Oggetto del Consiglio n. 290 del 15 maggio 1979 - Verbale

OGGETTO N. 290/79 - Reiezione della proposta di legge regionale concernente: Istituzione del "Centro de promoxon de lo francoprovensal".

La lingua francoprovenzale costituisce un patrimonio culturale e linguistico di grande valore non solo per gli abitanti della Valle d'Aosta, ma per tutta la civiltà alpina. Considerata a lungo un "patois" francese, cioè una derivazione "corrotta" del francese, la lingua francoprovenzale venne chiaramente individuata nella sua originalità a partire dalla seconda metà dell'Ottocento grazie, in particolare, agli studi di Graziadio Isaia Ascoli. L'Ascoli così definì il francoprovenzale: "Chiamo francoprovenzale un tipo idiomatico il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri caratteri, che parte sono comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza storica, non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono gli altri principali tipi neo-latini". (ASCOLI, Schizzi francoprovenzali, "Archivio glottologico italiano", n. 3, 1878, pag. 61).

Contemporaneamente all'individuazione e definizione del francoprovenzale, Ascoli individuò l'esistenza, nella zona alpina centrale ed orientale, di un'altra lingua neolatina ignorata fino ad allora: il ladino. Il ladino costituisce oggi la quarta lingua nazionale della Confederazione Elvetica e gode di apposite tutele nella provincia di Bolzano.

L'area di diffusione della parlata francoprovenzale che, alcuni secoli fa, comprendeva ampi territori degli attuali stati italiano, francese, svizzero, tutto intorno al Monte Bianco, si è oggi notevolmente ristretta, sia a causa della modificazione della struttura economica e sociale delle vallate alpine attorno al Monte Bianco, sia a causa della crescente supremazia della lingua italiana e di quella francese. Attualmente soltanto in Valle d'Aosta il francoprovenzale mantiene una sua vitalità ed un suo ruolo importante nell'ambito comunicativo, mentre è in via di sparizione in Savoia, nelle valli svizzere e nelle valli piemontesi.

Una indagine conoscitiva del Servizio Studi della Camera dei Deputati, svoltasi nel 1973-1974, aveva accertato che il francoprovenzale era ancora la lingua materna di circa 70.000 valdostani, cioè della maggioranza della popolazione residente in Valle d'Aosta. La capacità che ha avuto il francoprovenzale di conservarsi per secoli solo grazie alla tradizione orale, indica il radicamento profondo di questa lingua nella società e nella cultura valdostana. Non a caso, del resto, è proprio in questa lingua che hanno scritto gli unici autentici poeti della nostra terra, scrittori come Abbé Cerlogne, Eugénie Martinet, e "Tanta Neisse".

L'attuale arretramento e inaridimento del francoprovenzale è segno di un grave impoverimento di una persistente alienazione culturale della popolazione valdostana. Alienazione culturale che è, del resto, parallela all'alienazione economica e politica. Un processo di riappropriazione e creazione linguistica potrà quindi procedere solo se è accompagnato e sorretto da un analogo processo di riappropriazione collettiva, da parte della popolazione valdostana, dell'economia (uso del territorio) e della politica (modo di organizzare la convivenza). È all'interno di questa prospettiva, e con la piena coscienza della limitata efficacia degli interventi legislativi e istituzionali per quanto concerne i fenomeni linguistici, che va collocata la creazione del "Centro de promoxon de lo francoprovensal".

La presente legge si propone di dotare la Regione Autonoma Valle d'Aosta di un primo strumento che permetta di difendere e valorizzare la lingua francoprovenzale, contribuendo ad arrestarne il processo di deterioramento. Si tratta di una modesta iniziativa in attesa che il patrimonio culturale rappresentato dalle minoranze linguistiche presenti nello Stato italiano trovi pieno riconoscimento nella legislazione dello Stato e si apra quindi la strada per iniziative più pregnanti che investano direttamente le strutture educative, in primo luogo la scuola.

La legge è animata dalla volontà di fare del francoprovenzale uno strumento di unione e di arricchimento e non di divisione e discriminazione della popolazione residente in Valle d'Aosta; l'esperienza di molti immigrati che, stabilendosi nei paesi della Valle, hanno acquisito con facilità e naturalezza la conoscenza del francoprovenzale, dimostra che questa lingua può assolvere questo ruolo unitario. Da questa visione deriva l'importanza del punto 1 dell'art. 2 che raccomanda allo stesso "Centro" di vigilare contro ogni eventuale uso discriminatorio e non promozionale del francoprovenzale. Un uso discriminatorio significherebbe del resto la fine del francoprovenzale come lingua popolare, trasformandola in lingua di potere e di dominio.

Aosta, 12 gennaio 1979

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Proposta di legge regionale n. 41

REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA

Legge regionale ................................. n. .... : "ISTITUZIONE DEL "CENTRO DE PROMOXON DE LO FRANCOPROVENSAL".

Il Consiglio regionale ha approvato

Il Presidente della Giunta regionale

PROMULGA

la seguente legge:

TITOLO I

Istituzione del "Centro"

Art. 1

È istituito, con sede ad Aosta, il "Centro de promoxon de lo francoprovensal" (Centro di promozione del francoprovenzale).

TITOLO II

Finalità del "Centro"

Art. 2

Il "Centro" ha lo scopo di difendere e valorizzare la lingua francoprovenzale e, a tal fine, dovrà:

a) raccogliere, conservare e pubblicizzare la produzione letteraria in francoprovenzale,

b) promuovere gli studi di linguistica, sociolinguistica, dialettologia e filologia, dotandosi anche di una Biblioteca specializzata aperta al pubblico;

c) favorire l'uso del francoprovenzale anche con l'introduzione di premi per opere teatrali, saggi, romanzi, poesie in francoprovenzale o sul francoprovenzale;

d) organizzare, in accordo con l'Assessorato regionale alla Pubblica Istruzione, dei corsi di carattere popolare sul francoprovenzale, la sua storia, la sua letteratura;

e) organizzare, in accordo con l'Assessorato regionale alla Pubblica Istruzione, dei corsi di formazione e di aggiornamento per insegnanti sulla dialettologia, la lingua francoprovenzale, la letteratura francoprovenzale;

f) favorire l'omogeneizzazione delle diverse varianti della lingua francoprovenzale e la progressiva utilizzazione di una comune grafia, senza però giungere a prescrizioni obbligatorie;

g) organizzare l'identificazione e rilevazione videofonica del patrimonio linguistico francoprovenzale;

h) preparare materiale selezionato utilizzabile come materiale didattico e di promozione culturale di massa nelle scuole e nei centri culturali;

i) pubblicare testi in e sul francoprovenzale, sulla sua storia e sulla sua letteratura;

l) fornire pareri e indicazioni al Consiglio scolastico regionale e alle Commissioni miste, di cui all'art. 40 comma 2 dello Statuto speciale per la Valle d'Aosta, per gli adattamenti dei programmi scolastici alle necessità locali previsti dall'art. 40 dello Statuto speciale comma 1° e dall'articolo 28 comma 1° della legge statale 16.5.1978, n. 336;

m) contribuire, in accordo con l'attuale Conservatore del museo, al sostegno finanziario del museo Cerlogne di Saint-Nicolas, allo sviluppo dell'iniziativa dell'annesso "Centre d'études francoprovençales", alla diffusione e qualificazione dei "Concours Cerlogne";

n) vigilare contro ogni uso selettivo, discriminatorio o punitivo del francoprovenzale. Si tratta di promuovere l'uso e la conoscenza del francoprovenzale, facendone un patrimonio comune della popolazione valdostana, non di imporlo autoritariamente introducendo prove d'esame discriminanti per l'assunzione dei lavoratori.

TITOLO III

Organi del "Centro"

Art. 3

Gli organi fondamentali del "Centro" sono il Comitato Direttivo, il Comitato Scientifico, il Gruppo Operativo.

Art. 4

Il Comitato Direttivo, rappresentativo delle varie forze sociali, politiche e culturali presenti in Valle d'Aosta, è costituito da:

- un rappresentante designato da ognuna delle Comunità Montane;

- un rappresentante designato dal Consiglio comunale di Aosta;

- un rappresentante designato da ognuno dei Sindacati della scuola,

- un rappresentante designato dall'Assessore regionale alla Pubblica Istruzione.

La prima riunione del Comitato Direttivo è convocata dal rappresentante designato dall'Assessore alla Pubblica Istruzione entro 60 gg. dall'entrata in vigore della legge.

In tale riunione, o in quella immediatamente successiva, il Comitato Direttivo provvede a nominare il Segretario Cassiere, il Direttore del "Centro" e il Comitato scientifico.

Il Segretario Cassiere e il Direttore del "Centro" possono essere scelti fra i membri del Comitato Direttivo, nel caso fossero scelti al di fuori del Comitato Direttivo entrano a farne parte a tutti gli effetti.

Il Comitato Direttivo, per la cui attività i membri non hanno diritto a compensi, si riunisce almeno due volte all'anno, nel primo e nell'ultimo bimestre, regolamenta l'attività e le norme contabili del "Centro" con un apposito Statuto, approva la Relazione annuale sull'attività dell'Istituto e il bilancio finanziario preventivo e consuntivo.

Art. 5

Il Comitato Scientifico è designato dal Comitato Direttivo ed è formato da almeno cinque e non più di nove membri scelti, al di fuori dei membri del Comitato Direttivo, fra autorevoli linguisti, scrittori di lingua francoprovenzale, insegnanti autori di studi o pubblicazioni sul francoprovenzale o autori di sperimentazioni didattiche riguardanti il francoprovenzale.

Art. 6

Sia il Comitato Direttivo, sia il Comitato Scientifico durano in carica 4 anni, al termine dei quali si provvede a nuove designazioni con possibilità di riconferma degli stessi rappresentanti.

Art. 7

Il Gruppo operativo è composto dal Direttore del "Centro" da almeno due operatori culturali scelti preferibilmente fra personale docente inserito nei ruoli scolatici regionali o fra personale addetto alle biblioteche.

Il Direttore coordina il lavoro del "Centro", secondo le finalità e le norme indicate dalla presente legge e dallo Statuto interno; convoca le riunioni del Comitato Direttivo e del Comitato scientifico; elabora e sottopone al Comitato Direttivo la relazione annuale; provvede a trasmettere al Presidente della Giunta regionale, entro 60 gg. dalla loro approvazione, sia la Relazione annuale sia il bilancio preventivo e consuntivo.

Per permettere di riportare all'interno delle strutture educative e culturali l'esperienza e la competenza acquisita presso il "Centro" e per evitare una burocratizzazione del "Centro" stesso, nessun operatore potrà essere distaccato dalla scuola o dalle biblioteche per l'attività del "Centro" per più di tre anni consecutivi.

Art. 8

Le riunioni del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico sono aperte alla partecipazione, senza diritto di voto, di chiunque voglia portare un contributo all'attività del "Centro". Per permettere tale partecipazione, il luogo e la data di dette riunioni dovranno essere tempestivamente comunicati agli organi di informazione.

TITOLO IV

Disposizioni finanziarie

Art. 9

Per gli interventi previsti dalla presente legge è autorizzata la spesa annua di lire 60 milioni per gli anni finanziari 1979, 80, 81, 82.

L'onere derivante dall'applicazione della presente legge graverà sul capitolo 7100, che viene istituito nella parte SPESA del Bilancio di previsione della Regione per l'anno finanziario 1979, e sui corrispondenti capitoli di bilancio per gli anni successivi, fino al 1982.

Il finanziamento della maggiore spesa è assicurato da una maggiore entrata di pari somma accertata sul capitolo 20 della parte ENTRATA del Bilancio di previsione della Regione per l'anno finanziario 1979.

ART. 10

Al bilancio di previsione della Regione per l'anno finanziario per l'anno 1979 sono apportate le seguenti variazioni:

PARTE ENTRATA

- Variazioni in aumento:

- Capitolo 20:

"Entrate sostitutive dei proventi delle quote fisse di ripartizione fra lo Stato e la Regione, delle entrate erariali previste dall'art. 3 lett. a) b) c) della legge 6.12.1971, n. 1065"

£. 60.000.000

PARTE SPESA

- Variazioni in aumento

- Capitolo 7100

"Spese per il funzionamento del "Centro de promoxon de lo francoprovensal"

£. 60.000.000

La presente legge sarà pubblicata nel Bollettino Ufficiale della Regione.

È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge della Regione Valle d'Aosta.

Dolchi (P.C.I.) - Prima di dare la parola al Consigliere Riccarand, vorrei pregare di distribuire il parere che è stato emesso dalle Commissioni congiunte Affari Generali e Pubblica Istruzione. Allora, mentre si distribuisce il parere, ha la parola il Consigliere Riccarand per l'illustrazione.

Riccarand (Dem. Prol.-Nuova Sin.) - Lo scopo di questa proposta di legge, come dice il nome stesso, è l'istituzione di un Centro di promozione della lingua francoprovenzale, di quel particolare codice linguistico che comunemente viene definito "lo patoué"; chiarisco subito che uso l'espressione "lingua francoprovenzale" oppure "parlata francoprovenzale" o anche "parlate francoprovenzali" e non il termine "patoué" per una scelta che è motivata da diverse ragioni.

Il termine "patois" è un'espressione che almeno originariamente aveva un significato dispregiativo, cito soltanto uno studio uscito sulla Revue de linguistique romane del 1955 in cui si dice testualmente: "Patois: il termine patois se rattache au verbe patouiller, remuer, agiter les pattes, et était employé pour désigner en premier lieu le langage gesticulaire des sourds-muets; par la suite, mais avant que le mot ne paresse dans les textes, le mot aurait pris des sens plus généraux pour signifier jargon, langage particulier, langage rustique et même pour désigner le gazouillement des oiseaux et le langage des animaux".

Il termine "patois" viene usato nell'area francofona per indicare tutte quelle parlate che non sono diventate lingue di Stato, lingue ufficiali ed equivale un pochino all'italiano "dialetto", anche se il termine italiano "dialetto" ha un significato meno dispregiativo di "patois", e cioè un termine generico che indica parlate profondamente diverse appartenenti anche a famiglie linguistiche totalmente distinte.

In Francia si usa infatti il termine "patois" per indicare la lingua provenzale o lingua occitana, la lingua bretone che non è una lingua neolatina, l'alsaziano, il catalano, eccetera. Yves Person, uno studioso francese di problemi linguistici è molto severo su questo punto e vede nell'uso del termine "patois" uno strumento di dominio linguistico. C'è un volume pubblicato nel 1973 su la rivista Les temps modernes, una rivista diretta da Jean-Paul Sartre, in cui c'è uno studio di Yves Person su Impérialisme linguistique et colonialisme in cui è detto testualmente: "Le mot patois est un instrument linguistique qui était employé notamment pour dégrader et détruire l'occitan et a fini pour désigner exclusivement dans l'usage populaire. Selon le dictionnaire "Robert" un patois c'est un parler, un idiome locale employé par une population généralement peu nombreuse, souvent rurale, et dont la culture et le niveau de la civilisation sont inférieurs à ce milieu environnant".

Un terzo motivo per cui uso il termine "lingua" o "parlata" e non "patois" o "dialetto", è per indicare una volontà politica, una volontà cioè che riguarda il modo di organizzare il rapporto della gente all'interno di una comunità; una volontà politica di ridare alla lingua materna della maggioranza dei Valdostani un ruolo e una dignità pari a quelli delle lingue di Stato e delle lingue ufficiali, cioè della lingua italiana e francese. Del resto tutta la linguistica moderna ha ormai chiarito che la distinzione fra lingua e dialetto è di carattere sociologico-politico e non linguistico.

Tagliavini, uno dei massimi studiosi italiani di problemi linguistici delle lingue neo-latine ha scritto in un saggio: "La differenza fra lingua e dialetto è un problema di indole essenzialmente pratica e non scientifica, e può essere la conseguenza di fattori storico-politici; se domani, per ipotesi, la Repubblica di San Marino emanasse un decreto per cui la lingua nazionale ufficiale del territorio del suo Stato fosse dalla data "X" la parlata locale il dialetto romagnolo di San Marino potrebbe diventare agli effetti pratici una lingua ufficiale". E ancora Louis-Jean Calvet, che ha scritto un volume molto interessante, Linguistica e colonialismo, così dice a proposito del rapporto fra dialetto e lingua: "Da un punto di vista strettamente interno in questa definizione non c'è alcuna differenza fra una lingua e un dialetto, ambedue sono dotati di un proprio sistema lessicale, sintattico, fonetico. La differenza sta tutta nello statuto acquisito" e, ancora: "il dialetto non è che una lingua sconfitta e la lingua è un dialetto che si è imposto politicamente, o per essere più precisi un dialetto, la lingua è un dialetto i cui parlanti si sono impadroniti di una certa forma di potere mediante determinate forme sociali e politiche all'interno di un determinato quadro economico". Quindi io uso il termine "lingua francoprovenzale" e non il termine "patois".

Il termine "francoprovenzale" è stato coniato nel 1878 dallo studioso Graziadio Isaia Ascoli, il termine non è evidentemente molto felice, non è neanche un termine bello, anche per questo ha avuto una certa difficoltà ad imporsi ed ancor oggi è contestato. Altri hanno quindi proposto di usare differenti denominazioni. Joseph Henriet, uno studioso valdostano, ha ad esempio proposto di chiamarlo "arpitano", però questa proposta "arpitan" è strettamente legata a un progetto politico, un progetto di organizzazione statale, anche di uno Stato che è discutibile, e che quindi ha nuociuto forse all'utilizzo massiccio di questo termine. Altri invece vorrebbero chiamare il francoprovenzale semplicemente "valdôtain", però questa definizione è impropria perché la lingua, la nostra lingua, la lingua materna...la maggioranza dei Valdostani si estende ben al di fuori dei cortili della Valle d'Aosta e quindi sarebbe restrittivo usare il termine "valdôtain".

Io penso che almeno per ora, anche se in futuro non è esclusa una modifica, possa essere usato il termine "francoprovenzale", cioè un termine coniato più propriamente dai linguisti, scritto tutto attaccato come proposto dal linguista Keller. La necessità di assumere iniziative legislative per la tutela e lo sviluppo del francoprovenzale credo che sia difficilmente contestabile; le parlate francoprovenzali che un tempo erano diffuse e praticate oltre che in Valle d'Aosta anche in territori attualmente appartenenti agli Stati francese e svizzero e alla Regione Piemonte, hanno perso progressivamente terreno nei confronti dell'italiano e del francese, e attualmente solo in Valle d'Aosta il francoprovenzale è rimasta la lingua materna maggioritaria mentre dalle altri parti sta rapidamente scomparendo. E con la lingua scompare un aspetto fondamentale delle caratteristiche della cultura delle popolazioni alpine residenti un'ampia zona tutta intorno al Monte Bianco.

Nella situazione attuale soltanto dalla Valle d'Aosta può venire un segno effettivo di ripresa della lingua francoprovenzale, e questo per due motivi, essenzialmente: primo, perché da noi la lingua francoprovenzale può ancora contare, diversamente che in Savoia o in territori svizzeri o piemontesi, su un solido radicamento, è ancora una lingua largamente diffusa e usata; secondo, perché la Regione Valle d'Aosta, in base alle sue prerogative statutarie, a differenza di altre Regioni e di altre zone della Francia e della Svizzera, può assumere, volendo, iniziative concrete per sostenere la sua lingua popolare, iniziative che permettano a chi è di lingua materna francoprovenzale come avere gli strumenti e l'occasione per imparare meglio la propria lingua, sia sotto l'aspetto di linguaggio orale, sia sotto l'aspetto di linguaggio scritto. Penso che tutti quanti riconosciamo che molti Valdostani, quasi tutti i Valdostani che pure usano la lingua francoprovenzale, sono in gran parte degli analfabeti rispetto alla propria stessa lingua, nel senso che non hanno le occasioni, non hanno gli strumenti per fare una riflessione sulla propria lingua, non hanno le occasioni per migliorare la conoscenza della propria lingua. Inoltre vanno previste le iniziative che permettono anche a chi non conosce il francoprovenzale di impararlo e di usarlo tranquillamente con tutti gli altri abitanti della Valle d'Aosta.

