Compte rendu complet du débat du Conseil régional

Objet du Conseil n. 2747 du 25 juillet 2002 - Resoconto

OGGETTO N. 2747/XI Discussione congiunta delle proposte di legge n. 160 e n. 166 relative alla modifica della legge elettorale.

Président Collègues conseillers, je vous propose de procéder à l'examen conjoint des deux points suivants à l'ordre du jour, à savoir les points n° 17.2 et n° 17.3.

Qu'il me soit permis de rappeler que le premier de ces deux projets de loi, à savoir le projet n° 160, a été examiné par la Ière Commission, qui a formulé un avis contraire à la majorité; qu'un avis contraire a également été exprimé par le Conseil permanent des collectivités locales, tandis qu'un avis positif a été formulé par la Conférence régionale de la condition féminine; que nous avons également reçu des remarques de la part du CORECOM.

Le projet de loi n° 166 a fait l'objet de l'examen de la Ière et de la IIème Commission; la Ière Commission a adopté un nouveau texte à la majorité et c'est sur ce texte que l'on discutera. La IIème Commission, quant à elle, a exprimé un avis de compatibilité financière en la matière. Le Conseil permanent des collectivités locales s'est aussi prononcé par un avis favorable et un avis contraire a été formulé par la Conférence régionale de la condition féminine; des remarques aussi ont été produites par le CORECOM.

La parole au rapporteur, le Conseiller Curtaz pour le premier projet de loi.

Curtaz (PVA-cU) La legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, ha attribuito alla Regione autonoma Valle d'Aosta nuove e importanti competenze.

Il nuovo articolo 15 dello Statuto speciale, ampiamente modificato dalla legge costituzionale citata, impone alla Regione di dotarsi di regole nuove in materia di partecipazione popolare alle decisioni politiche, introducendo tra l'altro nuove forme di referendum, il consultivo ed il propositivo, che si affiancano al referendum abrogativo, già conosciuto dall'ordinamento regionale. Consente inoltre alla Regione di scegliere autonomamente la propria forma di governo, determinando le modalità di elezione degli organi regionali e prevedendo meccanismi che garantiscano l'equilibrio di rappresentanza fra i sessi. La Valle d'Aosta deve dunque dotarsi di un nuovo sistema di regole che permetta all'intera comunità valdostana di partecipare direttamente e consapevolmente alle scelte di carattere generale, realizzando un avanzato modello di democrazia, interpretando in modo innovativo l'antico principio del "governo del popolo".

La proposta di legge in oggetto si propone, dunque, in primo luogo di colmare un grave vuoto legislativo, disciplinando tutti i tipi di referendum previsti dal nuovo Statuto speciale. Si propone altresì di disciplinare una nuova forma di governo, con elezione contestuale e diretta del Presidente della Regione e del Consiglio della Valle. Tale modello salvaguarda i diritti di rappresentanza e consente ai cittadini di decidere direttamente chi deve governare e chi deve stare all'opposizione. La proposta, composta da 112 articoli, si occupa di tre ambiti. Una prima parte disciplina gli strumenti di partecipazione diretta: intervento dei cittadini nel procedimento normativo, petizioni, proposte di legge e di regolamento di iniziativa popolare, referendum popolari; una seconda parte disciplina la nuova forma di governo e le modalità di elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale; un'ultima parte interviene sul tema del rapporto fra risorse finanziarie e politica.

Il Titolo I si occupa dell'intervento dei cittadini nel procedimento normativo, della petizione popolare, della proposta di iniziativa popolare, di tutti i tipi di referendum regionali: consultivo, propositivo, abrogativo. L'obbiettivo che si vuole raggiungere - lo si ripete - è quello di colmare un inammissibile vuoto normativo: a un anno e mezzo dall'entrata in vigore della legge costituzionale n. 2/2001, la Valle d'Aosta non ha ancora disciplinato le nuove, ampie competenze in materia di referendum, attraverso - e questa è la proposta di disciplina - un vero e proprio testo unico dei referendum regionali. Gli elementi caratterizzanti della proposta sono:

- la richiesta da parte di 1/50 degli elettori per indire un referendum, analogamente a quanto già avviene per il referendum confermativo, che ha natura costituzionale;

- il quorum di validità del 50 percento per i referendum abrogativo e propositivo, del 30 percento per il consultivo;

- il giudizio di ammissibilità preventivo affidato ad un qualificato organo imparziale.

Il Titolo II si propone di disciplinare una nuova forma di governo e una nuova legge elettorale, che tenga conto anche della necessità di conseguire l'equilibrio di rappresentanza dei sessi. Gli obbiettivi perseguiti sono quelli di consentire ai cittadini di scegliere direttamente e contestualmente il Presidente della Regione ed il Consiglio regionale, favorendo aggregazioni pre-elettorali e consentendo un'ampia rappresentanza di tutti gli orientamenti politici; ulteriore obbiettivo è quello di favorire pari opportunità per l'accesso alle cariche elettive. Gli elementi più significativi della riforma sono:

- l'elezione diretta, con eventuale doppio turno, del Presidente della Regione e del Consiglio della Valle;

- l'incompatibilità fra la carica di consigliere e quella di assessore;

- un modesto premio di maggioranza a chi ottenga una maggioranza risicata, chi vince le elezioni avrà, come minimo, 20 consiglieri, e sbarramento di coalizione al 5 percento;

- il voto di preferenza per un uomo e/o una donna, cui si associa la necessità che i sessi siano entrambi rappresentati nelle liste nella misura del 40 percento.

Il Titolo III, infine, interviene sulla questione del sostegno finanziario all'attività politica, affermando in pochi articoli alcuni principi basilari:

- il sostegno pubblico all'attività politica attraverso la messa a disposizione di servizi reali: contributi per le spese di utilizzo di sale per riunioni pubbliche, per spese postali e per spese di affissione, a beneficio dei partiti e movimenti politici, ma anche dei comitati promotori di referendum regionali;

- la riduzione significativa delle attuali indennità dei consiglieri regionali che, a causa del loro ammontare eccessivo, producono effetti negativi;

- la limitazione delle spese per le campagne elettorali regionali, analogamente a quanto la vigente legislazione già prevede per elezioni comunali, politiche ed europee.

Nel momento in cui la nostra proposta di legge n. 160 viene portata all'attenzione dell'Assemblea, resta il rammarico che le altre forze politiche rappresentate in quest'aula non abbiano finora colto lo stimolo costituito da un disegno di riforma innovativo e coraggioso per riflettere, dibattere, consentire o dissentire, eventualmente proporre altre soluzioni ai problemi posti.

Paralizzati dal timore dell'emergere delle proprie divisioni interne o dalla convenienza politica, le forze di maggioranza si sono nascoste dietro "la foglia di fico" della pretesa imminenza delle elezioni politiche per evitare un confronto che portasse ad una vera riforma sia in riferimento agli strumenti di democrazia diretta, sia sui temi della forma di governo e della relativa legge elettorale. Evidentemente, le forze politiche che governano la nostra Regione preferiscono mantenere il potere in mano alle segreterie dei partiti - che con l'attuale sistema possono fare e disfare governi e maggioranze dopo le elezioni, tenendo in poco conto le indicazioni elettorali -; preferiscono impedire che l'elettorato decida direttamente chi deve governare; preferiscono conservare il sistema delle tre preferenze, che altera il corretto confronto fra i candidati attraverso il meccanismo delle cosiddette "cordate".

Per evitare il confronto sui temi veri dell'attuale assetto istituzionale, la maggioranza ha preferito rinviare tutto al 2008! Non si tratta certo di lungimiranza! Evidentemente, molte forze politiche non vogliono fare uscire la Valle d'Aosta da un sistema istituzionale fra i più retrogradi d'Europa che ha creato tutte le storture che ben conosciamo. Il ripetere che siamo troppo vicini al voto - previsto, in verità, fra un anno -, invece che entrare nel merito delle questioni poste, è un artificio dialettico che dimostra tutta la debolezza di quest'ampia maggioranza ed è, peraltro, osservazione di scarsissimo fondamento. Si tratta di un'osservazione infondata giuridicamente perché oggi, con il nuovo testo dell'articolo 15 dello Statuto, è addirittura la legge costituzionale che, prevedendo il referendum confermativo, fissa i possibili tempi delle riforme, anche in materia elettorale; si tratta di una questione infondata politicamente perché ad un anno dalle elezioni non si può certo sostenere che si cambino "in corsa" le regole del gioco, la competizione non è in corso, oggi non conosciamo liste, aggregazioni, possibili candidature.

Sostenere il contrario, significherebbe prendere atto che, in sostanza, si è sempre in campagna elettorale e che, di conseguenza, non si possono mai affrontare seriamente i temi delle riforme istituzionali. Il tema sarebbe dunque soggetto ad un perenne rinvio. Peraltro, l'ennesimo rinvio del dibattito e delle decisioni sui grandi problemi istituzionali, così come l'affossamento della Commissione speciale per la riforma dello Statuto, è la scelta che ha fatto e farà la maggioranza, rifiutando il confronto sui temi veramente importanti che vengono rimandati "sine die".

Così oggi si contrapporrà alla nostra proposta di riforma organica una leggina di basso profilo e di trascurabili contenuti, un unico punto viene disciplinato seriamente: quello delle spese elettorali, tema che peraltro viene affrontato trascurando i problemi determinati dal livello raggiunto dalle indennità di carica per consiglieri, presidenti, assessori, sindaci e amministratori locali. A tale ultimo proposito, è bene meditare sul fatto che in pochi anni si è passati da una visione della carica pubblica intesa come servizio alla collettività ad una concezione professionale della politica, con conseguenze negative che, mi pare, non si possano disconoscere.

Una leggina, quella contenuta della proposta n. 166, che pochissimo innova in materia elettorale, che nulla riforma in tema di forma di governo, che dimentica completamente il tema dei referendum. Si tratta, in quest'ultimo caso, di una dimenticanza grave e paradossale: grave perché da oltre un anno e mezzo è impedito ai Valdostani di esercitare un loro diritto costituzionalmente garantito; paradossale perché, in una Regione che fa dell'autonomia un proprio vanto e delle nuove competenze un obiettivo da perseguire, si evita deliberatamente di approvare una normativa che dia concreta e legittima attuazione a nuove competenze attribuite dallo Statuto alla nostra Regione.

Président Pour ce qui est du projet de loi n° 166, la parole au rapporteur, le Conseiller Piccolo.

Piccolo (SA) Premetto che la relazione che vi è stata consegnata è stata da me leggermente modificata proprio in seguito agli interventi che mi hanno preceduto.

Permettetemi, prima di entrare nel merito della proposta di legge, di poter fare alcune premesse in ordine al lavoro svolto dalla I Commissione e soprattutto dal gruppo di lavoro istituito dalle forze di maggioranza che hanno presentato la proposta. Sono state fatte audizioni con i Sindaci di Gaby, Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean, Issime ed il Presidente della Comunità montana Walser in merito al mantenimento del Comune di Gaby all'interno dei Comuni Walser; con i rappresentanti del CORECOM, della Consulta permanente per la salvaguardia della lingua e della cultura Walser.

Per la predisposizione del testo del disegno di legge, affinché lo stesso fosse giuridicamente a posto, sono stati chiesti pareri al Prof. Ferrari, all'Ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio regionale ed aggiungo inoltre che sono pervenute una serie di osservazioni al testo di legge da parte di alcuni enti interessati. A seguito di questi incontri, dei pareri, delle proposte di emendamenti, oltre che delle indicazioni da parte dei vari uffici: l'Ufficio elettorale, il Dipartimento enti locali, l'Ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio e da parte del CELVA, la I Commissione ha apportato una serie di emendamenti che trovate oggi indicati nel nuovo testo predisposto dalla I Commissione e votato dai soli commissari di maggioranza.

