva dato dei risultati; con l’isolamento politico ed economico del regime di Bagdad, accentuando in particolare un isolamento politico nei confronti degli altri paesi arabi che già esisteva, con la dimostrazione di una reale volontà da parte dell’occidente di andare ad una conferenza internazionale di pace su tutto il Medio Oriente, per disinnescare delle radici profonde di conflitto che ci sono in quell’area.

Questa strada non è stata seguita coerentemente e si è voluto fin dall’inizio seguire la strada della guerra; lo scudo del deserto del mese di agosto preparava già nel modo in cui è stata prefigurata ed attuata sul terreno la tempesta sul deserto del mese di gennaio.

Si è impostato l’embargo già con l’intenzione di andare ad una vera e propria resa dei conti nei confronti del regime di Bagdad, che appariva troppo minaccioso e condizionante in un’area decisiva per l’occidente che è l’area del petrolio. Non si è tenuto conto della domanda di risoluzione pacifica che veniva da milioni di persone di moltissimi paesi che non volevano questa guerra, una domanda di evitare il conflitto che in particolare veniva dalle più alte autorità della chiesa, del mondo cattolico, del mondo cristiano.

La scelta di scatenare una guerra così grande e così devastante non può essere accettata da parte di questo Consiglio, e dobbiamo chiedere con forza come Consiglio regionale della Valle d’Aosta che si fermi questo conflitto, che le armi vengano messe a tacere. Ma c’è un ulteriore dato che credo sia da valutare con estrema preoccupazione, ed è il fatto che a questa guerra partecipa anche l’Italia. E’ la prima volta dalla seconda guerra mondiale che l’Italia partecipa ad una guerra, e questo è avvenuto senza che la popolazione italiana neppure avesse il tempo di rendersi conto di quello che stava succedendo, e si è trovata corresponsabile di una azione militare che pure è vietata dalla costituzione italiana. L’articolo 11 della costituzione pone dei limiti, che molti pensavano fossero invalicabili, ad una partecipazione di forze militari italiane per risolvere una controversia internazionale come quella del Golfo. L’articolo 11 è molto chiaro ed è un principio fondamentale della costituzione italiana; è un principio che fa una esplicita scelta di pace facendo tesoro delle drammatiche esperienze delle guerre mondiali. L’accettazione di una limitazione di sovranità in favore di norme di diritto internazionale, che è contenuta nella costituzione, non può che essere finalizzata al ripudio della guerra sia come aggressione che come preteso mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La nostra costituzione consente soltanto una guerra, che è la guerra difensiva sul nostro territorio nazionale; altre guerre non sono ammesse, non sono consentite dal fondamento della nostra convivenza civile e politica. Neppure i trattati NATO o i trattati militari europei possono derogare da quelli che sono i fondamenti del nostro ordinamento costituzionale.

Allora ci chiediamo come sia possibile che nonostante questo la costituzione sia stata cancellata, sia stata - come qualcuno ha detto - ripudiata in un frettoloso dibattito parlamentare. Ci chiediamo come sia stato possibile per gli esponenti della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano, del Partito Liberale e del Partito Socialdemocratico proporre in Parlamento una ipocrita risoluzione in cui di guerra non si parla mai, ma che ci ha portato a partecipare a pieno titolo ad una guerra, con gli aerei tornado che adesso vanno a bombardare e con i giovani italiani che diventano prigionieri dell’Irak. Credo che tutto questo sia inaccettabile.

Il Consiglio regionale della Valle d’Aosta deve prendere una posizione che sia chiara, netta e inequivocabile: dobbiamo dire che questa guerra deve essere fermata adesso, che non dobbiamo partecipare come paese, come repubblica italiana ad una guerra che non ci è consentita dalla nostra costituzione e che richiede una modifica della costituzione per essere attuata.

Queste sono le proposte che formuliamo al Consiglio. In questo senso presento una risoluzione in modo che sia oggetto di valutazione, in cui si ribadiscono concetti già espressi dal Consiglio: la necessità del ritiro dal Kuwait delle truppe dell’Irak, la condanna alle provocazioni e al lancio di missili iracheni nei confronti di Israele che è un paese che non partecipa alla forza multinazionale che sta combattendo contro l’Irak; però nello stesso tempo dobbiamo dire che questa guerra deve essere fermata e che in particolare per quanto ci compete non possiamo e non dobbiamo partecipare a questa guerra. Quindi presento la seguente risoluzione:

Facendosi interprete delle preoccupazioni della popolazione della Valle d’Aosta per il conflitto militare in atto nel Golfo Persico;

sottolineato il rischio di una ulteriore estensione della guerra con il coinvolgimento di altri paesi e con il ricorso ad armi batteriologiche e, forse, persino nucleari;

ricordato che la Costituzione italiana "ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali";

il Consiglio regionale della Valle d’Aosta

ribadisce la ferma condanna nei confronti dell’Irak per l’invasione del Kuwait e chiede il ritiro delle truppe irachene dai territori occupati;

esprime condanna nei confronti dell’Irak per il lancio di missili sulla città di Israele e dolore per le sofferenze ed i lutti che la guerra provoca per milioni di persone;

ritiene illegittima e incostituzionale la partecipazione dell’Italia alla guerra del Golfo e chiede che le forze armate italiane non partecipino a nessuna operazione di guerra;

chiede l’immediata cessazione dei combattimenti in modo da evitare nuove vittime, impedire una estensione ed un aggravamento del conflitto e costringere con altri mezzi l’Irak a ritirarsi dai territori occupati;

auspica una Conferenza di pace in Medio Oriente che affronti la questione palestinese; che garantisca la sicurezza e la sovranità di Israele, che lavori per il ritiro delle truppe straniere dal Libano; che riconosca il diritto di autodeterminazione del popolo curdo; che avvii un processo di smilitarizzazione di tutta l’area;

impegna la Giunta regionale a mettere a disposizione delle associazioni unitariamente impegnate per la pace, sedi e strumenti per la loro attività;

impegna il Presidente del Consiglio regionale a trasmettere copia della presente risoluzione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti della Camera e del Senato, ai Capigruppo della Camera e del Senato.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Mafrica, ne ha facoltà.

Mafrica (PCI) - Sul giornale "La Repubblica" di venerdì 18 Bernardo Valli scrivere con trionfalismo già oggi stridente: "L’offensiva tempesta del deserto ha disinnescato in ventiquattro ore le principali incognite che pesavano sulla guerra del Golfo. Prima accecato elettronicamente e poi privato di almeno il 50 percento delle sue forze aree e della quasi totalità dei suoi 300 missili Scud, l’apparato militare iracheno non sembra più in grado di attuare le allarmanti minacce a lungo agitate da Saddam Hussein, non appare più nelle condizioni di colpire con armi chimiche o convenzionali Israele, al fine di trascinarlo nella mischia e gettare così lo scompiglio fra gli alleati arabi e gli Stati Uniti, nè può terrorizzare i paesi vicini, in particolare l’Arabia Saudita con quelle stesse armi."

Al sesto giorno di guerra, dopo più di 10mila missioni aeree, l’euforia bellicista che aveva infiammato forse tanta parte della stampa al punto che sempre "La Repubblica" del 18 gennaio titolava "Adesso anche i titoli di stato volano sulle ali dei B52 USA", oppure "Tempesta sul deserto, sole sulla borsa", questa euforia sta scemando. Non si parla più di guerra lampo, i missili scud sono caduti su Israele gettando il mondo nell’ansia per un allargamento possibile e incontrollabile del conflitto, non avvenuto perché finora in Israele i governanti hanno mantenuto i nervi saldi. I missili Scud hanno raggiunto anche l’Arabia Saudita. Il Pentagono, nonostante le oltre duemila missioni giornaliere con cui ogni giorno si rovescia un potenziale di bombe superiore a quello di Hiroshima, ammette oggi che la guerra sarà lunga, che la capacità offensiva di Saddam in termini di forza aerea e possibilità di lanci di missili permane.

Siamo perciò in una guerra difficile che si preannuncia come lunga, drammatica, con effetti sconvolgenti. Ogni giorno in più di guerra provoca morti e distruzioni, complica dal punto di vista politico la situazione degli stati arabi del Medio Oriente, i cui governanti moderati subiscono sempre più le pressioni di masse in cui crescono l’antioccidentalismo e il fanatismo religioso. Ogni giorno di guerra allontana la soluzione del problema palestinese, accentua le tensioni etniche in tutte le regioni del mondo, particolarmente nelle grandi città occidentali.

Come giustamente ha detto Giovanni Paolo II, questa guerra segna una grave sconfitta del diritto internazionale, è un’avventura senza ritorno. La guerra non può essere un mezzo adeguato per risolvere completamente i problemi esistenti tra le nazioni, non lo è stato e non lo sarà mai. Il partito comunista aveva manifestato la sua nonopposizione ad un embargo economico nei confronti dell’Irak effettuato sotto il patrocinio dell’ONU; non ha invece condiviso la scelta italiana, che rappresenta una forzatura dello spirito e della lettera della costituzione, di partecipare a quella che in modo ipocrita è stata definita una operazione di polizia internazionale. Non di operazione di polizia si tratta, ma di guerra gigantesca dagli effetti oggi non prevedibili. Altri paesi occidentali che avevano partecipato con l’Italia all’embargo, come la Spagna e la Germania, non si sono lasciati coinvolgere in operazioni militari; lo stesso congresso degli Stati Uniti si è diviso sulla scelta che era forse consentita ma non era implicitamente contenuta nell’ultimatum dell’ONU del 15 gennaio. Si poteva continuare con un embargo che anche per ammissione del Pentagono cominciava a dare i primi frutti; si è scelto invece, in nome del rispetto di una decisione dell’ONU in tanti altri casi disattesa, di dare inizio ad una guerra che può rappresentare la classica torcia accesa gettata in un deposito di munizioni.

Adesso occorre fermare questa guerra, occorre far tacere le armi, occorre ridare gambe alla politica, occorre ridare spazio a chi cerca la trattativa. Devono restare fermi gli obiettivi del ritiro iracheno dal Kuwait, della ricerca di una soluzione dei problemi che oggi esistono nell’area mediorientale: da quelli della esistenza dello stato di Israele a quelli di una patria per il popolo palestinese. In tutte le guerre, compresa quella del Vietnam, si sono avute delle tregue durante le quali si è avviata una trattativa; anche adesso è possibile ed è necessario un alt alla voce delle armi perché riprenda la trattativa. E’ anzi necessario che la grande Europa giochi un ruolo maggiore di quello finora esercitato. Dopo il crollo di una delle due grandi potenze, l’Unione Sovietica, non si può rimanere nel mondo alla mercè delle scelte e sotto la solo responsabilità di una grande protagonista, ovvero gli Stati Uniti d’America. Occorre che l’Europa giochi la sua parte.

La discussione fra noi deve essere tollerante, aperta, ma anche chiara: noi ci schieriamo per il cessate il fuoco, per la ripresa della trattativa, per una conferenza di pace nel Medio Oriente. Non vogliamo atteggiarci a maestri di nessuno, nè accettiamo rimbrotti per la nostra posizione di ricerca della pace; ricerchiamo invece ogni confronto possibile per il fine oggi prioritario di un alt al conflitto armato e di una pace duratura per il domani.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Maquignaz, ne ha facoltà.

Maquignaz (Ind) - La mia posizione sulla gravissima situazione venutasi a creare nel Medio Oriente riflette nella sostanza quella di coloro che ritengono che l’aggressore vada contrastato e che di conseguenza è lecito e giusto difendersi dalla violenza e dall’aggressione.

Questa concezione è stata ribadita e motivata in modo esemplare da intellettuali di grande valore come Bobbio, Foà, Giolitti, Galante Garrone e tanti altri, e non mi dilungherò quindi in argomentazioni che sono già note.