Promuovere un'azione di valorizzazione della lingua francoprovenzale significa evidentemente mettere in discussione l'attuale assetto linguistico ufficiale della Valle d'Aosta, un assetto basato ufficialmente, statutariamente sul bilinguismo italiano-francese e che ignora l'esistenza di altre lingue e in particolare cito le due principali come diffusione, come caratteristiche: il francoprovenzale e il walser. Noi contestiamo questo bilinguismo così come contestiamo la posizione di chi mira al superamento del bilinguismo nel senso della francesizzazione della Valle d'Aosta, portando a termine con questo processo di francesizzazione un'operazione di sostituzione linguistica durata per secoli e interrottasi verso la fine dell'800 con l'affermazione di una nuova egemonia, dell'egemonia della lingua italiana.

Oggi soltanto una politica realmente plurilingue può rispondere in modo adeguato ai bisogni della popolazione valdostana, una politica cioè che sappia tener conto della presenza accanto alle lingue ufficiali, lingue cosiddette "di Stato", italiano e francese, delle lingue popolari e, in primo luogo, del francoprovenzale e del walser che hanno radici antiche in Valle d'Aosta. Politica plurilingue non significa però limitarsi a tollerare la presenza del francoprovenzale e del walser, mentre intanto ogni anno si spendono miliardi per insegnare a diffondere la conoscenza dell'italiano e del francese; politica plurilingue significa incominciare a spendere massicciamente in denaro e energie anche per un patrimonio culturale gravemente minacciato di disgregazione ed estinzione.

In questa strategia plurilingue, l'istituzione di un Centro de promoxon de francoprovensal non è quindi che il primo passo. Il secondo passo, a mio avviso, dovrebbe essere l'introduzione dell'insegnamento del francoprovenzale nelle scuole, a partire dai villaggi e dai paesi in cui il francoprovenzale è la lingua di tutti. Però senza il primo passo, senza l'istituzione di un organismo in cui ci sia la formazione di insegnanti, in cui ci sia un approfondimento sul problema della lingua francoprovenzale, evidentemente diventa difficile - per non dire impossibile - fare il secondo passo, cioè entrare con l'insegnamento del francoprovenzale nella scuola.

La proposta di legge è stata presentata a metà gennaio ed è stata presentata senza la procedura d'urgenza, proprio per permettere una discussione ampia sul suo contenuto. Ora, devo dire che la discussione è avvenuta più al di fuori di questo Consiglio che all'interno di questo Consiglio in cui c'è stata un'estrema reticenza nel prendere posizione sui contenuti della proposta di legge. All'esterno del Consiglio invece, sono emerse le posizioni e c'è stato un dibattito, ci sono state posizioni favorevoli e ci sono state posizioni contrarie. Io non mi soffermo su quelli che sono i giudizi favorevoli rispetto ai contenuti della legge, mi soffermo invece su quelle che sono state le obiezioni e le critiche sulla proposta di legge, che sono venute fondamentalmente...anzi, mi pare quasi esclusivamente, da esponenti dell'Union Valdôtaine.

Vediamo quali sono le più significative di queste obiezioni critiche. La prima delle obiezioni è che esiste già un Centro per il francoprovenzale a Saint-Nicolas e quindi si proporrebbe con questa legge un doppione. A Saint-Nicolas, in realtà, attualmente esistono il Museo Cerlogne et il Centre d'études francoprovençales dove si svolgono saltuariamente delle giornate di studio, si conserva il materiale dei Concours Cerlogne, si riuniscono periodicamente esperti del francoprovenzale provenienti per lo più da fuori Valle; ecco, si tratta di una struttura che è senza dubbio utile, ma non è sufficiente. Infatti tutti, e fino adesso tutti, riconoscono la necessità di potenziare il Centro di Saint-Nicolas, e potenziarlo significa in pratica delle cose ben precise: significa dargli un riconoscimento giuridico e legislativo, cosa che attualmente non ha, in quanto il Centro di Saint-Nicolas è attualmente una struttura fondamentalmente di tipo privato in cui la Regione è presente solo con una persona, che era Willien. Adesso evidentemente dovrà essere sostituito, ma c'era solo una persona che rappresentava la Regione all'interno di questo organismo, e poi la Regione contribuisce l'attività del Centro con dei finanziamenti periodici, finanziamenti fatti per lo più sulle singole iniziative del Centro.

Quindi, primo punto: dare un riconoscimento giuridico e legislativo al Centro per la promozione del francoprovenzale; secondo: si tratta di dotare tale centro di un finanziamento che sia ampio, stabile, consistente e non legato alle singole iniziative, perché ciò non rende possibile una programmazione, una continuità dell'attività; terzo: si tratta di dotare tale centro per la promozione del francoprovenzale di un organico. Attualmente il Centre de Saint-Nicolas è chiuso per il maggior numero dei giorni all'anno, è aperto per lo più d'estate, in quanto funziona come Museo ed è visitato dai turisti, però non serve all'attività quotidiana, non serve al lavoro quotidiano, ad esempio, degli insegnanti rispetto alla scuola, eccetera, non ha un organico stabile; quarto punto: si tratta di dislocarlo in una zona diversa e più accessibile perché possa essere punto di riferimento, di utilizzo quotidiano, e non soltanto luogo in cui si va ogni tanto a fare qualche stage o in cui si conservano dei reperti. Del resto, l'importanza della dislocazione di un simile centro per avere un'attività efficace, per essere capace di incidere sulla realtà linguistica, è dimostrata penso da parte di qualsiasi centro di educazione che si propone di svolgere un'attività promozionale decisiva nei confronti della realtà regionale. Il Centro sul problema delle scienze, il "Centre pour l'enseignement de la langue française", tutti questi centri sono dislocati ad Aosta, ma il problema non è che siano dislocati ad Aosta, il problema è che siano dislocati in una posizione centrale rispetto alla realtà regionale da poter essere punto di riferimento per tutti, perché possono essere utilizzati quotidianamente da chi lo ritiene e li ritiene utili.

Ora, quindi, risolvere tutti questi problemi: riconoscimento giuridico, finanziamento, organico, dislocazione, eccetera, significa di fatto creare una nuova struttura come indicata in questa proposta di legge. Quindi qui non c'è un antagonismo, del resto nella proposta di legge sono indicati chiaramente gli strumenti per collegare l'attività del Museo di Cerlogne, Saint-Nicolas e Centro Saint-Nicolas con la proposta del Centro che ho fatto, non si tratta di creare due strutture diverse, si tratta di creare un qualcosa di più che inglobi anche quello che è il Centro di Saint-Nicolas e che permetta di fare un passo in avanti, un passo molto più importante nella difesa del francoprovenzale.

Un ultimo punto che va superato per quanto riguarda il francoprovenzale, è l'impostazione, ad esempio, dell'attività del Centre d'études de Saint-Nicolas. Si tratta di passare da un centro di studi, cioè da un centro gestito essenzialmente da pochi specialisti secondo un'ottica tecnicistica e che serve soprattutto alla carriera e alla buona reputazione di qualche professore di Università di Grenoble, di Torino, della Svizzera, ad un centro di promozione, un centro dinamico in grado di incidere effettivamente sulla situazione linguistica valdostana che non si limiti quindi a registrare la presenza di un fenomeno linguistico interessante. Cioè non è sufficiente da parte della Regione dire: "da noi c'è questo fenomeno, lo registriamo, lo conserviamo per i posteri", si tratta di fare una politica promozionale in questo campo che è una cosa che va ben al di là di un semplice Centre d'études, evidentemente. Questo quindi per quanto riguarda la prima obiezione che esiste già un Centre a Saint-Nicolas.

La seconda obiezione riguarda essenzialmente il punto f) dell'articolo 2, cioè la richiesta contenuta nella proposta di legge che il Centro si faccia anche carico di favorire un processo di omogeneizzazione fra le parlate francoprovenzali e un processo che porti ad una progressiva utilizzazione di una comune grafia. Questo punto è stato contestato da diverse persone, in diverse occasioni; ora si è contro l'omogeneizzazione e l'utilizzo progressivo di una comune grafia, allora a mio avviso può essere giusta questa preoccupazione, può essere giusta nel senso che non bisogna imporre una grafia unificata, nel senso che secondo me noi non possiamo metterci lì, a tavolino, decidere in quattro e quattr'otto qual è la grafia che tutti devono usare e poi si usa quella grafia e chi non la usa sbaglia e viene bocciato! No, il problema non è questo, mi pare comunque evidente che si debba favorire e non quindi imporre, ma favorire un processo di unificazione delle parlate, soprattutto di unificazione del modo di scrivere questa parlata.

Questo processo del resto, questa situazione si verifica in tutte quante le situazioni in cui esistono problemi analoghi al nostro, in tutte le popolazioni, in tutte le nazionalità che si pongono il problema di riutilizzare la propria lingua e di usare la propria lingua anche come elemento di identificazione nazionale e di riappropriazione di un proprio strumento. Vediamo il caso del Friuli con il friulano, il caso del sardo in Sardegna, eccetera, in Corsica, eccetera. In tutte queste zone le legislazioni si pongono il problema dell'unificazione e della grafia, in qualsiasi di queste legislazioni questo problema è posto e ci sono dei tentativi, c'è un problema di superamento.

Ora, a dire che qua, in Valle d'Aosta, noi questo problema non ce lo poniamo, vuol proprio dire chiudere gli occhi di fronte a una realtà, a meno che - e qui veniamo a un punto abbastanza dolente - dietro questo discorso sulla necessità di mantenere le diversità, non ci sia però - e secondo me c'è - un altro tipo di preoccupazione, che non è la giusta preoccupazione di dire: "non imponiamo niente, lasciamo che rispettiamo la diversità", eccetera...questo è giusto, ma spesso dietro al discorso "non usiamo una comune grafia" non cerchiamo un'organizzazione, eccetera, c'è un altro tipo di discorso che è inaccettabile, che è profondamente pericoloso per la situazione del francoprovenzale, ed è questo: il discorso consiste nella teoria, sostenuta ad esempio in Valle d'Aosta negli scritti di Bétemps, di Grosjacques e pubblicati anche sur Le Peuple Valdôtain, in cui si sostiene - cito questo articolo di Alexis Bétemps, appunto - che "la langue unifiante qui résume le patois est le français".

Ecco, di fronte a questa e altre affermazioni che da un punto di vista linguistico sono delle assurdità, nel senso che se la lingua unificante, la lingua che esprime dal punto di vista grafico il patois e il francoprovenzale è il francese, allora come mai Cerlogne ha usato, ha scritto in francoprovenzale, ha scritto in patois, come mai si fanno dei Concours Cerlogne in cui si invitano i ragazzi a scrivere in francoprovenzale, a scrivere in patois, come mai? C'è tutta una tradizione...anzi l'unica tradizione poetica seria, in Valle d'Aosta, è una poetica in lingua francoprovenzale, è quella espressa fondamentalmente da Cerlogne, da "Tanta Neisse" e anche da Martinet. Chiaramente questa affermazione è semplicemente un'assurdità, è un'assurdità che si spiega perché evidentemente dietro c'è una scelta ben precisa. Allora, a mio avviso Bétemps, Grosjacques e tutto il gruppo...e il gruppo, per non dire "tutto"...il gruppo dirigente dell'Union Valdôtaine, hanno fatto una scelta precisa, a mio avviso, una scelta che è coerente con la natura e la storia dell'Union Valdôtaine, una scelta che è quella di considerare perdente il discorso del francoprovenzale e di puntare tutto sul francese, per giustificare appunto col francese l'autonomia, per rivendicare eventualmente l'indipendenza della Nazione valdostana, eccetera, eccetera. Però questa è una scelta politica; io posso capire le motivazioni di chi dice: "ma noi il francoprovenzale non siamo in grado di difenderlo, non siamo in grado di svilupparlo, puntiamo tutto sul francese"; questa è una scelta, però io penso che sia una scelta che espropria la popolazione valdostana di tutto il proprio retroterra culturale. È una scelta questa che, del resto, non è, a mio avviso, recente; l'Union Valdôtaine, a mio avviso, ha già fatto in passato questo tipo di scelta, coerentemente, come dicevo prima, col suo carattere fondamentalmente di gruppo borghese. E questo spiega perché, pur essendoci stato per venti anni, in Valle d'Aosta, su trentatré di Governo regionale, un Presidente della Giunta dell'Union Valdôtaine, e quindi un'Union Valdôtaine presente in maggioranza, non si è mai fatta, in tutti questi anni, è una legge per il patois, per il francoprovenzale.

Oggi questa scelta pro francese contro il francoprovenzale viene ribadita, però io ho detto prima che posso capire le motivazioni politiche su questa scelta, anche se non le condivido; quello che non accetto è che non venga detto chiaramente che questa scelta è stata fatta, non venga detto chiaramente alla popolazione valdostana che è stato fatto questo tipo di scelta, di considerare il francoprovenzale come una realtà che ormai è destinata progressivamente a scomparire, che semmai può essere conservata come un ricordo, come una tradizione, un qualcosa che fa parte del folklore della Valle d'Aosta, eccetera, eccetera.

Un terzo punto su cui vorrei soffermarmi è una critica, è un altro punto che è stato criticato non tanto sulla proposta di legge, quanto piuttosto sull'impostazione che sta dietro alla proposta di legge, cioè su quella di dire: "valorizziamo il francoprovenzale, valorizziamo la parlata materna della maggioranza dei Valdostani". Allora una critica che viene frequentemente in questi tempi che è pesante e anche un pochino avvilente come critica, a mio avviso, è quella di dire che chi si preoccupa di difendere il francoprovenzale fa come i Fascisti ed è mosso esclusivamente, fondamentalmente, da una volontà strumentale, cioè usa il francoprovenzale, usa il patois, per combattere il francese. Questa è un'accusa che è stata scritta su Le Flambeau, su Le Peuple Valdôtain, nella lettera di Clos, in tante occasioni ribadita ed è un'accusa molto pesante su cui è bene soffermarsi un pochino. Ora, è chiaro che non è molto facile rispondere a queste affermazioni che sanno molto di calunnia evidentemente, con delle argomentazioni che, diciamo così, cercano di essere serene. Comunque io voglio cercare di chiarire un pochino in cosa consiste questa critica, in cosa consiste questa affermazione e perché è totalmente infondata questa affermazione che Zanotto, Clos, Grosjacques, Bétemps, eccetera, sostengono ripetutamente, noiosamente, cercando con questo di fare del terrorismo di tipo culturale.

Vorrei fare un'ipotesi: mettiamo che sia vera questa tesi, cioè che sia vero che il Fascismo in Valle d'Aosta avesse fatto un'azione di tutela e di promozione del patois, del francoprovenzale per contrapporlo al francese usandolo come arma contro il francese, ammettiamo per ipotesi che questo sia vero, allora io mi chiedo: che conseguenze noi dobbiamo trarre da questo? Che allora non dobbiamo più difendere il patois perché il Fascismo aveva una sua ipotesi di utilizzo strumentale di questa lingua? Io mi chiedo: i Bretoni (non so se qualcuno di voi ha studiato la storia della Bretagna, del movimento di lotta dei Bretoni), i Gruppi Indipendentisti Bretoni, durante la seconda guerra mondiale, sono stati contattati e si sono posti a fianco, hanno collaborato coi Nazisti, coi Tedeschi? Questo significa che allora noi dobbiamo dire che i Bretoni non devono più lottare per la loro autonomia perché ci sono stati gruppi, perché i Tedeschi hanno cercato di usare strumentalmente contro i Francesi questa rivendicazione della loro autonomia? Oppure la questione della Corsica...ma sono solo casi, li potrei citare anch'io...in Corsica sappiamo tutti che Mussolini nel Movimento Fascista degli anni '30 ha cercato di fomentare, dì sviluppare il Movimento separatista dei Corsi della Francia, e allora noi che conseguenza dobbiamo trarre da questo Movimento Corso che rivendica l'autonomia all'interno dello Stato francese? Che non ha più dignità, non deve più esistere? Facciamo attenzione!

Comunque, dicevo, questa è un'ipotesi, è un'ipotesi diciamo al limite, in realtà non è vero, questa accusa è semplicemente falsa, è semplicemente falsa perché la storia insegna, e chiunque abbia studiato un pochino l'istituzione, l'atteggiamento sui problemi del Fascismo sa benissimo che il Fascismo è stato uno dei principali nemici di ogni forma dialettale, di ogni forma di linguaggio popolare, ha fatto di tutto per imporre la lingua italiana. C'è uno scritto, La lingua italiana e il Fascismo, che consiglio di leggere a chi evidentemente sostiene queste teorie, e qui sono riportate alcune veline in cui il Governo mandava alla stampa i giornali dicendo come dovevano comportarsi rispetto alle parlate popolari. Qui ce n'è una, per esempio del 1931, destinata alla stampa; questa velina del Governo dice: "Non pubblicare articoli, poesie o titoli in dialetto. L'incoraggiamento alla letteratura dialettale è in contrasto con le direttive spirituali e politiche del regime rigidamente unitario. Il regionalismo e i dialetti, che ne costituiscono la principale espressione, sono residui di secoli di divisioni e di servitù della vecchia Italia.". Oppure ancora un'altra velina del Governo mandata alla stampa perché si adeguasse ai suoi ordini, questa è del 1941 e dice: "Quotidiani, periodici e riviste non devono occuparsi più in modo assoluto del dialetto; non occuparsi di produzioni dialettali e dialetti in Italia, sopravvivenza del passato, che la dottrina morale e politica del Fascismo tende decisamente a superare.".

Ora, qualcuno mi potrebbe dire: "sì, in Italia, però in Valle d'Aosta la situazione è diversa". E non è vero, non è vero perché nelle Biblioteche regionali sono conservate le pubblicazioni fasciste, La Provincia di Aosta e la rivista Aosta, che erano i due organi ufficiali del Partito Fascista in Valle d'Aosta; chiunque può andare lì e consultare se riesce a trovare traccia di francoprovenzale all'interno di queste due pubblicazioni che coprono tutto l'arco del periodo fascista. Non ci sono tracce di francoprovenzale, non ci sono, evidentemente, neanche tracce di lingua francese. Anzi, io vorrei dire un'altra cosa: c'era in Valle d'Aosta una delle poche pubblicazioni, esistevano pubblicazioni che si servivano, pubblicavano dei testi in francoprovenzale; una di queste era Le Messager Valdôtain. Su Le Messager Valdôtain, proprio perché aveva una diffusione di carattere popolare, proprio perché si rivolgeva a tutta la popolazione, comparivano spesso dei racconti e delle poesie, eccetera, in francoprovenzale, anzi, era forse l'aspetto che ha determinato il successo del Messager, insieme all'oroscopo e al calendario, che ha permesso una sua diffusione anche fra la popolazione.

Ora, io ho qui due copie del Messager Valdôtain del 1939 che, conformandosi evidentemente a quelli che erano gli ordini del Fascismo, diventa il Messaggero Valdostano, cioè viene bandito il francese. Ora io vi invito a guardare sul Messaggero Valdostano del 1942 e del 1943 se ci sono tracce di francoprovenzale; tutto quello che c'era in precedenza in francoprovenzale scompare, così come era scomparsa la lingua francese. Lo stesso processo di distruzione e di attacco nei confronti della lingua francese avviene nei confronti del francoprovenzale.