Premetto e sottolineo che in coda alla relazione sulla proposta di legge presenteremo alcuni emendamenti che sono stati perfezionati sia in commissione che di seguito dagli uffici e dei quali vi darò lettura, andando ancora a modificare il nuovo testo redatto dalla I Commissione rispetto a quello presentato da parte dei Capigruppo della maggioranza: "Union Valdôtaine", "Stella Alpina" e "Riformisti".

Per quanto riguarda i "Democratici di Sinistra", credo sia giusto che siano loro a dare giustificazioni per non aver sottoscritto come forza di maggioranza la proposta di legge, pur sottolineando che i "Democratici di Sinistra" hanno comunque partecipato attivamente alle riunioni che hanno portato alla stesura della legge. Si tratta quindi - e chiudo con la premessa che ritenevo doveroso fare - di una proposta di legge che, nonostante non abbia modificato radicalmente la legge regionale n. 3/93, ha comunque avuto un iter abbastanza complesso che ha impegnato sia il gruppo di lavoro costituito dal Presidente della Regione e dal Presidente del Consiglio regionale, dai rappresentanti delle forze politiche della maggioranza, che la stessa I Commissione che con l'occasione voglio ringraziare per la collaborazione, oltre al ringraziamento rivolto al Dr. Gentile, ai suoi collaboratori, ai funzionari della commissione ed agli altri uffici che hanno dato il loro fattivo contributo, migliorando appunto il testo di legge presentato anche sotto il profilo tecnico-giuridico.

Premetto che si tratta quindi di una proposta di modificazioni alla legge regionale n. 3 del 12 gennaio 1993 vigente: "Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Valle d'Aosta". Sottolineo che le modificazioni che le forze politiche di maggioranza intendono proporre al Consiglio sono state oggetto di valutazione e di discussione nelle singole sedi politiche, che quindi hanno dato il loro assenso al testo in discussione, un testo che tiene innanzitutto conto delle modifiche apportate dalla legge costituzionale n. 2/2001 allo Statuto speciale della Valle d'Aosta, quindi si tratta di un adeguamento "in primis" della normativa in vigore che ha mutato il nostro Statuto.

In merito all'articolato, ritengo che la relazione allegata sia più che esaustiva, e quindi mi limiterò ad evidenziare alcuni punti innovativi della proposta di legge che vado qui di seguito ad elencare in modo sintetico.

- Esercizio dell'elettorato passivo: la residenza viene ridotta da 3 ad 1 anno.

- Rappresentanza di entrambi i sessi: sono state avanzate alcune proposte che "obbligano" i responsabili politici ad inserire nelle liste elettorali la componente femminile, componente femminile che è stata già positivamente sperimentata in Valle d'Aosta per quanto attiene le liste elettorali per le elezioni comunali. Viene garantita inoltre, nei programmi televisivi ed in ogni altro mezzo di comunicazione, la presenza di candidati di ambo i sessi, per quanto concerne le liste durante la campagna elettorale.

Non abbiamo previsto alcuna determinazione di quote di rappresentanza femminile all'interno delle liste elettorali in quanto è stata fatta la considerazione che esiste proprio oggi una più viva sensibilità sull'importanza del ruolo femminile nel contesto sociale dei nostri giorni, si è pertanto preferito inserire l'obbligo di prevedere nelle liste la presenza di ambo i sessi, senza stabilire alcuna percentuale, nel rispetto proprio dell'importante ruolo della donna nel contesto sociale. Questa sensibilità sul ruolo femminile nel contesto istituzionale non può e non deve essere riconosciuto soltanto fissando una percentuale di partecipazione in una lista elettorale, la percentuale diventerebbe un obbligo e non una scelta libera della donna.

A completamento delle considerazioni fatte prima vorrei, per quanto attiene le mie idee sulla presenza femminile nelle liste, farne alcune più personali. Il cammino della donna in politica è certamente arduo, tranne per le fuoriclasse - cosa che non è richiesta al maschio e non me ne vogliano i maschi -, ma le scorciatoie non servono, anzi nuocciono alla stessa causa della donna, sarebbe come fare un recinto protetto di animali "speciali" e perciò da tutelare dall'alto: l'immagine che si presenta è quella di "bouquetins" rinchiusi.

Meglio è convincere le altre donne a votare donne soprattutto in gamba e proporsi, quando elette, come valida alternativa. La donna ha ancora una strada più lunga e difficile da percorrere, ma anche più vergine rispetto all'uomo: è il cammino dell'alternativa al "potere" per tentare la strada del "servizio", non facile, ma indispensabile per le stesse istituzioni, oltre che auspicato dai cittadini. Non voglio fare qui in ultimo esempi su presenze femminili capaci all'interno di enti istituzionali della nostra Regione, sono davanti agli occhi di noi tutti, alcune delle quali sono a capo di amministrazioni comunali e confermate alla guida del proprio comune. A supporto delle considerazioni che ho appena fatto, ricordo ai colleghi che è inoltre pervenuto un comunicato a firma di donne elette nei Comuni della Valdigne che sono sicuro abbiate tutti letto attentamente; colgo l'occasione per ringraziarle per il loro contributo al dibattito.

Per quanto attiene il problema relativo alle minoranze Walser, preciso per dovere di informazione che sono avvenuti due incontri con i Comuni di Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean, Gaby e Issime ed il Presidente della Comunità montana Alta Valle del Lys i quali hanno espresso parere unanime al mantenimento del Comune di Gaby tra i Comuni di minoranza Walser. È inoltre pervenuto il parere espresso dai rappresentanti degli enti locali, il CELVA, che hanno caldeggiato le richieste avanzate dai Comuni Walser interessati.

Infine, in seguito ad una lettera della I Commissione indirizzata al Sindaco del Comune di Gaby affinché lo stesso deliberasse esprimendo con un atto formale la volontà di appartenere alla Comunità Walser, il Comune di Gaby ha trasmesso copia della delibera votata all'unanimità nella quale viene richiesto di voler essere reinserito tra i Comuni appartenenti alla minoranza Walser, atto formale con le deduzioni in esso contenute che la maggioranza, composta da "Union Valdôtaine" e "Stella Alpina", hanno ritenuto valide anche a seguito delle audizioni con i Comuni interessati e il parere del CELVA.

- Contenimento, pubblicità e controllo delle spese per la campagna elettorale: è stato ritenuto opportuno inserire nel disegno di legge un capitolo innovativo che mira al controllo ed al contenimento della spesa pubblica per le campagne elettorali, inserendo provvedimenti punitivi con sanzioni a coloro che sforino le somme previste nel disegno di legge e prevedendo, tra l'altro, una commissione di garanzia regionale per il controllo, oltre al ruolo importante di vigilanza in materia di campagna elettorale che viene attribuito al CORECOM.

Prima di concludere intendo sottolineare che le forze di maggioranza, come tra l'altro precisato nella relazione allegata al disegno di legge, intendono, a meno di un anno della scadenza della legislatura, non modificare in modo radicale la legge elettorale esistente ed apportare quelle necessarie modifiche che possono permettere il regolare svolgimento della consultazione elettorale, proponendo qualche novità nel contesto della proposta, prima su tutte quella relativa alla specifica indicazione del rispetto delle pari opportunità ed obbligando i responsabili dei partiti e dei movimenti politici al rispetto della presenza di ambo i sessi nelle liste elettorali.

Infine si intende sottolineare il fatto, proprio per l'imminente scadenza elettorale, che l'attuale modello di legge elettorale ha permesso fino ad oggi, nelle ultime legislature, a differenza di altre regioni, stabilità governativa alla nostra Regione. Si è inteso quindi lasciare alla prossima legislatura, ai prossimi amministratori, eventuali decisioni sulla revisione radicale della legge elettorale, nel rispetto quindi di una libertà di decisione politica del nuovo Consiglio regionale che si insedierà il prossimo anno.

Concludo dicendo che, per quanto riguarda il disegno di legge e le proposte di emendamenti, chiederò aiuto ai colleghi che li hanno con me sottoscritti e li ringrazio ancora per la collaborazione.

Président La discussion générale est ouverte.

La parole au Conseiller Rini.

Rini (UV) Una legge elettorale è indubbiamente importante per il rapporto fra i cittadini e le istituzioni e dovrebbe tendere a salvaguardare i principi di governabilità e di rappresentatività. Già nella stesura e nell'approvazione della legge che oggi andiamo a modificare, nel 1997, avevamo cercato di raggiungere questi importanti obiettivi. Allora avevamo un quadro politico troppo variegato, tant'è che in quest'aula erano presenti ben 11 gruppi consiliari, quindi era necessario semplificare il quadro politico, oltre che per raggiungere l'obiettivo di una maggiore stabilità, per dare un po' di chiarezza e fiducia all'elettorato valdostano che rischiava di non capirci più nulla staccandosi sempre più dalle istituzioni. All'epoca, ricordo che, in occasione della discussione in quest'aula, alcune forze, e i "Democratici di Sinistra" in particolare, avevano espresso un giudizio estremamente negativo della legge ed erano convinti che la stessa non avrebbe assolutamente dato alcuna garanzia di governabilità e stabilità, erano fortemente preoccupati dal fatto che la nostra Regione andasse in controtendenza rispetto alle altre regioni italiane. Oggi possiamo constatare che abbiamo fatto bene a non lasciarci influenzare dall'esterno e a prendere seriamente in considerazione la realtà valdostana.

Con l'applicazione della legge il quadro politico è stato semplificato e la governabilità e la stabilità sono state garantite permettendo, malgrado i noti eventi negativi, che hanno colpito la nostra Regione in questi ultimi anni, di poterci posizionare ai primissimi posti nelle graduatorie nazionali e non solo. Un altro punto importante che avevamo introdotto in legge era la volontà di dare la possibilità alla minoranza Walser di avere un suo rappresentante in Regione. Certo è, e sarebbe stata auspicabile, la creazione di un collegio uninominale e personalmente credo che sarebbe in coerenza con i principi federalisti che gran parte dei presenti in quest'aula professa a gran voce. Solo dando un collegio uninominale alla minoranza Walser si dimostrerebbe di volere veramente un loro rappresentante in quest'aula, purtroppo non è stato possibile e spero che, come richiesto dai comuni interessati, ciò possa avvenire almeno per le elezioni regionali del 2008.

Tornando alla legge del 1997, legge che ha dato nel suo complesso dei buoni risultati, si ritiene che non siano necessari dei grandi cambiamenti, tenendo conto anche del fatto che sembra inopportuno, a meno di un anno dal completamento della legislatura, cambiare le regole del gioco. Andiamo quindi principalmente ad apportare alcune modifiche rese necessarie per l'adeguamento della normativa al nuovo quadro statutario affinché si permetta un regolare svolgimento della consultazione elettorale.

È stata prevista inoltre, in attuazione dell'articolo 15, II comma dello Statuto, la promozione dell'equilibrio della rappresentanza di entrambi i sessi e delle condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali, evitando il ricorso a meccanismi di determinazione di quote e soprattutto la monetizzazione della parità. Tali meccanismi risulterebbero offensivi nei confronti dell'uno o dell'altro sesso perché presupporrebbero l'accettazione di una qualche inferiorità rispetto all'altro sesso e quindi il bisogno di tutela.