Desidero però oggi ribadire alcuni punti che mi sembrano essenziali. La guerra è iniziata il 2 agosto con l’aggressione del Kuwait, l’azione militare che ne è conseguita rappresenta la ferma condanna di tutta la comunità internazionale espressa attraverso le Nazioni Unite. L’orrore della guerra che tutti sentiamo non deve farci dimenticare le nostre responsabilità e soprattutto non deve offuscare il pericolo celato nel cedimento a Saddam Hussein di un futuro molto più pericoloso e catastrofico. Le norme che regolano il diritto internazionale devono essere rispettate se non si vuol cadere nell’anarchia e nella confusione; la legalità internazionale non è una questione di forma ma è bensì in questo momento soprattutto una questione di sostanza. L’occupazione armata del Kuwait, non dimentichiamolo, fatta con una crudeltà inaudita e con la minaccia di una estensione del conflitto all’Arabia Saudita e ad altri paesi dell’area petrolifera, la volontà dichiarata di Saddam Hussein di creare un potentato arabo superarmato revanchista, il recente appello dello stesso all’incubo del terrorismo internazionale, la volontà dichiarata di usare gli ostaggi come scudi umani a dispetto di tutte le convenzioni internazionali, sono fatti gravissimi a cui bisogna saper reagire con fermezza.

Mario Pirani in un suo articolo ci ricorda: "Il vero pacifista non è colui che non usa mai la forza, ma piuttosto colui che non aggredisce mai per primo e che allo stesso tempo pretende che l’aggressore sia punito".

La guerra nel Golfo ha acceso gli animi e credo ha rafforzato in tutti noi la volontà di pace, perché la guerra è sempre anzitutto una terribile tragedia che viene scritta con il sangue degli uomini; dobbiamo pregare affinché la guerra finisca e nel contempo però dobbiamo operare affinché vengano rimosse le cause che l’hanno provocata.

Per quanto mi riguarda, riconfermo la mia solidarietà alla comunità internazionale di cui facciamo parte e nei confronti della quale abbiamo precisi doveri di solidarietà, con l’auspicio che il mondo intenda finalmente che l’unico vero Dio, che molti chiamano con nomi diversi, ci invita alla pace, alla solidarietà e alla tolleranza.

Desidero infine esprimere il mio senso di deplorazione per i gravi avvenimenti in corso nei Paesi Baltici, dove si intende soffocare con la violenza delle armi l’anelito e il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Queste violenze pongono seriamente in discussione le valenze positive della politica legata alla perestrojka, alla quale tutto il mondo occidentale aveva guardato con grande speranza.

Esprimo quindi solidarietà a questi paesi e a questi popoli e formulo nel contempo l’auspicio che le tensioni in atto si possano risolvere senza l’uso della forza.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Aloisi, ne ha facoltà.

Aloisi (MSI) - Stiamo assistendo all’ultimo tragico capitolo che da mesi ci viene rappresentato come la reazione del mondo libero alla invasione del Kuwait. Oggi molti di noi si pongono una domanda: bisognava farla questa guerra contro l’Irak oppure no? Questo è sicuramente il problema che divide con maggiore o minore profondità ognuno di noi. Il dibattito sulla natura delle guerre, se esse siano giuste o ingiuste, è un dibattito astratto, per quanto giusti e rispettabili possano essere gli argomenti addotti dall’una o dall’altra parte. Ogni guerra può essere giusta o ingiusta e ciò dipende da una grande quantità e diversità di fattori. Frugare nella storia, richiamare esperienze del passato a volte può essere illuminante, ma è anche vero che il mondo oggi è profondamente diverso da quello di ieri per poterci affidare a paragoni ed a risposte decisive. La realtà è che ogni guerra pone agli uomini problemi nuovi e diversi; questa guerra è purtroppo iniziata con un atto intollerabile ed inaccettabile da parte del dittatore dell’Irak: l’occupazione armata del Kuwait, con la minaccia di estenderla all’Arabia Saudita e ad altri paesi dell’area petrolifera del Golfo. Era naturale che dal Kuwait e dall’Arabia Saudita minacciata partissero pressanti richieste di aiuto e che l’America fosse il primo paese a rispondere, trovando la quasi immediata solidarietà dell’intero mondo occidentale, di una parte considerevole del mondo arabo e di una Unione Sovietica non più antagonista agli Stati Uniti.

Gorbaciov, possiamo dirlo, si è adeguato ed è stato subito ricompensato; questa purtroppo è l’altra faccia della medaglia. La feroce repressione in Lituania, Lettonia ed Estonia in questi giorni è una indicazione sintomatica; l’opinione pubblica purtroppo è distolta dalla guerra del Golfo e la Russia può consumare tranquillamente i suoi crimini e i suoi misfatti. Nessuna condanna, nessuna manifestazione pacifista, ecco il pacifismo a senso unico che noi non condividiamo; e purtroppo nessuna risoluzione dell’ONU. Ci balza alla memoria il 1956, quando l’Ungheria fu barattata con il Canale di Suez; questa guerra ha fatto scattare gli interrogativi, i sentimenti, i dubbi, le paure della gente, dei popoli, delle nazioni. La domanda che ognuno di noi oggi si pone è questa: non vi era altro mezzo che la guerra per risolvere il conflitto in Medio Oriente? E’ una domanda non solo umanamente comprensibile, ma anche razionalmente legittima. La risposta la conosciamo tutti: contro un dittatore arrogante, prepotente, potentemente armato, che dopo cinque mesi di attesa e di pazienza da parte del mondo intero non ha avuto nessun gesto di ravvedimento, le parole e le condanne non potevano bastare. Saddam Hussein si è assunto la responsabilità di una guerra che sta sconvolgendo l’Irak, gli stessi arabi sanno chi ringraziare se la causa dell’Islam subirà una pericolosa involuzione.

Si discute anche sulla opportunità o meno del nostro intervento nelle operazioni belliche della forza multinazionale in Medio Oriente. Ritengo che nella presente situazione l’Italia non possa sfuggire a quegli interventi necessari, atti a garantire il rispetto del diritto internazionale. L’invasione del Kuwait, le violenze perpetrate dall’Irak ai danni della popolazione pongono quel paese fuori della comunità internazionale, e soprattutto di fronte al fallimento delle numerose iniziative diplomatiche assunte e alla mancanza di volontà da parte di Saddam Hussein di aderire ai tentativi di una soluzione pacifica non restava purtroppo che il ricorso alle armi. Vero è, e onestamente dobbiamo riconoscerlo, che vi sono stati due pesi e due misure per giudicare le occupazioni dei territori. Per la Palestina non è valso il diritto internazionale sancito dalle Nazioni Unite, così come non è valso per l’Ungheria nel 1956, per la Cecoslovacchia, per l’Afghanistan, per il Libano e oggi per la Lituania, e a voler essere drasticamente pignoli la rigidità nell’imporre tale diritto non è valsa nemmeno per Saddam Hussein quando invase l’Iran. Anzi, allora gli Stati Uniti e Israele lo foraggiarono abbondantemente di mezzi e di armi. Questo conflitto potrebbe anche definirsi una guerra di esecuzione per la piena applicazione delle deliberazioni assunte dall’ONU; si tratterebbe di una misura di polizia internazionale, come qualcuno ha detto.

Noi comunque condividiamo la scelta del nostro Governo, che costituisce una sofferta e coraggiosa presa d’atto degli obblighi internazionali che derivano all’Italia dalla partecipazione ai principali organismi deputati a garantire la pacifica convivenza e collaborazione fra i popoli. Ritengo pertanto legittimo l’intervento militare italiano in attuazione delle risoluzioni dell’ONU, a sostegno delle azioni dirette al ripristino della legalità e del diritto internazionale. Esprimo inoltre piena solidarietà ai militari italiani che, obbedendo alle scelte del Governo e del Parlamento, si trovano impegnati in questa brutta avventura, ed esprimo inoltre l’augurio che si possa trovare una soluzione che ponga fine a questa drammatica ed orrenda tragedia.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Gremmo, ne ha facoltà.

Gremmo (UAP) - Signor Presidente, colleghi, a me è parsa sicuramente decisione saggia e giusta quella presa dall’Ufficio di Presidenza e dai Colleghi Capigruppo di convocare con grande solennità e con tutto il peso morale che può avere questa riunione del nostro Consiglio regionale. Effettivamente siamo di fronte a qualcosa che ha un peso, che ha una importanza, che ha il senso della storia, e non era giusto che il nostro parlamento regionale fosse sordo rispetto a queste vicende.

Quando siamo stati eletti, proprio perché siamo in una regione considerata di confine, la legge ci ha imposto il giuramento di fedeltà e di lealtà nei confronti della repubblica italiana. Penso che quando noi abbiamo fatto questo giuramento, lo abbiamo fatto pensando e sapendo che vogliamo rimanere parte di uno stato in cui ci sentiamo tutelati; uno stato nato dalla resistenza, dalla autodeliberazione, dagli sforzi comuni dei vari popoli che lo compongono, per cercare di superare i guasti di un centinaio di anni di centralismo e per garantire convivenza e sicurezza.

Quello che è accaduto in questi giorni- e lo ricordava qualcuno prima giustamente - pone dei seri dubbi sul fatto che il patto di solidarietà, di reciproca appartenenza che abbiamo sottoscritto giurando fedeltà alla repubblica sia rispettato da tutti. Nel momento in cui, in modo inammissibile, è stata violata palesemente in uno dei suoi principi fondamentali la carta costituzionale, avviando questo paese ad una guerra, mi chiedo e chiedo al Consiglio regionale se esistono ancora gli elementi che permettono alla comunità valdostana di sentirsi tutelata nell’ambito della repubblica italiana.

Non abbiamo un Ministero della Guerra per nostra fortuna, non è una operazione di polizia ma è una operazione di guerra, e se uno stato che proclama nella carta fondamentale il ripudio della guerra come un fatto esecrabile, come uno degli elementi determinanti da respingere, si permette di violare questo assunto, credo che la comunità valdostana, come hanno fatto altri popoli, come hanno fatto altre nazioni, deve cominciare a chiedersi se esistono ancora le possibilità di mantenere un rapporto con una situazione giuridica di questo tipo.

Hanno fatto bene i parlamentari valdostani, credo che in questo siano stati pienamente rappresentativi dei sentimenti più alti della nostra comunità, a dissociarsi da una decisione scellerata, da una decisione inaccettabile, da una decisione medioevale: la legge del taglione, occhio per occhio dente per dente, che non è la legge di una comunità europea civile, democratica, basata sui principi della coesistenza, della pace e del legittimo rispetto.

Si è fatto riferimento all’ONU; ricordava qualcuno, ed a ragione, quest’ONU, brutta o bella copia della vecchia Società delle Nazioni, dove stati di facciata, stati dittatoriali, stati nei quali Amnesty International ogni giorno denuncia la violazione dei diritti civili, decidono delle risoluzioni che certe volte la ragione di stato dei potenti permette di applicare ed altre volte mette nel dimenticatoio. Questa ONU, in cui sventola la bandiera di San Marino ma non sventola la bandiera della Valle d’Aosta, diventa di punto in bianco il referente solo perché ci sono in gioco certi interessi. Hanno ragione quelli che dicono che sono gli interessi del petrolio, sono gli interessi dei bottegai, sono gli interessi degli speculatori, sono gli interessi dei venditori di armi, sono gli interessi di quelli che fino a ieri e a seconda di come girava il vento ci dicevano che uno andava bene e uno andava male: solo perché questi interessi stanno prevalendo noi dobbiamo essere trascinati in una guerra.