Certo che il Fascismo dà più importanza all'attacco contro la lingua francese, ma questo mi pare che sia una cosa facilmente comprensibile ad ogni persona di buona volontà che non vuole fare delle strumentalizzazioni. Perché il Fascismo attacca più ferocemente la lingua francese che non il francoprovenzale? Perché la lingua francese in Valle d'Aosta per il Fascismo era pericolosa, non tanto in quanto lingua della popolazione valdostana, ma in quanto lingua di uno Stato nemico del fascismo, dello Stato italiano, era la lingua dello Stato francese, era la lingua dello Stato contro cui l'Italia stava entrando in guerra e, non a caso, il processo culminante. Il processo culminante, quello che si chiama la "gallofobia", cioè la lotta contro il francese in Valle d'Aosta, avviene nel 1939, vale a dire nel momento in cui l'Italia si appresta ad entrare in guerra contro la Francia, quindi quella non è tanto la lingua dei Valdostani quanto la lingua di uno Stato nemico, che poteva creare un sacco di preoccupazioni. È per questo che viene combattuto con più accanimento, mentre il francoprovenzale, essendo lingua popolare, essendo lingua scarsamente trascritta, evidentemente non è pericolosa per il regime fascista e quindi non si preoccupano di fronte ad un pericolo molto maggiore, non si preoccupano evidentemente in modo particolare della lingua provenzale, la combattono qui come dalle altre parti, niente di più, mentre invece al francese dedicano un'attenzione tutta particolare, in questo si giustifica senza andare a dire falsamente, erroneamente, calunniosamente che il Fascismo ha difeso il francoprovenzale in Valle d'Aosta e che chi adesso difende il francoprovenzale fa come i Fascisti insomma! Queste prese di posizione sono proprio assurde.

Un ultimo punto...ecco, un discorso un pochino particolare vorrei fare per quanto riguarda la lettera di Adolphe Clos - Presidente del Comité des Traditions françaises...Comité des Traditions Françaises, e adesso spiegherò perché lo chiamo così, non è un lapsus. In questo libro di Louis-Jean Calvet, che ho citato prima, c'è scritto: "La francofonia non è che l'ultima, in ordine di tempo, trovata linguistica, l'ultima trovata più sofisticata e sottile escogitata in vista di recuperare il terreno perduto con l'avvento dell'indipendenza delle ex colonie... (qui si riferisce alla francofonia nei confronti dei territori coloniali africani, ex colonie francesi in Africa) ...al colonialismo è subentrato il neo-colonialismo e di esso la francofonia è l'espressione linguistica più compiuta e più subdola per le equivoche teorizzazioni culturali di cui si ammanta; si pensi agli scritti teorici di un Léopold Sédar Senghor e... (dice sempre Calvet) ...ancora una volta, attraverso la lingua... (sempre su questo problema della francofonia) ...è il popolo che si defrauda, è la cultura popolare che viene negata, ancora una volta si dice dì agire per il popolo e intanto gli si toglie la parola". Si vuol trovare alla francofonia una motivazione, un semi-ideale che faccia del francese uno strumento di solidarietà e di cooperazione tra tutti quei Paesi che l'utilizzano come lingua di comunicazione, come mezzo di scambio nel lavoro. La paternità ufficiale di questo progetto, non a caso, risale al Presidente Senghor, il prototipo di quelle élites africane formatesi in Europa, che già nel 1946 aveva esaltato...e qui cito quello che diceva Senghor, Senghor chiamava il francese: "il meraviglioso strumento trovato tra le macerie del regime coloniale", questo strumento meraviglioso residuo delle dominazioni coloniali è appunto la lingua francese.

Ora, io ho citato queste affermazioni di Calvet perché Adolphe Clos in un suo intervento, mi pare che fosse pubblicato su Le Flambeau nel 1976, in un suo intervento alla troisième journée du patois, svoltasi appunto nel 1976, cita abbondantemente Léopold Senghor che definisce "l'un des plus grands poètes francophones contemporains", e Senghor è senza dubbio un ispiratore di tutta la visione di Clos, anche se evidentemente Clos va visto in proporzione alla realtà valdostana.

Ora, nella lettera che il Presidente del Comité des Traditions Françaises mi ha mandato, e ha mandato a tutti i Consiglieri invitandoli a respingere, eccetera, c'è scritto: "le rapporteur de la loi s'est toujours déclaré ennemi farouche de la francophonie...", eccetera, eccetera. Allora io non ho nessuna difficoltà ad ammettere che questo rimprovero, questa accusa di Clos è giusta; la francofonia è a mio avviso imperialismo linguistico, ed è cosa ben diversa dal riconoscere un ruolo e una funzione importante del francese in Valle d'Aosta come da altre parti, sono due cose ben diverse: un conto è quella che è l'ideologia della francofonia, un conto è la possibilità di utilizzare positivamente la lingua francese. Del resto queste cose, Clos, quando fa queste accuse, dovrebbe saperle, nel senso che lui nella sua Biblioteca fra l'altro conserva anche parecchie copie di un libro che io ho scritto e che è interamente in lingua francese, perché in quel caso era utile, era opportuno usare la lingua francese in quanto è un libro che riguarda l'émigration valdôtaine, evidentemente si rivolgeva a molti immigrati valdostani in Francia, era utile scriverlo in lingua francese; quindi il problema non è la lingua francese in quanto tale o la lingua italiana in quanto tale, il problema è l'utilizzo che si fa di queste cose qua, lo strumento che divengono. Ora la francofonia è uno strumento di questo imperialismo linguistico.

Del resto parlo di Comité des Traditions Françaises proprio per questo motivo, perché l'azione di Adolphe Clos, l'azione ad esempio che si esprime attraverso la rivista Le Flambeau è un'azione tutta tesa in questa prospettiva, non a caso Le Flambeau è una rivista che è pagata con soldi pubblici, è pagata dalla Regione, è espressione del Comité des Traditions che ufficialmente si chiama Valdôtaines, ma secondo me non ha niente a che fare con les traditions valdôtaines...ebbene, questa rivista fa regolarmente opera di censura nei confronti degli scritti che le vengono mandati. Ora questo si è verificato - io conosco il mio caso, nel senso di articoli che io ho mandato e non sono stati pubblicati - nello stesso momento in cui venivano pubblicati dei saggi che criticavano le mie affermazioni; ora io mi chiedo, nel momento in cui Le Flambeau pubblica un articolo di Piero Grosjacques che critica la mia posizione, perché non può essere pubblicato nello stesso tempo insieme alla critica di Grosjacques il testo che lui critica, in modo che la gente almeno sia documentata; dopodiché, quando si manda una lettera chiedendo delle spiegazioni, chiedendo qualcosa ai Dirigenti de Le Flambeau non solo questa lettera non viene pubblicata, ma ad essa non viene mai data neanche una risposta, perché evidentemente diventa un pochino fastidioso. Io pregherei l'Assessore Viglino, quando è possibile, di farmi avere una spiegazione sul modo con cui viene gestita questa rivista, sul perché effettua sistematicamente un'operazione di censura nei confronti di chi dà dei contributi che penso siano linguistici, quindi attinenti all'attività che dovrebbe fare Le Flambeau e il Comité des Traditions.

Un'ultima considerazione riguarda una lettera inviata dai Professori che fanno parte del Comité Scientifique del Centre di Saint-Nicolas, Tuaillon, Grassi, Schüle, che hanno mandato una lettera in cui esprimono un giudizio, una loro valutazione sulla proposta di legge che io ho presentato in Consiglio. Ora, questa lettera è a mio avviso scorretta, è scorretta perché spaccia per un giudizio scientifico - quindi attinente la lingua francoprovenzale, il suo significato, il suo sviluppo, le sue possibilità, eccetera, che è cosa che possiamo chiedere a loro - quello che invece è un giudizio politico, tanto è vero che in questa lettera sono fatte delle affermazioni che non c'entrano niente con la proposta di legge; viene detto, ad esempio, che nella proposta di legge sarebbero contenute delle proposte per non insegnare più l'italiano e il francese...io chiedo a qualunque Consigliere che abbia letto la proposta di legge: c'è scritto che non si deve più insegnare l'italiano e il francese? C'è scritta un'altra cosa, non c'è scritto questo! Ma dico, la logica! L'italiano ed il francese evidentemente devono essere insegnati perché sono strumenti utili alla Comunità valdostana, ma nello stesso tempo va promossa un'azione nei confronti della lingua materna della popolazione valdostana, di gran parte della popolazione valdostana, nei confronti della lingua francoprovenzale, che è cosa ben diversa!

Ora Schüle, Tuaillon e Grassi...a parte il fatto che io vorrò verificare se queste firme corrispondono al dibattito reale, chi ha materialmente scritto questa lettera, perché io ho sentito fare delle affermazioni dal Professor Grassi completamente diverse da quelle che sono contenute in questa lettera, comunque quella è una verifica che si potrà comunque sempre fare, perché io vorrei, quanto prima possibile, che facciamo una riunione delle Commissioni congiunte coi Professori Schüle e Grassi per fare in modo che ci spieghiamo su queste cose, chiariamo quello che loro sostengono...com'è possibile che questi qua ancora vengano a dire, diciamo così, che bisogna distinguere fra dialetto e lingua, che il francoprovenzale è solo un dialetto, la lingua invece sono altre cose, eccetera, eccetera?

Quello che però io ritengo grave è che questi Signori sono il Comité Scientifique del Centre di Saint-Nicolas, cioè sono le persone a cui noi abbiamo affidato la tutela del francoprovenzale in Valle d'Aosta; queste persone, che dovrebbero promuovere l'azione di difesa del francoprovenzale in Valle d'Aosta, di fronte ad una proposta di legge del francoprovenzale cosa dicono? Ma pensiamo all'italiano e al francese! Loro dicono questo. Questo a me preoccupa, preoccupa molto, insomma!

Concludendo questa presentazione, io voglio ribadire che la proposta di legge è stata presentata a metà gennaio, in tutti e tre i mesi in cui questa proposta di legge è stata a disposizione dei Consiglieri...ho detto prima che normalmente tutte le proposte di legge vengono presentate con la procedura d'urgenza, qui c'è stato ampio tempo per dibattere, però c'è stato dibattito fuori del Consiglio, all'interno c'è stata molta resistenza, reticenza...in tre mesi non è emersa nessuna proposta alternativa o correttiva, io avevo detto che ero disposto a ritirare la proposta di legge se veniva presentato qualcos'altro di alternativo che permettesse ugualmente un'azione di tutela del francoprovenzale.

La morte di René Willien ha evidentemente privato i "patoisans" valdostani di un animatore prezioso ed estremamente attivo e la situazione si è quindi ulteriormente aggravata, nel senso che Willien costituiva un pochino il perno dell'attività del Centre di Saint-Nicolas e cioè era l'elemento locale che cercava di dare un qualcosa, di fare qualcosa di concreto nella realtà locale e non solo delle autorizzazioni che lasciano il tempo che trovano.

Ora, io spero che il Consiglio, nel valutare questa proposta di legge, tenga conto anche di questi dati di fatto, cioè del fatto che la situazione...è passato così tanto tempo, sono passati questi mesi senza che venissero fuori delle nuove indicazioni, senza che venissero fuori...e nel frattempo la situazione peggiora di giorno in giorno, perché se noi non prendiamo iniziative è chiaro che la situazione, lasciandola di per sé alla spontaneità come qualcuno vorrebbe la si lasciasse...la situazione, per la lingua francoprovenzale, è destinata a deteriorarsi irrimediabilmente.

(applausi in tribuna)

Dolchi (P.C.I.) - È aperta la discussione generale. Richiamo il pubblico a non manifestare né consensi né dissensi e do la parola al Consigliere Faval.

Faval (U.V.) - La proposition de loi présentée par Monsieur Riccarand pose au Conseil régional un problème très important et je dirais, en même temps, très délicat. En effet, c'est sur la base de ces considérations que personnellement, et à titre personnel, j'ai voulu prendre la parole. À ce propos, puisque Monsieur Riccarand nous pose des questions, en même temps d'ordre scientifique et culturel, soit en même temps politique, je dois avouer que personnellement j'ai grand estime de Monsieur Riccarand pour le sérieux qu'il met habituellement dans ses interventions et je dois encore souligner maintenant le sérieux qu'il a mis dans cette présentation. Moi j'ai, entre autres, chronométré le tout, il a mis quarante-trois minutes pour faire cette illustration, très valable, mais valable d'un point de vue qui est, fondamentalement un point de vue politique.

Alors, comme lui-même il a choisi de s'exprimer par exemple en langue italienne, en faisant dans cela un choix politique, moi-même, en tant que Valdôtain avant tout et non pas en tant que représentant de l'Union Valdôtaine, mais - je le dis à cœur ouvert - en tant que Valdôtain, je me permettrai de faire cette petite intervention en français. Je m'excuse auparavant si j'arriverai à faire de la petite polémique, mais ce n'est pas ça que je cherche avec Monsieur Riccarand...moi-même, au contraire, je ferai cette petite intervention en français, avec ce petit et ce pauvre français que, malheureusement, j'ai appris en Vallée d'Aoste, parce que, je le souligne à nouveau, malheureusement on ne m'a pas appris à parler mieux ma langue maternelle, c'est-à-dire la langue maternelle des Valdôtains.

J'ai pris des notes, et la première des réflexions que j'ai à faire est la suivante. Tout en tenant compte de la bonne volonté, si vous voulez, d'un point de vue scientifique...domaine dans lequel personnellement je n'ai ni la volonté, ni la capacité surtout d'entrer parce que je n'ai pas toutes les connaissances que Monsieur Riccarand a...j'ai remarqué une chose: Monsieur Riccarand fait un panachage des questions d'ordre scientifique et culturel d'un côté et, de l'autre, des questions d'ordre politique.

À ce point alors je souligne le fait qu'ici, au Conseil régional, nous devons avant tout parler en termes politiques et "politiques" dans le sens étymologique le plus connu, disons le terme aristotélique, c'est-à-dire non pas partitique, ne pas faire des choix en fonction...nous, en tant que Conseil régional...en fonction de ce qui est la réalité valdôtaine.

Quand à ce propos j'entends Monsieur Riccarand (je prends une des dernières affirmations qu'il a faites) dire que la francophonie, la prétendue francophonie de la Vallée d'Aoste est une sorte d'impérialisme..."imperialismo" vuol dire - je le répète en langue italienne, de façon à ne pas être confondu ou mal compris - "imperialismo linguistico", je me demande, à ce point, quel est l'adjectif ou la définition que Monsieur Riccarand veut attribuer à l'emploi, ici, en Vallée d'Aoste, de la langue italienne, c'est une curiosité personnelle!

Monsieur Riccarand a avant tout cité un certain...et je dis "un certain", pas par mauvaise éducation, mais c'est parce que moi, personnellement, je l'ai dit avant, je l'avoue, je n'ai pas les connaissances que Monsieur Riccarand a dans le domaine linguistique...a cité Monsieur Graziadio Ascoli, et il l'a cité dans le sens qu'il a été, si je n'ai pas mal compris, le premier linguiste qui a défini la langue francoprovençale...juste? Dans ce rapport qu'il nous a présenté, à nous, les Conseillers, entre guillemets il y a écrit la phrase suivante: "Chiamo francoprovenzale - c'est Graziadio Isaia Ascoli qui parle - un tipo idiomatico il quale insieme riunisce con alcuni suoi caratteri specifici, più altri caratteri, che parte sono comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica, non quasi dissimile da quella, per cui fra di loro si distinguono gli altri principali tipi neo-latini".

À ce propos, puisque la source est la même qui a été citée par Monsieur Riccarand, je me demande à ce point, puisqu'il reproche à l'Union Valdôtaine d'imposer une sorte d'impérialisme linguistique d'un côté qui, d'ailleurs, d'après son point de vue politique, est aussi une sorte d'impérialisme économique et politique, juste? ...puisque Monsieur Isaia Graziadio Ascoli soutient lui-même, c'est sa source, que ce francoprovençal "ha dei caratteri che sono comuni al francese, parte lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda...", et cetera, ici il n'y a rien d'italien dans ce francoprovençal, il y a tout de même quelque chose qui se rattache, bien ou mal, si l'on veut d'un côté ou si on ne le veut pas, qui se rattache quand même au français.

Alors je dis ceci: du point de vue politique l'Union Valdôtaine a la fonction, le courage de ne pas ignorer l'histoire, c'est tout, c'est tout simple. Malheureusement, ici, dans ce Conseil, il y en a d'autres, ailleurs, en dehors du Conseil régional, qui, en fonction de certaines théories - et je souligne "théories politiques" - prétendent ignorer...eux-mêmes, et cela pourrait encore passer, mais ils prétendent faire oublier aussi aux autres l'histoire. Monsieur Riccarand, on ne peut pas oublier, je voudrais vous rappeler ce que disait un certain Bacon, Sir Francis Bacon disait: "Nous sommes des nains sur les épaules des géants"; en disant cela il voulait nous faire réfléchir sur le fait qu'il faut apprendre de ceux qui nous ont précédés, et alors on ne peut pas ignorer ce qu'il y a eu avant, on ne peut pas l'oublier!

À ce point, puisque l'on prétend, j'ai entendu Monsieur Riccarand dire: "no a una grafia unificata, ma ad una ricerca di unificazione delle parlate"...eh bien, là, moi, toujours en avouant que je n'ai aucune expérience et je n'ai aucun titre pour entrer dans le domaine spécifique de la science linguistique, je me permets de demander ceci: alors l'unification prévue, "la ricerca dell'unificazione delle parlate", qu'est-ce que c'est? C'est la recherche d'une espèce de koiné au-dessus de ce qui est la réalité actuelle, c'est juste? ...de proposer comme il est proposé d'un point de vue, ici et là, il faut l'avouer, il faut être sincères, il faut être honnêtes surtout. La recherche politique d'imposer un certain langage qui au fond n'existe pas, c'est la recherche, je répète, d'une koiné créée en prenant des suffixes et tout ça. Dans les différents "codici parlati" comme il dit Monsieur Riccarand, qui existent actuellement en Vallée d'Aoste et c'est là aussi une opération d'ordre théorique, d'ordre culturel, si vous voulez, qui a pu avoir sa valeur, c'est une opération d'ordre politique bien précise qui veut en tout cas - et c'est ça ce que je tiens à souligner - altérer la réalité culturelle de la Vallée d'Aoste.

À ce point je me demande encore, puisque Monsieur Riccarand lui-même a employé dans la proposition de loi cette phrase: "Istituzione del Centro de Promoxon de lo francoprovensal"...je ne veux pas entrer dans la question de la graphie, mais cet adjectif "franco" et ensuite "provensal" est-ce qu'il a une signification? s'il a une signification je le demande à Monsieur Riccarand, je le demande en tant que Valdôtain, en tant que citoyen, en tant que ignorant de cette question...quelle signification a-t-elle ce "franco", cet adjectif?

Il a encore dit que "ritenere la lingua francese la lingua unificante è un'assurdità". Voilà, alors ce "franco" a une signification qu'il nous expliquera peut-être, parce que sinon je pourrais encore, à ce moment, à ce point, donner raison à Monsieur Riccarand, après avoir cité ce Ascoli qui dit certaines choses; il y a encore cet adjectif qui est là pour nous démontrer encore ces choses. Je me demande s'il n'y a pas un minimum de contradiction là-dedans et surtout s'il n'y a pas une espèce de volonté politique de tromper les gens, je l'ai dit au début. Il y a, dans l'exposition que nous avons écoutée, un panachage entre ce qui est le domaine, l'action, si vous voulez, scientifique-culturel que l'on peut porter de l'avant et le domaine dans lequel les différents savants ont des opinions très différentes. On ne peut pas imposer, en faisant de la contrebande, une certaine vision d'ordre politique en disant que du point de vue scientifique les choses vont ainsi, en citant seulement quelqu'un c'est-à-dire ceux qui servent à démontrer une certaine question.