È stato poi infine previsto l'inserimento di regole per il contenimento delle spese elettorali sia per i partiti e movimenti che per i singoli candidati, prevedendo tutta una serie di controlli e sanzioni. È da rilevare che nella predisposizione della legge che stiamo esaminando in parte abbiano preso in considerazione, con le debite ed inevitabili mediazioni tra le varie forze politiche, anche le richieste di una discutibile petizione popolare sottoscritta da 723 cittadini che, nel chiedere l'attuazione dello Statuto speciale per la Valle d'Aosta, sollecitava fra l'altro una revisione della legge elettorale.

Per concludere, nel 1997 avevamo votato la legge con la speranza che la stessa avrebbe risolto i problemi di base, cioè governabilità e semplificazione del quadro politico, oggi potremo votarla con più serenità perché sappiamo che a queste problematiche ha dato risposta positiva e spero che anche chi come i "Democratici di Sinistra" nel 1997 era scettico, critico e contrario alla legge, alla luce degli effetti che la stessa ha prodotto, possa tranquillamente votarla, anche se non è in linea con quelle di altre regioni d'Italia per la nostra realtà ha funzionato e con le modifiche apportate sicuramente darà ancora degli ottimi frutti. Siamo a governare la Valle d'Aosta e non altre regioni ed è al bene della collettività valdostana che dobbiamo prima di tutto guardare.

Président La parole au Conseiller Nicco.

Nicco (GV-DS-PSE) La proposta di legge n. 166 rappresenta, come si legge nella relazione illustrativa, un adeguamento, un adeguamento dovuto della normativa in vigore agli effetti del mutato quadro statutario. Credo che poteva e forse doveva essere l'occasione per compiere qualche ulteriore passo e ne voglio indicare uno in particolare.

L'articolo 15 dello Statuto, così come modificato dalla legge costituzionale n. 2/2001, stabilisce che la legge regionale determini, fra le altre cose, anche i rapporti fra gli organi della Regione, ovvero la ripartizione delle rispettive competenze, e quindi anche delle competenze fra Consiglio e Governo. È questo un tema su cui, periodicamente, si sviluppa qualche schermaglia anche in questo Consiglio. Poteva, proprio in questa occasione, essere opportunamente affrontato, per esempio inserendo una norma che riservi ai consiglieri l'iniziativa delle proposte di legge riguardanti le questioni di particolare rilievo, dalla programmazione economica alla pianificazione territoriale, alle norme di riforma economico-sociale, e al Governo funzioni più marcatamente esecutive.

Altre questioni avrebbero potuto e dovuto essere ridiscusse, a partire dalle preferenze multiple, meccanismo che in teoria consente una maggiore possibilità di scelta da parte del cittadino, ma che di fatto può costituire - e credo abbia costituito - uno strumento di controllo del voto.

Per quello che poi è dei referendum, altra materia indicata nell'articolo 15, è certo rispettabile la scelta, che peraltro non ho condiviso, di non includerne nella disciplina in questa legge e di procedere con uno strumento legislativo ad hoc, ma evidentemente ora occorre concludere rapidamente la redazione di quella proposta essendo grave il perdurare del vuoto legislativo per quanto concerne il referendum propositivo e consultivo. Questa proposta di legge affronta all'articolo 11 la delicata questione del contenimento, pubblicità e controllo delle spese per la campagna elettorale. È una questione che, credo, nella sostanza rimarrà tuttavia irrisolta, nonostante l'introduzione di queste e di consimili norme e le osservazioni valgono anche per la legge dei colleghi "dell'Ulivo": norme necessarie, ma sulla cui efficacia è lecito dubitare. L'alterazione della libera espressione di voto segue ben altri e consolidati canali e certo non ha come arco temporale di riferimento quello della campagna elettorale e non è scalfita dalla necessità di effettuare qualche burocratica resocontazione, fin troppo facilmente aggirabile e semmai possibile fonte di contenzioso.

È poi una proposta di legge che prende in considerazione, giustamente, la necessità di limitare il periodo in cui è lecito rendere pubblici i risultati dei sondaggi demoscopici, sondaggi che, in un crescendo via via sempre più accentuato, pare quasi debbano oggi sostituire il momento elettorale. Ora, dato che vi è ancora, per fortuna, una naturale scadenza elettorale, in quella serenamente credo che gli elettori debbano esprimersi; tutto il resto è il prodotto malato di una società in cui tutto, e perciò anche le elezioni, viene subordinato alle esigenze del circo mass mediatico, prima con i sondaggi, poi con gli exit poll. Cosa mai vi è di più inutile di un exit poll, il cui commento produce ore di interminabili chiacchiere a volte totalmente smentite dai risultati definiti? Sarebbe stata dunque opportuna una limitazione non solo di quindici giorni, ma di ben altra ampiezza!

È una proposta di legge che interviene anche in merito alla "questione Walser" e su questo punto vorrei soffermarmi un po' più a lungo. Prima che sulle norme contenute nella proposta di legge n. 166, credo che qualche considerazione vada fatta a monte, ovvero sulle fonti da cui queste derivano.

L'articolo 40 bis dello Statuto sancisce, giustamente, il diritto per le popolazioni di lingua tedesca della Valle del Lys alla "salvaguardia delle proprie caratteristiche, tradizioni linguistiche e culturali". È un diritto che ha trovato puntuale e piena attuazione con la legge n. 47/1998, in cui abbiamo indicato le azioni da mettere in atto, cioè l'introduzione progressiva della lingua tedesca negli uffici degli enti locali e in quelli dell'Amministrazione regionale presenti su quel territorio; l'insegnamento della lingua tedesca nelle scuole; l'incremento delle iniziative di studio, ricerca e documentazione; l'istituzione della Consulta permanente per la salvaguardia della lingua e della cultura Walser e quant'altro. Quella mi pare la strada corretta da percorrere per conseguire l'obiettivo della valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico Walser.

Mi sembrano invece altre le finalità perseguite con il meccanismo elettorale introdotto dal comma 8 dell'articolo 6 della legge n. 3/1993, così come modificata dalla legge n. 31/1997, meccanismo rivelatosi peraltro inefficace nelle elezioni del 1998. Paradossalmente, c'è stata una rappresentanza Walser in questo Consiglio nella precedente legislatura, senza quel meccanismo elettorale ad hoc, con l'elezione del Consigliere Linty.

Ciò detto in linea di principio, per quanto attiene poi all'individuazione dei comuni a cui applicare la normativa in questione, mi pare che non ci si possa discostare da quanto sancito dall'articolo 2 della legge n. 47. L'appartenenza o meno di un comune ad una minoranza linguistica è evidentemente e non può che essere frutto di un'analisi scientifica di dati oggettivi. Ciò, credo, abbia fatto la commissione che a suo tempo ha individuato in Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean ed Issime i Comuni Walser inseriti - ci ricorda proprio la Consulta permanente, con un documento agli atti della I Commissione - nell'elenco ufficiale dei Comuni Walser, elaborato, dopo studi ed osservazioni, dall'Unione internazionale Walser, Internationale Vereinigung für Walsertum.

Proporre l'inserimento di Gaby fra i Comuni Walser, come fece il citato comma 8, e come qualcuno vorrebbe oggi riproporre, è far torto alla storia. Voglio ricordare che nel 1951 i promotori dell'istituzione di Gaby in Comune distinto da Issime posero tra le ragioni a sostegno della loro richiesta come prima ragione la seguente, ve la leggo, con un linguaggio un po' colorito - il titolo era: "Diversità di razza" -: "Gli abitanti di Gaby sono di razza latina con dialetto romanzo e quelli di Issime sono di razza tedesca con dialetto tedesco, onde antagonismo secolare". Questa argomentazione è stata fatta propria dal Consiglio comunale di Issime che, il 15 febbraio 1952, nel trasmettere alla Regione tale richiesta, scriveva: "Issime è il solo Comune della Valle d'Aosta che consti di due frazioni la cui popolazione è di razza diversa: il capoluogo è di razza e di dialetto tedesco e la frazione di Gaby è di razza valdostana con dialetto valdostano, ne risulta che, da non meno di duecento anni, fra le due popolazioni non corre buon sangue, per cui esse sono sempre in lotta".

È su questa base che il Consiglio della Valle, nella seduta del 14-15 maggio 1952, decise la costituzione del Comune di Gaby. Nella relazione al disegno di legge, tra i "fondati e importanti" motivi che consigliarono la separazione fra Gaby ed Issime sono indicati appunto quelli "storici di dialetto e di razza". Decisione che il canonico Jean Joconde Stévenin, illustre cittadino di Gaby, così commentò sul "Pays d'Aoste" del 20 marzo 1952: "Notre Conseil..." - e cioè questo Consiglio - "... s'est démontré en cela conséquent avec lui-même, avec ses principes de respect des groupes ethniques et linguistiques". Aggiungo che, proprio in questi giorni, in occasione dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell'istituzione del Comune di Gaby, è stato presentato un interessante volume, curato da Iolanda Stévenin, nella cui presentazione il Sindaco di Gaby ricorda che la separazione di Gaby da Issime è stata perseguita "innanzitutto per poter assicurare il pieno épanouissement della propria identità culturale e linguistica", anche da lui definita "gallo-romana".

La realtà mi pare dunque sufficientemente chiara ed è una realtà che evidentemente nessuna deliberazione di Consiglio comunale può modificare. E meno che mai su questa base il Consiglio della Valle può procedere alla modificazione dell'articolo 2 della legge n. 47, come proposto dall'emendamento n. 10, a meno di voler fare violenza all'intelligenza, alla logica e al buon senso. Se si vuole rivedere la legge n. 47, altro è il percorso da seguire: occorre ricostituire la commissione che si incaricò della redazione di quella legge, di cui alcuni colleghi hanno fatto parte, e, sulla base poi delle sue indicazioni, fondate ovviamente su dati oggettivi e scientifici, eventualmente apportare le modifiche necessarie. Ma farlo oggi, sulla base degli elementi in nostro possesso, è improponibile.

Parimenti non mi pare accettabile l'argomentazione avanzata dai rappresentanti dei Comuni di Gressoney-La-Trinité, Gressoney-Saint-Jean, Gaby e Issime, con lettera inviata alla I Commissione il 9 luglio 2002, ovvero che il mantenimento di Gaby all'interno del collegio elettorale individuato dalla legge n. 31 "trovi ragione nella sua appartenenza a pieno titolo al territorio dell'alta valle del Lys, sancita con la costruttiva partecipazione in seno alla Comunità montana Walser Alta valle del Lys", perché, se così fosse, si introdurrebbe un principio di territorialità nell'elezione dei consiglieri regionali estraneo all'attuale sistema elettorale e che evidentemente in nessun caso può valere per una sola porzione di territorio, pena credo anche la possibilità di ricorsi.

Per quanto concerne poi la proposta di legge n. 160, presentata dai Consiglieri Curtaz, Squarzino e Beneforti, si tratta indubbiamente di un lavoro corposo ed organico di cui dare atto ai colleghi. È una proposta che sostanzialmente poggia su due pilastri: presidenzialismo, per quanto attiene alla forma di governo ed alle modalità di elezione, ed ampio ruolo accordato agli strumenti di partecipazione diretta. Ho già avuto modo di esprimere le mie opinioni in merito in altre sedute consiliari e quindi non faccio oggi che ribadire e precisare quanto già detto.