E non è vero, collega Aloisi, che i trattati sottoscritti dall’Italia impegnano in questa direzione. I trattati sottoscritti dall’Italia, che giustamente vanno ricordati, sono trattati di difesa, sono trattati di integrità territoriale, sono trattati di mutuo soccorso nel momento in cui avviene sul nostro territorio l’arrivo di qualcuno; è quello lo spirito con cui sono stati sottoscritti, è quello lo spirito con cui il neutralismo più avanzato portò ad accettare la nostra presenza nella Nato, la nostra presenza nelle comunità di difesa occidentali. Non è per andare a difendere gli interessi dei mercanti, per andare a difendere gli interessi dei venditori di armi nel Medio Oriente che abbiamo sottoscritto questi impegni, e giustamente altre nazioni ben più civili della nostra, pur appartenendo a queste comunità internazionali, non hanno voluto essere coinvolte in questa avventura scellerata, perché sanno che le guerre quando cominciano non si sa dove portano.

Come autonomista voglio ricordare qui oggi al nostro parlamento regionale, e lo chiamo non a caso parlamento regionale, che a pochi metri da noi abbiamo l’unico esempio in Europa di federalismo vincente, cioè la Confederazione Elvetica, che si è sempre chiamata fuori in ogni caso in assoluto, proprio perché autonomista e federalista, da qualunque coinvolgimento. Allora, dal punto di vista morale, ma a questo punto anche dal punto di vista giuridico, siamo più vicino a Berna o a Roma? Io dico che siamo lontani da Roma, io dico che a questo punto giriamo le spalle a Roma, io dico che a questo punto abbiamo il diritto di ragionare in termini anche giuridici con la Svizzera, per valutare se non sono possibili, di fronte ad un escalation che ci sta stritolando, delle scelte e delle posizioni alternative.

Il collega Maquignaz ha fatto un giusto accenno alla situazione dei paesi baltici invasi dalla Russia; come mai, nel momento in cui la stessa invasione dei baschi neri sovietici nei Paesi Baltici ha le stesse forme del Kuwait, come mai rispetto a quella situazione questa ONU è così strabica da non mandare un corpo di liberazione, da non scatenare niente? Come mai gli sceicchi del Kuwait, che hanno acquisito un diritto su un territorio solo perché hanno rapinato ad altri sceicchi come loro quel territorio, diventano di punto in bianco più importanti delle tre repubbliche baltiche, che sono repubbliche europee, che sono state annesse all’Unione Sovietica solo perché c’era l’accordo fra Stalin e Hitler? Diventa più importante uno sceicco sotto la sua tenda piuttosto che tre piccoli popoli che rivendicano la loro libertà? E’ questa la logica dell’ONU, è questo il diritto internazionale? Questo è il rovescio internazionale! Questa è la logica di guardare in modo strabico a quelli che sono gli interessi di alcuni ed a lasciare nel dimenticatoio gli interessi di altri.

Qualcuno ha ricordato prima l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, ebbene perché questi organismi allora non si mossero? Perché alla distruzione dei popoli che avviene in altre situazioni questi stanno zitti? Come mai rispetto al massacro degli albanesi nel Kossovo tutti sono stati zitti? Come mai rispetto alla guerra chimica che ha massacrato il popolo curdo tutti stavano zitti? Come mai non si è pensato a queste cose? Perché erano piccoli i popoli, perché non c’erano i grandi interessi che sono in gioco adesso.

Il documento presentato dalla maggioranza, firmato dal Presidente della Giunta, esprime la propria solidarietà ai militari italiani impegnati nella guerra del Golfo: perché - chiedo - solo a quelli italiani? E perché manifestare solidarietà nel momento in cui sappiamo molto bene che questa è una scelta funesta? Vadano i volontari; come mai in questo paese bisogna sempre fare le cose per imposizione, come mai in questo paese l’esercito ha ancora una struttura bonapartistica di tipo ottocentesco? In Svizzera anche il ruolo dell’esercito è molto diverso, è un esercito popolare di difesa, è un esercito che è diffuso sul territorio, che fa del principio della difesa popolare il grande principio assoluto a cui uniformarsi. E come mai qui dobbiamo sempre pensare alle parate, ai pennacchi, alle invitte schiere che partono, agli otto milioni di baionette? Come mai dobbiamo sempre avere questa mentalità per cui ci sono questi grandi Tornado italiani che partono, e poi abbiamo visto quanto è positivo tutto questo. abbiamo due poveri soldati catturati, di cui uno viene usato come ostaggio. E’ questa l’Italia del 1991? Dobbiamo riconoscerci in questa immagine? Dobbiamo riconoscerci in questi valori, nell’idea che mio figlio che ha diciotto anni fra qualche mese magari deve andare a farsi ammazzare nel deserto?

Allora, torno a dire, vorrei che il nostro parlamento regionale avesse rispetto a questo un atteggiamento che superi gli schemi, le ideologie, le valenze di campo. Credo che facciamo il nostro dovere di rappresentanti del popolo valdostano se abbiamo il coraggio di a dire, a Roma anzitutto e poi a tutti gli altri, che stanno maturando le condizioni per cui i popoli che stanno subendo o che potrebbero subire delle imposizioni tragiche cominciano a pensare che realtà come quelle del referendum, che ha fatto sì che il popolo della Slovenia abbia deciso di proclamare il suo essere altra cosa rispetto ad uno stato che non lo rappresentava, stanno sempre più venendo avanti. Bisogna cominciare a dirlo, perché si dice del ricatto degli arabi, si dice del ricatto del petrolio; noi non ricattiamo nessuno, ma diciamo che vengono meno - e sono già venute meno, perché è stata violata la costituzione - le condizioni che ci permettono di rimanere con garanzia e con sicurezza in un certo ambito: abbiamo qui vicino l’esempio del popolo sloveno che con un referendum ha cominciato a dire che il valore della sicurezza, della prosperità, della tranquillità è un valore assoluto. E non è avvenuto il referendum della Slovenia in un paese remoto, ma in una regione europea vicina allo stato italiano e noi vediamo quello che è accaduto in Slovenia, è una cosa che ammaestra non solo i popoli dell’Est ma anche noi.

Del resto chi in modo frettoloso ha avallato questa scelta di guerra deve sapere almeno un’altra cosa: corriamo il rischio di diventare ancora più di prima bersaglio privilegiato del terrorismo islamico orientale. Già lo siamo, l’Italia è sempre stata nel mirino del terrorismo mediorientale, ma ora con questa scelta corriamo il rischio di esserlo ancora di più. La famigerata legge Martelli che ha permesso ad un milione e mezzo di clandestini di muoversi liberamente nel nostro paese ha creato una massa di manovra in cui il terrorismo come un pesce nell’acqua può muoversi. In questa situazione di pericolo, di rischio di vedere delle ritorsioni terroristiche - e a Torino c’è già stato la settimana scorsa un primo attentato, a Torino e non nel Medio Oriente - di vedere una azione di guerra nel nostro paese, chi non ha previsto questo si assumerà le sue responsabilità.

Qualcuno in Parlamento ha detto: risparmiateci almeno le lacrime. Io dico che la comunità della Valle d’Aosta non deve versare lacrime. Ripeto, la comunità della Valle d’Aosta su queste cose deve avere una posizione chiara, altrimenti siamo a rimorchio di una scelta indegna di un paese civile.

Ho una proposta che vorrei fare. Al parlamento esponenti di regioni autonome, il Partito Sardo d’Azione, i nostri parlamentari, hanno espresso in modo quasi unanime una posizione di chiara dissociazione rispetto a questa scelta; alcuni al dibattito di oggi ricordavano l’esigenza di fare di Aosta un centro di ragionamento sulla pace. Siccome credo che parlare della pace e non parlare di autodeterminazione non basti, e nella situazione italiana l’autodeterminazione, cioè la possibilità di decidere del proprio destino da parte dei popoli, passa solo attraverso la trasformazione dello stato italiano in uno stato federale, io dico che bisogna prendere una iniziativa forte convocando i Consiglieri regionali interessati delle regioni a statuto speciale perché sono quelli che hanno una problematica a noi più vicina, per fare in modo che su questa realtà nuova che ci sta sovrastando la posizione degli autonomisti, la posizione di quelli cioè che non hanno voglia di accodarsi a schieramenti ideologici, prevalga, perché questa è la posizione che deve venire fuori. Se accettiamo supinamente le solite scelte ideologiche, siamo comunque stritolati in decisioni che passano sulla nostra testa, perché i numeri sono contro di noi. Noi invece poniamo sul tappeto come forma prima, come forma centrale di lotta per la pace, e su questo vogliamo confrontarci con le altre forze politiche, la richiesta che lo stato italiano oggi centralizzatore diventi uno stato federale, cioè diventi uno stato come la Confederazione Elvetica. Allora su quello misuriamo la vera volontà di pace. Se il dibattito e il confronto avviene per fare in modo che, come capita in Svizzera, non ci sia nessuna possibilità di prevaricazione, allora verifichiamo che i partiti non autonomisti sono disponibili a muoversi in una direttrice reale, realistica; se invece si parla soltanto di pace, se invece il discorso è generico, è strabico in certi casi, non ci sentiamo garantiti.

Credo che la Valle d’Aosta abbia sufficienti energie per prendere una iniziativa di questo tipo e sono d’accordo sul fatto che questo Consiglio regionale di oggi rappresenta per noi un momento di riflessione molto alto da cui non può e non deve uscire una posizione subalterna a nessuno.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Vicepresidente Stévenin, ne ha facoltà.

Stévenin (UV) - M. le Président, nous sommes fermement convaincus du rôle de l’ONU, j’ajouterais que comme fédéralistes nous croyons dans un gouvernement mondial. L’ONU représente en quelque sorte une petite partie de ce que le gouvernement mondial souhaitait pourrait devenir, et nous comme êtres humains nous rêvons un avenir de justice et d’équilibre pour le monde entier.

Toutefois, comme hommes d’aujourd’hui, nous devons être réalistes. Si l’ONU ne parvient pas à gagner la crédibilité, à soutenir le poids du rôle qui lui est confié, notre rêve s’évanouira dans le gouffre le plus cruel que l’histoire de la soi-disant humanité ait inventé: la guerre, une aventure sans retour ainsi que le Pape Jean Paul II l’a définie.

Voilà où en sommes. Dans l’histoire nous pouvons glaner autant de raisons que de torts, et nous pouvons être sûrs de nous être rangés du bon côté honnêtement. La sagesse populaire nous apprend que la raison n’est jamais d’un seul côté et dans le cas historique présent nous sommes perplexes. Nous souhaitons affirmer concrètement le rôle et les décisions de l’ONU mais nous ne voulons pas la guerre. C’est vrai que l’histoire a donné naissance à des dictateurs, des personnages forts qui ont conduit l’histoire elle-même à suivre leurs ambitions et leur folie, en baignant dans le sang la destinée des peuples et des continents. Mais il est tout aussi vrai qu’il existe une violence à double tranchant, celle du colonialisme qui a semé l’histoire d’abus et d’injustices, en reconnaissant le droit des peuples pour des intérêts stratégiques et économiques uniquement et non pour le droit à proprement parler. En un mot le Koweit recèle le pétrole, important pour l’occident, tandis que le Kurdistan ne recèle lui que des Kurdes. Pour les uns il est normal que l’on meure, pour les autres on peut les laisser mourir assassinés peut-être par ces mêmes alliés qui nous épaulent dans le Golfe, pour pouvoir faire ce qu’ils veulent des peuples qui leur sont soumis: le Kurdistan précisément mais aussi les Pays Baltes et peut-être demain d’autres pays slaves tout près de nous.

La justice - disais-je - n’est pas d’un seul côté, la folie non plus d’ailleurs. La folie de Saddam est-elle plus éclairée que celle des occidentaux qui l’ont armé et qui veulent maintenant le désarmer? Tout a été dit sur cette nouvelle guerre; les hommes politiques, les hommes de culture, les leader du monde entier en ont parlé. Nous avons écouté, bientôt nous écouterons même les poètes, le tumulte des artistes, les transpositions des historiens, les interprétations des sociologues. Toute opinion confondue, ils se sentent les protagonistes de l’histoire avec leurs idées, leurs décisions, leurs provocations, le tout étant parfaitement médiatisé.