L'Union Valdôtaine - "gruppo borghese" - sur cela, si vous permettez, je m'excuse, je fais un petit décalage sur la question "gruppo borghese"...écoute, moi je suis là pour démontrer exactement le contraire, si tu veux... "Difendere il francoprovenzale", tu as dit encore, Riccarand...quelqu'un a accusé certaines positions de la part de quelqu'un, que c'est agir comme le Fascisme. En effet, il faut faire bien attention en choisissant le mot et la façon surtout de laquelle l'on porte de l'avant certaines questions qui, d'un côté, ce sont des questions prétendues culturelles ou scientifiques, mais, au contraire, ce sont des questions politiques et exclusivement politiques. Défendre, empêcher, tu l'as dit...non, tu l'as dit avant, le francoprovençal est une langue; tout de même, en tant que langue, elle n'a pas permis, ne permettrait et ne permettra jamais aux Valdôtains de s'élancer si tu veux du côté italien ou, mieux encore, du côté européen, je ne dis ni français, ni francophone, je dis du côté européen.

Alors, quelle langue voulons-nous choisir? Nous, en tant que Valdôtains...et avec cela je ne veux pas dire qu'il n'y a pas d'autres Valdôtains ici en plus des Unionistes, que ce soit clair...nous qui avons, si tu veux, une certaine conscience valdôtaine, nous n'avons aucun doute sur cela, nous choisissons le français, parce que nous croyons historiquement, scientifiquement à ce point-là, si tu veux, que le français est notre langue maternelle. C'est pour cela que nous faisons la bataille, la lutte, qui en plus a été reconnue, si tu veux...ce n'est pas une chose à oublier...reconnue par la Constitution italienne; en effet la Vallée d'Aoste est une "minorità etnica e linguistica", et quand on dit linguistique là-dedans, on ne dit pas francoprovençal, on s'adresse plutôt au français que non pas à l'italien n'est-ce pas?

Donc, à ce point-là, la question de la colonisation qui vient d'un côté ou qui vient de l'autre...je veux te dire une chose: nous, en tant que Valdôtains, en tant que Unionistes, à ce point, puisque nous sommes fédéralistes nous nous ne reconnaissons, si tu veux, aucun droit, aucune validité aux confins que nous avons, non pas seulement ici, en Vallée d'Aoste, mais en Europe, dans le monde entier, parce que les douanes, les confins qui existent au jour d'aujourd'hui ce sont les résultats des guerres qui ont été faites par des groupes contre d'autres groupes, en employant le peuple qui n'avait aucun intérêt à faire ces guerres.

Nous on s'en fout pas mal des confins, tu comprends? on s'en fout pas mal, si on est nationalistes, souviens-toi, on est des nationalistes valdôtains! Au contraire, toi Riccarand, tu es un nationaliste d'ordre régalien et c'est la pire des choses!

Dolchi (P.C.I.) - Le Conseiller Cout a demandé la parole, il a la faculté de parler.

Cout (P.C.I.) - Evidentemente la discussione si protrarrebbe molto per le lunghe se si volessero esaminare approfonditamente i problemi, quindi cercherò di essere quanto più concreto, almeno per quanto riguarda le proposte che riguardano più specificatamente la legge.

Direi innanzitutto che la proposta del Consigliere Riccarand è una proposta estremamente interessante e importante che risponde alla più che giusta esigenza della popolazione valdostana di rimanere attaccata alla propria lingua e ai propri costumi. È una proposta interessante che va a colmare una lacuna e che vede in qualche modo salvaguardati il francese e l'italiano; per il bilinguismo, almeno a livello costituzionale, esistono norme specifiche nello Statuto, a cui si cerca in qualche modo di dare attuazione anche nella realtà, nella vita corrente e nella scuola, mentre non si vede ancora - lo ricordava già anche il Consigliere Riccarand - nemmeno a livello regionale - una legge che si ponga come fine la salvaguardia e la promozione delle nostre parlate francoprovenzali.

Direi che il patois nei confronti dell'italiano e del francese è estremamente più debole e sempre più debole, specialmente se lo vediamo in una prospettiva futura, e non sarebbe giusto ed esatto rivolgersi solo all'italiano e ad alcune tendenze di determinati periodi storici o Governi italiani quando si parla di atteggiamenti repressivi verso le minoranze linguistiche, anche se di solito è proprio nei confronti dell'italiano, nei confronti di certi Governi italiani, a cui si rivolgono alcuni linguisti valdostani. Sono tendenze, queste, direi che sono molto presenti quando non si riesce a superare un'apparente contraddittorietà che esiste fra due diverse esigenze che sono quelle di unificazione politico-culturale di una Nazione, di cui la questione della lingua è un aspetto non secondario, il bisogno - l'esigenza, direi - di dare spazio ai diritti culturali e linguistici delle comunità minori conviventi sul territorio ed ai singoli cittadini.

E così è capitato anche in Francia col francese nei confronti delle parlate popolari né più né meno che in Italia, e questo soprattutto a cominciare dalla Rivoluzione francese contraddistinta da un atteggiamento repressivo verso le minoranze. La Repubblica, una e indivisibile - e questo binomio, questa copia di aggettivi viene anche riportata nell'articolo 5 della nostra Costituzione - si propone di annientare i dialetti e di rendere universale l'uso della lingua francese e tra i dialetti da distruggere non c'era solo qualche parlata contadinesca, c'erano il tedesco dell'Alto Reno, c'erano il basco, il catalano, l'occitano, il bretone, il corso, e tutto questo anche se c'erano motivi profondi e comprensibili che erano quelli di distruggere e frantumare la vecchia Francia con le sue vandee, le sue nostalgie, l'abbarbicamento ai castelli feudali, ai campanili, si voleva costruire lo Stato-Nazione con una potente spinta all'unificazione.

E come la Rivoluzione voleva quindi unificare i pesi e le misure, così tendeva ad unificare la lingua francese e gli strumenti per comunicare. Questo miraggio dell'unità assoluta degli strumenti di comunicazione continuerà ad essere presente nell'800 e dopo, sta, direi, alla base dell'ideologia che sarà poi quella della lingua universale, ossia dell'esperanto. Direi che è una tendenza abbastanza generale negli Stati, non solo l'italiano o alcuni Governi italiani, quando si va verso un'unificazione; e questo avviene a scapito delle minoranze, a scapito dei dialetti o meglio delle parlate locali.

Ecco, per farla breve, noi pensiamo invece che sia necessario recuperare il senso delle diversità storiche e della più ampia circolazione delle culture, ma tutto questo proprio non andando verso posizioni di vagheggiamento di Stati alpini, ad esempio del vecchio Regno di Savoia, che hanno fatto, direi, il loro tempo e che si sarebbero basati, al di là della lingua, su una visione politica ed economica antidemocratica chiusa in un forse paternalistico abbraccio interclassista.

Ecco, tagliare l'erba sotto i piedi a queste tenenze deve essere l'obiettivo secondo noi, ma questo è possibile, se si vuole proseguire riconoscendo ed esaltando gli aspetti democratici di una giusta politica di tutela delle minoranze, dando alla lingua la giusta importanza che deve avere, riconoscendo al patois quindi il ruolo che esso deve avere nei confronti sia dell'italiano e sia del francese, senza quindi andare ad ipotizzare la disgregazione, la sparizione del patois, ma neanche che esso possa soppiantare o prendere il posto ponendosi come terza lingua parlata, scritta, in qualche modo istituzionalizzata dell'italiano o del francese. Direi che la cultura di un popolo si può esprimere anche in lingua e parlate diverse che sono, in questo caso, veicolo di comunicazione e vanno mantenute quindi nella loro originalità e freschezza, quindi direi che per tutto questo la legge di Riccarand va vista nel quadro di una maggiore valorizzazione di tutto il ricco repertorio linguistico non contemplato nella lingua francese e italiana, senza quindi voler essere una contrapposizione del francoprovenzale con altre parlate esistenti anche in Valle d'Aosta.

La lingua deve essere soprattutto un mezzo di comunicazione e non solo tra uguali, ma anche tra diversi, e quindi soprattutto il patois non può essere una contrapposizione a tutti gli altri dialetti. Naturalmente il patois e il walser sono i più minacciati in questo momento e c'è effettivamente la necessità di porci come obiettivo la sua salvaguardia e promozione che deve e può venire più direttamente da noi e in questo momento solo da noi con opportuni provvedimenti legislativi che potranno andare anche al di là di questa proposta di legge del Consigliere Riccarand.

Ecco perché siamo d'accordo con questa legge, anche se avanzeremo alcune proposte di emendamenti che abbiamo preparato e che tengono presenti anche osservazioni che sono state sollevate da altri Gruppi e che sono stati concordati con il compagno Nebbia del Partito Socialista Italiano.

Direi che siamo anche disponibili, proprio perché siamo convinti dell'importanza della legge, e pensiamo sia quindi necessario che questa legge passi, a concordare eventualmente ulteriormente anche con altri Gruppi gli emendamenti proposti; gli emendamenti partono dalle considerazioni già espresse e quindi dalla necessità, considerando che il patois ha bisogno di essere salvaguardato e sviluppato soprattutto nei confronti dell'italiano e del francese, lingue parlate, scritte ed anche ufficiali, e dobbiamo essere noi per primi a pensarci, ma dobbiamo anche considerare tutte le diversità delle varie parlate del francoprovenzale ed anche l'esistenza di altre minoranze sul territorio, ad esempio la minoranza piemontese nella Bassa Valle e in altri centri della Valle; minoranze che cercano, se non sono già integrate, un'integrazione nella nostra realtà che va favorita quindi in tutti i casi, incentivata con una maggiore comunicazione tra le diverse varianti parlate appunto nell'ambito di una politica linguistica che solo in questo modo potrebbe essere democratica.

Gli emendamenti tengono poi conto del fatto che per il francoprovenzale, anche se si può tendere, come avviene - benché siano ancora abbastanza a rilento - ad un'integrazione e unificazione e alla progressiva utilizzazione di una comune grafia, e non si può quindi partire da una grafia, da una lingua costruita comunque a priori o ad hoc, e questo deve avvenire in modo graduale anche se va favorito, e su alcuni punti, appunto, siamo d'accordo con alcuni concetti che già ricordava il Consigliere Faval.

Non dimentichiamo che ragioni storiche, direi...la chiusura dei piccoli Comuni in sé stessi di certi mezzi di comunicazione appunto tra i vari villaggi, tra i piccoli villaggi, gli stessi matrimoni che a volte avvenivano all'interno dello stesso villaggio, dello stesso paese hanno determinato queste innumerevoli varianti del patois e di cui molte volte gli stessi Valdostani dei vari Comuni si compiacciono...comunque l'evolversi della società tende già di per sé stessa a superare queste condizioni, quindi si andrà in parte, e questo è già avvenuto intorno ad Aosta, ad un'unificazione delle diverse varianti. Io direi che quindi è necessario agire affinché ciò avvenga nel modo migliore ma che intanto si raccolga, si studi, si conservi tutto l'esistente prima che questo si disperda, che questo sparisca. Questo in parte è già stato fatto anche in un atlante linguistico che dovrebbe poi uscire e che comunque per il momento non abbiamo ancora avuto il piacere di conoscere, e anche nella legge di Riccarand c'è la possibilità che questo venga fatto in modo ulteriore. Poi, in seguito, prevarrà un dialetto su un altro oppure ci sarà, diciamo, una reciproca integrazione tra le diverse parlate fino a giungere ad un'unica parlata provenzale; io direi che secondo me questo è tanto più marginale quanto più il dialetto manterrà la sua freschezza e originalità, se così la vogliamo chiamare, e quindi tanto più sarà una lingua viva e quindi, secondo il nostro parere, una grafia, una lingua francoprovenzale non può essere costruita a priori.

Un grosso sforzo deve, secondo noi, essere fatto nei confronti dell'insegnamento nella scuola e nella preparazione di un'opportuna metodologia di insegnamento plurilinguistica che tenga in considerazione la lingua materna degli alunni e, a proposito, abbiamo appunto proposto un emendamento al punto h) del secondo articolo della legge, mi pare. Ecco, direi che in sintesi queste sono le osservazioni che abbiamo fatto alla legge e le nostre proposte di emendamento.

Vorrei fare solo più un paio di considerazioni, e poi chiudo perché vedo che altrimenti la discussione si sta allungando un po' troppo su alcune posizioni che sono scaturite nel dibattito che è avvenuto nelle Commissioni congiunte e in Commissione Pubblica Istruzione. Ecco il problema: è sufficiente il Centre di Saint-Nicolas o non è sufficiente? Secondo noi, anche se il Centre può avere avuto il pregio di coprire una grossa carenza esistente, non può in questo momento avere la capacità di rispondere in pieno alle varie e alle grandi esigenze che vengono espresse nella legge e ad altre ancora che appunto potrebbero scaturire in un discorso che dovrebbe andare avanti su questi problemi. È per questo che è giusto, direi, che il Centre di Saint-Nicolas, così come è strutturato in questo momento e così come funziona in questo momento, possa rientrare più generalmente nella legge proposta da Riccarand così come è stato proposto al punto m) e che, nel quadro di questa legge, trovi appunto la sua giusta collocazione, che cerchi di sviluppare i suoi compiti.

Direi che oltre a questo Centre di Saint-Nicolas deve necessariamente esistere un centro di promozione e di difesa del francoprovenzale che sia strutturato soprattutto in modo più democratico, con una rappresentanza delle varie realtà della Valle e che questo sia previsto in una legge specifica che il Consiglio deve votare, e che deve esserci in Valle d'Aosta, con tutti i titoli per poter esercitare una funzione di questa portata, per la difesa, la tutela e lo sviluppo del francoprovenzale. Questo Centro dovrebbe poi anche poter fare affidamento su una certa disponibilità di denaro senza aspettare da un anno all'altro, secondo le disponibilità della Giunta o secondo quanto l'Assessorato vuol mettere a sua disposizione, ma soprattutto, e vorrei insistere, deve permettere una partecipazione e un incontro tra le varie realtà della Valle, e questo soprattutto perché del francoprovenzale esistono 70-80 o forse più varianti...quanto i Comuni, forse più dei Comuni, quanto le parrocchie...sarebbe da andare a verificare. Comunque è necessario che tutte queste varianti trovino un modo di poter partecipare rispetto ad un organismo che tenga conto di una realtà territoriale che può essere quella delle Comunità Montane, così come ha indicato Riccarand nella sua legge.

Non sono e non siamo affatto d'accordo - e termino - che questo Centro strutturato in questo modo, con una rappresentanza territoriale, possa essere definito come è stato definito in Commissione una "statalizzazione", una "burocratizzazione" come è stata definita dal Consigliere Riccarand o un "carrozzone all'italiana" come è stato definito dall'Assessore Viglino; io non sono d'accordo su questo, penso che invece una rappresentanza di questo tipo permetta a tutte le varie realtà di essere rappresentate maggiormente e permetta anche un lavoro di tipo diverso, senza andare sempre ad un accentramento, perché poi ad un certo punto, durante la discussione, quando si dice l'accentramento deve esserci sempre...la proposta di Riccarand è accentratrice, nel senso che ancora una volta si vuole fare il Centro ad Aosta, ma non è questo l'accentramento, per noi, e anche per questo negli emendamenti proposti abbiamo tralasciato di indicare che questo Centro deve essere ad Aosta, perché per noi questo Centro può essere ad Aosta, può essere a Saint-Nicolas, può essere a La Thuile, può essere in qualsiasi Comune, purché si tenga conto, nell'organizzazione, nella strutturazione degli organismi direttivi o scientifici, di una realtà che è sparsa in tutta la Valle.

Dolchi (P.C.I.) - È iscritto a parlare il Consigliere Voyat; ne ha facoltà.

Voyat (U.V.) - (intervento in patois):

Bién, vu que y è la délibérachòn n° 259 di 5 désambre 1946 que baille la possibilité y Conseill de prédzì patoué, é vu que se prèdze le patoué, pe coéranse, mé lo prèdzo.

La mima coéranse que, eun cou, n'ario lamoù sentì, dièn, péi, surtoù de Riccarand, pa dedeun le sans polémique, ma de coéranse, de pa prédzì a faveur de cou d'euna lenva, eun predzèn n'atra lenva é l'è pe sen que tan de cou sen acapou-no pe le corridòn é mé n'é todzor deut: "Té te saré de la Nuova Sinistra, ma pe fie la poleteucca de la vecchia Destra" é l'è pe sen que, a un sertèn poueun mé baillo rèizoùn a Bajocco can i comensemèn de seutta lejislateua, voujé pa te léissì achouatì de l'atro coutì, fran pe sen, perqué la poleteucca que te pourte eun devàn té, l'è macque la continuachón é n'en pa pouie de no die, de la poleteucca que l'a dza fi caqueun dovèn que Mussolini, ma aprì, complètemàn l'è restaye portaye eun devàn da Mussolini é dedeun queun sans? Dedeun lo sans de betì lo patoué countre lo fransé, de annullì dedeun eun premì ten lo fransé, mé pe arrevì dedeun eun secoùn ten a aboulì é gavì, fie disparètre lo patoué perqué no sen bién qué que dedeun la situachón que l'et ara comme ara lo patoué se l'a pa euna possibilitù d'itre icrì, de itre tramandoù, l'a pa la possibilitoù de vivre; lo fransé l'è l'appouì naturel di patoué.

L'a dza deut étò devàn Faval, lo fé de la francofonì "imperialismo-linguistico".

Te fio co mé la demanda: senque l'et l'italofonì é dze vouì vére se dedeun la repounsa t'arreuve a ten a verié tourna totte le carte que t'a eun man é arrevì a ten a fie de carte fase pe dimoutrì que l'istouare baille pa réizoùn a no-z-atre, que la Val d'Ousta l'è francofone é que lo Statù no di pa que no sen francofone.

Dze voudrio étò te rappelì que no de l'Union Valdôtaine, n'en todzor prédza-lo é todzor difendu-lo lo patoué. Dedeun le-z-organe di Mouvemàn é dedeun quelconque assamblé, no prédzèn patoué. So, a noutro poueun l'et éto fie caque tsouza pe lo patoué é si pa qui seuilla dedeun l'a la poussibilitù de die le mime bague. Dze voudrio étò te rappelì que no, de l'Union Valdôtaine, prédzaon étò patoué can l'ie diffisilo prédzì patoué, can qui prédzave patoué vignave de cou eundicoù comme lo criteun. Ara "vis-à-vis" de so seuilla la baga l'è tsandzéye ma so étò mersì a no-z-atre que n'en fi seutta battaille é pa mersì a té, que teu te prézente seuilla péi vi euna loué que pourte macque de sertèn doutte.

Lo fateur pozitif que mé vèyo dedeun seutta loué l'è lo fé de poussèi nen prédzì de la questchón di francoprovensal; l'è la questchón étò de vére, de baillì la poussibilitoù é de créì serten-z-organe, d'eumpliyì serten-z-organe de difendre é de pourtì eun devàn la bataille di patoué. Évidammàn, l'a le fé négatif de créì de différàn "carrozzoni" all'italienne que se fan serténe bague, pe aprì arrevì a rezoudre rén, macque de gran burocrasie pe arrevì a ren de concré. Étò lo fi di "doppioni" é jeustamente perqué un Centre de francoprovensal éziste dza, é dimande le mime bague que te dimande té, a si poueun vèyo pa perqué créì caque tsouza de nouvo pe baillì de cou la possibilité a té de recupérì le vote que te per vi serténe mochón contre lo Casino.