In merito al presidenzialismo, all'elezione diretta da parte del popolo del Presidente della Regione, come previsto dall'articolo 41, ribadisco tutto il mio scetticismo. Credo che il presidenzialismo sia espressione organica di una concezione delle relazioni politiche e sociali, della stessa democrazia, che connota la Destra, che vede nell'uomo forte, nel governatore-demiurgo, la soluzione alla complessità dei problemi. È una soluzione legittima, ma che non condivido e che mi pare non faccia parte della cultura politica della Sinistra. Penso, all'opposto, che abbiamo bisogno di maggiore collegialità, di maggiore condivisione, non di una maggiore concentrazione del potere in una sola persona, ma di un primo "inter pares" nel governo della Regione e, nel contempo, per tornare a quanto dicevo prima, nelle relazioni Governo-Consiglio abbiamo bisogno di una diversa ripartizione delle competenze, con rivalutazione del momento assembleare. Le presunte scorciatoie presidenzialiste non mi convincono.

Sarei anche cauto sul ruolo che effettivamente viene esercitato dal popolo, non lo enfatizzerei eccessivamente. "Il Presidente della Regione è eletto direttamente dal popolo": detto così, sembra che a decidere sia effettivamente il popolo, che ci si appresti a compiere un passo decisivo verso un maggiore coinvolgimento dei cittadini in una scelta essenziale.

Certo, la scelta fra i due - o quali che siano - candidati è affidata al cittadino, ma l'altra scelta, come già diceva ieri qualcuno, che sta nell'indicare quei nomi, rimane tutta partitica, anzi tutta interna ad un partito, quello di maggioranza relativa, frutto di mediazioni correntizie in quel partito, ed anche questo, a scanso di equivoci, mi pare opportuno ricordarlo.

Guardando al panorama italiano, ci troveremo forse un giorno a scegliere direttamente fra Berlusconi e Rutelli, ma chi li ha scelti Berlusconi e Rutelli? È questo il punto. Per quanto ci concerne, non ho soluzioni da proporre e non voglio certo magnificare il sistema attuale, di cui conosciamo i limiti, ma a chi a Sinistra pare essersi invaghito del presidenzialismo, vorrei insinuare almeno qualche dubbio: prima di sostituire un sistema, credo sia necessario individuare con ragionevole certezza il nuovo punto di approdo e non sono affatto convinto che il presidenzialismo ci porti verso lidi sicuri.

In merito alla seconda questione, ovvero agli strumenti di democrazia diretta, il tema è certo fra i più delicati e complessi e meriterebbe una discussione a parte. È difficile individuare un giusto punto di equilibrio fra questi strumenti e i momenti elettivi, anche perché le valutazioni sono forse inevitabilmente e anche inconsapevolmente condizionate dal ruolo che ognuno di noi si trova svolgere: chi è all'opposizione, e ancor più chi si reputa "alternativo", tende a privilegiare i primi e chi governa pone l'accento sui secondi, almeno nel nostro panorama politico. In altri paesi, con una diversa tradizione e cultura politica, il quadro può essere altro. Comunque, anche qui non enfatizzerei troppo la possibilità di intervento diretto dei cittadini; proprio le ultime vicende relative alla "Petizione per l'attuazione dello Statuto speciale", ci hanno ulteriormente dimostrato che in realtà sono partiti e movimenti ad utilizzare poi quegli strumenti.

Ciò detto, per quanto concerne nello specifico i referendum, ho sostenuto in una precedente discussione consiliare del dicembre 1999, e ribadisco, che li considero uno strumento fondamentale di democrazia che rischia tuttavia oggi, per il modo in cui è stato utilizzato in Italia in questi ultimi anni, di essere svuotato e svilito, come dimostra ampiamente la sempre più bassa partecipazione popolare alle consultazioni referendarie. È uno strumento da utilizzare quando sono in discussione le norme fondamentali su cui si regge una comunità, quelle che regolano le relazioni tra i diversi livelli di governo, quando si tratta di questioni di principio che attengono alla coscienza individuale.

Più in generale, ritengo che occorra una rivalutazione proprio del momento elettivo e del ruolo delle assemblee che ne risultano. Certo, non si tratta con le elezioni di attribuire una delega in bianco, ma il cittadino elettore deve essere ben consapevole che con quell'atto attribuisce un potere considerevole alla persona indicata e che quindi quella scelta va attentamente ponderata. Mi pare che altro sia l'impianto di questa proposta di legge, una proposta che contiene indicazioni apparentemente suggestive per ampliare gli spazi di partecipazione, a partire dalla possibilità per ogni singolo cittadino di intervenire nella formazione delle leggi presentando osservazioni tramite lettera, fax o posta elettronica su cui il relatore e la competente commissione consiliare devono esprimere una valutazione, ma mi chiedo poi quanto ciò sia in realtà praticabile, quale impatto abbia sull'iter di formazione delle leggi già oggi sufficientemente complesso fra pareri, audizioni e quant'altro.

Già in passato abbiamo approvato proposte che in linea di principio parevano ineccepibili, ma i cui effetti sono stati scarsamente utili e talvolta perversi, con ampliamento e complicazione delle procedure, e da ciò ovviamente dobbiamo discostarci. Infine - ed è l'ultima questione - per quanto concerne il riequilibrio della rappresentanza dei sessi, la proposta di legge n. 160 all'articolo 43 propone l'introduzione di un meccanismo di ripartizione in quote: almeno il 40 percento dei candidati di entrambi i sessi, riprendendo in ciò testualmente la proposta avanzata sin dal febbraio di quest'anno dalla Consulta regionale per la condizione femminile. Un organismo questo - lo dico per inciso - che già si è premurato di comunicarci l'interpretazione autentica del dettato costituzionale in materia.

La Consulta scrive infatti: "L'inserimento nella legge elettorale di una norma che preveda almeno un uguale numero di candidati dei due sessi risulta essere l'unica in grado di soddisfare in modo sufficiente l'obiettivo fissato dai nuovi dettami costituzionali", con minaccia preventiva che, se così non sarà fatto, la Consulta si sentirà in obbligo di impugnare una diversa normativa, chiedendone l'annullamento. Mi pare un singolare modo di affrontare una questione quanto mai importante, complessa e delicata. Io la definirei una soluzione burocratica della questione femminile, questione su cui a lungo ha recentemente discusso il Parlamento in sede di esame del disegno di legge costituzionale: "Modifica dell'articolo 51 della Costituzione".

Ora, senza voler qui oggi riprendere in esteso quel dibattito, mi limito a riproporre alcune considerazioni in merito di una donna molto nota, che di tanto in tanto scrive qualche interessante commento su "La Stampa" e che il 9 marzo di quest'anno così si esprimeva proprio sulle modificazioni all'articolo 51 della Costituzione: "Sarò cocciuta, ma mi chiedo se proprio mai accadrà che la scelta fra uno di Destra o uno di Sinistra, oppure fra un uomo e una donna, fra un nero e un bianco, fra un omosessuale e un eterosessuale, proprio mai verrà fatta tenendo conto delle specifiche capacità, della preparazione e dell'intelligenza. Mi devo rassegnare? Non ce la faccio". E noi con lei.

La proposta delle "quote protette", secondo la definizione di quello stesso articolo, è offensiva in primo luogo per le donne stesse, che, nella loro stragrande maggioranza, credo vogliano essere considerate e poter contare proprio per la loro capacità, preparazione e intelligenza e non sulla base di una distinzione di sesso. Considerazioni che mi pare emergano chiaramente anche dal documento che le donne che fanno parte delle Giunte comunali della Valdigne hanno redatto e hanno inviato a questo Consiglio, in cui affermano, fra l'altro, che l'elezione di una donna deve avvenire "sulla base di considerazioni attinenti alla capacità e alle competenze specifiche, senza l'ausilio di norme che riservino una determinata quota alle donne" e che "tale meccanismo risulterebbe anzi offensivo perché presuppone l'accettazione di una qualche inferiorità femminile bisognosa di tutela".

Credo anch'io che il necessario riequilibrio non passi attraverso semplicistici artifici legislativi, quanto piuttosto attraverso la rimozione complessa e lunga di tutti quegli ostacoli materiali e culturali che impediscono un'effettiva parità di opportunità e, nel contempo, passi anche attraverso una forte assunzione di responsabilità da parte delle donne stesse, che devono voler portare il loro contributo anche in quest'aula, così come con competenza, con passione, con dedizione e con sensibilità già fanno in molti altri ambiti della società, spesso quanto e meglio dei colleghi maschi.

Président La parole à la Conseillère Squarzino Secondina.

Squarzino (PVA-cU) Oggi intendo affrontare l'esame dei due disegni di legge partendo da un'ottica precisa: quella riguardante la parità di accesso alle cariche elettive. Quando si parla di parità di accesso, si intende parità per entrambi i sessi, ma in questo momento storico, in cui è palese la carenza di figure femminili all'interno delle istituzioni, parlare di parità di accesso diventa sinonimo di "parità di accesso delle donne rispetto agli uomini".

Nel momento in cui ci sarà carenza di figure maschili, le azioni positive saranno rivolte nei confronti degli uomini rispetto alle donne. Perché si parla di carenza delle figure femminili? È sotto gli occhi di tutti come sia scarsa la presenza femminile nelle istituzioni.

In Valle d'Aosta al Consiglio regionale siamo due donne, dopo vent'anni in cui si era registrata la presenza di una sola donna. Raggiungiamo quindi la percentuale del 5,7 percento, ma questo significa che la percentuale di presenza degli uomini raggiunge il 94,3 percento. Saremmo forse anche - ringrazio il collega Piccolo - delle "fuoriclasse", però tutti noi preferiremmo che ci fossero meno fuoriclasse e più donne normali all'interno delle istituzioni. A fronte di questi dati credo che sia difficile parlare di una situazione di parità della rappresentanza dei due sessi e questo avviene in Italia anche, dove la percentuale si attesta sull'11,4 percento alla Camera e l'8 percento al Senato, quindi la rappresentanza maschile è o superiore al 90 percento o sfiora il 90 percento.

Al Parlamento europeo le deputate italiane raggiungono l'11,5 percento a fronte di una media del 34,2 percento. La situazione è diversa in Europa, dove si registrano percentuali superiori al 30 percento: Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Olanda, Islanda, Germania e nella stessa Spagna, che è un paese mediterraneo, si raggiunge il 28 percento.

Se poi osserviamo la situazione nel mondo, l'Italia si colloca al 69° posto, dopo Paesi come la Tanzania, il Burundi, l'Angola, il Cile, Capoverde e via dicendo. È un dato che impone una riflessione, in tutti gli altri ambiti di attività - professioni, studio, mondo artistico - le donne hanno poco per volta conseguito un loro ruolo importante. In tutte le professioni, in cui la selezione avviene tramite concorsi, sulla base di competenze accertate, le donne sono in genere le migliori e si collocano ai primi posti.

Nelle stesse università le donne si laureano con voti migliori degli uomini, anche se poi hanno più difficoltà a raggiungere posti di potere e di responsabilità. Anche nella nostra Valle ci sono molte donne imprenditrici che si distinguono in settori innovativi e nei servizi. "Il Corriere della Valle" ha tracciato in questi ultimi tempi un quadro chiaro, articolato, dell'impegno delle donne valdostane imprenditrici che sono riuscite in ambiti fino a poco tempo fa dominio quasi esclusivo di uomini.