Quant à nous, il nous est difficile de comprendre. Ne serait-il préférable de négliger la politique et l’intellectualisme au profit de quelque chose de plus simple: écouter les gens? Ecoutons les gens; les gens ne veulent pas la guerre. Et les peuples également ne veulent pas la guerre. Mais malgré cela nous prenons acte que la décision a été prise par le parlement et le gouvernement italien. Nous ne pouvons que manifester à l’heure actuelle notre solidarité à l’égard des forces militaires qui sont en train de se battre à côté des alliés contre le dictateur de Bagdad. Nous déplorons les attaques irakiens contre Israël, et l’instrumentation des otages. Néanmoins dans l’esprit du document voté par le comité de l’Union Valdôtaine et de la manifestation unitaire contre la guerre organisée par toutes les associations politiques, syndicales et culturelles de la Vallée d’Aoste, nous réclamons le cessez-le-feu et que d’initiatives puissent être portées de l’avant par l’ONU, initiatives qui puissent ramener la paix dans le Proche-Orient et qui puissent garantir la liberté au Koweit. Dans cette optique nous allons présenter à ce Conseil régional un texte de résolution sur les événements que j’ai énoncés tout à l’heure, dont je donne la lecture:

Il Consiglio regionale della Valle d'Aosta

Facendosi interprete delle preoccupazioni della popolazione della Valle d’Aosta per il conflitto militare in atto nel Golfo Persico;

sottolineato il rischio di una ulteriore estensione della guerra con il coinvolgimento di altri Paesi e con il ricorso ad armi batteriologiche e, forse, persino nucleari;

ricordato che la Costituzione italiana "ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali";

ribadisce la ferma condanna nei confronti dell’Iraq per l’invasione del Kuwait e chiede il ritiro delle truppe irachene dai territori occupati;

esprime condanna nei confronti dell’Iraq per il lancio dei missili sulle città di Israele, per la decisione di usare i prigionieri di guerra come scudo nonché per il dolore, le sofferenze ed i lutti che la guerra provoca per milioni di persone;

chiede l’immediato intervento dell’ONU al fine di ottenere per vie diplomatiche la liberazione del Kuwait e la cessazione dei combattimenti;

auspica iniziative di pace in medio oriente che affrontino la questione palestinese, garantiscano la sicurezza e la sovranità di Israele, operino per il ritiro delle truppe straniere dal Libano, riconoscano il diritto alla autodeterminazione del popolo Curdo ed avviino un processo di smilitarizzazione di tutta l’area.

Il Consiglio regionale, denunciando il metodo seguito nel coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in corso, sottolinea altresì l’urgenza della trasformazione dello Stato italiano in senso federale al fine di consentire a tutte le comunità di esprimere pienamente le loro volontà.

Preoccupato inoltre per il grave stato di tensione ed il conflitto in corso anche nei Paesi baltici, il Consiglio regionale auspica per tali repubbliche, nel rispetto dei diritti dell’uomo, il ripristino della legalità, il ritiro delle forze armate sovietiche ed il ristabilimento della democrazia e della libertà.

Impegna infine il Presidente del Consiglio regionale a trasmettere copia della presente risoluzione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti della Camera e del Senato, ai Parlamentari valdostani nonché ai capigruppo della Camera e del Senato della Repubblica.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Lavoyer, ne ha facoltà.

Lavoyer (ADP) - Mi pare superfluo sottolineare che siamo contrari alla guerra come metodo per risolvere le controversie internazionali. Vorrei quindi fare alcune riflessioni per dare il mio modesto contributo sia per evitare di cadere nelle dichiarazioni piene di retorica pacifista, sia per far sì che questo triste evento serva come momento di riflessione anche sulle nostre responsabilità.

Come uomo politico l’argomento mi tocca al di là dei luoghi comuni. Se la guerra è scoppiata è perché in fondo evitarla non era l’obiettivo prioritario delle parti in causa; la verità è che ora la posta in gioco per i due contendenti veri, Bush e Saddam, è grossissima. Per Bush sono in gioco la Presidenza, il ruolo dell’America come superpotenza, la nuova mappa del Medio Oriente, l’ordine economico di fine secolo basato sul controllo delle fonti di energia; per Saddam la sfida è altrettanto vitale: la supremazia nella regione mediorientale, le mani sui pozzi petroliferi, l’alba di un neopanarabismo. Sia Bush che Hussein sono disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di arrivare alla vittoria finale.

Non dimentichiamo poi che Saddam, pur essendo assolutamente arabo nella sua filosofia di potere, è figlio della cultura occidentale nella sua smania di potere. Più di un politologo americano ha definito Saddam come una serpe che l’America ha coltivato in seno. Per questo tutte le analisi politiche e le smanie pacifiste che percorrono il mondo rischiano di apparire ingenue e fuori tempo se prescindono dalle sommerse (ma non più tanto) cause reali della guerra.

La politica della pace si deve perseguire al di là delle emergenze, ma forse qui entriamo nel campo delle utopie. Tuttavia la lezione da imparare da questa triste esperienza è quella che secondo me bisogna insistere con la cultura della pace soprattutto a livello di formazione culturale e politica. Attenzione però a non confondere tutto ciò con quella serie incredibile di input pacifisti che riempiono le nostre strade e le nostre orecchie, che sono un guazzabuglio unico di retorica e sentimento, ingenuità ed egoismo, paura della guerra, pigrizia tipica di chi vive nel benessere. Per carità, c’è anche solidarietà e buona fede, spontaneità e amaro ricordo delle guerre passate. Ma quanta sincerità e verità c’è in chi guida, gestisce e comanda? La vera cultura della pace è un’altra cosa, è un atteggiamento, anzi uno stile di vita che non può nascere dall’emergenza; indubbiamente nell’emergenza si evidenzia come necessità, ma la vera cultura della pace nasce da quelle scelte politiche a monte che nè l’uomo moderno nè l’uomo antico hanno mai dimostrato di voler o saper fare.

Non sappiamo ancora se la paura della guerra nucleare o spaziale spingerà gli uomini in futuro a tentativi più sinceri di non belligeranza; di fatto sappiamo solo che il mondo neppure ora è omogeneo, perché se anche è caduto il muro di Berlino e l’est e l’ovest sono meno lontani, la cultura della guerra si nutre delle differenze abissali di storia e di ricchezza tra il nord e il sud del mondo, fra i ricchi e i poveri, fra l’occidente opulento e l’Islam affamato.

Per questo, seppure non possiamo come piccola regione incidere realmente sulle scelte nazionali, abbiamo il dovere soprattutto nei confronti dei nostri giovani che sono scesi in piazza, di non alimentare in loro il gusto di un semplice pacifismo, organizzato preferibilmente durante le ore di scuola. Pacifismo che in realtà ad una analisi più approfondita fa apparire la nostra gioventù quello che rischia di essere o diventare: figlia cioè di una cultura della guerra che insegna l’arte dell’arricchirsi e del tirare a campare.

Per carità, occorre, come scriveva qualcuno, riconoscere ai giovani il diritto a riproporre intatte tutte le ingenuità giovanili, ma non avalliamo in loro l’idea che esse rappresentino dei veri valori soprattutto se alle spalle non c’è una reale filosofia di solidarietà.

Contro questi rischi dobbiamo impegnarci e solo in questa prospettiva ha senso il nostro confrontarci in questa aula.

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Si dà atto che dalle ore 18,49 alle ore 19,02 presiede il Vicepresidente Stévenin.

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Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Limonet, ne ha facoltà.

Limonet (DC) - Signor Presidente, signori Consiglieri, pur auspicando che sedute consiliari simili a questa odierna, cioè con la partecipazione diretta dei rappresentanti comunali e delle forze sociali, si ripetano ogni qualvolta vi siano problemi di una certa portata, mi auguro invece che esse non abbiano a ripetersi in situazioni così drammatiche, se non per prevenirle.

In Medio Oriente è guerra, è guerra da ormai dieci anni, cioè da quando Saddam nel 1980 dichiarò guerra all’Iran, approfittando della rivoluzione komeinista. Guerra difficile che lo stesso Saddam vuole ora cancellare con un colpo di spugna, offrendo all’Iran la pace; questo - e credo che il fatto non sia sfuggito a nessuno - per essere libero di tentare altre vie di espansione più facili. Infatti il 2 agosto 1990 egli invade il Kuwait, paese libero che godeva ormai da trent’anni dell’indipendenza riconosciutagli nel 1961 dalla Gran Bretagna.

Scaduto il termine e visto l’inadempienza verso la risoluzione ONU che prevedeva il ritiro totale e incondizionato delle truppe irachene dal Kuwait - truppe che avevano invaso, cancellato ed annesso a loro uno stato sovrano - era facile prevedere un contrattacco della coalizione secondo il principio della legittima difesa. Principio del resto ben ribadito nello stesso statuto delle Nazioni Unite, nate proprio con lo scopo principale di garantire e ristabilire la pace.

Suggerirei ai pacifisti occidentali di dare una mano a Saddam e a noi tutti, sempre che non siano tutti di quelli pensanti a senso unico, quindi consiglierei loro di invitarlo mediante dimostrazioni a lasciare quanto prima il Kuwait, a non attaccare altre nazioni come Israele o Arabia Saudita, a non usare la tendenza islamica al martirio per uso personale ed infine a non usare i prigionieri come scudo militare; fatti, questi, vietati dalla convenzione di Ginevra ed accordi di cui loro stessi ne sono firmatari.

Dagli interventi di oggi e da altri, tutti espressione delle diverse forze politiche, sociali e sindacali, nonchè da quanto scritto su documenti e mezzi di informazione, è apparso chiaramente che il popolo valdostano non vuole la guerra, come credo non la voglia l’Italia e il resto del mondo, tolto alcuni pazzi destabilizzatori, forsennati religiosi o tetri industriali e venditori di armi. Ma la risposta non può essere così semplicistica; il problema va infatti sviscerato con coscienza e serietà, anche perché alcuni dei tanti motivi che alimentano le guerre sono noti a tutta l’umanità, perché insiti nella stessa. E sono l’assoluta mancanza di valori che lascia il posto all’opportunismo, all’egoismo e alla scorrettezza, tutti fattori che assieme avvelenano i rapporti fra la gente e fra i popoli. Quindi in questa fase una presa di posizione solo contro la coalizione sta a segnare una certa predisposizione a sparare facili sentenze, egoistiche e di comodo. Infatti non sono mancati e non mancano individui che si contraddicono: si esprimono contro l’attacco della coalizione, mentre non si sono mai espressi per l’attacco al Kuwait, per l’attacco a Israele, per l’attacco all’Arabia Saudita. Se questi conoscono la parola magica con la quale allontanare Saddam dal Kuwait o da altri popoli confinanti che lo stesso dittatore, vista l’opinione pubblica occidentale, potrà tranquillamente invadere, sarebbe bene che la pronunciassero. Individui che non vorrebbero onorare impegni precedentemente assunti con l’ONU, che sono quelli di difendersi reciprocamente in caso di invasione; individui che deridono le operazioni dei militari italiani nel Golfo, quando credo che agli stessi e ai loro parenti vada tutto il sostegno e la solidarietà della nazione, al di là delle legittime opinioni, su una guerra che non sono certo stati loro a promuovere.

Ho voluto fare questa disamina per tentare di sensibilizzare altri, ma soprattutto me stesso, di come alla base di ogni conflitto vi sia sempre la prepotenza dell’uomo, il quale su ogni argomento e in ogni occasione pensa di poter esprimere sentenze, ma soprattutto perseverare nel credere che le stesse siano le uniche perseguibili, non permettendo il più delle volte il ricorso alla prova di appello per le altre idee.

Dopo quanto detto, voglio ribadire, nel caso non fosse chiaro, che il Gruppo consiliare della DC è contro la guerra, è contro chiunque sia a promuoverla; quindi ci auguriamo che le ostilità abbiano quanto prima a cessare. Naturalmente credo che non sia possibile, proprio in nome della pace, impedire la legittima difesa in caso di invasione.