No propozèn évidammàn, comne n'i dza deu-lo que se faisse soutin-ì si Centre de francoprovensal de Saint-Nicolas, de repontenchì la sin-a attivité, de baillì, an tou cas, lo mandà a l'Assesseur, a la Jeunte, de no aprestì caque tsouza deussù si jenre, ma pa caque tsouza de nouvo ma caque tsouza de restructuroù é caque tsouza de potenchà dan si sans.

Y è étò eunna baga emportanta que no foudrie étò prédzì, é l'et di patoué dan le-z-icoule. Seutta l'et eunna baga que l'è restéye encomenchiéye de l'Assesseur Viglino, caque-z-àn fi, de cours spérimentale dan le-z-icoule, de cours de patoué, é so l'ou die é dimountre que no sen favorable i patoué.

La groussa difficultù évidammàn é la baga que no lamérian étò que fisse baillaye la poussibilitoù a si Centre de itedzì comme arrevì a l'eunsègnemén di fransé, di patoué dedeun le-z-icoule, avouì queunse enstituteur, perqué, évidammàn no vourrian pa que eun demàn vegnisse si de Pon-Sen-Marteun eunsignì lo patoué a sisse de Gressàn ou sisse de Gressàn eunsìgnì lo patoué a Ayas, ogneun a noutro avì dèi prédzì lo seun patoué é pa de cou eunna lenva eunventéye.

Commèn eunsignì si patoué, la didactique di patoué dessù lo momàn, perqué lèi saré eun sertèn métode pe eunségnì i patouazàn é lèi saré gnatro métode que se deré eumpléyì pe eunsignì a sise que soun pa patouazàn.

Can mimo dan seutte bague seuilla paéi sisse que vouillon se élévì a "paladini" di patoué ou di francoprovensal, ferian bién a comenchì a fie la leur euvra dedeun le leu catégorie, sisse que soun professeur ou mètre ou que soun dedeun d'atre assosiachón que commensissan a die i professeur, i mètre de queuttì prédzì libramèn patoué i méinoù eunvétche de lèi difendre seutte bague seuilla paéi.

"Quindi", pe conclure, dién que sen évidammàn é n'en dimountrou-lo, favorablo i patoué, ma contréo a seutta loué que créérie comme n'en deut de "doppioni" é dé "carrozzoni": favorablo i différàn patoué pa macque a eun patoué é seu, l'a fi-me pléizì d'eunna baga, que té t'isse deut que se pou pa créì eunna lénva noua, perqué la pouie de mé l'ie seutta que té te fisse vin-ì séilla comme défanseur de l'arpitàn, perqué l'arpitàn eziste pa, l'arpitàn eziste macque dedeun la tita de eunna personna, l'è l'unique que sa lo icrie é sa lo lie, é, pe sen que me conserne dze pouì itre tranquillo que resteré todzor é macque dedeun sa tita.

(traduzione letterale dal patois):

Bene, visto che esiste la delibera n. 259 del 5 dicembre 1946 che dà la possibilità al Consiglio di esprimersi in patois, e visto che stiamo parlando di patois, per coerenza io lo parlo.

La stessa coerenza che, per una volta, mi sarebbe piaciuto sentire, diciamo così, soprattutto da Riccarand, non nel senso polemico, ma in quello di coerenza, di non esprimersi a volte in favore di una lingua parlandone un'altra, ed è per quello che tante volte ci siamo trovati nei corridoi e io ho sempre detto: "Tu sarai anche di Nuova Sinistra, ma per fare la politica della vecchia Destra", ed è per quello che, ad un certo punto do ragione a Bajocco quando, all'inizio di questa legislatura, non voleva lasciarti sedere dall'altra parte, proprio per quello, perché la politica che porti avanti tu, non è altro che la prosecuzione - e non abbiamo paura di dircelo - che ha già fatto qualcuno prima di Mussolini. E in che senso? Nel senso di mettere il patois contro il francese, di azzerare in un primo tempo il francese, ma per arrivare in un secondo tempo ad abolire e togliere, far scomparire il patois, poiché sappiamo bene che nella situazione in cui si trova ora come ora, il patois, se non ha una possibilità di essere scritto, di essere tramandato, non ha la possibilità di vivere; il francese è il sostegno naturale del patois.

L'hai già detto anche davanti a Faval, il fatto della francofonia "imperialismo linguistico".

Ti pongo anch'io la domanda: cos'è l'italofonia, e voglio vedere se nella tua risposta riesci a rigirare di nuovo tutte le carte che hai in mano e a fare carte false per dimostrare che la storia non dà ragione a noialtri, che diciamo che la Valle d'Aosta è francofona, e che lo Statuto non ci dice che siamo francofoni.

Vorrei anche ricordarti che noi dell'Union Valdôtaine l'abbiamo sempre parlato e difeso il patois. All'interno degli organi del Mouvement e in qualsiasi assemblea parliamo patois. Questo, al punto in cui siamo, significa anche far qualcosa per il patois e non so chi qui dentro può dire le stesse cose. Vorrei anche ricordarti che noi dell'Union Valdôtaine parlavamo patois anche quando era difficile parlare patois, quando chi parlava patois era a volte additato come cretino. Ora, rispetto a questa questione, le cose sono cambiate, ma questo anche grazie a noialtri che abbiamo portato avanti questa battaglia e non grazie a te, che ti presenti qui con una legge che porta solo certi dubbi.

La cosa positiva che trovo in questa legge è il fatto di poterne parlare, della questione del francoprovenzale; è anche la questione di vedere, di dare la possibilità e di creare certi organi, di usare certi organi, di difendere e di portare avanti la battaglia del patois. Ovviamente c'è il fatto negativo di creare diversi "carrozzoni" all'italiana, che si fanno certe cose per poi arrivare a non risolvere niente, solo della gran burocrazia per non arrivare a niente di concreto. Anche il fatto dei "doppioni", e giustamente, perché un Centre de francoprovençal esiste già e chiede le stesse cose che chiedi tu; a questo punto non vedo perché creare qualcosa di nuovo per dare magari a te la possibilità di recuperare i voti che perdi, viste certe mozioni contro il Casinò.

Proponiamo ovviamente, come ho già detto, che si debba sostenere questo Centro del francoprovenzale di Saint-Nicolas, di potenziare la sua attività, e di dare in ogni caso mandato all'Assessore, alla Giunta, di prepararci qualcosa di questo genere, non qualcosa di nuovo, ma qualcosa di ristrutturato e qualcosa di potenziato in questo senso.

C'è poi anche un'altra cosa importante di cui dovremmo parlare: il patois nelle scuole. Questa è una cosa che è stata iniziata dall'Assessore Viglino, qualche anno addietro, dei corsi sperimentali nelle scuole, dei corsi di patois, e questo sta a dimostrare che siamo favorevoli al patois.

La grossa difficoltà, ovviamente...e la cosa che vorremmo anche è che fosse data la possibilità a questo centro di studiare come arrivare all'insegnamento del francese, del patois nelle scuole, con quali insegnanti, perché ovviamente non vorremmo che un domani venisse su qualcuno da Pont-Saint-Martin ad insegnare il patois a quelli di Gressan o quelli di Gressan a insegnare il patois a quelli di Ayas; ognuno secondo noi deve parlare il suo patois e non magari una lingua inventata.

Come insegnare questo patois, la didattica del patois in questo momento, perché ci sarà una certa "méthode" per l'insegnamento ai "patoisants" e un'altra da adoperare per insegnare a quelli che non lo parlano.

In ogni caso, in queste cose, coloro che si vogliono elevare a "paladini" del patois o francoprovenzale, farebbero meglio a cominciare a prodigare la loro opera nelle loro rispettive categorie; quelli che sono professori o maestri o che sono in altre associazioni che comincino a dire ai professori, ai maestri, di lasciar parlare liberamente patois ai bambini invece di vietarglielo.

Quindi, per concludere, diciamo che siamo ovviamente favorevoli - e lo abbiamo dimostrato - al patois, ma contrari a questa legge che creerebbe, come abbiamo detto, dei "doppioni" e dei "carrozzoni": favorevoli ai diversi patois e non ad un solo patois. Qui mi ha fatto piacere una cosa: che tu abbia detto che non si può creare una lingua nuova, perché il mio timore era che tu fossi venuto qui come difensore dell'arpitan, perché l'arpitan non esiste; l'arpitan esiste solo nella testa di una persona, è l'unica che lo sa scrivere e leggere e, per quello che mi riguarda, posso stare tranquillo che rimarrà sempre e solo nella sua testa.

Dolchi (P.C.I.) - È iscritto a parlare il Consigliere Minuzzo, ne ha facoltà.

Minuzzo (P.S.D.I.) - Non c'è dubbio che ogni Regione, grande, o piccola che sia, ha un suo proprio potenziale economico, una sua mentalità che è forgiata da tradizioni secolari, dai suoi costumi e dai suoi bisogni particolari; non si può quindi prescindere da questi fattori che hanno il loro peso nell'equilibrio sociale, nell'entità regionale senza scardinare lo spirito delle popolazioni ivi residenti.

Non si deve dimenticare che la questione linguistica, in particolare per i Valdostani, è stata la molla che mise in marcia l'irresistibile e non frenabile movimento che ci portò all'autonomia con la legge del 26 febbraio 1948, n. 4, meglio conosciuta come Statuto Speciale per la Valle d'Aosta.

Certamente non mi accingerò ora a tediarvi con elucubrazioni storiche per provare che tale autonomia si ispira a considerazioni di diritto storico ed etnico inalienabile. Ma mi fermerò a denunciare quando affermato nel Titolo VI dell'articolo 38 della su menzionata legge che così esprime come ben sapete "Nella Valle d'Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana". In questa legge non c'è nessun cenno quindi ad altre lingue, e tanto meno alla lingua popolare dialettale, il patois e il walser che, nella relazione alla proposta di legge n. 41, presentata dal collega Riccarand, concernente l'istituzione del Centre de promoxon de lo francoprovensal, dice di essere ancora parlata da circa 70.000 Valdostani. A questo punto permettetemi di puntualizzare meglio e subito tale affermazione, perché ho sotto mano una statistica certamente più sicura ed attendibile di quella citata dal Consigliere Riccarand, che è una statistica, sono dati rilevati, come dice nella relazione, da un'indagine conoscitiva del Servizio Studi della Camera dei Deputati svoltasi nel 1973/1974. Questa statistica è stata svolta dall'Ispettore Scolastico, Professor Carlo Joyeusaz, fra tutti gli alunni frequentanti la scuola elementare della Valle d'Aosta nell'anno 1967/1968 ed è citata pure nel volume "Le Val d'Aoste. Traditions et renouveau" di Bernard Janin; quindi certamente più credibile che non di quella dei dati presentati dal Consigliere Riccarand. Risulta infatti da tale indagine capillare che i Valdostani, a quell'epoca, e quindi molto meno ora certamente, si esprimevano a casa loro in queste percentuali: in lingua italiana il 44,8 percento; in lingua francese lo 0,5 percento; in lingua dialetto patois il 43 percento; in lingua dialetto walser lo 0,7 percento; in lingua dialetto piemontese il 3,9 percento. Lascio quindi a voi trarre le conclusioni e fare i paragoni di questa statistica.

Ritornando alla proposta di legge fatta dal Consigliere Riccarand, chiaramente il Partito Socialdemocratico Italiano la respinge, come aveva già avuto modo di esprimere in Commissione, la respinge per i seguenti motivi, e dico i principali. Primo: si parla di proposta di legge regionale di istituzione di un Centro di promozione del francoprovenzale in una nuova grafia, oltre tutto; ebbene, tutto questo per il mio Partito è molto discutibile, per non dire alquanto azzardata l'affermazione citata nella relazione alla proposta di legge che il patois sia una derivazione corrotta del francese. Il Brocherel, ad esempio, dice nel suo libro "Le patois et la langue française en Vallée d'Aoste" che il nostro dialetto ebbe origine in loco, non fu quindi materia di esportazione come accadde nelle Valli valdesi del Piemonte dove è risaputo che il francoprovenzale è venuto d'oltre Alpe ai tempi della guerra degli albigesi. La differenza che esiste in Valle d'Aosta tra la storia del francese letterario e la storia del patois è paragonabile a quella che caratterizza l'espansione progressiva del francese letterario nelle diverse Regioni della Francia o, se si preferisce, è uguale alla posizione dell'italiano letterario nelle diverse Regioni d'Italia. Il fatto che questa diffusione si accompagni anche con scambi reciproci tra lingua e dialetto non ha nulla di sorprendente. La causa prima di questa espansione è l'appartenenza specifica della Valle d'Aosta con il suo dialetto al sistema linguistico francoprovenzale e, causa maggiormente determinante, la sua dipendenza secolare politica, religiosa, culturale da determinati centri francesi.

Dunque il Riccarand, il collega Riccarand vorrebbe far istituire un cosiddetto "Centro di promoxon"; ebbene, a me risulta che tale Centro esiste già, è già conosciuto anche in campo internazionale e funziona egregiamente a Saint-Nicolas e lo chiamano, guarda caso, "Centre de promotion et d'étude du patois" e non "Centre de promoxon de lo francoprovensal". Caso mai, se non bastasse, l'attuale azione di questo Centro si potrebbe...e questo l'avevo già detto in Commissione...se non bastasse questo Centro, si potrebbe svilupparlo, si potrebbe studiare un programma di potenziamento che attrezzi meglio questo Centro, che lo doti di mezzi moderni di ricerca e non ci sarà allora nessuna necessità di istituirne un altro in contrapposizione che avrebbe, secondo me, un solo scopo e un solo fine ben chiaro: quello di servirsi del patois per cancellare definitivamente e per sempre il francese dalla Valle d'Aosta. "E can no prédzèn plus ni patois, ni français, nous ferons l'enterrement" (traduzione letterale dal patois e dal francese: "E quando non parleremo più né il patois, né il francese, procederemo con il funerale"), diceva giustamente il maestro Mario Thomasset di Villeneuve circa 60 anni fa.

Io ritengo che per i Valdostani il francese è e sarà sempre la lingua materna pari a quella italiana, per Statuto, e il patois, il nostro patois basato su una profonda unità psicologica locale, la langue même du pays, non ha nulla da spartire con l'omogeneizzazione citata da Riccarand nella sua legge delle diverse varianti della lingua francoprovenzale. Si tratta qui, qualora dovesse essere approvato il progetto di legge in oggetto, non di omogeneizzare, ma di creare una nuova parlata avulsa dalle nostre tradizioni secolari che, non esistendo nella sua dizione, ora fra noi non ha motivo di essere creata se non ridicolizzando tutto, i nostri vari patois locali e le nostre radici culturali. Non c'è dunque bisogno di creolizzare il nostro patois, come felicemente è stato scritto su un giornale locale. E do pure ragione a Victor Hugo quando dice: "J'aime bien la mode de Paris, mais je crois qu'il est bon de conserver aussi le clocher du petit village".

Il patois valdostano nelle sue varie sfumature locali ha una bellezza così espressiva nei suoi vari termini, nel suo adattamento alla vita e al sentimento del popolo che non potrebbe assolutamente vivere o, peggio, trasformarsi in un nuovo dialetto che sarebbe, in questo caso, non strumento di unione, ma uno strumento di potere.

Il Partito Socialdemocratico che rappresento è contrario a questo progetto di legge anche per quest'altro motivo: una legge, se approvata, non può essere considerata una modesta iniziativa come afferma Riccarand; o è una legge a tutti gli effetti, e come tale va osservata tout court in tutte le sue manifestazioni, o non lo è. Il creare nuove strutture legislative senza sapere dove esse potrebbero portare è semplice utopia oppure semplice azione pour épater le peuple, solo per ventilare sotto il naso un po' di fumo esotico ai propri sostenitori.

In conclusione, sarei d'accordo con il Riccarand qualora propugnasse con i mezzi di cultura e di comunicazione oggi a nostra disposizione la rivalutazione sia del dialetto francoprovenzale tradizionale sia quello walser, ma solo nella grafia e dizione ancestrale, quella già felicemente creata dal nostro "félibre" Giovanni Battista Cerlogne, non ieri, ma avant'ieri.

Sono pure contento di constatare che il patois, il nostro secolare patois ha già ritrovato tutti i suoi diritti, prova ne sia la discussione in quest'aula oggi, anche se non ha ancora riconquistato il posto che teneva durante il Fascismo. Più che di leggi esso ha bisogno di restaurazioni e di sviluppare sempre più il cosiddetto "génie du terroir", come si esprimeva il Durand.

La Valle d'Aosta, culla di un popolo depositario di due lingue, di due dialetti, a mio avviso non ha bisogno di un quinto modo per essere, per esprimere e servire il suo milieu fra gli abitanti; il nobile disegno e la suprema originalità del nostro popolo alpino attraverso noi, suoi rappresentanti eletti, è quello di servire la propria causa senza tentennamenti, è vero, ma pure senza progetti utopistici e applicare con ogni tenacia il motto di Madame De Staël "rinascere per l'avvenire senza rinnegare" ed io aggiungo, modestamente, senza manipolare ad usum delphini il passato.

Dolchi (P.C.I.) - Colleghi Consiglieri, non c'è più nessun iscritto a parlare. La parola al Consigliere Nebbia.

Nebbia (P.S.I.) - Io vorrei fare un intervento che è anche dichiarazione di voto per accelerare un po' il dibattito; come in Commissione, anche qua mi esprimo a favore del provvedimento, anche se c'è qualche remora sugli strumenti che sono stati previsti.

I motivi sono ad un tempo culturali e politici, culturali perché la lingua è un patrimonio della comunità come lo sono altri patrimoni, il territorio, gli oggetti d'uso, l'edilizia, eccetera; politici perché ci sono delle considerazioni molto ampie che occorre fare. Nell'ambito dell'Europa, siamo prossimi alle elezioni europee, la Comunità francese o di lingua francese della Valle d'Aosta verrebbe ad essere assorbita in un ambito molto più ampio e perderebbe quei caratteri politici di individualità che invece nell'ambito più ristretto italiano le hanno permesso l'autonomia. È opportuno, forse, che ci sia una caratterizzazione più decisa nell'ambito europeo per individuare anche in questi maggiori confini la vitalità di una Regione che - e questo è un altro motivo di ordine politico, non è proprio grazie alla lingua - non è limitata alla Valle d'Aosta, ma supera gli attuali confini nazionali per creare, come ha creato, e lo hanno dimostrato numerosi avvenimenti dell'ultima guerra mondiale, quella solidarietà al di là delle montagne con una parte della Francia, una parte della Svizzera che certamente è un sentimento che noi condividiamo in un'ottica super ed extra nazionale anche extra statale, tanto per essere più chiari, che abbiamo sempre avuto. Perciò, ed è un altro aspetto che è di ordine politico pur sempre, è quello che la lingua la intendiamo come strumento di comunicazione e riteniamo che nell'ambito, in quest'ambito ridotto, come qualcun'altro ha accennato, dei dintorni del Monte Bianco, il francoprovenzale possa essere un valido strumento di comunicazione, mentre altre lingue, quali l'italiano, il francese e andrei più in là, anche l'inglese o il tedesco, possano essere quelle lingue di comunicazione per settori di tipo tecnico-commerciale che oggi, evidentemente, per motivi culturali il francoprovenzale non può sostenere.