Sono riuscite, aggiungendo un quid alla loro attività, un di più di creatività, di capacità di accoglienza, di entusiasmo, a dimostrazione che l'apporto femminile è complementare, non sostitutivo o fotocopia di quello maschile. Pare che solo e specialmente in ambito politico sia difficile questa riuscita. È come se - riutilizzo un'immagine consueta, ma efficace - ci fosse un "soffitto di cristallo" che impedisce alle donne di accedere ai luoghi di governo della cosa pubblica.

Quali sono le cause dell'assenza delle donne dalla sfera politica? Alcuni colleghi ieri in Consiglio hanno ricordato: "Siamo in un regime di libertà, le donne, se vogliono, possono presentarsi nelle liste elettorali, alla competizione elettorale; se valgono, riescono, sono votate e possono accedere ai posti di potere". "Se questo non avviene..." - non è stato detto, ma è sottinteso - "... è o perché non lo vogliono o non sono così competenti come gli uomini". Sono affermazioni che, sono certa, le stesse persone che le hanno pronunciate capiscono essere una battuta che non individua il cuore del problema. Le cause sono molto più complesse e non sono riducibili né ad una battuta e neanche soltanto ad un intervento normativo.

Sicuramente c'è un dato culturale: da sempre le donne sono state escluse dal potere e i nostri modelli culturali si sono costruiti sulla separazione netta fra il ruolo della donna confinato nel privato - casa, attività artigianali e agricole, svolte sempre nell'ambito familiare e del privato - e quello dell'uomo costruito nel pubblico. C'è voluta la rivoluzione industriale per aprire le porte dell'extra famiglia alle donne.

Oggi ormai lo sviluppo industriale ed economico si basa sull'apporto lavorativo professionale delle donne, apporto indispensabile, ma tale mutamento non ha intaccato in profondità la percezione che il mondo maschile, e a volte anche quello femminile, ha del ruolo della donna, ruolo che in genere è visto come ruolo di chi deve occuparsi innanzitutto dei lavori di cura, casa e famiglia.

Le donne che intendono esercitare il loro diritto di elettorato passivo incontrano difficoltà oggettive, le stesse difficoltà con cui si confrontano quotidianamente tutte le donne che cercano di conciliare l'impegno lavorativo professionale con la cura della casa e della famiglia. Ed è una difficoltà particolare delle donne italiane e anche noi valdostane rientriamo, secondo i dati dell'ISTAT, in queste classifiche. Questi sono i dati dell'ISTAT: la donna italiana fra il lavoro di casa e quello fuori casa è quella che in assoluto lavora di più al mondo; il 92 percento delle donne lavora più di 60 ore la settimana e di queste più della metà superano le 70 ore, a fronte di un 15 percento di uomini che superano le 60 ore settimanali. Le donne che decidono - sì in tutta libertà come ieri si diceva - di partecipare alla vita politica, devono affrontare il problema di aggiungere ulteriori impegni derivanti dall'attività politico-amministrativa.

La donna non è un problema, collega Perron, il problema è come consentire nei fatti alle donne che lo desiderano la partecipazione alla vita politica; il problema sono i nostri schemi culturali, non per niente nelle direttive europee si insiste sulla necessità di contrastare gli stereotipi di genere fin dalla scuola. Il problema è l'organizzazione del lavoro, il problema è la squilibrata distribuzione dei compiti familiari all'interno della coppia. Non per niente il Parlamento europeo parla di "assoluta necessità di adottare misure appropriate che consentano di conciliare vita familiare e professionale degli uomini e delle donne, attraverso una gestione flessibile dell'orario di lavoro e migliori servizi di assistenza per i bambini e le altre persone non autosufficienti".

All'affermazione formale dell'uguaglianza fra uomo e donna si contrappone nei fatti una disuguaglianza sostanziale perché le donne non sono messe in grado, per ostacoli oggettivi, indipendenti dalla loro volontà, di esprimere la loro libera scelta. Si tratta di ostacoli non indifferenti all'impegno delle donne in politica, ostacoli che troppe volte si liquidano con la battuta: "La colpa è delle donne che non votano le donne". Il problema è molto più complesso: si tratta di individuare come colmare il retaggio culturale, che tende di fatto ad escludere o ad allontanare le donne dalla politica e dalla rappresentanza istituzionale; si tratta di intervenire nell'organizzazione del lavoro e dei servizi perché alcune azioni di cura finora demandate alle donne diventino responsabilità di tutti; si tratta di prevedere strategie, che facilitino la partecipazione delle donne al governo della cosa pubblica. Sono questioni di cui la comunità mondiale si è occupata e continua ad occuparsi. La Conferenza mondiale di Pechino nel 1995 ha individuato alcune linee precise, chiedendo ai Paesi di attivare azioni positive che facilitino la presenza delle donne nel mondo del lavoro, della cultura e della politica. L'Europa, come l'Italia, periodicamente è tenuta a verificare se le azioni predisposte danno i loro risultati ed è tenuta a comunicare i risultati.

L'Europa, per quanto riguarda l'ambito lavorativo, impegna ingenti risorse per finanziare i progetti finalizzati a promuovere la parità fra uomo e donna. Non si dà per scontato che le donne possono accedere liberamente al mercato del lavoro e che, basta che lo vogliono, lo possono fare.

Si studiano appositi percorsi, si impiegano ingenti risorse - il 10 percento di programmi comunitari - perché le donne riescano e possano esprimere le loro risorse intellettuali e professionali a vantaggio di tutti. In quest'aula abbiamo approvato progetti finanziati dal Fondo sociale europeo, progetti che realizzano l'obiettivo di promuovere la parità fra uomini e donne sul lavoro; progetti che, come leggo sul periodico dell'Agenzia del lavoro del marzo 2002, "mirano a sviluppare in modo trasversale per uomini e donne modalità diverse di organizzazione del tempo e del lavoro, così da rispettare la diversità dei due sessi pur nell'uguaglianza di opportunità".

Noi, votando quei progetti, abbiamo accettato la logica di azioni positive nei confronti delle donne lavoratrici e/o imprenditrici. Perché solo in ambito politico, mi chiedo, questa logica non funziona? Per quanto riguarda l'ambito politico, l'Europa continua a non limitarsi nei suoi rapporti a registrare l'esistenza di una situazione di disparità fra uomini e donne.

L'Europa ha scelto di indicare in direttive e raccomandazioni una direzione di lavoro per tutti i Paesi europei, accompagnando sempre le affermazioni di principio con indicazioni di azioni positive, cioè di interventi ad hoc, che hanno proprio il compito di colmare il gap fra diritti riconosciuti teoricamente alle donne e la loro realizzazione, come ad esempio nell'ultima risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 18 gennaio 2001, dal titolo "Partecipazione equilibrata di donne e uomini al processo decisionale", risoluzione che conclude e riassume il dibattito avvenuto in sede parlamentare proprio sulla relazione concernente l'attuazione di direttive europee riguardanti la partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini al processo decisionale. Cito questo documento perché esso sintetizza le acquisizioni condivise raggiunte in sede di Parlamento europeo; non sono le idee di una donnetta o di qualcun altro, sono conclusioni del Parlamento europeo.

"Le donne costituiscono..." - dice il Parlamento europeo - "... almeno la metà dell'elettorato in quasi tutti i Paesi, hanno ottenuto il diritto di votare, di ricoprire cariche pubbliche in quasi tutti gli Stati membri dell'ONU ma, ciononostante, continuano ad essere sotto rappresentate fra i candidati a cariche pubbliche. Questa rappresentazione è inaccettabile in una democrazia! La partecipazione delle donne..." - continua il documento europeo - "... al processo decisionale è infatti riconosciuta come una condizione di democrazia che va costruita perché esistono difficoltà da superare. Da una parte..." - e qui si riprendono le difficoltà che già conosciamo - "... l'assenza di parità fra uomo e donna affonda le sue radici in strutture antiquate e in atteggiamenti tradizionalisti, dall'altra le donne devono far fronte alla duplice responsabilità derivante sia dai compiti e dagli obblighi familiari, sia dai propri impegni professionali, donde la necessità di una condivisione più equa del lavoro, delle responsabilità genitoriali fra le donne e gli uomini.

La partecipazione paritaria delle donne..." - continua ancora il documento, motivando la raccomandazione europea - "... al processo decisionale è sì un'esigenza di giustizia e di democrazia, ma anche una condizione necessaria affinché gli interessi delle donne, le loro preoccupazioni, le loro esperienze siano prese in considerazione. Infatti i principi, le idee, i valori e le esperienze proprie delle donne possono contribuire alla ridefinizione delle priorità politiche, inserendo temi nuovi nell'agenda politica, e possono offrire nuove prospettive per i problemi politici tradizionali".

Forse - aggiungo io - solo quando saranno presenti anche delle donne nelle sedi decisionali, sarà possibile attuare politiche che concilino tempi di vita, di cura e di lavoro. "Il Trattato di Amsterdam..." - continua sempre il documento europeo - "... ha creato la base giuridica che consente azioni positive e misure orizzontali di mainstreaming delle questioni di genere; tocca ora ai Governi attivare nel concreto le azioni che consentano di contrastare le ineguaglianze in tutte le politiche".

Il Parlamento europeo indica, a conclusione delle sue osservazioni, alcune azioni positive che a riguardo possono essere fatte. Innanzitutto si chiede ai Governi di puntare a raggiungere un equilibrio di genere che dovrebbe consistere in una rappresentanza non inferiore al 40 percento per ciascun sesso; ecco donde ha origine questo 40 percento della nostra legge: ha origine nel documento europeo.

"Inoltre..." - dice il Parlamento europeo - "... tutti i Governi, in particolare quelli dei Paesi in cui la partecipazione delle donne agli organi decisionali è inferiore al 30 percento..." - e noi qui sicuramente ci troviamo in quella situazione - "... sono invitati a riesaminare l'impatto dei sistemi elettorali sulla rappresentanza politica di genere negli organismi elettivi, a prendere in considerazione un adeguamento e una riforma di questi sistemi, se è necessario, ad adottare provvedimenti legislativi, ad incoraggiare i partiti politici ad introdurre i sistemi di quota, a prendere provvedimenti per favorire una partecipazione equilibrata".

Le quote: questo è il tema del contendere. Mi sembra che un tema così complesso non possa essere soltanto ridotto alle quote, però affrontiamo questo problema perché anche attraverso le quote passa la questione della parità dei sessi negli organi decisionali. A lungo si è discusso sull'opportunità di introdurre delle quote di presenza femminile o maschile nelle liste elettorali. Forse è una misura che può non piacere, però finora non si è trovato nessun altro strumento che si sia rivelato così efficace.

I Paesi europei che si sono posti come obiettivo la parità fra uomini e donne nella vita politica sono passati attraverso il sistema delle quote o nelle rappresentanze dei partiti, vedi la Spagna, o nelle liste elettorali, si pensi al Portogallo, al Belgio e alla Francia. Ora, anche a livello europeo, dopo che l'Europa ha raccomandato ai partiti di assicurare maggior presenza delle donne in lista... si è deciso di adottare "l'applicazione di quote in quanto misura transitoria che contribuisce a riequilibrare la partecipazione degli uomini e delle donne alla vita politica" (Risoluzione n. BC - 0180/2000).

Le quote diventano così una delle azioni positive che possono servire proprio per garantire una maggior presenza di donne nella politica, misura che noi donne per prime speriamo che si possa in tempi brevi abbandonare, quando di fatto nelle assemblee sia stata raggiunta l'effettiva parità della rappresentanza dei due sessi. Nell'attesa vanno prese sul serio, da parte delle assemblee legislative, le indicazioni della Comunità europea.