Presidente - Ha chiesto di parlare l’Assessore al Turismo, Urbanistica e Beni Culturali Pascale, ne ha facoltà.

Pascale (PSI) - Non mi pare che questo dibattito in Consiglio regionale o anche fuori, all’interno della comunità, si stia trasformando in un dibattito fra cosiddetti interventisti e cosiddetti pacifisti. Credo che siamo tutti fondamentalmente dei pacifisti, ho sentito anche esprimerlo in tutti gli interventi che ci sono stati, così come all’interno del paese siamo tutti contrari alla guerra, siamo tutti preoccupati del possibile coinvolgimento di altri stati in questa guerra, siamo tutti decisi nella condanna dell’Irak, in modo particolare del suo dittatore Saddam, perché ha invaso il Kuwait e ne chiediamo il ritiro.

Credo però che una volta espresse tutte queste convinzioni, anche con bei discorsi magari un po’ retorici, si debba poi cercare di trarne le dovute conclusioni. Credo che ciascuno di noi, al di là delle proprie posizioni politiche, ideologiche e religiose, posto davanti ad un evento drammatico come questo che si sta svolgendo, si debba poi porre degli interrogativi e cercare di dare una risposta.

Mi sono posto tre interrogativi, come cittadino, come uomo, al di là del politico. Il primo è: si poteva evitare questa guerra, si poteva fare ancora qualcosa per evitare questa guerra? E la risposta è stata negativa, perché ho seguito nel corso di questi mesi tutto ciò che è stato fatto da parte della comunità politica, ma non solo politica, anche da parte di altissimi esponenti del mondo sociale e del mondo religioso, per arrivare ad una trattativa onorevole che rispettasse i principi universali della comunità internazionale. Mi pare che questa guerra non si poteva evitare, perché era una guerra voluta fortemente da chi l’ha scatenata.

Il secondo interrogativo è a questo punto se la guerra, decisa dalla comunità internazionale, fosse o no una guerra giusta, interrogativo che si sono posti ultimamente anche diversi intellettuali e che abbiamo seguito sugli organi di stampa. Norberto Bobbio, un uomo che tante volte è stato citato anche in questo Consiglio come uomo di alta probità ed onestà morale, ha detto che questa è una guerra giusta, e io la penso come lui. E’ una guerra giusta perché ci sono dei principi universali che un uomo, e attraverso gli uomini una comunità, deve cercare di difendere fino all’estrema ratio che può essere quella del proprio sacrificio personale. E se questa è una guerra giusta, come credo, allora è giusto anche l’intervento dell’Italia in questa guerra. Perché come la Valle d’Aosta non è una repubblica autonoma, un’isola felice, ma fa parte dello stato italiano, l’Italia fa parte di una comunità internazionale per propria volontà, non è uno stato neutrale come la Svizzera e come l’Austria, quindi deve rispettare certi impegni così come riceve da questa comunità certi vantaggi.

Però mi sono posto poi un terzo interrogativo: questa sarà una guerra risolutiva? Sarà una guerra utile o inutile? Ed è su questo che esprimo la mia preoccupazione e la mia amarezza, perché ritengo che la guerra potrà servire a far rispettare un principio giusto, ma a mio avviso non risolverà nessuno dei problemi che attualmente esistono in quell’area del mondo che è il Medio Oriente, perché sono problemi essenzialmente legati alla questione palestinese. Finché non si risolve la questione palestinese, ci saranno sempre altri Saddam che faranno esattamente quello che ha fatto l’attuale Saddam Hussein.

Ecco perché penso che gli inviti che vanno rivolti al cessate il fuoco, ad una soluzione pacifica di questa vertenza, debbano essere strettamente collegati e congiunti all’invito a convocare una conferenza internazionale, nella quale siano risolti tutti i problemi del Medio Oriente, e in modo particolare il problema del popolo palestinese.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Presidente della Giunta, ne ha facoltà.

Bondaz (DC) - Colleghi Consiglieri, al termine del dibattito di questa seduta straordinaria del Consiglio, convocata in via di urgenza per testimoniare la viva preoccupazione e la profonda trepidazione del popolo valdostano per i tragici eventi bellici che stanno da qualche giorno insanguinando il Medio Oriente, mi corre l’obbligo morale e politico di formulare alcune riflessioni, anche se gli interventi dei Consiglieri che mi hanno preceduto hanno già bene illustrato lo stato di apprensione della comunità valdostana per la pericolosa piega che sta prendendo la guerra nel Golfo Persico, voluta e scatenata dalla intransigenza e dalla arroganza di un sanguinario dittatore già tristemente noto alla storia per avere in passato sferrato conflitti in quella zona e che da sei mesi sta sfidando il mondo intero.

La guerra: una parola che credevamo relegata ormai nel ricordo di un passato non più ripetibile che alcuni di noi hanno vissuto negli anni dell’infanzia, una parola che credevamo in disuso in questo ultimo scorcio del XX secolo, una parola che non può non suscitare profondo sgomento in tutte le coscienze civili del mondo. Purtroppo quello che era solo fino a qualche giorno fa un presentimento è diventato realtà tragica nella notte di mercoledì 16, allorquando si è diffusa la terribile notizia dell’avvenuta apertura delle ostilità all’indomani della scadenza dell’ultimatum delle Nazioni Unite lanciato a Saddam Hussein, affinché sgombrasse il Kuwait occupato con la forza e in spregio al diritto internazionale il 2 agosto 1990.

Sono ritornati alla nostra memoria in questi giorni, udendo dagli schermi televisivi i sibili delle sirene e vedendo le tragiche immagini di cittadini intenti a cercare riparo nei rifugi sotterranei, i giorni terribili dell’ultimo conflitto mondiale. In questa ora difficile, caratterizzata dal susseguirsi di continui e martellanti messaggi di guerra, non si possono non richiamare le preoccupazioni del Sommo Pontefice, che addolorato e provato ha affermato, non appena iniziatosi il conflitto, che "questo è un momento di profonda tristezza del mio animo di pastore della chiesa universale". Tristezza che è anche la nostra, perché tutti crediamo nel valore profondo della pace, della convivenza civile fra i popoli, nel ripudio, fin quando è possibile, del ricorso alla forza delle armi oggi più sofisticate e pertanto più micidiali rispetto al passato.

Il Papa nel suo accorato appello ha anche però detto una frase molto significativa: "Fino all’ultimo momento ho sperato che la guerra non scoppiasse ed ho fatto quanto umanamente possibile per scongiurare una tragedia". Ricordiamo infatti l’estremo appello rivolto dal Sommo Pontefice a Saddam Hussein e a Bush, caduto però nel vuoto perché nell’animo del dittatore iracheno non vi era la pur minima volontà di piegarsi alle decisioni assunte dalla comunità internazionale rappresentata nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

E’ opinione largamente diffusa che sia stato fatto quanto umanamente possibile per scongiurare il conflitto; tutti noi ricordiamo ancora oggi le missioni generose e disinteressate del segretario dell’ONU, che come messaggero di pace si era più volte recato a Bagdad ricevendo segnali negativi da parte di un dittatore sempre più deciso a percorrere la strada dell’uso della forza.

Non vanno poi dimenticati gli appelli e gli ammonimenti della CEE, del Presidente sovietico Gorbaciov e del Presidente Mitterrand, che non hanno certo mancato di insistere sulla necessità di una soluzione pacifica del contenzioso in atto, del nostro governo stesso che si è adoperato fino all’ultimo, di concerto con l’ONU, per scongiurare una soluzione militare.

Dunque tutto ciò che era umanamente possibile è stato fatto, però anche il nostro paese come tanti altri aderenti all’ONU è implicato oggi in azioni militari. Ai soldati italiani, impegnati in una dura missione nel Golfo a tutela del diritto internazionale calpestato, va tutta la nostra riconoscenza, il nostro appoggio e la nostra solidarietà. Essi stanno, questo non dobbiamo dimenticarlo, operando per la pace, perché non v’è pace sicura se non c’è il rispetto dei diritti di tutti gli stati e di tutti i popoli del mondo.

Giustamente il Cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, commentando lo scoppio della guerra, ha affermato che bisogna sopravvivere nella speranza civile anche nei momenti più neri della storia, e questo è certamente un momento nero da rimuovere al più presto. Dobbiamo, diceva il Cardinale, cercare ciò che nella nostra vita promuove la pace e la giustizia perché una vera pace implica il riconoscimento dei diritti di tutti.

Da un’altra sponda, non certo meno autorevole, il prof. Bobbio, coscienza critica del nostro tempo, democratico integerrimo, protagonista puntuale di tutte le battaglie civili di questo ultimo quarantennio, ha lanciato un messaggio pertinente in un momento in cui sembra prevalere un po’ da tutte le parti una certa irrazionalità. Bobbio, dopo aver sottolineato la liceità del ricorso all’uso della forza nei casi estremi di flagrante violazione del diritto e di aggressioni spudorate, ha fatto presente che i governanti non possono attenersi all’etica delle buone intenzioni e dire: la ragione è sempre dalla parte nostra, quindi siamo liberi di agire. Devono i governanti obbedire all’etica della responsabilità, valutare le conseguenze delle proprie azioni e rinunciarvi se queste azioni rischiassero di produrre un male peggiore di quello che si vuole combattere.

L’appello di Bobbio è andato al cuore del problema che oggi attanaglia le coscienze del mondo intero.

E’ la guerra lo strumento per risolvere le controversie internazionali? Certamente no, in base ad un ragionamento lucido. E’ nostra convinzione infatti che nel momento nero che attraversiamo ci sia ancora un esile spazio per la sopravvivenza della speranza, del prevalere in extremis della ragione.

La risoluzione che abbiamo predisposto, che comunque può essere sottoposta a qualunque ipotesi di lavoro da parte dei gruppi consiliari, va in questa direzione; è un invito alla ricerca della pace, affinché sia ridato spazio alla trattativa diplomatica, anche se ci rendiamo perfettamente conto delle difficoltà a far prevalere la ragione sulla irrazionalità ormai diffusa.

Infinite difficoltà si frappongono ad una cultura della pace, in un momento in cui la parola è passata alle armi. Siamo di fronte infatti alla tenacia pervicace di un dittatore che continua a lanciare incitamenti di guerra, che cerca di coinvolgere in modo proditorio stati non belligeranti per allargare il più possibile il conflitto. L’attacco iracheno ad Israele, cui rinnoviamo la nostra solidarietà in questo difficile momento, anche se non sempre questo paese ha saputo con lucidità e lungimiranza affrontare determinate situazioni, non lascia certamente sperare bene sulle intenzioni pacifiche del dittatore iracheno.

Nonostante i segnali che provengono non siano positivi, non dobbiamo però disperare e lasciar nulla di intentato per ripristinare un clima di convivenza e per far cessare il rumore delle armi. Dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili perché prevalga la ragione, perché si affaccino all’orizzonte oggi offuscato gesti generosi e spazi di dialogo.

Presidente - Colleghi Consiglieri, con questo intervento del Presidente del Governo regionale possiamo considerare chiusa la parte dibattito sull’oggetto per cui è stato convocato questo Consiglio straordinario. Sono state presentate tre risoluzioni: i colleghi dell’UV e Gremmo hanno presentato la mozione che farei fotocopiare e distribuire. Penso di fare cosa saggia, se lo ritenete, sospendendo la seduta per breve tempo per vedere se è possibile la ricerca e l’ottenimento di un testo comune.

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Si dà atto che la seduta è sospesa dalle ore 19,11 alle ore 19,59.

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Presidente - Colleghi Consiglieri, riprendiamo i lavori. Cerco di riassumere la situazione. Erano state presentate tre risoluzioni: una dal Consigliere Riccarand, una dal Presidente della Giunta e una dall’Union Valdôtaine e dal Consigliere Gremmo. Mi sembra di comprendere che è stato raggiunto un accordo fra il Consigliere Riccarand e l’Union Valdôtaine e il Consigliere Gremmo per la presentazione di una risoluzione, e che la risoluzione del Presidente della Giunta, riveduta ed emendata, diventa la risoluzione che viene proposta a nome della maggioranza.