Gli strumenti che avremmo individuato e che in parte ritroviamo nel provvedimento che è stato presentato e che non ha avuto delle alternative, lo ha già detto qualcun altro in questo Consiglio, sono principalmente, malgrado opinioni contrarie che sono state dette, quelli della trascrizione di questa lingua in modo che non sia emarginante, che non sia discriminante, perché dobbiamo ritenere che la possibilità di apprendimento culturale di una lingua, di una parlata non avviene solamente per contatto fisico, ma avviene anche attraverso diversi strumenti, uno dei quali, importantissimo, è proprio quello della trascrizione. Come altrettanto importante per noi è che ci sia un'azione pubblica di stimolo senza con ciò togliere nulla al ruolo che riteniamo ampio, valido e importante che il Centro di Saint-Nicolas in questi anni ha dimostrato di possedere, ma forse questo è il momento storicamente e politicamente necessario da cogliere per poter affermare che l'Ente pubblico Regione si impegna direttamente nella difesa, nella salvaguardia di questo patrimonio.

Un altro punto importante del provvedimento è la possibilità da parte delle forze culturali popolari e politiche, quali le rappresentanze delle diverse comunità locali, di poter meglio controllare di quanto oggi avvenga nel Centro di Saint-Nicolas, l'attività di questo Centro di promozione, ci sembra questo fatto molto importante.

Qual è la critica e la remora circa la validità di questi Centri? È che riteniamo comunque che un intervento pubblico o privato, ma pur sempre un qualche cosa che, dall'alto vuole gestire la vita privata e anche pubblica dei cittadini, ha pochissime possibilità di successo se tra gli stessi cittadini non nasce quella domanda di espressione, di partecipazione che è sola e unica condizione indispensabile per la salvaguardia e la vita di una lingua come di qualsiasi altra attività dell'uomo.

Dolchi (P.C.I.) - Colleghi, di nuovo non c'è più nessuno iscritto a parlare; nessuno chiede la parola in sede di discussione generale? Lustrissy? Allora, la parola al Consigliere Lustrissy.

Lustrissy (D.P.) - (intervento in patois):

Mé dze voulo dée dae paole su lo problème que no-z-èn empozà ouì a l'attenchón deun si Consèille, dz'amério bièn lo fie eun patoué, mi malerezamente pa queutte le collègue comprennon lo patoué é dze voulo pa pozì de problème étò i traduteur é dze contenevo mon euntervenchòn eun italièn.

L'è perquè a un sertèn poueun l'è étò lo momàn de beuttì serten-e paolle su si problème é de porté eunna mia de lumièe dan seutta périoda de restaourachòn que me semble de vivre ouì dzoo deun si Consèille...a un sertèn poueun queutte s'efforchon de dé que "il faut" sové lo patoué, que lo patoué l'è malado é so me porte a la mémouie sertèn problème di paì iaou a un sertèn poueun queutte se appreston a baillì de consèille i malado é lo malado i va todzor pi mal tanque a un sertèn poueun é meue é gneun se nen apersèi.

É beun mé dze voulo maque dé an baga: se le euntenchòn di propozàn de la loué i son sérieuze é l'a se-z-idé é l'a motivà se-z-idé su lo plan intellectuel deun la retsertse que l'a fa tré euntéressanta; tré eumportanta, afeun de no-ze fée comprende mieu sertéin-e situachòn...dio pa la lenva, ma de si prèdjé familié valdotèn nèissù é formà pa maque a travé la deussoluchòn de sertène lenve ma a travé étò l'appor de sertène couràn d'émigrachòn que son passée dan la Vallé d'Ouha, mé me refuzo i dzo de ouì de trattì lo patoué comme francoprovensal, dze si pa d'acor, dza premie baga su seutta verchòn di patouè valdotèn, é dze voulo pas vo-ze fie l'élencachòn di nombreu mo di prèdjé de no-z-atre de la "Alta Valle" que l'an de dérivachòn seltique...totte différente de seutta propozichòn.

Ma, dze voulo pa gnenca m'aplantì...su seutta propozichòn perquè lé-z-étiquette pa todzor i demandon de contenù consécàn, dze voulo macque dée perquè no sen pa favorablo a seutta propozichòn de loué, mimo se lo bu de no-z-atre l'è todzor étà si, é l'en démontra-lo me semble eun commenchèn, eun rappelèn l'euvre de Corrado Gex, avouì la continuachòn di différàn Assesseur a l'Eunstruchòn Pebleucca que n'a eui inque deun la Vallé que l'euntéré pe lo patoué l'è pa nèissù macque i dzor de ouì. L'è todzor ità fa bièn u mal, bièn u malfat, l'an todzor portalo "avanti" d'eun la magnie que semblave la pi jeusta eun demandèn la collaborachòn de totte salle personne que l'ayàn la volontà de portì "avanti" si problèma, sensa tan de préoccupachòn su lo plan siantifique, mé avouè de grosse préoccupachòn de baillì la possibilità surtoù - é l'è so, mé dze penso, eun di motif que son i fon de to lo problème - i mèinà di notre-z-écoule de s'esprimì d'eun sertèn devouar, d'eun sertén possibilità d'esprèchòn de la via moderna étò deun leur prèdzì familiel é dze dio prèdzì, dze dio pa la lenga familielle, lo prèdzì familiel de no-z-atre, di fameuille valdotène. Se li è pa si effor é que Corrado Gex pe lo premì l'a comprèi seutta nesessità é que tcheutte le prédésesseur l'an macque aù eun potensièn seutta attività, eun tchertchèn de developpì, l'è perquè n'ayàn comprèi eun feun di counquio que sisse mèinà l'ayàn lo drouette de porté étò serten-e reprézentachòn de la via di dzor de ouì deun la lenva de leur fameuille chencha tan de propozichòn su lo plan culturel é su lo plan sientifique se pa pe maque avèi serten-e tradichòn de la populachòn valdotène.

A un sertèn poueun l'è commenchae la trajédie di patouè, é li malerezamente i son veun-ù a la coutse di malado sisse fameu siantifique é l'an commenchà a no-ze die, no-z-àn detournà euna mia su sen que l'ie lo problème selòn mè, l'an comenchà à no-ze die que lèi faillè l'atlante di patoué valdotèn é bon. L'atlante l'an formou-lo aprì que l'an cognì lo moundo, pa doàn que lo découvrì é sisse inque l'ayàn découvrì lo moundo é voulian fère l'atlante d'abor é...reprézentì magâ eun pensèn que l'è le dérì ten que l'è posiblo de lo fie, le differèn prèdjé de noutra Vallé d'eun atlante; de dé: "a Cogne, si mo l'a seutta significachòn, a Valpelline gn'atra, a Donnas lèi n'a gn atro", é no-z-àn baillà étò de bon consèille. "Però" mè dze dio a si poueun inque, "ecco", perquè l'è eun di motif que si pa d'accor su seutta louè, sen pa d'accor su seutta louè; que tcheu le cou que su sisse problème, que i feun di counquio i son la rèizòn de vivre de la populachòn de no-z-atre...é, comme di bièn, dze partadzo pa totte sen que l'an deu le sientifique...perquè si d'accor can i prèdzon de la questchòn di patouè é de l'utilità di patouè su lo quel l'è fondéye la via familiala de no-z-atre; mé, can arreuve i poueun de déé que pe sové lo patoué y fo fie an loué, mé dze demando: iaou no sen allà frenì, perquè? Avouì la pocca espérianse que n'en de la via é di bague, no vèyèn que le loué lo pi di cou vignon fite pe établì de droué que soun dza établì deun la consiense sosiale, l'è dza lontèn; l'è an consolidachòn de sertèn-e évoluchòn de l'attivité umène de la conchanse sosiale di peuple.

Adòn y an fie la loué perquè l'è lo momàn de réglì totta la questchòn; u d'atre cou eun fi de loué pe d'atre motif, pe sovì caque tsouza é pe tutélì caque tsouza; "ecco", mè dze penso que seutta propozichòn de loué é l'è so, mè dze penso, eun di problème de fon que l'a sollévà seutta propozichòn de loué, l'è de constatì a eun sertèn poueun que pe sovì lo patouè l'è nésessio de lo impozì. Ma dze dio: gneun, mè dze penso, i dzor de ouì - é l'è pe sen que dze prèdzavo de restaourachòn - s'è betà pe la tita de reportì la situachòn de la Vallé d'Ouha ni a la périoda fachista, ni a la périoda di vioù ten que lo prèdjé familial di valdoten l'ie lo patouè dedeun totte le fameuille.

Mé si la cochiense de la populachòn voulon mantin-ì le leur tradichòn, l'an lo drouette de se mantin-ì perqué voulon le maquian-i-le, ma pa carquieun dèi lèi dé é l'icoula dèi lèi dé qu'é fo manquian-ì lé tradichòn! L'è inutilo d'allì die: i dzi, i fo pa fie so inque i fo pa fie sen li! Se dan la consianse di peuple l'a si esprì de manquian-ì seutte tradichòn, l'an de la consianse leur mimo, l'è leur mimo que demandon de le vardé perché qui ouì n'a gneun que lèi eumpatse comme dan lo ten que caqueun l'a volù rappelé de utilizé la lenva familiale de leur ni pe sertène bague, ni pe s'eunsérì dan l'attività de la via di dzor de ouì dan tcheu le poste ieui n'a gneun que predze pa patouè.

É adòn a si poueun inque mè dze penso que comme si pa d'accor su sertène propozichòn que son étéye fite é su sertène affirmachòn...a les signes, me dze refuzo sertène perquè dz'i le mine. L'è pa que sio contréyo pe prensipe a sertène bague, ma se no voulèn pa si que le patouè i fé la feun que l'an pouie que féè i fo que tsaqueun de no-z-atre si vou que capitèye pa so inque...surtoù le Valdotèn que contuagnée lo patouè dan leur fameuille. L'an pa fata de propozichòn de louè pe fire seutte bague inque. Perquè voulèn transformé an culture populère que gneun impatse de conservé é sen dièn-lò cller perquè le-z-effor de l'Amministrachòn réjonale dans la dirèchòn de sovegardé seutta lenva, si prèdjé familiel de no-z-atre, pa gneun que l'eumpatse de fére seutte bague, l'an todzor tchertchà de perfèchoné...y è caque tsouza que va pa, ma i fo lo deure.

"Ed ecco" perquè dièn seutte bague que van pa, sirièn d'accor a un sertèn poueun de deure a l'Assesseur a l'Instruchòn Pebleucca que itudièye le problème, vi que n'a aù la disgrase que l'è disparù Réné Willien que l'ire eun di promoteur é que avuì Gex ayè euncomenchà si discur é l'a porta-lò "avanti", de tchertchì malereuzamente i fo tchertchì de sostitouì a sertène attivité d'atre...son la forse di bague que no porte a so inque...é adòn de tchertchì de fire si effor deun seutta organizachòn de l'Assessorà de l'Instruchòn Pebleucca perquè se tratte d'eun problème culturel.

É dze penso que l'è de compétanse de l'Assessorà de l'Instruchòn Pebleucca é pa tan di Sendicà di-z-icoule de porté le discur de organizé mieui totta l'attivité di patouè, fére lo poussiblo pe...que sie tchica mouèn de folclore a eun sertèn poueun é tchica pi de concrète, perquè la reusca l'è todzor seuilla. É mè me rappello que René Willien a todzor deu: "Fièn attenchòn que le bu culturel de sen que no fièn "vis-à-vis" di patouè se traformèye pa tchica pe cou tchica pe cou macque pi na fita "folcloristica" é que l'asse pamì de sustanse. "Ecco", l'è seutta sustanse que fo vardé a seutta inisiative, seutta sustanse de vardé l'inisiativa que l'è valida su lo plan culturel, perché avouì la partecipachòn de si mèinà, avouì le randévoù l'è na grousa propaganda que l'on fi pe mantenì lo patouè eun baillèn la possibilitaye i mèinà di-z-icule avouì de-z-eunségnàn, de mètre, de professeur que l'an seutta possibilità de s'esprimé é de cognitre mioù lo patouè de fire sertène bague. "Ed ecco" perquè no sen eun to contréo perquè no voulèn que tsaque Communoté valdotène i mantenèye son patouè, no sen contréro en na grafia di patouè que sie unique.

Tsaque...inque no sen pa nivó de lenva ma sen nivó dièn de prèdjé é que tsaqueun continuye lo prèdjé comme l'a voya é se l'a voya de l'écriye avouì le fote que l'a voya de fie, l'eumportàn l'è de se fire comprende, le poète patouazàn l'an pa u de-z-écoule que l'an eunsègnà comme faillè fire la grafie di patouè é se son fa comprende, é comme se son fa comprende! Cerlogne l'a écrì son euvre pa gneun que l'a insegnà comme l'ie la grafie di patouè, la écri-la perquè l'a su repodrouire deun la grafie le son fonetique que avé lo patouè de llu, comme d'atre poète valdotèn, d'atre écrivèn valdotèn l'an su reprodouire la grafie selòn sen que l'è lo patouè que l'ie leur ambianse, dan leur "milieu" culturel é familial. É adòn a si poueun mè me sento pa, mimo se le but de seutta loué l'è eun but pozitif, de tchertchì de terié l'attenchòn di Consèille su eun problème...ma mè dze penso que no partèn pa de ren, n'a caque tsaouza dérì, n'a totta eunna espérianse de tanque ara é no dièn a l'Assesseur a l'Instruchòn Pebleucca de devolepé "l'attività, però" eun tenièn conte certène discuchòn, mimo que son itaye fite i dzor de ouì.

É la discuchòn i l'è sella dze dio: eun tan que no refuzèn seutta fourma de manifestachòn, dièn, fite avouì an loué perquè no pensèn pa..."ecco", fuchon cheur que seutta loué pourte a soluchòn si problème, que baillisse an contribuchòn pe la sovegarde di patouè...ma, comme dze diavo devàn, attensioùn a pa se pozé de problème, l'è pa tan lo problème de sovegarde, l'è eun problème de propaganda, mè dze dio, pi que d'atro, que le dzi continuèyon lo prèdjé dan leur fameuille é continuiche a devolepé seutte attività pe permettre que totte dan l'écoula pouisse fére d'attivité dan la "langue française".

Parì, tan pe finì é pe pa terrié pi a la londze, dze penso d'èi deu sen que dze pensavo su seutta propozichòn de loué "dont" le but, dz'i comprèi que l'ie trè sérieu é trè eumportàn comme propozichòn, ma mè la partadzo pa. La partadzo pa perquè n'i d'atre avis su se problème, perquè dze penso che lo patouè se difèn pa dan seutta manièye. "Anzi", dze penso que dans sertène manieye on pou asséléré la feun di patouè. "Ed ecco" perquè no sen contréro a la loué pa macque pe sertène propuzichòn comme n'i beta-le en lumière cacun-e...lo poueun f) "l'omogeneizzazione", parola diffisila so, l'è l'unique baga que fo pa fére, "ecco", l'unique baga que fo pa fére perquè inque senò veun foua eungn atre "yogurt" que no sen pas cunta, sen que no-ze pourte.

É su lo Comité dirètif étò que le propozàn sen pa d'accor, di jéré le problème di patouè valdotèn pe lo Sendicà de l'écoula que l'a an grousa founchòn pe le fie de bagues dan l'écoula de d'atre manière, "però" mè dze penso pa que sie seutta la founchòn di Sendicà di-z-écoule. "Ammetto" que dan le-z-écoule fièyon lo possiblo que impatson pa que se fèye pa sertène attività dan lo patouè, sen oué, ma lo premì dovouer étò di Sendicà de l'écoula de fèye i leur iscrì, de pa eumpatché i mèinà de fire mimo de inisiative personelle, de groupe, deun seutta dirèchòn, "però" mè penso que lo probléma on pou pa lo porté a soluchòn avouì seutta fourma di Comité dirètif, é dze penso que sie pa lo cas de approuvé la loué.

"Ecco", son sise le motif penso finque tro lon...surtoù de me fie comprende i collègue dze penso que qui l'a volù comprende l'a comprèi queunta l'è la posichòn de no-z-atre su seutta propozichòn.

(traduzione letterale dal patois):

Io voglio dire due parole sul problema che abbiamo imposto oggi all'attenzione in questo Consiglio, mi piacerebbe molto farlo in patois, ma purtroppo non tutti i colleghi capiscono il patois e non voglio neanche creare dei problemi al traduttore e continuo il mio intervento in italiano.

È perché ad un certo punto è anche il momento di mettere certe parole su questo problema e di portare un po' di luce in questo periodo di restaurazione che mi sembra di vivere al giorno d'oggi in questo Consiglio...ad un certo punto tutti si sforzano di dire che bisogna salvare il patois, che il patois è malato, e questo mi fa venire in mente certi problemi del paese dove ad un certo punto tutti si preparano a dare dei consigli al malato e il malato va sempre peggio finché, ad un certo punto, muore e nessuno se ne accorge.

Ebbene, io voglio dire solo una cosa: se le intenzioni del promotore della legge sono serie e ha delle idee, e ha motivato le sue idee sul piano intellettuale nella ricerca che ha fatto, molto interessante, molto importante, per farci capire meglio certe situazioni...non dico della lingua, ma di quella parlata familiare valdostana nata e formata non solo dalla dissoluzione di certe lingue, ma anche grazie all'apporto di certe correnti migratorie che sono passate in Valle d'Aosta, io mi rifiuto oggi di trattare il patois come francoprovenzale, non sono d'accordo per prima cosa già su questa versione di patois valdostano e non voglio farvi l'elenco delle numerose parole delle nostre parlate dell'Alta Valle che hanno una derivazione celtica...tutte diverse da questa proposta.

Ma non voglio neanche soffermarmi...su questa proposta perché le etichette non sempre implicano dei contenuti conseguenti; voglio solo dire perché non siamo favorevoli a questa proposta di legge, anche se il nostro scopo è sempre stato quello, e mi sembra che l'abbiamo dimostrato all'inizio ricordando l'opera di Corrado Gex, con il susseguirsi dei vari Assessori all'Istruzione Pubblica che abbiamo avuto in Valle, che l'interesse per il patois non è nato oggi. È sempre stato fatto, bene o male, bene o mal fatto, l'hanno sempre portato avanti nella maniera che sembrava la più giusta, chiedendo la collaborazione di tutte quelle persone che avevano la volontà di portare avanti questo problema, senza tante preoccupazioni sul piano scientifico, ma con delle grosse preoccupazioni di dare la possibilità soprattutto - ed è questa, credo, una delle motivazioni che sono alla base dell'intera problematica - ai bambini delle nostre scuole di esprimersi con un certo dovere...con una certa possibilità di espressione della vita moderna anche nella loro parlata familiare, e dico parlata, non dico lingua familiare, la parlata familiare di noialtri, delle famiglie valdostane. Se non c'è quello sforzo di cui Corrado Gex per primo ha compreso la necessità e che tutti i predecessori hanno fatto potenziando questa attività cercando di sviluppare, è perché in fin dei conti avevano capito che questi bambini avevano il diritto di portare anche certe rappresentazioni della vita moderna nella lingua delle loro famiglie senza tante proposte sul piano culturale e scientifico, se non per avere solo certe tradizioni della popolazione valdostana.