A livello nazionale si sta già operando in tal senso: le forze sia di maggioranza che di opposizione si sono accordate su un disegno di legge costituzionale, già passato in seconda lettura al Senato, che prevede l'inserimento di un comma all'articolo 51 della Costituzione che legittima l'introduzione di azioni positive perché l'uguaglianza formale fra i sessi, riconosciuta dall'articolo 51 della Costituzione, diventi uguaglianza sostanziale. Può darsi che qualche donna non sia d'accordo su questa impostazione, sta di fatto che su questa legge tutti i partiti, maggioranza e opposizione, nel Parlamento sono d'accordo. Il testo legislativo è sintetico.

Dopo che al primo comma dell'articolo 51 della Costituzione è stata affermata l'uguaglianza fra i sessi, si aggiunge: "A tal fine la Repubblica promuove, con appositi provvedimenti, la pari opportunità fra donne e uomini". In tal modo si supera la sentenza della Corte costituzionale che aveva annullato tutte le norme di parità introdotte da leggi regionali e noi, come Regione a Statuto speciale, abbiamo ormai una norma che consente l'adozione di azioni paritarie, per cui non dobbiamo aspettare l'approvazione delle modifiche dell'articolo 51 per introdurre azioni positive nei confronti di chi non è adeguatamente rappresentato nelle sedi istituzionali. Abbiamo già la norma costituzionale e paradossalmente non la utilizziamo.

Interventi a livello regionale - e vengo alla legge regionale -: la maggioranza ripropone, tale e quale, una misura già sperimentata a livello comunale prima che la Corte costituzionale l'abrogasse, misura così sintetizzata: "presenza di entrambi i sessi nelle liste elettorali" (articolo 2).

La novità sta nel fatto che la estende anche per quanto riguarda la presenza nei programmi di comunicazione politica o negli spazi dei messaggi autogestiti. Il meccanismo della semplice presenza di entrambi i sessi ha dato i suoi frutti a livello comunale. Anche grazie a questo meccanismo si è passati dal 10 percento di rappresentanza femminile negli enti comunali nel 1990, al 15 percento nel 1995 e nel 2000 siamo al 20 percento. Tale misura però non è riproponibile a livello regionale, innanzitutto sono passati cinque anni, nel frattempo il clima culturale e politico è cambiato, come lo dimostrano le prese di posizione dell'Unione europea, lo stesso Trattato di Amsterdam, che include all'articolo 2 nell'elenco delle finalità perseguite dalla Comunità anche "la promozione dell'uguaglianza fra uomini e donne", "promozione della parità fra uomini e donne" all'articolo 3. Quindi c'è un elemento nuovo che non c'era nel 1995, ma soprattutto ci sono state le modifiche all'articolo 15 dello Statuto in cui sono indicati obiettivi e procedure nuove da regolamentare. Crediamo che occorra prendere sul serio quanto detto dallo Statuto. È legge costituzionale che anticipa per le Regioni a statuto speciale quei principi di democrazia paritaria che la riforma dell'articolo 51 della Costituzione introdurrà nella Costituzione. Viene indicato un fine: conseguire equilibrio della rappresentanza dei sessi all'interno delle istituzioni e nei luoghi decisionali; viene individuata una procedura, delle azioni da fare, che vanno nell'ottica di promuovere condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali.

Si chiede cioè che, nel momento in cui si esplicano le consultazioni elettorali, siano promosse condizioni di parità, che nessun sesso sia posto in condizioni di inferiorità o di superiorità rispetto all'altro, che siano pari di fronte all'elettorato che deve operare una scelta; non si domanda che nelle assemblee siano presenti in misura pari uomini e donne, ma che lo siano nel momento in cui la lista presenta i suoi candidati agli elettori. Alla luce di tali considerazioni la proposta della maggioranza è inaccettabile; a livello europeo, si considera il 40 percento di presenza come dato minimo per parlare di democrazia paritaria, addirittura già all'interno dei luoghi decisionali.

A livello di dibattito italiano, sta andando avanti la proposta di garantire la presenza paritaria di entrambi i sessi nelle liste elettorali (50 percento uomini e 50 percento donne). Si sta svolgendo in tutta Italia, anche in Valle d'Aosta, la raccolta di firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare in tal senso, iniziativa appoggiata dalla Commissione per le pari opportunità in cui tutte le tendenze politiche sono rappresentate. A livello regionale, in una Regione che ha uno Statuto che prevede norme precise per l'equilibrio della rappresentanza, ci si limita a prendere atto dell'esistente: "la presenza di entrambi i sessi nelle liste elettorali".

La proposta della legge elettorale presentata dal nostro gruppo non chiede il 50 percento, come dovrebbe essere a rigore la condizione che consente la reale parità fra i due sessi. Ci limitiamo, per così dire, ad una percentuale minore delle presenze in lista, il 40 percento, come primo passo che consente di procedere verso l'equilibrio. Altri Paesi hanno proceduto in questo modo, in Belgio, ad esempio, viene indicata in legge una percentuale che si modifica, che si aumenta nel tempo: nel 1996 la quota era del 25 percento, nel 1999 è arrivata al 33 percento con l'obiettivo dichiarato di arrivare progressivamente nel 2015 alla presenza del 40 percento di donne in Parlamento, e non nelle liste elettorali.

La proposta della maggioranza è anticostituzionale. Basta scorrere il parere di alcuni costituzionalisti, fra cui quello della Prof.ssa Lorenza Carlassare, ordinaria di diritto costituzionale all'Università di Padova.

Interpellata a proposito della legittimità costituzionale della previsione di una quota del 50 percento riservata alle candidature femminili, fatta in una proposta di legge della Provincia autonoma di Bolzano, presentata dall'Assessore della "Margherita", non solo ne ha dimostrato la piena legittimità, ma ha anche detto con estrema chiarezza che sarebbe illegittima la legge regionale che non tenesse conto delle disposizioni costituzionali ora vigenti. Lo Statuto della Provincia di Bolzano riporta la stessa dicitura presente in quello della Valle d'Aosta per quanto riguarda la parità di accesso alle cariche elettive. La Prof.ssa Carlassare ha detto: "Non si tratta..." - nello statuto - "... di un semplice invito a promuovere condizioni di parità che il legislatore..." - provinciale nel loro caso, regionale nel nostro - "... è libero di seguire nella misura che crede: non basterebbe la previsione generica di candidature dei due sessi. Per raggiungere l'equilibrio della rappresentanza dei sessi, data la libertà di scelta degli elettori, la misura più efficace, nel rispetto dei principi di cui agli articoli 3 e 51 della Costituzione, è stabilire che donne e uomini siano presenti nelle liste elettorali in misura eguale. Solo così si può ipotizzare che entrambi vengano eletti in numero non del tutto spareggiato..." - che saranno poi gli elettori a decidere - "... e si possa ottenere quindi una rappresentanza equilibrata. Se non sono inserite nelle liste, se non vengono candidate, le donne non hanno la possibilità neppure teorica di accedere alle cariche elettive, dunque il principio costituzionale è violato".

Noi riteniamo che la proposta della maggioranza sia anticostituzionale, che non rispetti il dettato dello Statuto, per cui, in caso di sua approvazione, noi faremo ricorso, lo faremo come donne e lo faremo come movimento politico.

In ultimo - permettetemi - la proposta della maggioranza è inutile: la sua prescrizione di presenza di entrambi i sessi è stata già ottemperata in questi ultimi venti anni in occasione delle elezioni regionali. Dati alla mano, se scorriamo le liste elettorali presentate dal 1983 al 1998, vediamo che in tutte le liste si sono presentate nella competizione elettorale delle candidate a volte anche 8 o 9 donne fra i 35, nomi presenti in lista, questo è sempre avvenuto.

Notate che nel 1983 neppure una donna è stata eletta. Come si vede, cari colleghi della maggioranza, l'obiettivo che voi vi siete posti con la vostra legge in realtà è già stato raggiunto prima che voi lo pensaste e lo regolamentaste in attuazione di una norma costituzionale. In Valle è stata realizzata "ante litteram" la riforma elettorale che traduce il dettato costituzionale del principio del conseguimento dell'equilibrio della rappresentanza dei sessi. Certamente, in Consiglio viene rappresentato il rapporto fra i sessi che le forze politiche vogliono, perseguono e che considerano "equilibrato" rispetto alle loro aspettative: l'assenza o la riduzione ai minimi termini della presenza femminile la volontà politica delle forze di maggioranza è in contrasto con la volontà del legislatore costituzionale e con le direttive europee e noi lo ribadiamo. Come donne, come forza politica, ricorreremo contro questa legge perché calpesta i diritti di cittadinanza che sono stati sanciti dal Trattato di Amsterdam, dalla Costituzione italiana, dallo Statuto e che saranno presto parte integrante dei principi fondanti dell'Unione europea, così come la convenzione li elaborerà.

Con questa legge voi, colleghi della maggioranza, fate un danno a questa comunità: voi impedite che nelle decisioni politiche, che riguardano tutti, uomini e donne, sia assente la visione delle donne, il loro punto di vista, che è diverso da quello maschile e che deriva da quel rapporto tutto particolare che la donna ha con la maternità, con la vita in tutte le sue forme, specie con le sue espressioni più deboli, da cui deriva una quasi connaturata attenzione alla persona, alle relazioni che costituiscono uno dei fondamenti della qualità della vita e della tenuta dello stesso tessuto sociale, relazioni che vanno curate e non date per scontate, che richiedono politiche mirate finora assenti dall'azione di governo, di questo Governo. Forse la qualità della vita in questa Regione potrebbe essere diversa, migliore se, come dice la risoluzione europea, "i principi, i valori, le esperienze proprie delle donne contribuissero a ridefinire le priorità politiche inserendo nuovi temi nell'agenda politica".

Il tentativo da parte delle donne di partecipare al governo della cosa pubblica è antico: "Nel giorno che si avvicina osiamo un colpo audace..." - dicono le donne del coro nelle "Donne in assemblea" di Aristofane - "... cerchiamo di prendere in mano gli affari di Stato per far sì che lo Stato ne tragga qualche vantaggio". Ma è antica anche la reazione del mondo maschile nei loro confronti. Oggi lo Statuto si mette dalla parte delle donne e offre i mezzi perché questo possa avvenire, non vorremmo che proprio i più strenui difensori dello Statuto non lo rispettassero!

Président La parole au Conseiller Perron.

Perron (UV) Sarò molto più breve, colleghi, della collega Squarzino. Solo per ribadire alcuni concetti espressi nella giornata di ieri in occasione di un altro dibattito e per risottolineare, collega Squarzino, che abbiamo due concezioni profondamente diverse circa quello che è il ruolo della donna in questo contesto. Qui secondo me non si parla solo di un gioco politico, di chi è più bravo a garantire una presenza o no femminile in questo consesso. Quello che mi preoccupa di questo suo ragionamento - poi ogni ragionamento è legittimo - è che abbiamo un modo veramente diverso, quasi diametralmente opposto di concepire la donna all'interno di questa società.