Siccome era stata presentata prima la risoluzione del Consigliere Riccarand, do la parola a quest’ultimo.

Riccarand (VA) - Leggo il testo della risoluzione presentata dai Consiglieri dell’Union Valdôtaine e dal Consigliere Gremmo con le correzioni che sono state introdotte sulla base della risoluzione che avevo presentato.

Il Consiglio regionale della Valle d'Aosta

Facendosi interprete delle preoccupazioni della popolazione della Valle d’Aosta per il conflitto militare in atto nel Golfo Persico:

sottolineato il rischio di una ulteriore estensione della guerra con il coinvolgimento di altri Paesi e con il ricorso ad armi batteriologiche e, forse, persino nucleari;

ricordato che la Costituzione italiana "ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali";

ribadisce la ferma condanna nei confronti dell’Iraq per l’invasione del Kuwait e chiede il ritiro delle truppe irachene dai territori occupati;

esprime condanna nei confronti dell’Iraq per il lancio dei missili sulle città di Israele, per la decisione di usare i prigionieri di guerra come scudo nonchè per il dolore, le sofferenze ed i lutti che la guerra provoca per milioni di persone;

chiede l’immediata cessazione dei combattimenti in modo da evitare nuove vittime ed impedire una estensione ed un aggravamento del conflitto;

auspica iniziative di pace in medio oriente che affrontino la questione palestinese, garantiscano la sicurezza e la sovranità di Israele, operino per il ritiro delle truppe straniere dal Libano, riconoscano il diritto alla autodeterminazione del popolo Curdo ed avviino un processo di smilitarizzazione di tutta l’area.

Il Consiglio regionale, denunciando il metodo seguito nel coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in corso, sottolinea altresì l’urgenza della trasformazione dello Stato italiano in senso federale al fine di consentire a tutte le comunità di esprimere pienamente la loro volontà.

Preoccupato inoltre per il grave stato di tensione ed il conflitto in corso anche in altri Paesi, il Consiglio regionale auspica ovunque il rispetto dei diritti dell’uomo, il ripristino della legalità ed il ristabilimento della democrazia e della libertà.

Impegna infine il Presidente del Consiglio regionale a trasmettere copia della presente risoluzione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti della Camera e del Senato, ai Parlamentari valdostani nonchè ai capigruppo della Camera e del Senato della Repubblica.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Mafrica, ne ha facoltà.

Mafrica (PCI) - Questo è l’ordine del giorno che è stato concordato dalle forze di maggioranza.

Preso atto con viva preoccupazione dell’intensificarsi del conflitto in corso nel Medio Oriente che sta acquistando proporzioni sempre più rilevanti con il rischio di un coinvolgimento nelle operazioni belliche di Stati non belligeranti, come Israele, oggetto nei giorni scorsi di un proditorio attacco da parte irakena, coinvolgimento che aprirebbe nuovi scenari di guerra e renderebbe sempre meno controllabile la già difficile situazione;

constatato che sono in corso iniziative concrete, mirate alla cessazione delle ostilità e alla conseguente ripresa del dialogo diplomatico sotto l’egida delle Nazioni Unite;

ricordato che la costituzione italiana ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali;

il Consiglio regionale della Valle d’Aosta

- condanna l’intransigenza del regime iracheno che con il suo atteggiamento di totale disprezzo delle decisioni assunte dalla comunità internazionale è il responsabile dello scoppio della guerra;

- manifesta la convinzione che la vera pace implica il riconoscimento dei diritti di tutti i popoli e la possibilità per tutte le comunità di esprimere pienamente la propria volontà attraverso trasformazioni degli stati in senso federale;

- esprime la propria solidarietà ai militari impegnati nel Golfo, augurandosi che possano rientrare quanto prima nel nostro paese;

- chiede l’immediata cessazione dei combattimenti in modo da evitare nuove vittime, impedire una estensione ed un aggravamento del conflitto e costringere con altri mezzi l’Irak a ritirarsi dai territori occupati;

- auspica una conferenza di pace in Medio Oriente che affronti la questione palestinese, che garantisca la sicurezza e la sovranità di Israele, che lavori per il ritiro delle truppe straniere dal Libano, che riconosca il diritto di autodeterminazione del popolo Curdo, che avvii un processo di smilitarizzazione di tutta l’area;

- impegna il Presidente del Consiglio regionale a trasmettere copia della presente risoluzione al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti della Camera e del Senato, ai capigruppo della Camera e del Senato.

Presidente - Questi sono i due testi che sono rimasti per la vostra approvazione, quindi li pongo in votazione. Ha chiesto di parlare il Consigliere Riccarand, ne ha facoltà.

Riccarand (VA) - Per dichiarazione di voto. Il Gruppo Verde Alternativo voterà naturalmente a favore del testo concordato e non voterà invece a favore del testo presentato dalla maggioranza, che si distingue rispetto all’altro testo su un solo punto, che è però un punto sostanziale, ed è il fatto che non esiste nessun riferimento di critica rispetto alla scelta dello stato italiano di entrare in questa guerra ed al metodo con cui sono state fatte queste scelte. Mi sembra che questa sia una discriminante politica di fondo; il nostro Gruppo Verde in Parlamento ha votato contro una risoluzione con cui i capigruppo della maggioranza hanno approvato l’operato del governo ed hanno scelto di avallare una operazione di guerra.

A noi sembrava importante che il Consiglio regionale rispetto a questa scelta, contro la quale si sono espressi anche i parlamentari della Valle d’Aosta, dicesse qualcosa, invece è totalmente taciuta la questione nel documento della maggioranza. Quindi chiedo al Consiglio di votare la risoluzione presentata dai Consiglieri dell’Union Valdôtaine, dal Consigliere Gremmo e dal sottoscritto, che sottolinea oltre agli altri punti su cui c’è convergenza anche questo elemento importante.

Presidente - Pongo in votazione la risoluzione presentata dai Consiglieri dell’Union Valdôtaine, dal Consigliere Gremmo e dal Consigliere Riccarand, il cui testo è stato letto dal Consigliere Riccarand:

Esito della votazione:

Presenti: 26

Votanti: 11

Favorevoli: 11

Astenuti: 15 (Aloisi, Bajocco, Bondaz, Chenuil, Dolchi, Fosson, Lanièce, Lavoyer, Limonet, Mafrica, Martin, Monami, Pascale, Ricco e Trione)

Il Consiglio non approva.

Presidente - Pongo in votazione la risoluzione presentata dalla maggioranza.

Ha chiesto di parlare il Consigliere Mafrica, ne ha facoltà.

Mafrica (PCI) - Per dichiarazione di voto. Votiamo a favore del documento della maggioranza perché in tutti i punti coincide con l’altro documento. Ci dispiace che da parte della minoranza non si sia voluto fare uno sforzo per raggiungere un documento unitario. Abbiamo cercato in questi....

(Proteste dai banchi dell’Union Valdôtaine. )

. . . abbiamo cercato in questi minuti di raggiungere una intesa che potesse portare ad un documento unitario del Consiglio regionale... calma, ho il diritto di dire la mia opinione.

Il documento della minoranza tendeva a mettere in difficoltà alcune forze presenti nel Consiglio. Abbiamo fatto uno sforzo unitario e riteniamo che il documento sia valido.

Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Aloisi, ne ha facoltà.

Aloisi (MSI) - Per dichiarazione di voto. Volevo annunciare il voto favorevole al documento presentato dalla maggioranza e soprattutto rammaricarmi del fatto che noi tutti eravamo protesi nella ricerca di una soluzione unitaria per far sì che da questo Consiglio uscisse un documento solo, che desse una immagine positiva del Consiglio regionale. Invece noi pretendiamo che in Medio Oriente riescano a mettersi d’accordo e cessino questo conflitto militare, quando noi stessi in Consiglio non siamo in grado di trovare un punto di incontro su una soluzione così elementare.

A mio avviso l’atteggiamento dell’Union è un atteggiamento provocatorio, perché il loro intento era quello di creare una spaccatura interna al Consiglio che si poteva benissimo evitare se c’era la volontà politica e soprattutto la volontà di trovare un documento unitario per dare una immagine unitaria di questo Consiglio. Questo atteggiamento è stato provocatorio mirava a rompere quella unità nella maggioranza, proprio per arrivare a questa soluzione, che è poi stata quella dell’abbandono dell’aula.

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Si dà atto che i Consiglieri del Gruppo dell’Union Valdôtaine abbandonano l’aula consiliare.

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Presidente - Ha chiesto di parlare il Consigliere Gremmo, ne ha facoltà.

Gremmo (UAP) - Presidente e colleghi, respingo nel modo più fermo le affermazioni che ha fatto il Consigliere Aloisi. Alcuni autonomisti hanno presentato unitariamente un documento che chiedeva di qualificare il voto del Consiglio regionale rispetto ad una scelta di Roma, che - come hanno detto i parlamentari, come ha detto il collega Mafrica - ci era parsa sbagliata e prevaricatrice. In effetti, il documento che adesso è in discussione riprende i punti centrali del documento che è stato votato prima e su cui i colleghi presenti si sono astenuti, ad eccezione del collega Riccarand e del sottoscritto. Quindi l’accusa fatta dal collega Aloisi si può tranquillamente rovesciare: si è voluto, temo (e me ne rammarico), impedire un ragionamento su un documento che centrava il nocciolo del problema, per voler fare un gioco delle parti. Non ci sto, non mi sembra corretto e direi che questo rende difficile anche i ragionamenti qua dentro.

Chiedo la verifica del numero legale ed abbandono l’aula.

Presidente - Perché rimanga a verbale e si sappia che la Presidenza conosce il regolamento, chi chiede la verifica è tenuto ad essere in aula al momento della verifica. Non ha importanza in quanto abbiamo appurato che viene a mancare il numero che l’articolo 21 dello Statuto prevede perché si possa deliberare. Siccome è rimasto sempre in sospeso il discorso se si poteva o meno parlare anche senza il numero legale, cioè diciotto Consiglieri presenti, ho autorizzato i Consiglieri a prendere la parola. E’ chiaro che non posso mettere in approvazione una risoluzione perché trattasi di un provvedimento soggetto al voto, quindi per questa ragione la mancanza del numero legale non permette al Consiglio di deliberare.

Ha chiesto di parlare l’Assessore ai Lavori Pubblici Martin, ne ha facoltà.

Martin (ADP) - Non volevo intervenire, ma gli ultimi fatti che sono successi mi costringono a fare alcune considerazioni, soprattutto a richiamare la sensibilità di quei Consiglieri che sono rimasti in aula a verificare in futuro l’opportunità di riunire in sessione straordinaria il Consiglio regionale, quando poi queste convocazioni si rivelano così penose e così inutili.

Il Consigliere Aloisi mi ha preceduto quando ha detto che è abbastanza improbabile che nel Golfo riescano a trovare una soluzione pacifica su problemi certamente molto importanti, quando noi qui non siamo in grado di trovare una soluzione per votare un documento, che poi alla fine non serve a nessuno, perché questa è la verità. Questo dovrebbe farci riflettere, quando quelle forze ci chiedono di riunire il Consiglio regionale per degli argomenti molto importanti, se questa convocazione valga la pena di farla oppure no.

Non voglio entrare nel merito della validità dei documenti presentati; ho aderito e voterò l’ordine del giorno presentato dal gruppo di maggioranza perché mi sembra risponda meglio a quelle che sono le aspettative che abbiamo espresso anche in altre sedi; voterò questo documento ma lo voto con rincrescimento perché avrei voluto che almeno su questo argomento ci fosse la possibilità di un confronto e ci fosse soprattutto la possibilità di presentare unitariamente un ordine del giorno che riportasse tutte le posizioni dei gruppi. In fondo, queste posizioni sono tutte uguali, perché in quest’aula tutti ci siamo detti d’accordo per favorire la pace, tutti abbiamo detto di voler ricercare delle soluzioni pacifiche per risolvere la questione, tutti abbiamo detto che la guerra da qualunque parte provenga è da condannare, ma poi nella realtà dei fatti assistiamo a queste scene che considero penose di gente che addirittura rifiuta il confronto, abbandona l’aula solo perché le proprie tesi non sono state accolte.