Ad un certo punto è cominciata la tragedia del patois, e lì purtroppo sono arrivati al capezzale del malato questi famosi scienziati e hanno cominciato a dirci, ci hanno fuorviato un po' da quello che era il problema secondo me, hanno cominciato a dirci che ci voleva l'atlante dei patois valdostani e bon. L'atlante l'hanno fatto dopo che hanno conosciuto il mondo, non prima di scoprirlo, e questi qua avevano scoperto il mondo e volevano prima fare l'atlante e rappresentare, magari pensando che è l'ultima occasione per farlo, le diverse parlate della nostra Valle in un atlante; di dire: "a Cogne questa parola ha questo significato, a Valpelline un altro, a Donnas un altro", e ci hanno dato anche dei buoni consigli. Però io dico a questo punto che questo è uno dei motivi per cui non sono d'accordo su questa legge, per cui non siamo d'accordo su questa legge; che tutte le volte che su questi problemi, che alla fin dei conti sono la ragione di vita della nostra popolazione...e, come dice bene, non condivido tutto ciò che hanno detto gli scienziati...perché sono d'accordo quando parlano della questione del patois e dell'utilità del patois sul quale è fondata la nostra vita familiare, ma quando si arriva al punto di dire che per salvare il patois bisogna fare una legge, io mi domando: dove siamo andati a finire, perché? Con la piccola esperienza che abbiamo della vita e delle cose, vediamo che le leggi la maggior parte delle volte vengono fatte per sancire dei diritti che sono già radicati da molto tempo nella coscienza sociale; è il consolidamento di certe evoluzioni dell'attività umana, della coscienza sociale dei popoli.

Allora hanno fatto la legge perché è il momento di sistemare tutta la questione; o, altre volte, si fanno delle leggi per altri motivi, per salvare e per tutelare qualcosa; ecco, io penso che questa proposta di legge sia questo, penso che uno dei problemi di fondo che ha sollevato questa proposta di legge è di constatare ad un certo punto che per salvare il patois sia necessario imporlo. Ma io dico: non credo che nessuno al giorno d'oggi - ed è per questo che parlavo di restaurazione - si è messo in testa di riportare la situazione della Valle d'Aosta né al periodo fascista, né al periodo dei vecchi tempi quando la parlata familiare dei Valdostani in tutte le famiglie era il patois.

Io so che se la coscienza della popolazione vuole mantenere le sue tradizioni ha il diritto di mantenersele perché vuole mantenerle, ma non che qualcuno debba dire, la scuola debba dire che bisogna mantenere le tradizioni! È inutile dire alla gente: non bisogna fare questo, bisogna fare quello! Se nella coscienza popolare c'è questo spirito di mantenere queste tradizioni, hanno loro stessi la coscienza, sono loro stessi che chiedono di mantenerle, perché oggi non c'è nessuno che gli impedisce, come nel tempo che qualcuno ha voluto ricordare, di utilizzare la loro lingua familiare né per certe cose, né per inserirsi nella vita del giorno d'oggi in tutti i posti dove non c'è nessuno che non parla patois.

E allora a questo punto io penso che, siccome non sono d'accordo su certe proposte che sono state fatte e su certe affermazioni...ha le sue, io ne rifiuto certe perché ho le mie. Non è che sia contrario per principio a certe cose, ma se non vogliamo che il patois faccia la fine che temono farà bisogna che ognuno di noi, se vuole che ciò non accada...soprattutto i Valdostani che continuino il patois nelle loro famiglie. Non hanno bisogno di proposte di legge per fare queste cose qui. Perché vogliamo trasformare una cultura popolare che nessuno impedisce di conservare e questo diciamolo chiaro, perché gli sforzi dell'Amministrazione regionale sono nella direzione di salvaguardare questa lingua, questa parlata familiare di noialtri, nessuno impedisce di fare queste cose, hanno sempre cercato di perfezionare...c'è qualcosa che non va, ma bisogna dirlo.

Ed ecco perché diciamo queste cose che non vanno, saremmo d'accordo ad un certo punto di dire a l'Assessore all'Istruzione Pubblica che studi il problema, visto che c'è stata la disgrazia della scomparsa di René Willien che era uno dei promotori e che assieme a Gex aveva iniziato questo discorso e lo ha portato avanti, di cercare, purtroppo bisogna cercare di sostituire a certe attività delle altre...è la forza dei fatti che ci porta a questo...e allora di cercare di fare questo sforzo in questa organizzazione dell'Assessorato dell'Istruzione Pubblica perché si tratta di un problema culturale.

Penso che sia di competenza dell'Assessorato della Pubblica Istruzione e non dei Sindacati della scuola di portare avanti il discorso di organizzare meglio tutta l'attività del patois, di fare il possibile per...che ad un certo punto ci sia un po' meno folklore e un po' più di concreto, perché il rischio è sempre presente. Io mi ricordo che René Willien ha sempre detto: "Facciamo attenzione che le finalità culturali di ciò che facciamo riguardo al patois non si trasformino poco per volta, poco per volta, solo più in una festa folkloristica e che non abbiano più alcuna sostanza. Ecco, è questa sostanza che bisogna mantenere per questa iniziativa, questa sostanza di mantenere l'iniziativa che è valida sul piano culturale, perché con la partecipazione di questi bambini, con i rendez-vous, è una grossa propaganda che si fa per mantenere il patois dando la possibilità ai bambini delle scuole, con degli insegnanti, dei maestri, dei professori che hanno questa possibilità, di esprimersi e di conoscere meglio il patois, di fare certe cose. Ecco perché siamo totalmente contrari: perché vogliamo che ogni Comunità valdostana mantenga il suo patois, siamo contrari ad una grafia del patois unificata.

Ogni...qui non siamo a livello di lingua, ma siamo a livello di parlata e che ognuno continui a parlarlo come vuole e se vuole scriverlo con degli errori che ha voglia di fare, l'importante è farsi capire; i poeti patoisants non hanno avuto delle scuole che hanno loro insegnato come bisognava fare la grafia del patois, eppure si sono fatti capire, eccome se si sono fatti capire! Cerlogne ha scritto la sua opera e non c'è stato nessuno che gli ha insegnato com'era la grafia del patois, l'ha scritta perché ha saputo riprodurre allo scritto i suoni fonetici che possedeva il suo patois, come altri poeti, altri scrittori valdostani, hanno saputo riprodurre la grafia secondo quello che è il patois del loro ambiente, del loro "milieu" culturale e familiare. E allora, a questo punto, io non mi sento, anche se lo scopo di questa legge è uno scopo positivo, di cercare di attirare l'attenzione del Consiglio su un problema...ma penso che non partiamo da zero, c'è qualcosa dietro, c'è tutta un'esperienza dal passato fino ad oggi e diciamo all'Assessore alla Pubblica Istruzione di sviluppare l'attività, però tenendo conto di certe discussioni, anche che sono state fatte al giorno d'oggi.

E la discussione è quella dico: intanto che rifiutiamo questa forma di manifestazione, diciamo, fatta con una legge perché noi non pensiamo...ecco, fossimo sicuri che questa legge porti a soluzione questo problema, che dia un contributo per la salvaguardia del patois...ma, come dicevo prima, attenzione a non farsi dei problemi, non è tanto un problema di salvaguardia, è un problema di propaganda, io dico, più che altro, che le persone continuino a parlarlo in famiglia e si continui a sviluppare queste attività per permettere che tutti nella scuola possano fare delle attività in lingua francese.

Così, tanto per concludere e non tirare più alla lunga, penso di aver detto ciò che pensavo in merito a questa proposta di legge il cui l'obiettivo ho capito che era molto serio e molto importante come proposta, ma io non la condivido. Non la condivido perché ho altre idee sul problema, perché penso che il patois non si difenda in questo modo. Anzi, penso che in un certo modo si possa accelerare la fine del patois. Ecco perché siamo contrari alla legge, non solo per certe proposte, alcune che ho messo in luce...il punto f) "l'omogeneizzazione", parola difficile questa, è l'unica cosa che non bisogna fare, ecco, l'unica cosa che non bisogna fare perché qui viene fuori un altro yogurt che non sappiamo a cosa ci porta.

E sul Comité directif come sui proponenti non siamo d'accordo, del gestire il problema del patois valdostano dai Sindacati della scuola che hanno una grande funzione per fare delle cose nella scuola in altre maniere, però non penso che sia questa la funzione dei Sindacati della scuola. Ammetto che nelle scuole facciano il possibile, che non impediscano che si facciano certe attività in patois, questo sì, ma il primo dovere anche dei Sindacati scolastici verso i loro iscritti è di non impedire ai bambini di fare anche delle iniziative personali, di gruppo, in questa direzione; tuttavia penso che il problema non si possa risolvere con questa forma di Comité directif, e penso che non sia il caso di approvare la legge. Ecco, sono queste le ragioni, penso anche troppo lunghe...soprattutto di farmi comprendere dai colleghi, ma penso che chi ha voluto comprendere ha compreso qual è la nostra posizione su questa proposta.

Dolchi (P.C.I.) - Altri che intendono intervenire in sede di discussione generale? Faccio questa domanda perché penso che potremmo con questo chiudere la discussione generale dando la parola all'Assessore Viglino che l'ha richiesta, al relatore Riccarand e poi al Presidente della Giunta. Il Consiglio è d'accordo? Allora, chiusa la discussione generale, intervengono ancora l'Assessore Viglino, il Consigliere Riccarand e il Presidente della Giunta, e poi si passerà all'esame della legge, articolo per articolo. La parola all'Assessore alla Pubblica Istruzione, Maria Ida Viglino.

M. Ida Viglino (U.V.) - Dze crèyo que aprì to sen que n'i sentù die n'a pa tan de bague a djounté (traduzione letterale dal patois: "Credo che dopo tutto quello che ho sentito dire non ci sia tanto altro da aggiungere"). Et je vais continuer mon discours en français, non pas parce que je ne veux pas parler patois, puisque je parle toujours patois lorsque je me trouve en famille, ici bien souvent, dans la rue, avec ceux qui viennent me trouver à l'Assessorat, mais j'estime qu'il faut quand même arriver à reconnaître certaines choses. Que le problème soulevé par Monsieur Riccarand soit d'un extrême intérêt nous sommes tous d'accord là-dessus, mais justement parce qu'il est d'un intérêt extrême ce problème a déjà été le centre de l'attention depuis bien d'années, je ne dirai pas depuis que Monsieur Riccarand est né, mais presque. Qu'il a été le centre de l'attention de toutes les Administrations régionales qui m'ont précédé, peuvent le démontrer certaines activités et certaines publications qui ont été faites. D'autre part, je dirais qu'il suffit de prendre l'article 2 de la loi présentée par Monsieur Riccarand, d'un côté, et le Statut du Centre d'études francoprovençales pour se demander si, par hasard, il n'ont pas été simplement traduits du français sur le Statut, en italien sur la "loi Riccarand".

Or, vous savez que le Centre d'études francoprovençales ne date pas de hier, et je me suis amusée à mettre sur ce Statut les lettres qui correspondent exactement à la loi, c'est-à-dire toute la liste qui est comprise dans l'article 2. Je ne veux pas ennuyer le Conseil, parce que nous avons déjà discuté très longtemps, mais si quelqu'un veut le double je suis disposée à lui donner avec les lettres que j'ai indiquées...exactement la même chose! Il n'y a qu'une petite différence, c'est-à-dire au moment donné où...évidemment je ne parle pas de la lettre f) de Monsieur Riccarand, parce que ça je l'ai appelé tout de suite "de la folie" et je continue à l'appeler de la folie, en effet ça n'existe pas dans le Statut du Centre d'études f francoprovençales...il y a la lettre l), et on dit que ce fameux Comité devrait fournir des avis au Conseil Scolaire Régional et aux Commissions mixtes, à l'article 40 et tout cela. Je voudrais dire qu'à un certain choix fait aujourd'hui, justement par un certain groupe, ça me donne de fortes doutes sur les indications qu'il sera utile de donner à ce moment-là pour assurer l'article 40. D'autre part j'ai déjà dit tout ce que je pensais au moment de la réunion de la Commission à l'Instruction Publique; j'ai toujours eu, disons, beaucoup de méfiance, beaucoup, beaucoup de méfiance lorsqu'on crée un organisme et, les yeux fermés, on lui attribue une somme plutôt élevée afin qu'il puisse, soi-disant fonctionner, parce que à ce moment-là nous apercevons certainement qu'il y a une course pour occuper une certaine place.

Or, ce n'est pas que nous trouvons que la somme qui est indiquée ici soit trop élevée pour défendre, pour essayer...je ne dis pas de sauvegarder, parce que j'ai l'impression que c'est surtout une défense et une animation du patois qu'il nous faut soutenir en ce moment... Je dis pourtant ceci: que cette somme a été régulièrement dépensée encore bien davantage et sous un contrôle de l'Administration lorsque quelque chose a été produite, et non comme cela, les yeux fermés, sans savoir encore ce que ce Comité, ce Centre de promotion pourra donner à l'avance. Parce que c'est celui-ci notre devoir d'Administrateurs: notre devoir d'Administrateurs est de savoir, lorsque nous devons faire certaines dépenses, sur quelle base nous devons les faire; naturellement j'ai pris bonne note des suggestions que l'on m'a faites et je ferais tout mon effort pour travailler dans ce sens, mais sans créer, puisque c'est moi qui le dit et je peux bien le répéter, "dei carrozzoni all'italiana".

Dolchi (P.C.I.) - La parola al Consigliere Riccarand.

Riccarand (Dem. Prol.-Nuova Sin.) - Mah, qui bisognerebbe prendere ogni intervento e rispondere punto per punto, ma il problema fondamentale penso non siano tanto le cose che sono state dette qui, in quest'aula, quanto una scelta che è precedente alle affermazioni fatte in quest'aula e che sta dietro, diciamo, sia al voto contrario annunciato da una serie di Partiti, sia dal fatto che, come dicevo prima, in questi tre anni di Governo autonomo non è mai stata fatta una sola legge per il francoprovenzale, per la lingua materna dei Valdostani. Non è mai stata assunta, a mio avviso, nessuna iniziativa seria in grado di incidere realmente sulla situazione linguistica della Valle d'Aosta. Riprendo solo alcuni punti che sono riuscito a segnarmi, tanto per chiarire alcuni aspetti.

Sull'intervento di Faval, quando chiede cosa significa "francoprovençal", mi pare che facendo questa domanda probabilmente vuoi dire che se c'è il termine "francoprovençal" vuol dire che questo è patois, che la lingua materna dei Valdostani è vicina in qualche modo al francese, penso che tu voglia dire questo... Ora, in realtà, il termine "francoprovençal" non significa affatto questo, se sai leggere quello che dice Ascoli, Ascoli dice che questo linguaggio francoprovenzale ha dei punti in comune al francese come ha dei punti in comune al provenzale, ma si distingue per una sua originalità storica; allora questo vuol dire che questo idioma, questa parlata, questa lingua non deriva, come sostenete voi, dal francese, ma è una lingua, un modo di esprimersi che ha una sua originarietà storica, che è nata indipendentemente dal dialetto di Parigi...

(interruzione di alcuni Consiglieri, fuori microfono)

...A la fén té spiégo anque perqué prèdzo italièn sé té attèn un petchoù momèn...eh, attèn eun petchoù momèn é apì té spiégo anche sen li..."ecco", l'è pa lo premié cou que t'interrompe! (traduzione letterale dal patois: "Alla fine, se aspetti un momentino, ti spiego anche perché parlo italiano...eh, aspetta un momentino e poi ti spiego anche quello...ecco, non è la prima volta che interrompi!").

Allora, come dicevo prima Ascoli, non è evidentemente francese, anzi Ascoli ha escluso questo fatto, che sia una lingua francese; ha usato questo termine perché voleva indicare da una parte che ci sono alcuni aspetti comuni al francese, alcuni comuni al provenzale e, nello stesso tempo, ha coniato questo termine che è discutibilissimo e può essere cambiato, è un termine come qualsiasi altro, anche se è entrato nell'uso corrente dei linguisti, eccetera.

Ora, il Consigliere Faval dice che il francoprovenzale non è previsto dallo Statuto - mi pare che lo dicesse anche il Consigliere Minuzzo, anche se non ho capito bene in che ottica - e questo è vero, però questo semmai rimanda una discussione su cosa è stato lo Statuto Speciale per la Valle d'Aosta, da chi è stato fatto, come è stato fatto, discusso, chi lo ha contrattato; io penso che su questo si possa essere abbastanza tutti d'accordo nell'affermare che lo Statuto Speciale per la Valle d'Aosta è ben lontano dall'esprimere i reali bisogni di autonomia e di esprimere le reali esigenze, diciamo così, della popolazione valdostana; del resto, non solo il francoprovenzale è ignorato dallo Statuto Speciale della Valle d'Aosta, ma anche la lingua walser, cioè tutte quante le parlate di origine popolare; lo Statuto ha semplicemente preso atto, ha riconosciuto quelle che erano le lingue di Stato, anche qui perché c'erano dei problemi internazionali dietro, mentre invece ha ignorato completamente, perché era in una fase storica in cui gli studi linguistici erano ad altro livello, perché è stato gestito fondamentalmente da due gruppi borghesi contrapposti, l'uno centralista l'italiano, l'altro un gruppo di notabili locali che hanno contrattato questo Statuto e che evidentemente hanno, diciamo così, messo in luce solo alcuni aspetti e altri li hanno completamente trascurati... Questo sarebbe un impegno che dobbiamo prendere col Consiglio regionale per vedere - come del resto è previsto negli Statuti ordinari, per esempio nella Regione Piemonte - che la Valle d'Aosta abbia previsto esplicitamente nello Statuto la tutela in modo specifico della lingua francoprovenzale, della lingua walser, eccetera; semmai è questo un compito che dovremmo prenderci per superare questi limiti dello Statuto, l'iter potrà essere lungo e i problemi tanti, però ci sono delle possibilità, a mio avviso, in pratica con delle nostre iniziative legislative di andare in quel senso, senza bisogno di aspettare la modifica dello Statuto che, di per sé, è estremamente molto lunga evidentemente.

Sulle statistiche di cui parlava Minuzzo non è affatto strano che la statistica fatta a livello parlamentare dia certi dati su 70.000 Valdostani di lingua materna francoprovenzale e la statistica che lui diceva, fatta nelle scuole dal Direttore Joyeusaz, dia altri dati...a parte il fatto che non ho capito bene come era formulata la questione, perché bisognerebbe vedere...un conto è la lingua materna e un conto è la lingua usata quotidianamente, lì sono diversi, però c'è comunque il fatto che se si fa un'indagine su una fascia, diciamo così, come quella evidentemente di una certa età, corrispondente ai bambini delle elementari, è chiaro, visto che la tendenza - penso che siamo tutti quanti d'accordo - è quella della perdita progressiva di terreno da parte del francoprovenzale in Valle d'Aosta, è chiaro che proprio le giovani generazioni, proprio i più giovani hanno, diciamo così, un uso meno diffuso della lingua francoprovenzale, mentre invece nell'insieme della popolazione questa percentuale si eleva; questo mi pare un dato estremamente, facilmente...

Sul discorso che faceva il Consigliere Minuzzo di creare un centro contrapposto al Centre di Saint-Nicolas, questo insomma l'ho già detto, già ripetuto, c'è scritto sulla legge, se uno non vuol capirle queste cose, va beh, dico io non sto più a spiegarle, è previsto un coordinamento, ho detto prima che cosa, perché non è sufficiente il discorso del Centre di Saint-Nicolas come va superato, eccetera, eccetera.