Riconosco che diverse questioni che lei ha sollevato hanno un fondamento: quando lei parla del ruolo della donna all'interno di questa società che viene tante volte sminuito o non sufficientemente valorizzato, che esiste una disuguaglianza anche marcata in certi momenti con l'uomo, però io ho l'impressione che lei sia andata profondamente fuori tema perché oggi non facciamo un dibattito generale sulla condizione della donna, che potrebbe essere interessante e che potrebbe anche essere sostenuto in questo Consiglio, noi oggi stiamo parlando di una proposta di legge elettorale per l'elezione del Consiglio regionale e, per quanto importante sia, io ritengo che non sia necessario scomodare l'Europa, i massimi trattati internazionali, l'ONU, la convenzione, i massimi sistemi di questo mondo per giustificare un sistema elettorale di quote - sul quale poi tornerò - che, a mio giudizio, crea più danno che beneficio per la donna.

La collega Squarzino sostiene, argomentando molto bene, tutta una serie di tesi che sono assolutamente legittime, ma che dal nostro punto di vista sono assolutamente non condivisibili. Abbiamo, ripeto, un modo diverso e contrastante di concepire la condizione della donna e il suo ruolo all'interno della società. È pur vero che ci sono dei retaggi culturali che bisogna superare, quindi ogni normativa che contribuisca ad eliminare questo va presa in considerazione, però tornerei sul problema posto ieri. Io credo che dobbiamo esaminare se da un punto di vista normativo ci sono delle cose che ostano ad un piano di parità fra uomo e donna e, secondo me, non ve ne sono. Ognuno qui in materia elettorale, uomo o donna, può fare quello che vuole. Alla donna non è vietato essere in lista, a nessun movimento politico è vietato, se lo ritiene opportuno e interessante da un punto di vista elettorale, proporre il 50 percento delle donne, ma perché impostare un obbligo?

Lei pensa veramente che in questo modo facciamo l'interesse fino in fondo della categoria femminile? Vorrei che mi si spiegasse quale "forma mentis" c'è dietro questo ragionamento. Io, non per partito preso o per ragionamento politico, di parte, dove la maggioranza deve sostenere una linea e la minoranza deve sostenerne un'altra, ma veramente da un punto di vista di impostazione, ho delle serie difficoltà a concepire un modo di ragionare così e soprattutto ad accettare che questo porti un vantaggio per le donne.

Lei, collega Squarzino, sostenendo questa tesi - legittima dal suo punto di vista - contribuisce a rafforzare quella logica per cui la presenza o non presenza della donna in politica sia un problema. Non è così, non è un problema al quale bisogna necessariamente trovare una soluzione facendo delle forzature di tipo legislativo. Questa sì che è un'impostazione che sminuisce fortemente il ruolo della donna perché riconosce che essa si colloca su un piano di profonda inferiorità rispetto all'uomo, cosa che assolutamente non è.

Penso che questa tesi sia dannosa per la donna, reputo che valga la pena di citare, come ha fatto un collega prima, questo documento di alcune donne della Valdigne, che non so neanche se appartengono tutte ad uno stesso partito politico, ma poco importa. Vale la pena ricordare che queste donne considerano negativamente che la società valdostana venga divisa in due categorie, sulla base di distinzioni di sesso: uomini da una parte e donne dall'altra, quasi in competizione fra di loro per la composizione delle liste elettorali e per l'assunzione di responsabilità amministrative nel governo dei comuni e della Regione, e che propongono una visione fondata sulla complementarità e sulla collaborazione, cioè su un piano di parità, di uguale dignità, di uguale rispetto, di uguali diritti nella gestione della cosa pubblica, come accade nella vita privata. Esse rivendicano - e questo mi sembra un passaggio ancora più importante - il loro sentirsi persone prima ancora che donne e come tali degne della fiducia dei cittadini maschi e femmine che le votino per scelta e non perché obbligati a scrivere sulla scheda elettorale il nome di una donna accanto a quello di un uomo.

Termino risottolineando in estrema fretta queste argomentazioni che ho già evidenziato ieri, Non esiste a mio avviso nulla di peggio che obbligare: quando si obbliga, si ottiene l'effetto opposto, qualunque cosa si voglia tutelare. Io credo che con questo sistema di riserva di quota, dove si obbliga ad una presenza femminile, che altrimenti non sarebbe naturalmente formata così, si procura solo un danno a tutta la categoria femminile.

Président La parole au Conseiller Fiou.

Fiou (GV-DS-PSE) Non è una novità che le forze politiche della maggioranza di oggi abbiano ereditato dalla precedente legislatura posizioni alquanto diversificate riguardo alla vigente legge elettorale, visto che allora, al momento di pronunciarsi con il voto, il gruppo che ha preceduto l'attuale dei "Democratici di Sinistra" ha votato contro il testo in quella occasione approvato. Ciò dopo un confronto approfondito, un dibattito serrato perché fra l'altro avveniva in una fase di grande tensione e lavorìo in tutto il Paese per ricercare regole che potessero garantire insieme rappresentatività e governabilità, entrambe fortemente in crisi a tutti i livelli istituzionali.

Mi riferisco alla fase abbastanza lunga, che ha visto una sostanziale trasformazione dei meccanismi elettorali sia a livello nazionale che locale, con uno spostamento significativo dai sistemi proporzionali ai sistemi maggioritari perché a questi ultimi venne allora riconosciuto di coinvolgere maggiormente gli elettori nelle scelte e di garantire una maggiore stabilità dei governi. Le scelte diverse a cui si rifece la legge elettorale per l'elezione del nostro Consiglio regionale, allora approvata, fecero emergere significative diversità di posizioni fra le forze di maggioranza. Queste differenze permangono e il nostro giudizio sulla legge in vigore rimane diverso da quello espresso ieri dal Consigliere Perron e oggi dal Consigliere Rini, per cui bisogna prendere atto di queste diversità.

Ci sono alcuni riferimenti nella legge che ci vedono e ci hanno visto su posizioni diverse e qui prendo in considerazione la "questione proporzionale o maggioritario". Concordo con quanto detto ieri dal Consigliere Perron, quando afferma che non esiste un sistema elettorale perfetto, non lo è sicuramente quello proporzionale perché apre la strada a polverizzazione, instabilità, utilizzo anche personalistico della politica e delle istituzioni: abbiamo ben presente alcune avventure che ricordano i "pensionati" - tanto per capirci - del passato. Non lo è quello maggioritario perché rischia di escludere la rappresentanza istituzionale a correnti di pensiero storiche del nostro Paese; perché può poi portare a concentrazioni di potere in mano a singole figure, come è stato detto nel dibattito odierno. Dicevo, entrambi i sistemi, al di là degli esempi particolari che ho fatto, sono portatori di limiti significativi nella realizzazione degli obiettivi, che sono quelli di partecipazione democratica, di accesso rigoroso alle sedi istituzionali e di stabilità politica. La scelta di uno o dell'altro sistema o di soluzioni miste dipende soprattutto dalle necessità che emergono di governare derive del quadro politico contingente nella gestione dei rapporti democratici.

La spinta verso la filosofia maggioritaria, che ha caratterizzato la legislazione elettorale dell'ultimo decennio in particolare, è stato il tentativo di superare, nel quadro politico contingente, da una parte lo sfilacciamento dei rapporti fra cittadini e istituzioni, responsabilizzando maggiormente i cittadini nelle scelte della squadra di governo, dall'altra di dare una maggiore stabilità ai governi in una situazione di crisi continue, mortificanti di qualsiasi programma di sviluppo.

In Valle d'Aosta per quanto riguarda la Regione, si è fatta una scelta diversa, partendo dalla constatazione che da noi non si pongono problemi di stabilità di governo e con uno sbarramento alto si è voluto risolvere il problema degli "avventurieri" della politica.

Alla luce dell'esperienza del 1998 e del percorso successivo di questa legislatura, si possono però fare alcune riflessioni e anche qui non do le stesse valutazioni che ha dato stamani il Consigliere Rini. La stabilità è stata garantita non tanto dalle regole della legge elettorale; mi pare che tale obiettivo sia stato piuttosto realizzato dalla stabilità del partito di maggioranza relativa, rimanendo aperta la porta all'instabilità qualora questa situazione si modificasse. Non mi auguro nulla del genere, faccio solo un'ipotesi teorica, però è un'ipotesi che può esistere da un punto di vista teorico.

La spinta alla semplificazione del quadro politico attraverso lo sbarramento alto a cui mi riferivo non si è poi realizzata nella sostanza in quanto sovente le aggregazioni elettorali sono state realizzate solo per superare lo sbarramento stesso, ma non hanno favorito grandi sintesi politiche. Stiamo ancora facendo i conti con la possibilità di invenzioni di "soluzioni autobus", che lasciano aperte le porte a successivi spostamenti, a distinguo, e quindi ad instabilità politica.

Terzo elemento: lo sbarramento alto ha però tagliato fuori correnti di pensiero storiche della rappresentatività all'interno delle istituzioni di settori di società. Ecco, queste ed altre valutazioni ci fanno ancora optare per una scelta di carattere elettorale diversa che permetta ai cittadini di esprimersi sulle coalizioni di governo per essere più coinvolti; che garantisca la rappresentanza delle più significative correnti di pensiero presenti nella comunità; che limiti le possibilità di organizzare cordate elettorali, ad esempio prevedendo la preferenza unica, indicazione fra l'altro già sancita da un referendum popolare e poi in qualche modo messo da parte; che favorisca le pari opportunità fra i sessi diversi.

Una legge come quella prevista per l'elezione dei consigli comunali ci pare in questo momento la soluzione più idonea a realizzare questi obiettivi, a rispondere alle problematiche poste dall'attuale quadro politico e a ridurre la distanza fra cittadini e istituzioni. Le parziali riforme costituzionali, come anticipato dai precedenti interventi, hanno creato l'occasione per tornare sulla materia e quindi le due proposte di legge in discussione sono il primo risultato delle sollecitazioni che da lì derivano.

In questo contesto la proposta del gruppo "Valle d'Aosta per l'Ulivo" tenta una risposta complessiva alla nuova situazione delle nostre competenze, essa contiene aspetti condivisibili e altri meno. Ciò che mi convince di meno in questa proposta è il taglio eccessivamente populista che pervade la proposta stessa che perciò ritengo svaluti la scelta della democrazia delegata su cui si regge tutto il nostro sistema istituzionale. Inoltre il complesso della materia non permette il confronto sufficiente, essendo in questo momento tutti a ridosso ormai di una campagna elettorale, direi perciò fuori tempo. Condivido la posizione di chi dice che cambiare le regole appena prima del voto non è molto corretto. Da questa valutazione deriva allora che rimane lo spazio per un adeguamento tecnico della vecchia legge ad alcuni aspetti non rinviabili sollevati dalla nuova normativa costituzionale, quindi da qui la proposta di modifica elaborata dalle forze politiche di maggioranza. Questa proposta introduce poche, limitate correzioni alla vecchia legge, non mettendone minimamente in discussione l'impianto, quindi sulla vecchia legge vale il ragionamento che ho fatto all'inizio del mio intervento.

Alcune di queste correzioni sono positive anche se obbligate, altre come la regolamentazione delle spese elettorali, rappresentano un reale passo avanti, altre, come la questione del Collegio Walser, così come indicato dal mio collega Nicco, da noi non condivise. Nell'insieme è un passaggio obbligato, ma troppo parziale, si poteva ad esempio affrontare la questione della preferenza unica, dare qualche respiro in più alla questione delle pari opportunità.

La nostra posizione sulla legge elettorale nel complesso e i limiti che ho evidenziato ci hanno fatto scegliere un atteggiamento di astensione sia al momento della sottoscrizione della proposta, sia oggi al momento del voto in aula. La stessa astensione esprimeremo sul disegno di legge presentato da "Valle d'Aosta per l'Ulivo".