Presidente - Colleghi Consiglieri, credo sia inutile proseguire; abbiamo chiare le idee sull’articolo 21 dello Statuto che dice che non si può deliberare se non è presente la maggioranza assoluta, cioè diciotto.

Pertanto la seduta è tolta.

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La seduta termina alle ore 20,18.

APPENDICE

Dalle ore 16,48 alle ore 17,43 l’adunanza del Consiglio si svolge, informalmente, in assemblea aperta, nel Salone delle manifestazioni del Palazzo regionale. Partecipano all’assemblea, oltre ai Consiglieri regionali, i Parlamentari valdostani, amministratori locali, rappresentanti di organizzazioni sindacali, di associazioni culturali e pacifiste, studenti e pubblico.

Presidente (Giulio Dolchi) - Onorevoli parlamentari, signori sindaci, organizzazioni sindacali, rappresentanti delle associazioni, come ho già precisato all’inizio della seduta ufficiale, il Consiglio regionale si è riunito nella sua sede naturale al primo piano del Palazzo della Regione su convocazione dell’Ufficio di Presidenza a seguito della richiesta di quindici Consiglieri regionali, per una sessione straordinaria ed urgente dedicata alle iniziative per la pace e la soluzione del conflitto in atto nel Golfo.

La riunione di oggi che vede assieme i consiglieri regionali, i sindaci della Valle d’Aosta, i sindacati, le associazioni culturali che rappresentano il tessuto sociale, economico e culturale della Valle d’Aosta, è una riunione che è stata concordata e voluta nel corso di una serie di iniziative a favore della pace e contro la guerra nel Golfo. E’ l’occasione per una manifestazione di volontà al fine di evitare lutti e distruzioni nel mondo, soprattutto in quella regione duramente colpita dagli eventi bellici e da una lunga e triste situazione internazionale.

Sono presenti ANCI, associazione sindaci e rappresentanti della vita valdostana, consiglieri comunali ed amministratori.

E al tavolo della Presidenza - e si scusa il Vicepresidente Bich che è in missione fuori sede - l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale. L’ufficio di Presidenza si fa interprete di quelle che sono state le indicazioni che sono venute stamattina nel corso della dei conferenza dei Capigruppo per lo svolgimento di questo incontro.

Come dicevo, il Consiglio regionale ha sospeso la sua seduta; è qui per ascoltare i vostri interventi e poi riprenderà i lavori nella sua sede naturale dove tutti i gruppi si esprimeranno, ed un documento (che mi auguro unitario) concluderà la seduta ufficiale del Consiglio regionale.

L’orientamento che vi sottopongo come frutto di questo esame preventivo effettuato dalla conferenza dei Capigruppo è che in questa sede, per un tempo che riteniamo ragionevole contenere nei sette minuti, saremmo lieti di dare la parola al senatore e al deputato della Valle d’Aosta, al rappresentante dell’ANCI e dell’associazione valdostana dei sindaci, al sindaco Ruffier, ad un rappresentante delle organizzazioni sindacali e ad un rappresentante di tutte quelle associazioni che hanno sottoscritto dei documenti e un volantino che ha accompagnato la manifestazione pubblica di venerdì, anche quella ricondotta nell’ambito di queste iniziative.

Date queste spiegazioni, se non avete obiezioni e con l’augurio che si possano ascoltare tutti quelli che ho annunciato, darei la parola a Cesare Dujany, senatore della repubblica per la Valle d’Aosta.

Cesare Dujany (Senatore) - M. le Président du Conseil, M. le Président de la Junte, MM. les Assesseurs, MM. les Conseillers régionaux, MM. les Syndics, Mesdames, Mesdemoiselles et Messieurs, au parlement national, il y a quelques jours, nous avons dit non à la guerre du Golfe. Beaucoup d’éléments ont pesé dans ce choix difficile: l’ordre du jour unanime du Conseil régional, des ordres du jour des différentes associations valdôtaines, les interventions et le comportement des parlementaires et surtout du Président de la Défense au Sénat américain, les récentes déclarations du Pape estimant qu’une guerre dans les conditions actuelles non seulement ne résoudraient pas les problèmes, mais les aggraveraient, mais il n’y a pas que cela; nous ne pouvons pas accepter qu’il soit fait dans cette région ou ailleurs deux poids et deux mesures.

L’affaire des Pays baltes nous a particulièrement choqués comme révélateur de cet ordre international qu’on voudrait défendre ici, c’est-à-dire dans l’Irak, pour le laisser tomber ailleurs dans d’autres pays.

Nous n’avons pas compris pourquoi dans le Golfe nous sommes passés de la stratégie de l’embargo à celle de l’ultimatum. Et même si nous avons voté non, nous devons apporter notre soutien à l’armée italienne qui est dans le Golfe. Nous sommes convaincus cependant que l’Italie commet un erreur en s’engageant dans un conflit aux conséquences imprévisibles.

Nous avions une autre carte à jouer vis-à-vis des pays arabes que celle de la guerre. Pensons à l’avenir des relations dans le monde et entre le monde avec le monde occidental, la chrétienté et l’islamisme.

Je vous prie de ne pas prendre la position des parlementaires d’une façon superficielle parce qu’ils ont voté non; je vous prie de ne pas traiter cette voix avec mépris. Je vous assure que c’était facile de voter avec tout le monde, avec toute la majorité. Nous avons fait un choix raisonné, réfléchi, et nous croyons peut-être que notre choix a été plus courageux que d’avoir voté pour la guerre.

Presidente - J’ai le plaisir de donner maintenant la parole au député de la Vallée d’Aoste, M. Caveri.

Luciano Caveri (Deputato) - M. le Président du Conseil, M. le Président du Gouvernement régional, MM. les Assesseurs, MM. les Conseillers, MM. les Syndics, Mesdames et Messieurs, nous avons tous encore dans les yeux les images bouleversantes des pilotes alliés amenés prisonniers par les irakiens et contraints à défiler devant la télévision comme des automates. C’est cela la guerre: violente et inhumaine. Les images étincelantes des armes pâlissent face à la réalité de la souffrance.

Guerre juste ou guerre injuste? Est-il possible dans l’émotion croissante du moment de garder la calme nécessaire pour trouver une position logique et crédible entre les deux extrêmes qui s’affrontent? J’espère que oui et je voudrais ajouter que tout rappel historique n’est que mécanique et non fructueux; le scénario d’aujourd’hui au Moyen-Orient ne permet aucune comparaison.

Suite aux décisions que le parlement italien a adoptées, même ceux qui, comme les parlementaires valdôtains, n’étaient pas d’accord avec la décision du gouvernement, doivent exprimer leur adhésion aux principes qui veulent que dans une démocratie après la confrontation on doit tenir compte de la volonté exprimée par la majorité. Ainsi, sans arrêter chaque débat ou proposer des nouvelles solutions, faut-il prendre acte de la position italienne et de l’engagement militaire décidé par le parlement.

Je voudrais quand même ajouter que l’instrument de la guerre ne devrait plus à l’heure actuelle faire partie des instruments susceptibles de régler les relations internationales. Pourtant à une époque que l’on croyait de paix, la violence et la guerre risquent d’éclater non seulement au Moyen-Orient mais aussi à l’égard de l’Union Soviétique et des pays baltes, ou - à titre d’exemple - entre les pays qui font partie de la Yougoslavie en débâcle.

Je connais l’objection principale qui différencie le cas de l’Irak: Saddam Hussein est un fou et celui qui a contraint l’organisation suprême internationale, l’ONU, au recours à la force. Le dictateur irakien avait opposé trop de refus aux solutions diplomatiques même les plus raisonnables.

C’est vrai; mais il n’est pas moins vrai que le Saddam Hussein d’aujourd’hui est le même que celui de hier, allié et armé par les pays occidentaux, Italie comprise. Et je ne veux pas parler du scandale de la Banca Nazionale del Lavoro, exemple flagrant des liens qui unissent la politique et l’affairisme.

On dit que Saddam devait combattre la folie de Komeini; dommage que ce dernier, à l’époque de son exile à Paris, était vu comme un défenseur de la liberté par l’Europe progressiste, preuve d’une autre politique internationale.

Le véritable problème maintenant est la démocratie dans le monde entier, surtout dans le Proche et Moyen-Orient, dans le mosaïque difficile qui doit comprendre par exemple les exigences légitimes des palestiniens d’avoir une terre et les droits d’Israël.

Sans démocratie et sans le rééquilibre entre la pauvreté et la richesse, les foyers de guerre pullulerons même dans le futur.

Je ne sais combien de temps durera cette guerre; je sais néanmoins que dès à présent il ne faut pas arrêter les efforts diplomatiques, jour après jour Saddam Hussein devient avec la guerre un héros des masses arabes et, vivant ou mort, il deviendra un agent de liaison même après la guerre dans l’affrontement entre l’occident et le monde islamique.

Les événements de ces jours-ci, qui pénètrent dans nos foyers par la télévision, se répercuterons sur le futur du monde arabe et de l’Europe en particulier. Je suis certain que le débat qui a animé ces jours-ci la Vallée d’Aoste ne devra pas être isolé, non pour le plaisir quelque peu provençal de s’exprimer à tout prix sur les problèmes planétaires, mais parce que le thème de fond, à l’occurrence la démocratie, le respect de la volonté des peuples, l’affirmation des nationalités doivent intéresser et en temps de guerre et en temps de paix même la Vallée d’Aoste, en essayant de trouver une vision efficace qui donne à notre autonomie cette dignité, qui doit s’exprimer par l’originalité de notre façon de faire de la politique et par l’affirmation, dans les limites de notre capacité, d’un volonté qui nous caractérise et nous différencie.

Presidente - Au nom des maires, des adjoints, des conseillers municipaux, de l’ANCI et de l’association des syndics de la Vallée d’Aoste, je donne la parole au Président Ruffier.

Osvaldo Ruffier - Signor Presidente, Consiglieri, Signore e Signori, diventa per me difficile prendere qui la parola perché non so se posso rappresentare la volontà di tutti i sindaci e degli amministratori comunali, dato che non è un argomento di cui abbiamo discusso in sede di associazione. Però penso di interpretare la volontà di tutti, in modo particolare del popolo valdostano, nel richiedere la pace.

Penso sia stata ed è ancora oggi la preoccupazione di tutti noi che questo conflitto possa estendersi molto di più di quanto forse non fossero le previsioni prima dell’inizio della guerra. Dobbiamo tutti assieme cercare, in modo particolare quanti hanno dichiarato questa guerra, di non arrivare con le armi a rivendicare dei diritti, facendo soffrire l’umanità intera. Penso che dovremo arrivare con la ragione, discutendo, a risolvere le controversie, perché non tutti i torti sono dalla stessa parte; certamente condanniamo tutti Saddam Hussein per aver invaso una provincia (che lui chiama la diciannovesima provincia dell’Irak), però prima di dichiarare un conflitto avrebbero dovuto pensare un momento di più. C’erano forse i mezzi per poter isolare questo dittatore, per poter isolare magari queste sue esigenze prima di arrivare ad un conflitto che purtroppo ci ha coinvolti direttamente come paese, come Italia, e certamente la nostra solidarietà deve andare a va a quelli che oggi si trovano a dover combattere in queste zone.

Non mi dilungo di più, ribadisco qui la volontà degli amministratori comunali e delle loro popolazioni che è quella di dire no alla guerra e di cercare di finire molto presto questo conflitto.

Presidente - A nome delle organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL e SAVT interviene Loris Minnelli.