Del resto, quando l'Assessore Viglino mi dice: ma lo Statuto del Centre di Saint-Nicolas, che fra l'altro finalmente è ricomparso, perché mi pare che fino all'altro ieri nessuno più aveva visto, nessuno più conosceva, era un pochino scomparso dalla circolazione, comunque, quando dice che nello Statuto di questo Centro sono compresi gli stessi punti che ho messo nella mia proposta di legge...beh, allora dico che non vedo quale difficoltà ci sia ad accettare questo tipo di proposta, visto che sono le stesse contenute lì. Il problema allora diventa un altro, il problema diventa chi è che vuole questo Centro, che tipo di organismi ha, che tipo di controllo c'è, che tipo di rapporto ha con la Regione; ecco, allora su questo si può discutere. Io sono convinto che la proposta, così come l'ho formulata io, di un Centro che sia espressione delle Comunità Montane che abbia un rapporto con la scuola tramite le Organizzazioni Sindacali, che abbia un rapporto con l'Assessorato...insomma, che tutte queste cose configurino un organismo che è molto più democratico di quanto non sia questo organismo attuale di Saint-Nicolas, che è gestito, di fatto, da persone che sono estranee alla realtà della Valle d'Aosta...di fatto è questa la situazione.

Uno dei discorsi più preoccupanti che ho sentito questa sera è quello del Consigliere Lustrissy; hai parlato in patois, però è molto pericoloso quello che tu hai detto, è molto grave secondo me. Tu dici che "chi vuol parlare patois parla patois" ("qui vouè prédzì patoué prèdze patoué"), lasciamo le cose così. Allora proviamo ad allargare questo discorso: chi impedisce in Valle d'Aosta di parlare italiano o francese? Allora non c'è mica bisogno di insegnarlo, non c'è mica bisogno che ci siano dei professori, non c'è mica bisogno che ci siano delle strutture, delle scuole, chi lo vuol parlare lo parli, ma cosa stiamo a fare delle strutture educative dell'italiano e del francese? Ma scherziamo? Ecco, non ho capito, ma allora il problema è che dietro la tua concezione c'è una visione completamente diversa del problema del patois, tu sostieni - è una posizione - che evidentemente è una parlata popolare che può servire ad un certo livello, familiare, eccetera, che non deve avere una trascrizione, che non deve essere insegnata, che deve rimanere ad un livello di lingua popolare.

Io dico: dietro a questo discorso che tu probabilmente fai in buona fede, non so come e per quali motivi, eccetera, c'è in realtà tutta un'ideologia classista, per cui le lingue popolari non sono degne di insegnamento, non sono degne di scuola, non sono degne che si spendano dei soldi per esse, mentre invece ci sono delle lingue di Stato, lingue riconosciute ufficialmente, lingue che erano dei dialetti inizialmente e che si sono fatti lingue semplicemente perché si sono spesi dei miliardi, si sono spese delle energie intellettuali, è solo per queste che sono diventate lingue e solo perché sono state imposte presso strutture educative, attraverso la scuola...ecco, allora queste lingue qui, sì, hanno un diritto! Il francoprovenzale no, è un patois, chi vuol parlarlo lo parli, chi non lo vuole parlare non lo faccia e sono fatti suoi insomma! Ecco, io non sono d'accordo, se questo è un patrimonio che noi consideriamo tale, non si tratta di mantenerlo com'è lasciando che poco per volta scompaia, si tratta di riprenderlo, di svilupparlo, e si tratta anche di creare una nuova lingua, perché di fatto, oggi come oggi, com'è la nostra lingua materna, il patois è insufficiente ad esprimere tutta una serie di realtà, perché è una lingua che deve essere estremamente arricchita, quindi è chiaro che è una scelta politica, Consigliere Faval, ma è una scelta politica quella di insegnare l'italiano, mica conosciamo l'italiano così per caso, per spontaneità, ma perché c'è stata una scelta politica, e quale tipo di scelta politica! Il francese...crediamo mica che si studi e si insegni il francese e abbia una storia in Valle d'Aosta perché non ci sono state scelte politiche, ci sono stati dei trattati, dei decreti che hanno detto: bisogna usare quella lingua lì, e si è insegnato nelle scuole, si sono fatti dei vocabolari, si sono fatti dei dizionari per insegnare in quella scuola lì, anche per la Valle d'Aosta, sono state fatte delle imposizioni anche per la Valle d'Aosta! Se questo si ritiene di farlo solo per l'italiano e il francese, ecco, secondo me dietro c'è una visione aristocratica, c'è una visione classista, c'è una visione borghese, c'è una visione che disprezza invece quella che è un autentico patrimonio popolare che non va evidentemente mitizzato, ma va posto per quello che è, va sviluppato e va mantenuto.

Per concludere...(prosecuzione dell'intervento in patois)...vouyo dére dove bague a Voyat: dze prèdzo l'italiàn é pa lo francoprovensal per un moué de motif ou Conseill, le premié di motif l'ai qué lo francoprovensal l'è mai sta la lenga di pover, la lenga de la poleteuca, lo francoprovensal ire la lenga di péizàn, la lenga di campagnar, una lénga qué ara déi adatté-se a una via a una économia qué l'é tchandjaye. L'é malìn, l'é diffisilo secondo mé, si pa per té, ma per mé l'é diffisilo prédzé de poleteuca én francoprovensal, anche sé sén d'accor dé fant da fire un effor, fant allé én selle direchoùn, ma la lénga, lo francoprovensal, l'é la lénga di dzen qu'i avioun pa dé pouver, la lénga di dzen qui fizioun pa la poleteuca, l'é la lénga qu'i fant per fare vénì la lénga de la poleteuca, ma baste pa prédzi-lo per fare sen.

Lo second pouén..."ecco", mé penso qué baste pa deure: "prédzén le francoprovensal, prédzén lo patoué, no sen le difenseur di francoprovensal". Mé pénso ansi que la baga pi émportanta l'é pa de prédzì le francoprovensal, lo patoué ou Conseill u sénò de prédzì lo francoprovensal ént'i coumise per préndre un mouì de voués comme se féi sempre; mé pénso que la baga più importante é de créé dé strutture, d'éducasioùn é dé promousioùn, fa prendre de inisiative. Sé no fézèn pa sétta asioùn no no considérèn magari dé difensour francoprovensal è, o contrére, travaillèn per la sina sparisioùn.

Ters pouén: dzo prédzo pa le francoprovensal ou Conseill perquè pa tchut lo comprennon, é sise qué lo comprennon pa - é y é lo pouén émportàn - y an pa nianca lé ouccazioùn é lé strumèn per lo comprènne-lo, per imprènne-lo, per estudié-lo. No fa créé dé strument perquè tchut én Valle d'Aousta pouissoun imprende le francoprovensal noun maque sise qué soun dé lénga francoprovensal.

Catriémo pouén: anche dzo n'en manca dé studié lo francoprovensal, mé n'i manca d'imprenne a scrire lo francoprovensal, n'i manca dé cugnéstre mieu la mina lénga, n'i manca dé fire un approfoundissemén dé la mina lénga é mé n'i prézéntà sita loué per tcheut lé Valdotén, ma anque per mé, perquè sento ché n'i manca co mé dé fire una asioùn dé artudjio de la mina lénga.

(traduzione letterale dal patois):

Per concludere, voglio dire due cose a Voyat: parlo italiano e non francoprovenzale in Consiglio per tanti motivi; il primo motivo è che il francoprovenzale non è mai stato la lingua del potere, la lingua della politica, il francoprovenzale era la lingua dei paesani, dei contadini, una lingua che ora deve adattarsi ad una vita, ad un'economia che è cambiata. È difficile, è difficile secondo me, non so per te, ma per me è difficile parlare di politica in francoprovenzale, anche se siamo d'accordo che bisogna fare uno sforzo, che bisogna andare in quella direzione, ma la lingua, il francoprovenzale, è la lingua della gente che non aveva il potere, la lingua della gente che non faceva politica, è la lingua che bisogna far diventare la lingua della politica, ma non basta parlarlo per far ciò.

Il secondo punto...ecco, io penso che non basta dire: "parliamo francoprovenzale, parliamo patois, siamo i difensori del francoprovenzale". Io penso anzi che la cosa più importante non è di parlare il francoprovenzale, il patois in Consiglio oppure di parlare il patois nei comizi per prendere tanti voti come si fa sempre; io penso che la cosa più importante è di creare delle strutture, delle educazioni e delle promozioni, bisogna prendere delle iniziative. Se non facciamo questa azione ci consideriamo magari dei difensori del francoprovenzale e, al contrario, lavoriamo per la sua scomparsa.

Terzo punto: io non parlo francoprovenzale in Consiglio perché non tutti lo capiscono, e quelli che non lo capiscono - ed è il punto importante - non hanno neanche le occasioni e gli strumenti per comprenderlo, per impararlo, per studiarlo. Dobbiamo creare degli strumenti affinché tutti in Valle d'Aosta possano imparare il francoprovenzale, non solo quelli che sono di madrelingua francoprovenzale.

Quarto punto: anch'io ho bisogno di studiare il francoprovenzale, ho bisogno di imparare a scrivere il francoprovenzale, ho bisogno di conoscere meglio la mia lingua, ho bisogno di fare un approfondimento della mia lingua ed ho presentato questa legge per tutti i Valdostani, ma anche per me, perché sento che ho bisogno anch'io di fare un'azione di studio della mia lingua.

Dolchi (P.C.I.) - La parola al Presidente della Giunta.

Andrione (U.V.) - Mais, il est heureux que pour une fois la science, par-dessus le marché, sous la forme aussi difficile, obscure et ennuyeuse de la science linguistique, ait fait irruption dans le Conseil régional et, par conséquent, nous éviterons, en cherchant de maintenir un niveau scientifique, toute forme de politique en disant que nous voudrions continuer ce débat, mais sur un autre niveau, en organisant une table ronde à la présence de quelque éminent linguiste pour discuter du problème de fond.

Le problème de fond est celui-ci: le patois valdôtain est une langue. Or, comme tout le monde a fait appel à quelque Saint, à quelque linguiste, je me permets de citer la première page du Cours de linguistique général de Ferdinand de Saussure. Je crois que cela fait autorité dans tout le monde et dit que le français a évolué dans le temps, et même que c'est une des langues à évolution la plus rapide et qu'au XIIe siècle on prononce: "lo rèi, la lèi", au XVIIe: "lo ré, la loé", au XVIIIe "le ré, la loué" et au XIXe "le roi et la loi". Nous n'avons jamais dit, personne n'a jamais osé dire que le patois est du français corrompu, bien au contraire, et je l'avais cité déjà une fois, mais je me le suis fait amener ici...la troisième édition du dictionnaire de la langue française encore en usage aujourd'hui...Monsieur Émile Littré en 1873 écrivait: "les patois dans l'opinion vulgaire sont décrits et on les tient généralement pour du français qui s'est altéré par la bouche du peuple, des provinces, c'est une erreur". Je montrerais plus loin que les patois sont les héritiers des dialectes qui ont occupé l'ancienne France et que dès lors, avant la centralisation monarchique, et cetera, le français qui nous concerne est aussi authentique que celui qui nous est conservé par la langue littéraire.

En étudiant le français...a été amené, a inventé un concept nouveau. Je suis sûr que ceux qui s'occupent de linguistique le connaissent, c'est-à-dire la différence entre diachronie et synchronie, et diachroniquement, c'est-à-dire dans le temps il est hors de discussion que le patois valdôtain est un dialecte français; dans le fond, dans la forme, dans la substance, une altération de la langue romane de ces temps-là, dans un système avec des règles connues, grosso modo, de la Normandie jusqu'en Vallée d'Aoste, et qu'évidemment les langues, étant des organismes vivants et changeants...ce patois s'effigiait à une certaine époque.

On continue chez-nous à dire le "rèi", on continue à dire "la louè" comme au XVIIIe siècle, au XVIIe siècle on ne dit pas: "le roi" et "la loi", mais cela n'empêche pas que si vous voulez faire une épreuve par neuf vous allez au Collège de France quand on discute les thèses d'agrégation pour la langue française historique et on doit lire Rabelais, François Rabelais, considéré normalement un auteur français. Vous faites lire...dans cette occasion mettez deux personnes, un Parisien et un Valdôtain, un Parisien de moyenne culture qui parle français, et un Valdôtain (celui qui comprend Rabelais c'est le Valdôtain, ce n'est pas le Parisien). Et, alors, ce que nous disons au point de vue politique c'est que les enfants valdôtains ont le droit d'aller à l'école et d'apprendre leur langue naturelle qui est le français, même s'ils parlent patois à la maison, comme n'importe qui. En Vénétie, par exemple, et le vénitien pourrait être une langue plus vague que celle qu'on le croit maintenant, le Vénitien, quand il va à l'école, apprend l'italien comme il a été établi par une tradition littéraire historique et qui a figé une langue dans une certaine forme.

La tentative de créer un patois unique, universel - et là il faut donner acte à Riccarand - c'est une tentative généreuse, mais utopique; même ceux qui ont parlé en patois aujourd'hui, maintenant, ont donné une épreuve. Si jamais on réussirait à faire un patois unique en Vallée d'Aoste, immédiatement après, le jour après...si vous unifiez le patois d'Arnad et de Morgex, pour faire un exemple, et vous aviez une langue nouvelle, théorique, qui est la composition entre les deux...le jour après vous auriez le patois d'Arnad et le patois de Morgex par rapport à cette nouvelle langue théorique qui se serait créée en ce moment. La différence entre les deux patois est trop grande pour qu'on puisse imaginer, aujourd'hui, dans toutes ces variantes possibles, une synthèse qui soit une synthèse acceptable par les deux types de langage.

(interruzione di un Consigliere, fuori microfono)

...non, mais laissons tomber ces discours, ne faisons pas de polémiques!

Un autre aspect que je voudrais souligner: il est erroné - mais il est grave, je dirais que c'est une fraude, mais si elle est faite de bonne foi... - de dire qu'en Vallée d'Aoste on parlait patois et puis il y a eu une bourgeoisie qui a importé le français. Les lois n'ont jamais imposé le français, contrairement à ceux qui arrivaient en Bretagne, malheureusement, dans les Pays de Languedoc, et cetera, n'ont jamais imposé le français, ni à Chambéry, ni à Martigny, ni à Aoste, parce ce que c'était la langue, il n'y a pas un acte, il n'y a pas un règlement communal, il n'y a pas un impôt qui ait été levé en français en Vallée d'Aoste. Mais de quelle façon écrivaient vos grands-parents? Allez chercher leurs lettres! Et ce n'étaient pas tous des avocats, gens ayant une culture particulière, et si le patois a été conservé en Vallée d'Aoste, contrairement à ce qui est arrivé ailleurs, c'est vraiment parce qu'on a imposé une autre langue et le patois n'a pas eu d'évolution, et, au contraire, nous assistons à l'abâtardissement du patois.

Entre le patois d'il y a 60 ans et le patois d'aujourd'hui la différence est immense et l'évolution des langues continue parce qu'on continue à prendre de nouveaux mots. Je pourrais continuer à lire le bon Émile Littré, ce sont des additions continuelles, il est vrai que des pertes non moins continuelles agissent en sens inverse; tous les siècles font entrer dans l'oubli un certain nombre de mots, tous les siècles font entrer un certain nombre de mots dans l'habitude d'usage. Les langues sont vivantes, elles changent, le patois continue à changer comme évidemment le français continue à changer, dans un cas selon les règles dictées par une communauté de plus au moins 50 millions de personnes qui parlent français, dans l'autre côté par des communautés petites, minces, parce que l'orographie de la Vallée d'Aoste est ce qu'elle est, le patois c'est brisé dans chaque vallée, dans chaque Commune, dans chaque village, d'une façon particulière.

C'est donc pour ces raisons que nous votons contre et nous voulons approfondir ce problème, mais du point de vue linguistique, parce qu'évidemment ces quelques mots que j'ai dits et qui font partie de notre opinion personnelle pourraient être contredits. On pourrait me démontrer, par contre, que le patois est une langue, et à ce que disait Lustrissy je voudrais ajouter une chose différente, c'est-à-dire le volontarisme ne nous garantit pas. Il est évident que nous devons faire tout notre possible pour conserver le patois, mais également l'enrichir. Un des moyens pour donner au patois le substrat grammatical, syntactique, la mentalité, c'est vraiment celui de continuer d'employer le français, et vous savez tous très bien que jusqu'à une certaine époque les mots nouveaux venaient du français, on dit encore l'avion en patois, parce qu'au moment où les premiers avions ont volé on parlait encore français. Par contre, pour les dernières découvertes on prend le mot directement de l'italien et on le met en patois et avec ce système il est évident que nous ne pourrons jamais prétendre de conserver le patois parce qu'il lui manquera la base naturelle pour qu'il puisse vivre et puisse évoluer selon les lois naturelles de l'évolution d'une langue.

Eh bien, en conclusion aujourd'hui nous votons une loi, mais le problème patois, le problème des rapports linguistiques en Vallée d'Aoste reste ouvert. Le problème est de savoir si l'affirmation faite que le patois n'est pas une langue comme nous le pensons...ou du moins qu'elle peut devenir langue seulement par une transaction d'une situation historique voulue et faite à un certain moment...ou bien nous discuterons à fond avec des documents scientifiques et avec ces preuves linguistiques que je crois pourront convaincre tout le monde.

Dolchi (P.C.I.) - Après cette discussion très intéressante, le Conseil est appelé à examiner et voter les amendements. On vous a distribué les amendements présentés par les Conseillers Cout et Nebbia. Il y a un amendement à l'article 1er.

Emendamento

L'art. 1 è sostituito con il seguente articolo:

"È istituito il centro di promozione e difesa delle parlate francoprovenzali".

Le Conseil est alors appelé à se prononcer sur l'article 1er. Il y a quelqu'un qui demande la parole? La parole au Conseiller Riccarand.

Riccarand (Dem. Prol.-Nuova Sin.) - ...l'emendamento dei Consiglieri Cout e Nebbia, a mio avviso, corrisponde alle finalità della legge, quindi io lo accetto, nel senso che è rispondente a quelle che erano le mie intenzioni.

Dolchi (P.C.I.) - Il Consigliere Riccarand accetta cioè che l'articolo 1 proposto come emendamento sostituisca senza votazione l'articolo 1 da lui proposto? Il problema è importante dal punto di vista procedurale...

Allora l'articolo 1 proposto dai Consiglieri Cout e Nebbia sostituisce, per accordo dei presentatori, se non ci sono pareri contrari o opposizioni particolari, l'articolo 1 originale. Allora metto in approvazione...c'è qualcuno che chiede la parola sull'articolo 1? Metto in approvazione l'articolo 1 considerando come tale quello distribuito come emendamento. È chiaro? Chi è d'accordo con l'articolo 1, che dice praticamente che è istituito il centro di promozione di difesa delle parlate francoprovenzale, è pregato di alzare la mano. Contrari? Astenuti?

Esito della votazione dell'articolo 1:

Presenti: 25

Votanti: 25

Maggioranza: 13

Favorevoli: 9

Contrari: 16

Il Consiglio non approva.

Colleghi Consiglieri, e in particolare collega Riccarand, il fatto della non approvazione di un articolo di legge, cioè del primo, è un fatto che avviene per la prima volta in questa legislatura, quindi molti Consiglieri non hanno avuto modo finora di sapere, o di prendere in considerazione il fatto che per prassi parlamentare, quando viene respinto il primo articolo di una legge, la legge o viene considerata ritirata se il Consigliere proponente lo dichiara, o viene considerata decaduta, in quanto l'oggetto fondamentale, che è sempre costituito dell'articolo 1, non ha trovato la maggioranza nel Consiglio in base alla votazione.

Il Consigliere Riccarand ritira la sua proposta? Allora in base alla votazione dell'articolo 1, che è contrario all'approvazione alla costituzione del Centro, automaticamente decadono tutti gli altri articoli che a questo articolo 1, fondamentale, si riferiscono. Pertanto la legge viene considerata non approvata.

Il Consiglio prende atto della non approvazione della proposta di legge n. 41.