Président La parole à la Conseillère Charles Teresa.

Charles (UV) Simplement une remarque quant à la question qui relève d'une partie de l'article 15 de notre Statut; afin d'atteindre une représentation équilibrée des deux sexes, ladite loi favorise la parité entre homme et femme dans les élections.

Moi je veux d'abord remercier la collègue Squarzino pour son rapport exhaustif sur le monde féminin, sur les problèmes que les femmes rencontrent, sur la valeur, la sensibilité et le travail des femmes dans la société, pas seulement dans la société, y compris la politique, mais nos positions ne sont pas toujours à l'unisson, nous le savons bien. A une importante réunion de la Conférence féminine, qui discutait des positions officielles et connues de ladite conférence - quotas, préférences distinctes, etcetera - j'avais chanté hors du ch?ur en affirmant que les quotas je les considérais un peu offensantes à l'égard des femmes. Je n'étais pas en minorité, mais j'étais simplement seule.

J'ai été une note discordante dans la symphonie de cette soirée et j'ai parlé de réserve indienne où les femmes risquaient d'être emprisonnées parce que l'égalité des chances ne se fait pas à travers les quotas, elle se fait à tous les niveaux, à partir des jeunes et des adolescents qui doivent dès leur jeune âge avoir les mêmes chances, comme tout le monde l'a souligné, par exemple, ce matin pendant la discussion de la loi relative au pensionnat des religieuses de Saint Joseph. Voilà pourquoi j'ai apprécié et j'ai lu avec grande satisfaction la lettre des Administratrices communales de la Valdigne qui nous est parvenue au Conseil, lettre déjà citée, mais dont je veux lire moi aussi un passage: "Tout en étant convaincues que, comme le prévoit le Statut régional, la parité des hommes et des femmes en vue de l'accès aux fonctions électives soit à encourager, nous considérons négativement que la société valdôtaine soit divisée en deux catégories sur la base de distinction de sexes: les hommes d'un côté et les femmes de l'autre, presque en compétition entre eux pour la constitution des listes électorales et pour la prise en charge des responsabilités dans l'administration des communes de la Région".

Toute la lettre m'a frappée, j'ai voulu simplement lire ce passage qui peut-être, à mon avis, était plus encore significatif que les autres. Après j'ai ri de bon c?ur suite à certaines affirmations du rapporteur de la loi n° 166, le sympathique collègue Piccolo, mais il me faut avec un sourire amical apporter quelques précisions. Moi je n'ai jamais été proche de mouvements ainsi dits "féministes", mais j'ai eu une revanche pseudo-féministe en écoutant certains passages.

D'abord il a dit à l'égard des femmes des choses flatteuses - et déjà Dina l'avait remarqué - et je le remercie, mais elles sont très flatteuses ou trop flatteuses et, après les compliments, il tombe dans quelques pièges, peut-être pour trop de participation pour la condition des femmes.

J'ai souri par exemple à l'égard de "bouquetins enfermés", mais je veux lui contester une autre phrase, celle-ci: "meglio è convincere le altre donne a votare donne", moi je préférerais quelque chose de moins sectoriel, comme: convaincre des personnes à voter des personnes.

Président La parole au Conseiller Martin.

Martin (SA) Signor Presidente, colleghi consiglieri, il mio sarà un intervento abbastanza breve in quanto il gruppo della "Stella Alpina" ha già avuto modo con il relatore, il Consigliere Piccolo, di esprimere la posizione del gruppo su questo disegno di legge, consentitemi comunque alcune brevi considerazioni su questa importante legge che andiamo ad approvare.

Ho l'impressione che questo disegno di legge si occupi essenzialmente di quattro aspetti: la forma di governo, la parità fra i sessi, le spese elettorali e il problema riguardante la Comunità Walser. Questo è un provvedimento che ripropone un sistema proporzionale con sbarramento. Coloro che sono intervenuti prima di me e che sono da sempre su posizioni diverse, in quanto sostengono un sistema maggioritario, hanno basato le loro tesi soprattutto sul fatto che quel sistema elettorale, ossia il maggioritario, consentirebbe una maggiore stabilità e una maggiore governabilità.

Ora io vorrei ricordare a questa Assemblea che forse questi concetti sono dei concetti validi per altre realtà, ma se consideriamo la realtà valdostana, possiamo constatare che da dieci anni esiste lo stesso Presidente della Regione, così come diversi Assessori, e penso che se non ci fosse una regola interna al movimento di maggioranza relativa, per cui si decide - o così sembra abbiano deciso - di bloccare coloro che hanno fatto tre mandati, nessuno impedirebbe all'attuale Presidente di continuare tranquillamente per un altro mandato; quindi non c'è un problema di stabilità o di governabilità politica. Viceversa, se andiamo a vedere altre realtà, dove esiste il sistema maggioritario, se andiamo a vedere nella passata legislatura a livello centrale, ci accorgiamo che in una legislatura c'è stato prima un Presidente del consiglio che si chiamava Romano Prodi, che poi è stato sostituito da D'Alema, che poi è stato sostituito da Amato…

(interruzione della Consigliera Squarzino Secondina, fuori microfono)

… penso che non si possano ripetere dei concetti che "Forza Italia" ha espresso, solo perché magari non fanno piacere alla Consigliera Squarzino. Dicevo che ci sono stati questi tre presidenti che si sono succeduti, così come nella passata legislatura almeno molte volte non sapevamo "chi stava dove..." ossia gente che era eletta con il Centro Destra che passava al Centro Sinistra e viceversa. Ricordiamo tutti i casi di Mastella, eletto con il Centro Destra, e poi fautore dei Governi di Centro Sinistra, così come di Dini, ma anche di Bertinotti stesso che fu l'autore della caduta del Governo Prodi.

(interruzione del Consigliere Beneforti, fuori microfono)

… sì, di Dini, certo. No, Rini non farebbe mai una cosa simile. Ecco perché dicevo che i due sistemi - dipende magari in quale contesto si sviluppano - possono avere dei pro e dei contro. Penso che fra l'altro un pensiero al ritorno del proporzionale si stia sviluppando anche fuori dalla Valle d'Aosta; mi risulta che una Regione autonoma come il Friuli Venezia Giulia abbia già legiferato in merito e sia tornata da un sistema maggioritario ad un sistema proporzionale, così come si sentono altre regioni che in effetti stanno facendo lo stesso discorso. Non penso neppure che il fatto di avere un sistema di governo basato sul proporzionale ponga un problema di rappresentanza, come evidenziava prima il Consigliere Curtaz nella sua relazione, in quanto non mi pare che in questo Consiglio non siano rappresentate tutte le forze politiche, perlomeno quelle più rappresentative. Per quanto riguarda la forma di governo, quindi ho l'impressione che il sistema proporzionale, perlomeno nella nostra Regione, abbia dimostrato di poter continuare ad essere perseguito.

La parità dei sessi è un argomento su cui stamani in aula si è discusso moltissimo. Penso che alla base di tutto abbia ragione la Consigliera Squarzino quando afferma che c'è un dato culturale, c'è un gap culturale non solo qui, ma nella società in genere che non permette in questo momento una parità dei sessi. Ho l'impressione però che questo problema non possa essere risolto con una legge elettorale, con un voto a favore piuttosto che con un voto contrario.

Dobbiamo tener conto che, proprio per questo fatto culturale a cui lei accennava, le donne devono faticare molto più degli uomini per raggiungere dei giusti obiettivi, hanno dovuto lottare molto più degli uomini per poter avere diritto di voto, per poter essere inserite successivamente nelle liste elettorali, devono lottare quotidianamente molto più degli uomini per poter emergere nel lavoro, sono ancora molto poche le donne manager rispetto ai manager uomini, però si stanno affermando. Sono anche convinto che questo sarà un problema che poco alla volta verrà risolto, ossia che le donne, perché dobbiamo riconoscere che sotto certi aspetti hanno più costanza, più forza e determinazione, otterranno naturalmente - e non con delle leggi - la parità, perché così stanno le cose, così si sta evolvendo il mondo. Che poi questi fatti siano dibattuti nello stesso mondo femminile, lo dimostrano le cose che sono state dette qui stamani, la delibera delle elette della Valdigne che il Consigliere Perron ha citato, le parole stesse che la Consigliera Charles ha ripetuto stamani, ma che aveva già avuto modo di dire in altri momenti... che fa sì che anche nel mondo femminile ci siano delle posizioni diversificate. Sono convinto però che i dati citati dalla Consigliera Squarzino, che mettano in luce come la presenza femminile stia aumentando nei consigli comunali e cose di questo genere, siano ineludibili, quindi nei prossimi anni vedremo crescere sempre più tale presenza.

Le spese elettorali. Forse aveva ragione ieri il Consigliere Tibaldi che ha detto che in questa legge elettorale siamo stati più realisti del re, ossia siamo stati molto severi nel sostenere una rendicontazione molto precisa, ma ho l'impressione che, se è anche vero questo concetto che siamo stati molto severi, comunque ci voleva una regolamentazione, anche se concordo con lui quando sostiene che la politica costa - è stato il Consigliere Lattanzi a dirlo... scusa Tibaldi… - che la comunicazione costa, che l'organizzare i dibattiti, che il cercare di conoscere le opinioni della società, che il fatto di mettere in piedi le strutture che aiutino i partiti a portare avanti il loro lavoro e le forze politiche siano tutte cose che costano. Il gruppo di lavoro che ha steso questa legge ha fatto bene nell'essere piuttosto severo nel mettere delle regole certe a cui tutti ci dovremo rifare.

Ultimo argomento: la Comunità Walser. Ho molto apprezzato il concetto che ha espresso il Consigliere Nicco e non posso che essere d'accordo con lui; ho l'impressione che siamo in tanti in quest'aula a condividere tutte le cose che ha detto, questa è la verità delle cose! Per non sembrare in contraddizione - e poi dirò che il mio voto a questa legge è favorevole -, vorrei provare a spiegare perché, pur essendo d'accordo con l'impostazione del Consigliere Nicco, la comunità di Gaby ha diritto di "stare" in questa legge. Mi rifarei alla discussione che c'è stata alcuni anni fa quando si trattò di inserire la comunità di Gaby nella Comunità montana Walser Alta valle del Lys. Già in quella occasione i commissari ebbero modo di approfondire l'argomento e allora come oggi si scelse la strada di dire che, anche se Gaby non è una comunità Walser, ma è una comunità francofona, come tutti sappiamo, è comunque presente in una specie di territorio e fra due comunità - Gressoney da una parte e Issime dall'altra - che sono Walser ed è un'omogeneità territoriale che si riscontra solo in quella parte di Valle d'Aosta.

Per quelle ragioni in quel tempo quindi si acconsentì a fare in modo che Gaby entrasse a far parte della Comunità montana Walser Alta valle del Lys ed è per questo motivo che ritengo che gli estensori della legge abbiano inteso inserire Gaby in quanto facente parte di una comunità che è più territoriale che linguistica - su questo concordo con il Consigliere Nicco -, ma che comunque ha delle particolarità tali che non si riscontrano in altre parti della Valle d'Aosta.

Questo è il motivo per cui non si modifica quanto era già previsto nella vecchia legge e fa sì che alle comunità di Gaby, di Issime, dei due Comuni di Gressoney sia data la possibilità di eleggere un proprio rappresentante nel Consiglio regionale della Valle d'Aosta.

Président Je propose de suspendre la séance. Les travaux du Conseil reprendront en début d'après-midi à 16 heures.

La séance est levée.