Loris Minnelli - Non sarà una guerra facile, non sarà una guerra senza dolore: è questo il messaggio dei servizi di informazione di oggi, siano essi su carta stampata siano essi radiotelevisivi.

E’ questa la ragione di fondo per cui i sindacati valdostani e i sindacati italiani si battono perché la guerra sia fermata. E’ fuori discussione che, indipendentemente dalla posizione di ciascuno di noi sulla partecipazione italiana alla guerra del Golfo, dopo la decisione del Parlamento tutti dobbiamo esternare una comune solidarietà ai connazionali che si trovano sul fronte di guerra.

I soldati italiani che sono nel Golfo rappresentano infatti il nostro stato democratico, e per questo è dovuta loro la nostra solidarietà. Ciò non significa però rassegnarci alla forza delle armi e abbandonare ogni ricerca di soluzione politica; al contrario, noi tutti, partiti, sindacati, forze sociali, dobbiamo perseguire ogni iniziativa di idee, ogni iniziativa diplomatica per porre fine al conflitto, e dobbiamo ricercare queste soluzioni oltre la certezza degli schieramenti. Ciascuno di noi deve individuare punti di dialogo nei propri interlocutori, seppure con la coscienza che parte da posizioni diversificate.

Con queste premesse il sindacato ha individuato tre punti di incontro: primo, il rispetto delle risoluzioni dell’ONU; secondo, il ritiro immediato dal Kuwait delle truppe di occupazione; terzo, la convocazione di una conferenza internazionale sotto l’egida dell’ONU per la soluzione di tutti i problemi del Medio Oriente a cominciare dalla questione palestinese all’interno del principio "due popoli, due stati".

Si tratta in altre parole di dire ad alta voce: primo, che non si può cedere alle prepotenze del dittatore di Bagdad, non si poteva e non si può lasciarlo fare ciò che vuole; secondo, che non si vogliono allargare le dimensioni e il carattere della guerra, ma se è questo lo spirito, bisogna anche essere coscienti che bisogna dare una patria al popolo palestinese, e questa fra l’altro è la condizione per isolare militarmente, economicamente e politicamente Saddam dal resto dei popoli arabi; terzo, che dobbiamo favorire un ordine internazionale fondato su una maggiore autorità morale e politica dell’ONU per costruire una prospettiva di pace che deve valere anche per lo stesso mondo arabo.

Sono questi gli obiettivi che hanno permesso la manifestazione qui ad Aosta di venerdì scorso, manifestazione che ha visto raccogliersi intorno alle indicazioni sindacali tutti i partiti democratici, gli studenti, e che ha visto importanti forze sociali. Manifestazione che soprattutto ha registrato la partecipazione di oltre mille cittadini, dato questo tutt’altro che trascurabile per una realtà come la nostra, dato però a mio giudizio - e mi assumo la responsabilità del giudizio - non sufficientemente sottolineato dalla carta stampata. Si è scelto di privilegiare l’irrazionale corsa all’accaparramento, piuttosto che una grande manifestazione che accumunava (ed era per questo che era grande) forze fra loro diverse nel nome di un semplicissimo ma determinante obiettivo: quello della richiesta di pace.

Non si può accettare l’argomentazione che a questo punto delle cose l’unica soluzione è aspettare che finisca la guerra, anche se ripeto che è fuori discussione l’obbligo da parte dell’Irak di ritirarsi dal Kuwait. Io credo che ci siano almeno due ragioni semplicissime perché ciascuno di noi faccia quanto può per fermare la guerra: la prima è che rimane un oggettivo pericolo di un suo allargamento all’interno dell’area mediorientale, la seconda è che allo stato delle cose è realistico constatare che si tratterà di una guerra lunga, al di là di alcuni entusiasmi iniziali. Ma guerra lunga significa anche consistente perdita di vite umane; questi primi giorni di guerra mi pare abbiano dimostrato senza ombra di dubbio che la partita non si chiude con gli interventi dell’aviazione alleata. Allora, più si prolunga la guerra, più da un lato aumentano le vittime, più dall’altro aumenta il pericolo di una sua estensione.

Credo che tutti noi che siamo qui in questa sala, l’intero Consiglio regionale, tutte le forze sociali presenti all’interno di questa società valdostana siano accomunate da un dato, e il dato è l’odio della guerra, che fra l’altro colpisce soprattutto gli strati più poveri, gli strati meno privilegiati di questa società. Credo di poter dire, anche perché qui più o meno ci conosciamo tutti, che fra noi non ci sono nè angeli della pace nè demoni della guerra; credo che molto più semplicemente ci siano due posizioni che devono rispettarsi fra loro e fare il massimo possibile per trovare possibili punti di contatto. Qui non c’è un fossato che ci divide, ma credo che ci sia soprattutto un confronto che fra di noi debba continuare.

E allora permettetemi di sottolineare, proprio per il fatto che queste sono considerazioni che provengono da un versante specifico e cioè da quello sindacale, versante che da tempo ha capito, e lo ha capito a proprie spese, che le posizioni, per essere vincenti, sono le posizioni unitarie, che le posizioni unitarie bisogna costruirle tenendo conto della opinione di tutti.

Allora ripeto che in questo momento drammatico l’unità dei lavoratori, l’unità di tutte le forze politiche e democratiche, di tutte le forze sociali in Italia e in Europa è un obiettivo essenziale per fermare la guerra, per mantenere e rafforzare i rapporti di solidarietà con i movimenti sindacali ed i popoli che sono vittime dirette di questo conflitto.

Credo che sia questo essenzialmente il messaggio che debba uscire da questa sala; credo che su queste parole d’ordine, su queste idee: tutti quanti, tutti insieme, dobbiamo impegnarci per il più ampio confronto nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nella società in ogni sua articolazione, e credo anche che queste siano le proposte che tutti gli organi di informazione devono valutare. Ritorno sugli organi di informazione perché ritengo che in questi giorni svolgano un ruolo determinante per le conoscenze e per la formazione delle convinzioni. Questa è la proposta con cui come organizzazioni sindacali ci presentiamo a questo appuntamento, questa è la proposta che sottoponiamo a voi tutti.

Voglio solo chiudere sintetizzando velocissimamente le nostre posizioni rispetto ai fatti delle ultime ore. Condanniamo gli attacchi iracheni allo stato di Israele, rivolgiamo un appello ai sindacati israeliani perché si adoperino per evitare una reazione da parte dello stato d’Israele, condanniamo l’uso strumentale contro gli accordi di Ginevra degli ostaggi, ribadiamo che tutte le diplomazie a partire da quella italiana debbono muoversi per la ricerca di un compromesso di pace, proponiamo che un’ora di lavoro di ogni lavoratore italiano, che un’ora di lavoro di ogni lavoratore valdostano sia a favore delle vittime di guerra e che le somme siano devolute alla Croce Rossa internazionale.

Presidente - A nome delle associazioni socioculturali prende la parola Luisella Chiavenuto.

Luisella Chiavenuto - Io parlo a nome delle associazioni per la pace che in questo periodo si stanno attivando ad Aosta; le associazioni che hanno promosso la raccolta firme, hanno raccolto cinquemila firme per invitare i nostri Parlamentari a votare contro l’entrata in guerra dell’Italia.

Al di li delle ipocrisie, e della retorica, io penso che la vera causa di questa guerra sia il nostro modello di sviluppo, un modello di sviluppo che provoca enormi danni ambientali e che provoca direttamente lo sterminio per fame dei paesi, dei popoli poveri. Questo modello di sviluppo centrato su un consumismo esasperato e su una forte dipendenza nei confronti del petrolio è la vera debolezza strutturale della nostra società e della società planetaria nel suo insieme. Perché anche quando questa guerra, ammesso che termini presto, finirà, ci saranno continuamente altri conflitti perché non sono rimosse le cause di questi conflitti: certamente la guerra aggrava semplicemente, non le risolve assolutamente. Ci sono dei motivi etici molto forti per rifiutare non solo questa guerra ma la guerra in generale e mi fa piacere aver sentito anche qui da parte di tutti - nei precedenti interventi - l’idea che la guerra non è più sostenibile come strumento per la risoluzione dei conflitti. Questa coscienza, secondo me è molto diffusa, molto più di quanto non appaia sia dalle posizioni del nostro Parlamento sia dalle posizioni a cui viene data voce nei nostri mezzi di comunicazione.

Vorrei anche unirmi a quello che diceva Minelli un attimo fa a proposito del ruolo importantissimo che la stampa sta svolgendo e può svolgere in questa situazione. E’ importante che la stampa, e in questa occasione mi rivolgo in particolare alla stampa locale, presti attenzione, dia spazio, dia voce all’opposizione costruttiva nei confronti di questa guerra. Le associazioni stanno incominciando a fare e faranno diverse iniziative per promuovere concretamente la pace, perché tutti diciamo di essere, tutti siamo, contro la guerra, però il problema è riuscire a lavorare in favore della pace: una di queste iniziative, in corso di organizzazione, è l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile.

Io vorrei distinguere tra diserzione e obiezione di coscienza: la diserzione è un atteggiamento di contrapposizione allo Stato e anche di fuga, fuga dalle responsabilità dall’impegno, mentre l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile sono ben diverse. L’obiezione di coscienza si propone, offre la propria disponibilità a lavorare per la pace in corpi di pace, sia in Italia che eventualmente in zone di conflitto.

Vorrei qui fare una proposta concreta nei confronti del Consiglio regionale ed è questa: primo, chiedere che le forze armate italiane - così come ha fatto il Comune ieri - non partecipino a questa guerra; secondo, dichiarare la Valle d’Aosta, la città di Aosta, città per la pace, così come ha fatto Arezzo, la quale ha dato un appoggio logistico, dei locali per le associazioni che si occupano di organizzare un servizio di consulenza e di tutela nei confronti di coloro che vogliono attuare varie forme di disobbedienza civile o di azione di coscienza a questa guerra.

Un’altra proposta che vorrei fare è questa: ho sentito che i Consigli comunali, non so quanti, hanno in questi giorni deliberato, deciso, di non finanziare il carnevale, i festeggiamenti del carnevale. Ecco, vorrei proporre che questi soldi non devoluti in festeggiamenti siano devoluti a Névé Shalom, che è un villaggio che si trova in Israele, nel quale convivono, già da qualche anno, famiglie ebree, arabe, israeliane, palestinesi, cattoliche di vari tipi, protestanti, eccetera. Ecco, questa sarebbe anche una proposta, e mi sembra significativo che a farla siano le associazioni per la pace, perché una delle accuse ricorrenti che viene rivolta al pacifismo in questi giorni è quella di non muoversi in difesa delle vittime di Saddam. Ecco questo sarebbe invece un segno concreto, dare un appoggio ad un villaggio israelita che si trova in una zona di tensioni enormi e che nonostante questo è riuscito in questi anni a portare avanti un’esperienza estremamente significativa e forte, quella cioè della convivenza tra persone che appartengono a gruppi etnici e religiosi divisi da odi profondi.

Vorrei ancora dire due parole per citare il documento della Caritas che è uscito ieri e che dice: "ciascuno si assuma le proprie responsabilità anche con scelte coraggiose e profetiche," e questo documento invita anche ad un’approfondita riflessione sulle motivazioni che inducono a rifiutare la guerra.

Presidente - A nome dell’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale ringrazio i parlamentari, le organizzazioni sindacali, i sindaci, gli amministratori comunali, i consiglieri e gli assessori che sono qui presenti, le associazioni socioculturali, coloro che sono intervenuti.

I consiglieri regionali hanno avuto modo di sentire le vostre posizioni, le obiezioni, le proposte i suggerimenti. Invito il Consiglio regionale a rientrare nella sua sede naturale e continuare il dibattito, che sarà formalmente concluso con la votazione di un documento. Grazie a tutti.

(N.B.: Gli interventi riportati in appendice non sono stati rivisti dai relatori).